Collezione dell'opere del Cavaliere Conte Alessandro Volta - Tomo I, Parte I

Part 10

Chapter 103,355 wordsPublic domain

Non termino senza darvi un ragguaglio delle considerazioni mie sul raro fenomeno di elettrizzarsi costantemente _in più_, il mastice di quel mio grande Elettroforo. Io sono ben persuaso che voi non sarete riuscito ad osservare il medesimo in qualunque maniera vi ci siate preso. L'essere l'apparato grande, o piccolo punto non rileva; nè io ho voluto insinuare che la grandezza mettesse quella differenza: indicai solo che il mastice il quale mi presentava tale singolarità era quello dell'apparato grande, sebbene ne fosse la composizione simile agli altri mastici che adoperava. Era difatto così la cosa riguardo agl'ingredienti, e manipolazione, ma io non poneva mente a un accidente sopravvenuto durante la cottura del mastice, che ha dovuto alterarlo: l'accidente fu che vi si appiccò la fiamma, e ne venne in molta parte consumato: il residuo contrasse dell'abbruciato, o del carbone di maniera che lascia sempre tinta la mano, o la carta quando si stropiccia, e facilissimamente si sfregola. Dunque ho concluso che da questa alterazione dipenda l'indole mutata nel mastice di elettrizzarsi, cioè _positivamente_. Portando poi più addentro la considerazione, ho preso a sospettare che codesta mutazione d'indole derivi dal deterioramento della virtù di elettricità originaria, o almen vi vada di paro: osservando che infatti cotesto mastice mezzo bruciato aveva pochissima virtù di elettrizzarsi per istropicciamento: laddove l'altro che costantemente contraeva per la via medesima elettricità _in meno_, e fino stropicciato con lamine metalliche, godeva di un'elettricità generosa. L'induzione per me felicemente si estendeva ad altri corpi, i quali non meno che la resina affettano l'elettricità difettiva, e sono i legni abbrustoliti. In questi aveva osservato già, e scritto nel 3 Cap. della mia dissertazione latina 1771, che i legni abbrustoliti di fresco, e a dovere, danno a qualsivoglia corpo anche metallico con cui si strofinano, finchè dura in quelli la massima virtù; ma che a misura che questa decade, degradano anche dall'indole sua, e ricevono prima da alcuni metalli solamente, poi da più, poi da tutti, e fin talvolta dal panno nero ec. Or nella resina mi si spiega più largo il campo di questo passaggio. Occupa un estremo il mastice, che ho veramente ottimo, il quale con leggierissimo, e breve stropicciamento conseguisce una elettricità affatto generosa; tien l'altro estremo quel mastice mezzo bruciato, dal quale, sebbene stropicciato per una sì vasta estensione, qual è quella di due piedi nell'apparato grande, appena ottengo una scintilluzza (dico semplicemente stropicciato ch'eccita nello scudo una debolissima scintilla, perchè poi infondendovi maggior forza d'elettricità con altra macchina, o colla caraffa acquista non meno che il mastice migliore; tutti i gradi di forza). Di mezzo a questi tengo altri mastici, i quali convenientemente si elettrizzano per istropicciamento. Parallelamente dunque a questa originaria virtù il primo affetta sì fortemente l'elettricità _in meno_, che non consente di elettrizzarsi _in più_ nemmeno dalla carta dorata, od altre foglie metalliche: solamente coll'amalgama di mercurio ve lo costringo. Il secondo, o per dir meglio l'ultimo in ordine alla virtù, è passato a mutar affatto indole, e non che elettrizzarsi _in più_ per l'affritto di corpi metallici, lo stesso fa con qualsivoglia corpo. I mezzani finalmente _danno_ alla mano, carta nuda, panno, cuojo ec., e _ricevono_ dalla carta dorata, foglie di stagno ec. L'induzione dunque, e l'analisi vengono in conferma di quel mio sospetto circa il decadimento della virtù, cagione del rovesciarsi l'indole nei corpi resinosi.

