# Col fuoco non si scherza

## Part 4

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/col-fuoco-non-si-scherza-19059/index.md

--..._praebeat_, Ottaviano Augusto, Valentiniano, Valente, Graziano sotto il titolo:--_de iis qui latrones_.....

--Salta il lardello, biondina.

--Ulpiano tiene responsale di furto chi persuade il servo a fuggire e cita la conforme opinione di Pomponio Labeone che scrive:--_non minus delinquunt_...

--Salta!

--Non capisco se questo Pomponio è una persona sola con Labeone o so siano due giureconsulti.

--Che te ne importa? quando si sta bene in salute.

I due giovani risero di nuovo in coro e fecero ridere di nuovo la mamma zietta, che si sforzava di aguzzare una faccia severa sopra il calcagno d'una calza che teneva nelle mani.

Essa temeva sempre in cuor suo che Flora si abituasse a scherzare col fuoco e ne avesse poi a riportare qualche scottatura. Ma Flora diceva sempre:--Non aver paura, mamma; so fin dove posso andare.

--Tira avanti che è bello, Flora--comandò Ezio.

--«Ulpiano afferma...»--ma li conosci tu questi bravi signori?

--Ulpiano credo di averlo sentito nominare. In quanto a Pomponio Labeone, dacchè l'ho dato alla balia, non ho mai avuto notizie de' fatti suoi.

--«Noi non intendiamo con ciò di negare il fattore antropologico del delitto--continuò Flora, leggendo nel manoscritto--ma intendiamo soltanto di dimostrare questa verità: l'unione degli individui peggiora moralmente ciascuno,»--Ma sai che quel tuo gobbino ne dice delle belle? Par che abbia conosciuto Lolò.

--Va avanti, lingua velenosa,

--«Avviene allora...»--senti anche tu, mamma, come scrive bene il nostro Ezio, quando fa il Pomponio Labeone:--«avviene allora una degenerazione fatale dovuta a quella verità dolorosa che nella società come nella natura sono i germi peggiori quelli che più facilmente si riproducono e si diffondono. Il microbo del male ha una potenza d'espansione infinitamente più grande di quella del bene--(Flora andava alzando la voce in tono di predica, gesticolando con un dito in aria)--giacchè, mentre pur troppo si sa che molte malattie sono contagiose, non è ugualmente provato che sia contagiosa la salute...»

--Ti giuro, zietta, che non le ho scritte io queste belle parole: è tutta sapienza del gobbetto.

La lettura andò avanti ancora un pochino a spinte e a calci; ma quando si fu alla fine del primo capitolo e che si annunciò il secondo sul _«Manutengolismo»_ Ezio si alzò e disse:

--Basta per oggi: ho fame.

* * * * *

Mezz'ora dopo sedevano tutt'e tre intorno alla piccola tavola imbandita sulla terrazza, nell'ombra fitta d'una pergola di vite americana, che si appoggiava da una parte al muro della casa e dall'altra al grande oleandro in fiore. I due giovani, messi in vena dalla giurisprudenza, fecero onore alle uova, al montone, al pane fresco e al vin bianco non troppo brusco. Si parlò delle prossime Regate, che dovevano quest'anno aver luogo nel bacino di Tremezzo e che avrebbero attirata mezza Lombardia. Ci dovevano essere corse a vela, corse di canotto, corse di barcaiuoli, per le quali si stavano già raccogliendo ricchissimi premi e vessilli dalle patronesse. Ezio nella sua qualità di vice presidente aveva offerta la bella coppa d'argento vinta lo scorso inverno col suo _Morning Star_ a Nizza, dove aveva battuto i canottieri della Senna. Di Tremezzo avrebbe corsa la gara dei barcaioli il bell'Amedeo, il fidanzato di Regina, che sperava quest'anno di battere quei di Gravedona.

Ezio, animato dal vinetto bianco e dall'aria viva che rinfrescava il terrazzo, passò dalla nautica a discorrere di scherma, e piantatosi nel mezzo dello spazio libero, mostrò a quelle due donne e alla vecchia Nunziata, che entrava col piatto dei fichi, come si giuoca una finta all'avversario, quando lo si attira per appoggiargli una puntata al petto. Flora corse a prendere due bastoni e provò a incrociare il suo ferro con quello del quasi cugino, che dopo varie mosse di cortesia, si lasciò ferire nello sparato della camicia per dar spettacolo di un uomo che, colpito a morte, barcolla e cade boccheggiando nel proprio sangue.

