Col fuoco non si scherza

Part 7

Chapter 7 3,843 words Public domain Markdown

--È sempre il paese di Dio...--proclamò lo zio--Gira e rigira, un pezzo di lago come questo non lo trovi in nessun sito. Mi par di ricominciare a vivere.

--L'Italia--volle aggiungere il Cresti--sarebbe senza dubbio il più bel paese del mondo, se potesse essere liberata dagli italiani.

--Non prestare delle brutte parole al più buono degli zii, vecchio selvatico, coltivatore di patate...--gridò Ezio, che lanciava di tempo in tempo un'occhiata all'orologio. I suoi modi erano lieti e cortesi, ma gli occhi no; gli occhi dicevano ch'egli non vedeva l'ora di andarsene.

--Pare che tra voi due sia guerra dichiarata--osservò lo zio Massimo.

--Uno di noi due è di troppo sulla terra..--disse il giovine.

I discorsi a poco a poco si mescolarono e si scaldarono al rumore delle forchette. Massimo aveva cento cose da raccontare di quei paesi di laggiù, della Bolivia, della Venezuela, dell'America centrale: e sentendo di essere ascoltato volentieri, si lasciava andare liberamente a discorrere, provando nella famigliarità dei cari parenti e degli amici il piacere e il riposo che prova il viaggiatore che può, dopo una lunga giornata d'incomoda carrozza, stendere e sgranchire le gambe in una buona poltrona.

Cresti fece una corte spietata a Flora. Lodò il bel vestito di mussolina a bolle bianche e celesti, lodò la collana di corallo, che faceva spiccare il candore marmoreo del collo; lodò le belle mani magre e lunghe, a cui non mancava che una cosuccia sopra un dito...

Mai il solitario del Pioppino era stato così eloquente e poetico; ma sentendosi in quest'assedio spalleggiato dalla madre, dalla zia, da Massimo, trovava nel vin bianco del suo amico Ezio un coraggio di cui quasi aveva egli stesso paura.

Flora stava a sentirlo senza turbarsi, senza ridere, senz'arrossire, senza rispondere, con una impassibilità che poteva parere attenzione:--Perchè Ezio non osava guardarla? perchè questa smania in lui di andarsene? perchè non si era lasciato vedere un momento prima? perchè quei suoi occhi avevano un fondo immobile di noia e di malcontento?

Non si era ancora arrivati al caffè che il giovine, confrontato il suo orologio con quello del caminetto, disse:--Cari miei, bisogna proprio che vada. Me ne duole assai, ma non vorrei che Sua Altezza andasse a Cadenabbia e non ci trovasse.

Pare che tu non abbia soltanto degli amici a Cadenabbia--azzardò con un tratto di sfida il misantropo del Pioppino, che in questa carta un po' arrischiata aveva il suo buon giuoco.

--Cioè?--disse Ezio, coll'aria beffarda di chi accetta la sfida.

--Si dice che sarebbe arrivata anche una certa famosa altezza... Chi me ne ha parlato? credo il Bersi quest inverno, quando tornò da Nizza.

--E se anche fosse, che te ne importa? troncò netto il giovine con un'alzata aspra del viso.

A Flora, che stava parlando di musica con Massimo non isfuggì una sola parola di questo breve dialogo, in cui Ezio affettò quasi del brutto cinismo: e la colpì il modo violento con cui egli uscì senza degnarla nemmeno d'un'occhiata. Cresti rideva del suo buon giuoco--Avete visto? pare che l'abbia toccato sul vivo. Come si chiama, donna Vincenzina, quella baronessa ex cantante di cui parlava quest'inverno il Bersi? Ci deve essere stato un piccolo dramma a Nizza tra lei e quell'altra, di nome spagnuolo. Son le prodezze di questi giovinotti.

Flora si mosse improvvisamente e andò incontro alla Bernarda, che entrava col vassoio del caffè. Glielo tolse di mano e passò a preparare il tavolino e le sedie nella veranda.

Aveva bisogno di essere sola un momento. Oh se avesse potuto buttarsi colla testa in terra, piangere, gridare! Da un'ora non facevano che tormentarla in tutti i modi; ma le ultime parole odiose del Cresti avevano finito col configgerle uno spillo nel cuore. Essa non sapeva nulla del dramma a cui si accennava, ma cominciava a sentire che quella donna dalle penne di struzzo era venuta sul lago in tempo per rompere la sua felicità. Si spiegò l'istintiva ripugnanza che le aveva ispirata la sua presenza: si spiegò l'improvviso mutamento di Ezio, che già cominciava a gustare le dolcezze dello studio e della vita domestica: si spiegò la freddezza delle sue parole, la morte de' suoi sguardi, il suo spirito eccitato e caustico..