Ma credete voi che di queste osservazioni possa contentarmi? L'induzione è ancor troppo poco estesa: d'altra parte io la vorrei confermata colla sintesi; e voglio dire che niente ho per istabilito finchè non giunga a comporre a mia posta de' mastici che abbian l'un'indole, e di que' che abbiano l'altra, col solo mezzo di differenziarne la qualità, ossia virtù. Dirovvi per ora che mi ci sono provato, e in qualche parte con esito. Ho preso lo spediente per deteriorare la qualità del mastice, di meschiarvi del carbone messo in polvere. Il carbone, come si sa, è un corpo conduttore poco meno che i metalli: per questo lo scelsi, e dirollo pure, per veder d'accostarmi all'alterazione che dovette ricevere quel mio mastice, che fu in preda qualche tempo alle fiamme. Il resultato fu che una certa dose di carbone meschiata all'altro mio mastice d'ottima condizione lo deteriorò d'assai, e lo ridusse difatti a _ricevere_ dalle foglie metalliche a cui prima _dava_. Non potei però giammai ottenere che ricevesse dalla mano, carta nuda, panno ec., e in somma che mutasse affatto indole come il mastice mezzo bruciato. Provai dunque ad appiccarvi la fiamma, e lasciarlo in buona parte consumare; ma nemmeno con questo mi riuscì. Accrebbi la dose del carbone; ma allora non si elettrizzò più nè per _eccesso_, nè per difetto. I tentativi fatti adunque non finiscono di appagarmi: non depongono però contro la concepita idea. Anzi mi resta ancor luogo a credere che il mastice alterato a segno di non vestir più sensibile elettricità per lo stropicciamento, abbia di poco oltrepassato il segno che cercava: può anche non averlo oltrepassato, ed essersi elettrizzato realmente _in più_, ma così debolmente che non ne abbia avuti segni sensibili: i quali segni sono forse sensibili soltanto nel grande apparato per esser tanta la superficie stropicciata.

LETTERA

_Al Sig. GIUSEPPE KLINKOSCH._

_R. Consigliere, Pubblico e Primario Professore di Anatomia nell'Università di Praga, e Membro della Reale Società delle Scienze di Gottinga._

Maggio 1776.

Ho ricevuto alcune settimane sono sotto coperta a me diretta, e marcata dell'officio di Praga uno scritto tedesco, che tratta in parte del mio _Elettroforo perpetuo_. Siccome ho fermo nell'opinione, essere l'autor medesimo, che abbia voluto obbligarmi coll'inviare a me questa operetta; così mi credo permesso di trasmettergli io pure alcuni fogli italiani da me pubblicati l'anno scorso in un'Opera periodica concernenti il medesimo Elettroforo. Non senza difficoltà ho io potuto intendere, Signore, cotesto vostro tedesco, attesa la poca cognizione, che ho di cotal lingua; di che mi duole pur assai. Se voi trovaste mai la medesima difficoltà rispetto al mio italiano, starebbero tra di noi le cose pari. Se non che io voglio pur procurare di rendermi, o più scusabile, o ben anche più benemerito di voi, accompagnando i fogli impressi con alcuna cosa scritta di mia mano, e alla meglio che mi verrà fatto in una lingua, che non è la vostra nè la mia, ma che saravvi senza dubbio più famigliare che l'italiana[37].