La mimica commosse tanto la povera Flora, che chinatasi con un ginocchio a terra sul finto morente, finse di piangere e di strapparsi i capelli rossi, i quali si sciolsero davvero dalle stringhe e dalle forcine posticcie e scesero nella loro straordinaria e rubiconda abbondanza sopra le spalle e il busto. La vecchia Nunziata, affascinata, stava lì immobile come stanno le statue del Sacro monte, colla faccia irrigidita nelle grinze, in una espressione di comica afflizione, quasi dubitasse che il signor Ezio fosse ferito davvero; e intanto lasciava cascare i fichi dal piatto.

Flora era ancora in quell'atteggiamento di Maddalena, cercando di sollevare la testa del falso moribondo, quando la signora Matilde, scattando improvisamente, gridò;

--O Cresti, da dove è scaturito?

--Dall'uscio.--Sulla porta della sala, due passi dietro la donna dei fichi, s'era fermato anche lui in un atteggiamento tra il comico e il disgustato, il solitario del Pioppino, che teneva tra le mani un canestrello di vimini, coperto da un tovagliolo, una vera figura anche la sua di presepio meccanico.

--O Cresti--declamò Ezio in accento tragico, stendendogli la mano dal terreno--tu arrivi a tempo a baciare un moribondo. Pianta, ti prego, una carota sulla mia tomba.--Com'ebbe detto ciò si lasciò andare morto del tutto, acciuffando un paio di fichi che si mangiò colla pelle.

--Morirà la capra d'una povera donna, non certe bestie--brontolò, facendosi avanti con lenti passi il padrone del Pioppino fino alla tavola, dove collocò il prezioso canestrello, che dava dei guizzi come se avesse dentro qualche cosa di vivo. Quando Flora potò supporre quel che di veramente vivo ci doveva esser dentro, dette un grido di gioia, e così come si trovava, con quella fiera chioma disciolta sulle spalle, rimosso con precauzione il capo del tovagliuolo, si prese nelle mani un coniglietta vivo, tutto bianco, una morbidezza calda che faceva tenerezza a stringere: e piagnucolandogli sopra, colla bocca appoggiata al pelo liscio e morbido-.--O che caro Cresti, si è ricordato! guarda, mamma, come son belli, Son novellini?

--Hanno poco più di una settimana.

--Cari, cari! e mangiano da soli?

--Cari, cari--disse Ezio, risuscitando--e come si mangiano?

--Tu stai meglio morto...--gli disse Cresti, mettendogli la mano dura sul petto.

--Tu mi odii, o Cresti: lo sento, lo vedo: uno di noi è troppo sulla terra. Ti lascio la scelta delle armi.

--La scopa, la scopa--ribattè il misantropo, divincolandosi tra le strette di Ezio che cercava di fargli ballare un minuetto. Quando fu possibile avviare un discorso ragionevole, Cresti insegnò a Flora come dovesse trinciare minutamente delle foglie di cavolo, ammollarle nel latte in una scodella, e come dovesse a poco a poco imboccare i coniglietti. Poi volgendosi a Ezio, gli disse bruscamente:

--È arrivato tuo zio Massimo.

--L'ambasciatore della Bolivia? e perchè non viene ad abbracciare l'unico suo nipote?

--Verrà, verremo insieme, Ora è un po' stanco del viaggio.

Ezio tirò un poco in disparte la zia Matilde e abbassando la voce, domandò:--Questo mio zio doveva sposare la mia madrina, non è vero?

--Come sai questa storia?--esclamò essa, arrossendo e confondendosi.

--Ho trovato alcune lettere tra le carte del babbo; ma voi sapete che sono uomo di mondo capace d'intendere e di compatire.

La zia Matilde strinse la mano del giovane nelle sue e mormorò:--Son storie di altri tempi: storie morte o sepolte.