Vedendolo passare, mentre si recava verso la scala della darsena, non stette più alle mosse; ma obbedendo all'impetuosa forza che l'avviluppò, gli andò dietro. Egli doveva dirle, almeno, in che cosa si credeva offeso.

Giunta all'ingresso della darsena, sentì la sua voce irritata gridare contro il povero Moschino, che doveva averne fatta una delle sue.

--Chi ti ha detto di toccare il canotto? ecco, asino calzato, ora mi hai fracassato il timone. Ah questa non te la perdono, manigoldo.

--Misericordia!--gridò Moschino con voce atterrita.

Alle parole tenne dietro un brusco e scatenato sballottamento di legni. Ezio era fuori di sè, con qualche ragione questa volta. Quel disgraziato nel maneggiare il suo bel canotto _Morning Star_ gliel'aveva conficcato tra il battello pesante e il muro scabro della darsena con tanta grazia che il delicato timone era saltato via in due pezzi. E questo malanno quasi alla vigilia delle regate! C'era di che morir avvelenato di rabbia. E l'ira gli andò così veemente al cervello, che saltando dal canotto sul battello, con quel pezzo di timone rotto in mano, Ezio, preso il ragazzo per il petto, dopo averlo inchiodato sul muro, gli picchiò quel legno sulla zucca, fin che ne restò un mozzicone. Il sangue colò abbondante sul viso del ragazzotto, che andava gridando:--Padron, misericordia!

--Tu non sei amabile, stamattina--disse improvvisamente la signorina del Castelletto, scendendo gli scalini e comparendo non invitata e non aspettata ad assistere a quella brutta scena.--Nemmeno le bestie si trattano così.

--Ma le arcibestie sì--ribattè Ezio senza scomporsi. E continuando nelle sue minaccie, come se Flora non ci fosse, seguitò:--E pensa a sbrattare da casa mia, brutto imbecille. Non dò da mangiare alle bestie che mi rovinano i canotti, io.

--Ora hai gridato abbastanza--interruppe Flora che in questo frattempo s'era chinata a bagnare il fazzoletto nell'acqua e cercava di fermare il sangue della piccola ferita. Poi persuase Moschino a non dir nulla e a tornare in casa dove sarebbe venuta subito anche lei. Il ragazzo obbedì. Allora la fanciulla, che la pietà e lo sdegno rendevano animosa, si volse di nuovo al signorotto di Villa Serena e gli disse:--Prima di cacciar questo povero ragazzo dalla tua casa, dovresti cacciare quel brutto diavolo che hai indosso.

Essa fremeva tutta. Commossa alla vista del sangue e dell'ingiustizia, la Polonia si sollevò e parlò chiaro in tono di sfida, in cui entravano dei personali risentimenti.

Ezio, lieto in cuor suo che essa gli offrisse così a buon mercato il pretesto di rompere le buone relazioni diplomatiche, si alzò nel mezzo del battello e parve un gigante sotto la volta bassa e tenebrosa della darsena. Nella maglia bruna che lasciava nudo il collo e nude le braccia abbronzate dal sole il suo corpo di giovine atleta si disegnò nella plastica bellezza d'un busto di bronzo. E anche l'atteggiamento ebbe del plastico, quando, appuntando verso Flora quel mozzicone di timone che aveva in mano, le disse con un sottile sarcasmo:--Contessina, quando voglio ricevere lezioni da lei so dove sta di casa.

--Ezio!--gridò la povera Flora, opponendosi con un supremo sforzo a un fiotto largo di lagrime, che minacciava di soffocarla:--Perchè sei così cattivo con me stamattina?

--Son quel che voglio essere, in casa mia--ribeccò con collera nervosa.

--Sai che ti voglio bene, Ezio--si lasciò condurre a dire la poverina con un'espressione umile di supplica; ma Ezio, aveva già col remo distaccato il canotto, che scivolò a un secondo colpo fuor della darsena nella luce aperta e svoltò dietro l'argine d'ingresso.