Non mi sorprende punto, Signore, che voi stimiate dover diffalcar molto da quel merito, e vanto dell'_Elettroforo_, che il volgo de' Fisici, siccome voi dite, troppo precipitosamente gli ha accordato. L'ammirazione, che molti ne presero ha oltrepassato, e quello ch'io poteva a buon dritto pretendere, e ciò che avrei mai potuto sperare. Si è tenuto in conto di una scoperta mia propria quello, ch'io fui ben lontano dall'attribuirmi, val a dire un nuovo genere di Elettricità, ossia una nuova maniera di eccitarla. Si può vedere per altro, ch'io faceva intendere assai chiaro col primo annunzio che uscì del mio nuovo apparecchio nella _Scelta d'Opuscoli_ di Milano per il mese d'Agosto, e più apertamente ancora colla lettera al D. _Priestley_ in data de' 10 Giugno, pubblicata in appresso nella medesima _Scelta_, ch'io non avea fatto altro più, che tener dietro, e dar risalto a un ramo di Elettricità, che già era noto sotto il nome di _Elettricità Vindice_. Tanto non vien egli indicato dai termini stessi, onde ho cognominata l'elettricità del mio apparato _Vindice indeficiente_? Ma poi anche in termini più formali mi esprimeva nella succennata lettera a _Priestley_: basta vederne il secondo paragrafo, ove, dopo avergli detto, che i fatti ch'io era per riferire appartengono all'_Elettricità Vindice_; e che egli da ciò immaginerebbe tosto, che si tratta d'una _lastra isolante vestita_, e _snudata a vicenda della sua armatura_, vengo a spiegare in qual maniera sono riuscito coll'ajuto d'un'_armatura_ più conveniente, e col surrogare alle consuete lastre di cristallo altre di resinosa materia a rendere cotesta elettricità di una forza stupenda, e di una durevolezza ancor più maravigliosa.

Ma non solamente ho io fatta menzione dell'_Elettricità Vindice_ nel modo che si è veduto: ho parlato eziandio della teoria di essa, e fatto caso delle sue leggi come di già stabilite. Ho detto in un luogo: _siccome richiede la teoria dell'Elettricità Vindice_: sul fine poi della lettera mi trattengo a parlare d'una contrarietà di sentimenti tra me, e il Padre _Beccaria_ sul conto dell'elettricità dell'_armatura_ in virtù della _scarica_, e per l'atto dello _snudamento_; e mi argomento di comprovare con nuovi fatti quella mia opinione avanzata già in una lettera latina al medesimo Padre _Beccaria_ impressa fin dall'anno 1769, nella quale molto mi occupava a sviluppare cotesto principio dell'_Elettricità Vindice_.

Egli è dunque fuor d'ogni dubbio e contrasto, ch'io era ben lungi dal pretendere alla scoperta della sovente menzionata _Elettricità Vindice_, od a quelle sue leggi già conosciute, e stabilite; comechè io volgessi in mente già da gran tempo, ed or più di proposito mi studj di riformarne alcuna, anzi pure un de' precipui capi della teoria. Che se poi alcuni, come voi dite, mi hanno gratuitamente attribuito un merito, e una lode, che per nulla ragione mi si devono, e contro cui io protesto, a chi dovrassene far carico? a me non già. D'uopo è però convenire, che molte persone dovettero formare appunto quel giudizio, che ne formarono, attesochè le sperienze dell'_Elettricità Vindice_ lungi ben erano dall'essere famigliari: infatti il numero di coloro, che aveanle viste non è già grande, e assai più scarso si troverà di chi le avesse da se stesso eseguite compitamente sopra le consuete lastre di vetro; non essendo il riuscir di questa maniera sì agevole, bensì frutto di somma diligenza, e destrezza, concesso soltanto alla mano de' più esperimentati. Ora tostochè comparve il mio apparato, i di lui effetti tanto più grandi, e sorprendenti, quanto facili ad ottenersi, dovettero colpire, e fermar gli occhi di tutti: il nome imponente di _Elettroforo Perpetuo_ concorse pur anche a far crescere quella specie di stordimento; infine l'amore del nuovo, e del maraviglioso indusse a credere, che tutto lo fosse, di sorte che accoppiando all'invenzione del nome, e dell'apparato quella puranco del genere di elettricità, venne così indistintamente attribuita ogni cosa al medesimo autore.