--Io non desidero che di voler bene a chi mi vuol bene,

--Bravo Ezio!--disse la zia con voce commossa. Improvvisamente il giovane si ricordò che per le undici e mezzo doveva trovarsi col Bersi e con altri amici del Comitato.

Il tempo gli era volato via più presto del solito quella mattina. Sentendo sonar mezzodì, scese la scaletta che dal giardino va alla riva e diede una voce ad Amedeo, che stava stendendo alcune reti al sole. Il giovinetto venne colla barca.--Addio, addio, e grazie di tutto...--gridò saltando nel legno e afferrando un remo.--A rivederci domani per il secondo capitolo; e tu, Cresti, non augurarmi una perfida morte. Saluti carissimi allo zio: ditegli che l'aspettiamo a colazione; sarà bene che veniate tutti quanti una di queste mattine.

--Addio, Pomponio Labeone--gridò Flora all'orlo dell'acqua, mentre cercava di allacciare colle mani dietro la nuca quel suo mazzo di bisce infocate dal sole.

La signora Matilde dall'alto del muro faceva addio colla mano indulgente, ancor commossa delle parole che il giovane aveva saputo trovare in fondo al suo cuore.

Quando si volsero per cercar Cresti, non lo trovarono più. Qualche cosa aveva offesa la sua nervosa suscettibilità, al solito; ma il buon Cresti era di quegli uomini che ritornano.

IV.

La Saetta.

Flora Polony non era di quelle bellezze che saltano agli occhi e che fanno dire alla gente che passa;--Guarda che stupenda ragazza! Piuttosto alta e slanciata, la sua persona più vigorosa che ricca sentiva ancor molto lo squilibrio di uno sviluppo affrettato, che i ventidue anni cominciavano appena ora a frenare e a consolidare.

La testa molto alta sul busto, sopra un collo ammirabile per candore e per delicatezza, dominava un po' troppo con quella folta criniera di capelli color del rame, ribelli al pettine, e sempre in aria come le idee della padrona.

La natura sana, solida nei muscoli, flessibile ai cenni d'una volontà piuttosto impaziente, traspariva da quel suo corpo non ancora finito di grande collegiale, dalle lunghe braccia aguzze nei gomiti, dal collo del piede che usciva dalla balzana troppo corta della veste, dai movimenti soldateschi non corretti da nessun'ambizione femminile, anzi peggiorati da un'ingenita pigrizia per tutto ciò che fosse ordine e disciplina. Molto era in lei del colonnello di cavalleria--come soleva dire la zia Vincenzina--che avrebbe voluto vederla più corretta e più pettinata. Ma gli occhi d'un celeste chiaro erano di una bellezza rara e parlante; la voce d'una risonanza metallica aveva nelle parole e nel ridere degli squilli sonori di battaglia, che indicavano uno spirito nato per dire e per fare cose non comuni, che si rifiuta agli effetti volgari come alle regole della moda e del galateo dei salotti, in cui le signore amano sparpagliare più di quanto possono disporre. Ezio, abituato a bellezze più molli e più seducenti, non aveva mai posto mente a quel non so che di insolito e di selvatico, che era nella bellezza intellettuale di Flora; anzi ara uno de' suoi gusti, quando poteva mettere in ridicolo gli angoli e i triangoli sporgenti di questa figura geometrica di ragazzona selvatica, ingenua, ignorante di tutto ciò che forma la forza della civetteria femminile, e a cui si poteva dar a intendere tutto quel che si voleva. Certe spavalderie, che alle amiche villeggianti parevano quasi il frutto di dottrine anarchiche, non erano in Flora che la natura stessa tenuta incolta e innocente da una vita semplice e solitaria.

A ventidue anni, per quanto andava intorno con un gran cappellaccio da pastore e colle scarpe di montagna e con un passo da monello, Flora non conosceva della vita che quanto se ne può capire attraverso ai romanzi inglesi dell'edizione Tauchnitz. Si può essere sicuri che essa non conosceva nemmeno sè stessa: e più sicuri ancora che Ezio, più navigato nelle acque del mondo, sapeva per quanto poteva venderla e comperarla.