Essa rimase lì sull'ultimo scalino, coi piedi quasi nell'acqua mossa, in cui la persona vestita di chiaro si sconnetteva tutta in una figura tremula e convulsa.

--Sai che ti voglio bene...--stava per ripetere, mentre stringeva la testa nelle mani, come se anche lei fosse stata percossa e tutto il sangue uscisse da quella ferita.--Ezio! Ezio!--avrebbe voluto gridare, scendendo in quell'acqua oscura per corrergli dietro; ma il suo orgoglio si ridestò impetuosamente e non volle più ch'essa piangesse e pregasse. Essa non aveva bisogno di avvilirsi fino alla viltà di quell'uomo. Se egli si era abbassato fino alla menzogna e se da una menzogna cercava di riscattarsi con una violenza, perchè doveva essa seguirlo nel suo fango? no, morire prima: piangere mai!

Intanto il signor vice ammiraglio con una vigoria di colpi che facevano volare il leggiero canotto sul pelo dell'acqua, pigliava il largo come un contrabbandiere che sa come, perduto il momento propizio, non si passa più. Da una settimana andava studiando il suo piano per far capire a una ingenua che non bisogna credere troppo ai temporali d'amore.

Acquazzoni di montagna! egli aveva voluto semplicemente scherzare.

Con un pizzico di malafede diplomatica oggi poteva dimostrarle che il torto è di chi si mescola negli affari altrui.

--Piglia il tuo tempo mentre passa; (diceva accanto a lui un cattivo diavolo) nelle guerre d'amore vince chi fugge.

Poichè l'animo non era del tutto pervertito bisogna anche dire che un senso di malcontento, quasi di rimorso, gli faceva parere pesanti i remi: ma il suo diavolo, seduto in poppa, al posto del timone spezzato, andava soffiandogli negli orecchi:--Via, via, alla larga dalle ragazze che piglian l'amore troppo sul serio.

VIII.

Trista ebbrezza di cattivo vino.

Ezio, accettando l'invito del barone, recavasi una mattina a far colazione a Cadenabbia.

Sul battello s'incontrò in Erminio Bersi, che veniva dalla Brianza, e che era stato invitato anche lui nella sua qualità di segretario della società dei canottieri, della quale il Barone Samuele Hospenthal era uno dei soci fondatori.

Il Bersi, un vecchio giovinotto dalla faccia rubiconda e grinzuta sotto i capelli precocemente imbiancati, raccontò di aver trovato Lolò a Merate tutto in faccende nel sostenere la candidatura di suo cugino il Marchese di Roncaglia; ma lo sport politico non gli avrebbe impedito di essere sul lago il giorno delle Regate.

--Sai chi ho visto a Como? ed abbiamo viaggiato sul battello insieme, fino ad Argegno, dov'è discesa, probabilmente diretta in Val d'Intelvi in compagnia del suo vecchio americano. Ha promesso di venire anche lei sul lago per le Regate dopo che avrà condotto il suo vecchio arcimilionario a vedere il lago di Lugano. Tu sai di chi parlo.

--Di Liana. Le hai parlato?

--Ha voluto presentarmi al suo vecchio miliardario, una specie di baccalà cotto nel petrolio, che la copre di diamanti; ma mi ha fatto capire che si annoia e mi ha chiesto di te.

--E tu che cosa le hai risposto?

--Ho detto che Ezio Bagliani si è dato interamente alla Giurisprudenza.

--Precisamente..--confermò con secchezza il giovane.

--Dice che tu sei stato troppo cattivo con lei.

--Oggi o domani bisognava che io venissi a questa decisione. Potrei risolvermi anch'io a prender moglie.--Ezio rise cogli occhi, mentre offriva una sigaretta all'amico. Poi per girare il discorso gli domandò:--Conosci il barone?

--Da un pezzo, ci siamo trovati tre anni fa ai bagni dell'Ardenza.

--Che uomo è?

--Uomo di molto ingegno, acuto come una lesina, che sa mescolare l'utile al dolce, non privo di ambizione, che aspira a rendere qualche grosso servizio alla deplorata finanza italiana. Non è l'Apollo del Belvedere, poverino, con quella fronte a pera, con quel naso da pappagallo, con quegli occhi da formica, che son sempre in cerca di occhiali; ma è una testa che pensa. Conosce egualmente bene un quadro d'autore come un titolo di rendita, e mentre ti espone un programma finanziario, è capace di citarti un verso di Orazio.

