Colei che non si deve amare: romanzo

Part 14

Chapter 143,708 wordsPublic domain

Era la prima della _Carmen_ quella sera. Giunsero che lo spettacolo era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica, di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai voluto splendere, ecco, e splendeva.

Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde; sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore vivificante.

Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti curiose.

Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, corteggiate, era stato l’amante di alcuna.

Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa, questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la buona Casa di San Pietro.

Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il cavallo in un concorso ippico.

Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a ridosso, e tutto il parentorio nel buio.

I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.

C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe camminato senza romore.

Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli oscuri.

Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita.

Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore.

Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua. Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli: «Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo sorriso che nasconde le mie lacrime...»

Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si raggruppava.

Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare.

Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel battesimo del fuoco.

Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.

— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente.

— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto, sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una lumacatura.

— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta.

— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...

— Povera donna! Deve guadagnar poco.

— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti tutto il teatro lo saprà.

— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di rose.

Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini, dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa notizia.

Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi dall’alto al parapetto del palco.

— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù.

Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici.

— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi.

— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio. — Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi.

Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo, la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel viso.

— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici.

— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse.

— Insomma la conosci o no? Chi è?

Allora prese una risoluzione e disse:

— L’ho veduta molte volte per istrada.

L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei.

— Non sai altro?

— Non so altro.

— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua amante non ne saresti più sovreccitato.

Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto ridicolo.

Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera.

— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole, poi volse gli occhi altrove.

Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il terz’atto.

— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli.

— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi.

— È la sorella di Arrigo.

— Ma via! non dire sciocchezze!

— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico. Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta?

Rafa scrollò le spalle, ma timidamente.

— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano?

Rafa, mezzo intontito, non rispondeva.

Un maligno avanzò:

— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per una signorina di buona famiglia?

— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre!

— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia.

— Questa è bella davvero, per bacco!

— Ha gli occhi tinti.

— No.

— Sì.

— Una bocca viziosa...

— E il petto!... guarda un po’ che splendore!

— Dev’essere una civetta.

Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a celiare sul conto di Rafa.

— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre.

— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente.

— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato.

Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero.

— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo misterioso amore!

— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo la cosa in ridere.

— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere qualcosa.

— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete sicuri poi?

— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei.

Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe.

Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei. Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee. Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto, anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente, al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare, tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni, che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il bianco della sua cipria?

Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era momentaneamente presa dal desiderio di lei.

Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro accendimento.

A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese.

Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò.

Salirono in vettura, scomparvero.

Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente conosciuta.

Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini che incendiano la fantasia.

Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.

Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società.

Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, più che l’omaggio di chicchessia.

Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione.

Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate, ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza paura e senza fine.

Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura, invincibile fra loro?...

— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa.

— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra cosa.

Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle due.

— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta finchè fossi tornata!...

— Dirai che lo spettacolo è finito tardi.

Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora d’abiti. S’avviarono.

La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata.

E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto.

Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè.

Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una notte d’oblìo.

Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per stringerlo in una carezza sola.

— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo nome, più volte, con una voce paurosa.

Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre voluttuosa.