Ma noi abbiam detto che il giovinotto era in un momento di raccoglimento spirituale, in un bisogno di vita raccolta, come gli capitava di tempo in tempo, quando la nausea e la stanchezza della vita allegra lo spingevano verso idee di ordine e di riposo.

Il noioso conflitto con Liana, il bisogno che aveva di romperla con questa bellezza noiosa e cretina e di compiere definitivamente i suoi studi, gli facevano parere dolci le ore che passava a Villa Serena e al Castelletto in tranquille occupazioni amministrative, tra i libri e le memorie, nella lettura di vecchie riviste, che gli portavano in ritardo una quantità di notizie e di curiosità a cui nella furia del divertirsi non aveva tempo di fare attenzione.

Flora, creatura sana e intelligente, rivestita di bellezza morale, ritornava in questi momenti a prendere il suo antico posto nello spirito del giovine scapestrato, che nella grazia spirituale e pura di lei risentiva il fascino misterioso che la virtù esercita sempre al di sopra d'ogni altra lusinga, specialmente in chi sa e tocca colla mano di quanta cipria e di quanto belletto sia impastata la bellezza corrotta. Gli occhi di Flora avevano profondità marine: negli occhi di Liana era come guardare nell'acqua scura d'uno stagno. Una risata acuta di Flora saliva al cielo come uno scampanìo a festa; il sorriso fatuo di Liana non usciva dai labbri dipinti. I moti della fanciulla onesta erano l'espressione della forza sana e della volontà potente: le cascaggini flessuose di Liana non erano che le contorsioni della debolezza. Flora era l'aquila o il falco dell'aria; Liana e le sue pari niente di più che delle graziose lucertole.

Questi confronti tornavano, come dico, assai spesso al giudizio del suo pensiero e per quanto egli non fosse abituato ad approfondire la riflessione per non farla pesar troppo sul cuore, tuttavia sentiva che la verità della vita non era che in ciò che essa può avere di buono e di sano. Sentiva nello stesso tempo che in questa patetica convinzione vi poteva essere una trappola e un pericolo; e si propose di stare in guardia contro le seduzioni dei cappelli rossi.

Dopo ch'egli ebbe combattuto con Flora una partita di scherma sul terrazzo del Castelletto, che s'era lasciato ferire da lei, che aveva visto quel profluvio di capelli cascanti sulla sua persona, un fascino nuovo e pericoloso lo accompagnava sempre, come se il fantasma di Flora lo perseguitasse, come se tutto quel rosso gli fosse rimasto troppo impresso nella retina degli occhi.

--Adagio, Biagio!--andava raccomandando a sè stesso--qui non si scherza. Se sdruccioli nella virtù, sei finito per sempre. Peccato che Flora non abbia dieci anni meno! fra dieci anni io avrei potuto rifarmi in lei una soave verginità di cuore. Ma ora no; sarebbe male e per me e per lei... Uccel di bosco, non posso ancora desiderare la gabbia d'oro. La virtù, una volta sposata, è difficile far divorzio. Tu avrai sempre tempo di farti eremita; basta un sospiro a creare un santo. Ma nessuno ti potrebbe compensare della giovinezza perduta, quando ti vedessi già nonno a cinquant'anni.

Belle massime di beato egoismo, direte; ma per il momento egli non ne aveva di migliori. Non pensano forse così tutti coloro che possono far qualche conto sui piaceri della vita?--Il giudizio vien da sè in groppa al tempo senza bisogno di mandarlo a cercare come un chirurgo.--Era anche questa una delle sue massime!

Il caso del povero Bersi che a trent'anni si vedeva condannato al matrimonio e i cento esempi di tristezze coniugali, che nella sua breve esperienza aveva già avuto occasione di conoscere, bastavano a metterlo in guardia contro i falsi gorgheggi di quell'idealismo, che attira i merli per farli poi morire nella rete dei santi doveri, Non gli pareva di aver la barba di un padre di famiglia; quest'idea lo faceva ridere e nello stesso tempo rabbrividire.

Con ciò Ezio non rinunciava ad ammirare _en artiste_ quel che vi poteva essere di bello e di ammirabile nella galleria della virtù, cioè, per stare al caso suo, sentiva di voler bene a Flora, di cui conosceva oltre a qualche singolare prerogativa fisica, il prezioso valore morale, la linea aristocratica, la spontaneità, la freschezza, il profumo d'una rosa non ancor passata in nessuna mano.