--Che tu forse non sei capace d'intendere.

--È il nostro torto, Ezio. Il mondo, mi persuado sempre più, è di chi sa.

--Paf! esclamò Ezio, picchiando un colpo di mano sul panciotto del vecchio giovinotto. In un altro momento il Bersi avrebbe dovuto pagare l'onore di aver pronunciata una sentenza così seria: ma costui nicchiando continuò:

--In quanto alla baronessa pare che tu la conosca meglio di me; dicono che ella sappia, come Rossini, pigliare il suo bene dove lo trova: ma è d'una imprudenza fenomenale. Avviso al lettore.

Ezio non diede segno di capire, ma si mosse per salutare la bella marchesa Lenzi che montava sul ponte in compagnia di due giovinette sue nipoti e di don Gino Corsi. La Lenzi, che dopo aver divorata tutta la sua parte di felicità, s'era consacrata a procacciare quella degli altri, presentò il giovane Bagliani a Fanny e a Mimì che risposero con vigorosi _shake hands_. Il Bersi ridendo gli disse sottovoce:--Essa ti cova...

La riva e lo sbarco di Cadenabbia erano affollati. Le belle giornate, le prossime regate, il passaggio grande dei forestieri, che incominciavano a piovere dall'Engadina, rendevano la stagione sul lago molto promettente.

--C'è anche il professore--disse il Bersi, mentre il battello si accostava al ponte.

--Che professore?

--Non conosci il sor Paoletto Baracchi celebre professore di clarinetto? eccolo, quel vecchietto che agita il cappello. È il babbo della baronessa, un ometto modesto, allegro, rassegnato, che gode il papato all'ombra di sua figlia. Credo che sia l'uomo più felice del mondo. Mangiare, bere, viaggiare e trovar tutto pagato per uno che ha soffiato trent'anni in un pezzo di legno, si può dare di più?

In un gruppo in disparte Ezio riconobbe la baronessa che gli sorrise al di sotto d'un cannocchialino d'avorio che teneva agli occhi. Vicine a lei eran altre signore, tra cui due giovinette alte, bionde, di tipo esotico, due Russe che viaggiavano sole il mondo. Il barone Samuele col suo contegno umile, d'uomo che digerisce male, faceva da cicerone a un grosso signore, un tedesco all'aspetto, che approvava tutto quel che sentiva dire. Le presentazioni furono fatte sul piazzale dell'albergo. Il barone presentò i suoi amici, il nobile Ezio Bagliani e don Erminio Bersi, al commendatore Zuccani, segretario particolare di S. E. il Ministro delle Finanze al signor Ignazio Bühler, direttore della Banca federale, presidente anche lui del club dei Canottieri di Zurigo.

--C'è voluta proprio tutta la forza di Samuele per averla una mattina con noi, Bagliani--disse la baronessa, mentre serrava con una segreta corrispondenza massonica la mano di Ezio. Questi cercò di soffocare una prima emozione, mettendo in canzonatura le sue grandi occupazioni, i restauri alla villa, le regate, gli studi, le Pandette e Pomponio Labeone.

--Sì, sì, tutte belle cose, ma noi abbiamo bisogno dei nostri amici--disse la baronessa, infilando il suo braccio pesante in quello del giovine.

Ersilia Baracchi maritata al Barone Hospenthal, bella sempre nella sua floridezza di donna leggiera e sciocchina, quella mattina poteva parer bellissima anche per la singolarità del suo modo di vestire. Non più penne di struzzo in testa, ma un cappello di paglia o piuttosto un cestello di spighe e di papaveri. In dosso aveva una giacchettina a vita, di sottile stoffa inglese paglierina con risvolti gialli, sopra una sottana della stessa stoffa a pieghe pesanti, che non arrivava a nascondere gli stivaletti alti di montagna e sulla quale cascava da uno dei lati una borsetta di cuoio di Russia. Gli alti guanti svedesi che le stringevano il braccio fino al gomito e il parasole dal lungo bastone di bambù colla punta ferrata compivano il suo costume di driade calzata, che poteva far sorridere le vere dame dell'eleganza; ma che essa portava bene colla disinvoltura della seconda donna, che ne ha portati di più stravaganti.