Giusto è bene, che per rivendicare il merito a chi è dovuto, io venga spogliato di quello che mal mi conviene; ed io con pieno animo acconsento a questo, e mi fo sollecito ancora di contribuirvi. Guardimi per tanto il Cielo, ch'io muova lamento contro di voi, Signore, perchè impreso abbiate di farlo; debbo e voglio anzi sapervene grado: solo mi credo permesso di porvi sott'occhio che non si son fatte da voi le parti in tutto giuste, perciocchè attribuito avete al Padre _Beccaria_ ben più di quello, che non gli si compete, ponendo l'_Elettricità Vindice_ in vista di scoperta tutta sua. Epino dietro il celebre sperimento de' Gesuiti di Pekino, Symmer con le sue calze di seta, Cigna con una serie di sperienze analoghe prodigiosamente combinate, e variate, e in gran parte nuove hanno aperta questa bella carriera, nella quale entrato il Padre _Beccaria_ vi ha fatto di vero i più gran progressi, giugnendo a stabilire delle leggi semplici, e luminose. Parlo di alcune di queste leggi ossia canoni, non già di tutte, e nullamente delle sue Teorie, cui ho avuto sempre in mira di oppugnare rispetto ad uno de' precipui capi (ciò che anche mi provai di fare nella lettera latina menzionata), e cui mi applico presentemente più di proposito a riformare, come già accennai.

Ritornando ora al mio apparato, mi pare aver lasciato abbastanza intendere, che io ne riduco tutta la novità, per quanto è della sua costruzione, alla miglior foggia d'_armatura_, ed allo _strato resinoso_ sostituito alla lastra di vetro: quanto poi sia degli effetti, all'_intensità_ costante dei segni elettrici, e vera _perennità_ di essi: ciò che vale ad esprimere per se solo il nome di _Elettroforo perpetuo_. Non deggio però dissimulare le opposizioni, che intorno a ciò sò essermi state fatte; e sono: che la disposizione propria dei corpi resinosi ben più che del vetro a ritenere l'elettricità, è stata osservata, e conosciuta gran tempo prima di me da Grey, Du-fay, Epino ec.: che quest'ultimo inoltre in compagnia di Wilke ci avea dato l'esempio di un vero _Elettroforo_ con quel bellissimo esperimento dello zolfo fuso in una coppa di metallo, ond'egli traeva i segni elettrici sì dal recipiente, come dal corpo di zolfo, ogni volta che ne li disgiungeva: e ciò anche dopo settimane, e mesi.

Nulla io ho a ridire riguardo a questa anteriorità di tempo; ciò che posso assicurare si è, che non son già io partito dalle sperienze di Wilke o d'Epino (delle quali non era nemmanco informato) per giugnere alla costruzione del mio apparato; bensì partii da quelle, che si faceano comunemente per la _Vindice Elettricità_ servendosi di lamine di vetro: quì veramente io seguiva le sperienze di Beccaria ad oggetto di confutare, come ho sopra indicato, un fondamento della sua teoria; e così dietro ai miei principj fui condotto primieramente a dar una forma più convenevole all'_armatura_, onde ottenere valida, e intiera forza d'elettricità[38]; e ben tosto a sostituire le resine al vetro acciò mi si mantenessero più durevoli i segni; richiamandomi allora come io mi era già assicurato della disposizione singolare, che hanno questi corpi di conservare tenacemente l'elettricità impressa; e rivolgendo pure in mente le idee, onde io mi era argomentato di spiegare questa tenacità medesima in una lettera al Dr. Priestley fino dal Maggio del 1772[39].