Volentieri tornava al Castelletto, andava spesso in barca con lei: o colla scusa di farsi accompagnare in qualche esercizio di violino, la invitava spesso a Villa Serena.

Dal giorno che gli era venuta la buona idea di mettere un poco d'ordine nelle carte del babbo, l'aiuto intelligente di Flora gli era stato preziosissimo. Si voleva dare un assetto nuovo a certe sale, rimovere una libreria, preparare il materiale per una futura pubblicazione: bisognava far passare un mare di carte vecchie, di stampe, di lettere, di giornali: leggere, trascegliere il buono, metter via quel che pareva meno opportuno.

Un giorno tra gli altri, mentre la mamma era in stretta e confidenziale conversazione colla zia Vincenzina nella sala della veranda, Ezio e Flora coll'aiuto di Moschino trascinarono nel corridoio delle stanze superiori un vecchio e pesante baule, non ancora esplorato, che conteneva non so quante centinaia di volumi degli atti ufficiali del Parlamento subalpino. Che se ne doveva fare? abbruciarli era peccato: nè si voleva ingombrar stanze e scaffali con roba fuor di stagione. Ma intanto conveniva far passare quei grossi volumi che potevano contenere note e postille di qualche valore, Da un'ora i due giovani lavoravano con intenso raccoglimento, in mezzo a una nuvola di polvere, presso la finestra del balcone, levando dalla cassa i libri, che andavano disponendo in una lunga fila sopra la tavola accostata al muro. Lavoravano in buona armonia, come due camerati, comunicandosi a vicenda le loro scoperte, con tanto gusto di sentirsi vicini che non si accorsero nemmeno che il cielo s'era andato via via oscurando e che un fosco temporale rompevasi già sopra la cresta del Grussgal.

Moschino scese a chiudere le persiane contro i primi goccioloni che battevano sui vetri della veranda, mentre Ezio e Flora correvano dentro e fuori per le stanze ad assicurare porte e finestre. La casa fu presto invasa da quella oscurità, che dà ai muri e agli oggetti una improvvisa espressione di sgomento e rende l'animo pauroso delle proprie sensazioni. Il cielo divenne ben tosto d'un bigio cenere, intenso, carico di vento e di tuoni: il lago, teso, d'un color di ferro pareva scosso da impeti convulsivi, mal frenati dalla stanchezza pesante dell'acqua, su cui roteavano i gabbiani con giri instancabili e capricciosi. La pioggia cadeva già sulla montagna, ma veniva avanti a corsa, preceduta dal gemito spaventato delle piante che luccicavano nel sinistro crepuscolo: ed ecco subito scendere oscura e densa contro la casa e scrosciare con furioso impeto sul giardino che si umiliò a riceverla avvilito.

Non era un temporale come se ne danno tanti in agosto; e infatti si seppe poi che nelle valli aveva fatto il diavolo, strappato alberi, diroccato muri, gonfiato in malo modo i torrenti che menarono sassi e rovine.

Oramai non rimaneva che di chiudere la finestra del balcone, dove l'assalto dell'uragano era più forte e per la quale entrava già a rigagnoli l'acqua a innondare i libri. Flora che correva di camera in camera, gridando per un selvaggio gusto, come se in quella battaglia di elementi trovasse anche lei il suo posto di combattimento, vedendo la pioggia invadere il corridoio, cercò di chiudere le persiane anche da questa parte. Ma per far questo bisognò prima aprire i vetri e affrontare la furia dell'acquazzone, che fu più forte di lei, le strappò di mano le imposte, l'avvolse, l'accecò con un turbine così villano, che grondante acqua dai mille capelli dovette ritirarsi e chiedere aiuto. In quell'istante la saetta, che s'era tenuta in riserbo per il colpo finale, scoppiò sopra un ginocchio del monte, tutta la casa traballò e un guizzo sanguigno passò nel cielo, tra gli alberi, nel cuore della fanciulla, che si ricoverò atterrita nelle braccia di Ezio. Egli l'accolse e la protesse, tirandola nella gabbia della scala a riparo dal vento: l'accolse e l'avvolse nelle braccia e la tenne così un poco, fin che gli parve di sentir battere il povero cuore spaventato. Ma il profumo che esalava da quei molti capelli avvolse lui che ci posò la bocca e ci lasciò cadere tre grandi baci, che scesero profondi come tre goccie di piombo caldo a bruciare per un istante tutte le fibre vitali della fanciulla, che si abbandonò più pesante e si dimenticò in una breve e soave inerzia.