Prima di entrare nell'albergo, dove li aspettava la colazione, la baronessa si voltò a salutare le signorine Sanin, le due sorelle russe, e diede loro un prossimo convegno.

--Io dovrò presentarla a queste signorine, caro Bagliani, per combinare con loro qualche bella gita in montagna. Sono innamorate dell'Italia, dei nostri laghi, del nostro canto... e di me.

--Poco merito!--balbettò Ezio guardandola negli occhi. Che cosa le volesse dire con quello sguardo non sapeva bene nemmeno lui; ma poichè era venuto a questo invito e gli capitava l'occasione di divertirsi con questa mimica, non voleva venir meno allo spirito della situazione. L'anima superficiale e la coltura rudimentale di una donna che scriveva _Ezzio_ ed _Ersiglia_ non potevano commuovere troppo profondamente i gusti aristocratici di un raffinato, come il nostro vice ammiraglio, che aveva navigato nei golfi più oscuri dell'amore; ed era stato ben lieto che le scenate di Nizza (dove Liana, come si raccontava, aveva preso a schiaffi la baronessa in pieno giardino pubblico) l'avessero liberato da un pericoloso perditempo e gli avessero data la forza di rompere una vecchia catena.

Ora che si trovava in un momento di raccoglimento spirituale, non avrebbe voluto ripigliare il giuoco, se non fosse stato il bisogno di opporre qualche distrazione al suo rimorso e di strapparsi alla seduzione, forse più pericolosa, di Flora.

La baronessa tornò a ripetere il suo progetto di una bella gita in montagna.--Sento che quassù c'è un'alpe dove si può anche riposare la notte. Non ho mai passata una notte in montagna. Ci deve venire anche lei, Commendatore--soggiunse volgendosi al giovine segretario particolare che era sempre in moto a cercare il cordone degli occhialetti tra i peli della barba nera e folta.

--_Ovve va la bbaronessa è ssempre un sentieru fiuriddu_--declamò l'illustre uomo politico, alzando il mento e socchiudendo gli occhi, come se recitasse una formola sacramentale.

--E voi, Buhler, siete alpinista?

--Fin dove arriva il barone, madama--rispose in discreto italiano il direttore della banca federale, ridendo colla traboccante giovialità d'uno svizzero contento di sè.

Il Bersi si lasciò acchiappare dal sor Paoleto, antica conoscenza, che cominciò a ricordargli certe misteriose scappate fatte insieme a Viareggio e a Chiavari nelle rosticciere popolari dei calli, dove più che aria si respira pesce fritto.

Il vecchietto dagli occhi vivi, dalle guance infossate, come se il lungo soffiare le avesse sgonfiate, solido e frettoloso come un frullino, conservava al disotto della sua nuova felicità e del signorile benessere che godeva in casa del baron suo genero, i gusti dell'antico e modesto filarmonico e il suo piacere più forte era di scappar dalla soggezione dei pranzi di lusso dei ricevimenti, per correre a soddisfare la gola con un bel piatto di spaghetti al pomodoro, _non tropo coti_, o di pescheria alla genovese, mangiata in tre o quattro amici sotto un pergolato d'osteria. In queste circostanze, se trovava un po' d'incoraggiamento, faceva sentire ancora il clarinetto che da sei o sette anni dormiva scomunicato nel vecchio astuccio.--Scarso e sottile nei vestiti ancor buoni che il genero milionario gli faceva (con ben intesa economia) portare, volonteroso e sempre pronto a render sevigio a tutti, il sor Paoleto non era un uomo inutile in quella gran casa senza figliuoli; curava i pappagalli, accompagnava a spasso la Tota, una vecchia cagna stanca di vivere, portava lettere, involtini, ambasciate alle sarte e alle modiste di sua figlia la baronessa e durante il tempo che i figliuoli giravano all'estero, solo, nella gran casa di Milano, restava a custodire le bestie, di cui mandava le preziose notizie fino a Parigi, a Madrid, in Egitto.

La colazione fu preparata in un elegante salotto dell'albergo, che faceva parte del quartierino che il barone aveva scelto per sè nell'angolo più ombreggiato: e fu servita con una grande profusione di piatti, di vasi, di fiori.