Del rimanente pare non si possano metter in confronto i piccoli saggi di Epino, e di Wilke sopra lo zolfo, e altre resine fuse, col mio _Elettroforo_ per conto della grandezza degli effetti. E forse che gli si vorranno paragonare le sperienze di Beccaria colle sue lastre di cristallo vestite di sottili lamine metalliche? Ognuno, io credo, ha dovuto riconoscere la superiorità a questo riguardo del mio apparato: voi, Signore, sì, voi medesimo la riconoscete, e mi fate l'onor di dire, che gli amatori me ne deggiono saper grado. Grado dunque mi sapranno (tal'è la mia lusinga) della costruzione d'un apparecchio così semplice, che tien luogo d'una buona macchina per tutte le sperienze ordinarie, col quale anzi si possono diversificare di più maniere, e facilissimamente; apparecchio, che può farsi tanto piccolo da esser portatile in tasca, oppur grande a qual si voglia segno, onde averne effetti superiori a quelli di qualunque altra macchina, di cui l'attività malgrado i tempi, e l'aria men propizia poco, o punto vien a perdere; che infine (e questo è il massimo suo pregio) può conservar per sempre l'elettricità, una volta impressavi, cioè a dire senza che faccia mestieri ricorrere ad un novello stropicciamento, o ad elettricità straniera.

Ecco dunque ove mette capo tutta la mia pretesa alla novità: egli è d'aver inventato, o (se questo ancora sembra troppo forte) perfezionato cotal apparato al segno di riunire tutti gli accennati vantaggi, e ridotto a grandissimo comodo per tutti. Infatti quanti di questi apparati veduti non si sono sparsi, e moltiplicati in poco tempo? Tanto già non succedette cogli apparecchi di Epino, di Cigna, di Beccaria, che pur qualcuno, invidioso forse della considerazione, e grido, che si acquistò il mio Elettroforo, non cessa per anco di porgli incontro.

Ho nominato Cigna, perchè se v'ha persona, che si sia portata più vicina alle sperienze mie sull'_Elettroforo_, e, dirò così, vi abbia preluso, egli è desso Sig. Cigna. È certo almeno, ch'ei pervenne avanti di me a caricare la caraffa per mezzo dell'elettricità _vindice_, o _simmeriana_, com'egli amò appellarla: e ciò ricevendo nel pomo della caraffa la scintilla di una lamina di piombo tenuta con fili di seta isolata, allorchè dopo avervi applicato, ed accostato ben davvicino un nastro fortemente elettrizzato, e dopo aver toccata col dito essa lamina, ne ritirava bruscamente il nastro, replicando poi tante volte questo giuoco, quante bastassero scintille ad una tal carica.

Ma non è meno certo, che con un simile apparecchio non si può sperare di caricare una boccia che debolmente, e ciò anche con molta pena, ed imbarazzo, laddove nulla v'ha di più facile che il caricarla convenientemente, e ad ogn'ora coll'_Elettroforo_, e sì anche con uno da tasca.

Mi cade ora a proposito di domandare, se un tal nome, che conviene tanto propriamente al mio apparecchio, e che è stato comunemente addottato, converrebbe di pari a quello di Cigna, o a quel d'Epino, o alle lastre del P. Beccaria. Accordiamolo loro pure: sicuramente però, che quest'altro termine di _perpetuo_, il qual compete a tutto rigore al mio _Elettroforo_, niuno pensa tampoco di appropriarlo a qualsisia degli altri. Sfido tutti gli elettrizzanti, se alcun d'essi con lastre di cristallo, o con calze di seta applicate a laminette sottili di metallo può perpetuare l'elettricità, anzi solo mantenerla, senza nuovo strofinamento, o senza prenderne altronde in imprestito, a molti giorni. Vi si giugnerebbe, ne son ben d'accordo, colla coppa, e massa di zolfo d'Epino, mercè il giuoco di caricar la boccetta, e portarne indi il fondo a scorrere sulla faccia stessa dello zolfo: al qual giuoco però nè esso, nè alcun altro ha giammai pensato, avendolo io, per confessione degli stessi miei oppositori, e ritrovato, ed insegnato il primo.