Fu essa la prima a rompere i lacci: e lo fece respingendolo con lenta e rigida violenza. Era pallidissima, ma splendida di un amabile terrore. Si liberò da lui, scosse due volte quella sua chioma leonina, e scese a corsa la prima rampa della scala. Egli si tenne aggrappato all'inferriata. Dal pianerottolo, Flora mandò sulla punta della mano un gran bacio a lui e scese a precipizio a cercar la mamma, che vedendola così bagnata e scomposta, le avvolse la testa in uno de' suoi scialli di lana. La fanciulla andava ripetendo:--O mamma, che spavento...!--e lasciandosi andare sopra un canapè, premendo il suo cuore colle due mani, diceva a sè stessa:--mio cuore, che dolcezza!

Ezio rimase un pezzo avanti ai vetri della finestra su cui scorrevano le goccie come lagrime lunghe, sbalordito, pentito, seccato, in collera con qualcuno poco lontano, cogli occhi fissi all'uragano che si allontanava come un vincitore, ma veramente egli non vedeva nulla. Non vedeva il raggio di luce livida, che sprigionandosi dal nugolone nero, correva sulle creste della burrasca come un faro elettrico a illuminare la danza dei cavalloni bianchi e verdognoli. Quel raggio di luce solare, come se fosse mosso da una mano nascosta nel grembo della nube, si apriva a ventaglio e scendeva a illuminare le acque più lontane che brulicavano in un colore verdicino, si posava sulla montagna, schiariva d'un chiaror umido, e stinto le case, le ville che parevano immerse in una grande lontananza. Ezio non vedeva nulla, nemmeno gli uccellacci che volticavano nello spazio.

--Perchè l'aveva baciata?--Cominciava a capire d'aver commessa una bestialità. S'era lasciato trasportare anche lui come un gabbiano da un soffio temporalesco di passione, e ora se ne pentiva per tutti i corollari che la testina logica di Flora ne avrebbe tirati.

--Maledetta la saetta!--brontolò, movendo qualche passo per il corridoio, colle mani ciondoloni nelle tasche dei calzoni, curvo nelle spalle, avvilito, pensando ai modi coi quali avrebbe potuto purificarsi di quel grosso peccato d'irriflessione. Era la prima volta che un bacio fuggiva dalle sue labbra senza il permesso del babbo: quasi stentava a riconoscerlo per suo.

--Maledetta la saetta!--brontolò tutto quel giorno in cui parve più distratto e più incontentabile del solito: e il rimorso, misto all'amaro sapore della stizza, gli saliva alla gola e gli riempiva la bocca ancora quando si cacciò sotto le coltri; per la prima volta stentò a pigliar sonno: e il letto gli parve pieno di stecchi.

V.

L'incontro.

--Quando si va dunque a far visita a Villa Serena?--chiese per la terza volta il Cresti a Massimo Bagliani.

--Che vuoi? ho sempre un po' di paura.

--Paura di che? dei morti?

--No.

--Dei vivi?

--Nemmeno. Ho paura di me stesso.

--Tu sei un gran ragazzo. Ezio non sa capire perchè io non abbia ancora condotto il suo bravo zio d'America: e più aspetti, più dai a questa tua paura un significato che non ha,

--Allora andiamoci domani--disse finalmente Massimo dopo una lunga riflessione.

* * * * *

Massimo, fratello di Don Camillo Bagliani, più giovane di lui un certo numero di anni, poco prima della guerra del sessantasei aveva conosciuto in casa del Colonello Polony la bella Vincenzina Stellini, sorella di Matilde e se n'era perdutamente innamorato. Ma allora non era che un ufficiale in principio di carriera, sprovvisto affatto di fortuna, non in grado di pigliar moglie.