Bellissimi mazzi d'orchidee, dalle forme più strane e contorte, s'intrecciavano fra i trionfi di cristallo sopra un tappeto di fiori teneri dai colori delicati steso come un tovagliuolo nel mezzo della tavola. Altre orchidee dalle corolle fantastiche in mezzo a foglie vellutate e screziate come stoffe riempivano i vani delle finestre, che davano sul verde nero dal boschetto, da cui veniva un chiarore caldo, che moriva lentamente sulle argenterie, sulle cornici d'oro e sugli specchi del bel salotto tappezzato di cuoio.

Si vedeva in quell'apparato di sfarzo e di ricchezza l'intenzione di far colpo o sul segretario generale o sul direttore della Banca di Zurigo, o su tutti e due. Il barone, che sapeva così bene far qualche economia sui vestiti smessi, sapeva anche spender bene quando voleva dare un saggio della sua potenzialità economica. Cattivo stomaco, logorato da una vecchia dispepsìa, per conto suo mangiava come una gallina e non beveva che vino comune molto allungato in una quantità straordinaria di acqua di Vichy: ma conosceva troppo bene gli effetti psicologici che un buon pranzo e delle buone bottiglie producono nelle disposizioni umane. Da un anno Samuele Hospenthal, quest'uomo sempre in preda a crampi di stomaco, andava tra una stazione e l'altra della sua vita vagabonda preparando gli elementi per la costituzione di una forte Banca italo-elvetica, che doveva aver sede in Milano con appoggi solidi nella Banca Romana, che già fin d'allora godeva le simpatie di molti deputati: e siccome tutto faceva prevedere un vicino patatrac, il barone avrebbe voluto prepararsi a rilevarne le rovine con una forte organizzazione Bancaria, che fosse lì pronta a sostituirsi. A questo solo intento, tra una regata e l'altra, quell'uomo sobrio che per risparmio di respiro non finiva mai un discorso, aveva trovato il tempo di fondare e di sostenere due giornali, il _Corriere Commerciale_ di Genova, e _l'Eco della Borsa_ di Napoli, che andavano da sei mesi preparando un terreno propizio.

La baronessa fece sedere alla sua destra il Segretario generale che bisognava carezzare e alla sinistra Ezio Bagliani, il piccolo ribelle; in faccia aveva il marito tra Buhler e Bersi. Il sor Paoleto, per non rompere la simmetria aveva mangiato prima alla _table d'hôte_, ma si riservava di far onore al _punch frappé_ quando fosse venuto.

La conversazione corse rapida e animata tutto il tempo che durò l'elegante servizio fatto sotto la direzione stessa di monsieur Detraz, il maggiordomo, con un ordine silenzioso e colla precisione degna d'una cerimonia religiosa. Il cartello della mensa cominciava con _oeufs brouillés aux truffes_ e finiva col _punch frappé_ passando attraverso a dei _rougets grillés_, a uno squisito _filet de chevreuil_ e a piatti riboccanti di frutti e di confetture.

Nè meno squisita fu la lista dei vini che un cameriere biondo come Apollo, versò di seguito in una serie di bicchieri di cristallo degradanti come una zampogna, dal bianco Chablis, dal Bordeaux lucente come sangue vermiglio, allo Champagne biondo e spumante che traboccava fremendo dalle coppe fragilissime.

Era la calda abbondanza della buona tavola, a cui Ezio col vigor lieto de' suoi ventiquattro anni, sotto l'occhio carezzevole d'una bella donna che lo desiderava, fece un superbo onore. I discorsi seguitarono a riscaldarsi nel tepore delle vivande, che spandevano un acre odore di salse in quell'aria già carica del profumo dei fiori. Si parlò di politica, di regate, del lago di Como, in paragone coi laghi svizzeri, delle brutte notizie di Sicilia dove si faceva nuovamente sentire l'azione rivoluzionaria dei Fasci socialisti. Il Bersi, che era sempre un po' sfrenato nel bere, non trovava che un rimedio ai torbidi:--Polvere e piombo.. come il general Radetzky soleva fare coi milanesi nel 48. Finchè l'idra avesse avuta una testa (e i capi bisognava fucilarli subito) la Sicilia non avrebbe mai ricuperato la sua quiete: ma il guaio d'Italia--soggiungeva il vecchio giovinetto, chiedendo scusa a sua eccellenza il commendatore Zuccani--il guaio era tutto nella debolezza del Governo.

Il Commendatore si permetteva di osservare che la questione era complessa: che veramente un po' di miseria c'era laggiù.