Non è già poco per me, che essi faccian caso di questo giuoco della boccetta, intantochè ne apporta la perpetuità dei segni elettrici: s'eglino ristringono a ciò tutto il merito della mia scoperta, e i pregi dell'_Elettroforo_, non me ne chiamerò scontento, quantunque vi sia apparenza almeno, che io potessi pretendere a qualche cosa di più. Ella è finalmente questa perennità dei segni, e cotesto giuoco singolare della boccetta, che ho fatto tanto valere, e su cui ho più di tutto appoggiato ne' miei primi scritti.

A questo luogo non posso lasciar di manifestare, che non fui già soddisfatto del conto, che rende dell'_Elettroforo_ la lettera dell'_Ab. Iacquet_[40], nella quale niente trovo detto di questa importante operazione della boccetta, sia ad oggetto di rianimare per se stessa l'elettricità indebolita, ed innalzarla al più alto grado d'intensità, sia per renderla realmente perpetua. Egli però nulla verisimilmente veduto avea di quanto erasi da me scritto, e pubblicato, e non conosceva l'Elettroforo, che sul rumore pervenutogliene, e dietro alcune poche sperienze di fresco da lui fatte. Non so attribuire ad altra cagione che questa, da una parte la confidenza, con cui parla di qualche fenomeno come fosse da lui scoperto, dall'altra il silenzio tenuto riguardo a tante altre sperienze, di cui io avea dato il dettaglio. Non vi si parla punto della maniera di animare un con l'altro una serie di Elettrofori; nè della facilità di cambiare a talento, ossia rovesciare l'elettricità sullo strato resinoso: niuna parola della sua mirabile tenacità, che regge non che a dispetto d'un'aria vaporosa, ma all'insulto dell'alito della bocca; nulla del mezzo singolare di spegnerla cotesta ostinata elettricità ec. Torno a dire, non son punto soddisfatto del ragguaglio, che il Sig. _Ab. Iacquet_ si è accinto a dare del mio Elettroforo, comechè egli ne abbia molto innalzato il pregio, dichiarandolo _un nuovo apparecchio, che stordisce i più abili Elettrizzanti_. Riconosco che questa espressione è alquanto esagerata: e apprendo da voi, Sig., che lo stordimento non fu, nè è di tutti, conciossiachè abbiate saputo tenervene voi così in guardia, che preso non ne rimaneste. Avete fatto ancor più: sorto siete colla vostra lettera stampata a fare svenir cotesto abbagliante stupore dagli occhi pure dei prevenuti; e io non dubito punto, che la riputazion grande di cui godete, non abbia prodotto l'effetto preteso, e forse, chi sa? oltre il giusto. Non intendo quì parlare della scoperta dell'_Elettricità vindice_: ho abbastanza palesato sopra ciò i miei sentimenti, cioè, che ben lungi di dolermi con voi d'alcun torto, ho occasione anzi d'esservi tenuto. Mi lagno soltanto di ciò, che questo vostro scritto tende di più a diminuire il pregio dell'_Elettroforo_, preso anche in qualità di semplice apparecchio, o stromento, giacchè ne lo fa comparire senza il corredo de' suoi più singolari vantaggi: mi lagno, dico, unicamente dello scritto, non già di voi, Signore, cui fo la giustizia di credere, che non avete voi cercato di celare questi vantaggi, ma che non li conoscevate per anco, giudicato avendo dell'Elettroforo dietro la lettera di Vienna, e un piccol numero di sperienze.

Or dunque, Signore, io mi prometto da voi un giudizio più favorevole, quando ricavate abbiate delle notizie più complete da questa parte di descrizione accompagnata da alcune figure, che vi trasmetto, e dopo che ripetute avrete da voi medesimo le mie sperienze più capitali. Sono in vero impaziente d'intendere ciò che sarete per dire di quel giuoco singolare della boccetta per rianimare l'elettricità languente, ritorcendola a modo di dire contro se stessa; e della durazione perpetua dei segni, che per tal mezzo si viene a procurare.