Col fuoco non si scherza

Part 24

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«In ogni modo tenete accese le vostre lampade: scrivetemi e parlatemi di tutto ciò che mi possa far bene».

X.

Amore e rimorso.

Ezio, fatto pratico dei luoghi, amava passeggiare solo lungo la bella strada litorale, soffermarsi davanti alle case dei pescatori che impararono a conoscerlo e aver pietà di lui, scendere qualche volta nelle loro barche e andar con loro alla pesca. Le donne e i ragazzetti lo circondavano con pietosa curiosità e amavano raccontargli la storia della loro vita non più varia di quella delle ostriche.

Qualche volta spingevasi oltre le ultime case del paese fino a uno scoglio, su cui sorgeva un modesto caffè detto dell'_Aurora_ che dava con un terrazzo direttamente sul mare. La sora Cecchina, quando lo vedeva comparire, metteva a scaldare l'acqua del tè e mandavagli incontro Sabinetta, una sua bambina di undici anni, che aveva trovato nel signor Ezio il suo angelo ausiliario.

Sabinetta andava a scuola e non era delle ultime nel leggere e nello scrivere: ma c'era il terribile scoglio dell'aritmetica e dei quesiti ad risolvere, che eran cagione di pianti e di guai. Ezio aveva la pazienza di ascoltare questi piccoli corrucci e a poco a poco aiutava la bambina a dipanare le piccole matasse de' suoi conti col vinaio e col mercante d'olio.

In compenso voleva che ella gli facesse sentire qualche bella poesia del suo libro di lettura.

Sedevano a un tavolino sulla terrazza, alla brezza viva del mare, e mentre la mamma preparava il tè, Sabinetta declamava il suo Metastasio e il suo Parzanese colle modulazioni d'una piccola artista.

Nella voce argentina e nelle emozioni della fanciulla, che aveva graziette tutte sue, pareva a Ezio di vedere le movenze delicate d'un'anima e il suo cuore s'inteneriva d'un piacere quasi paterno. Tra le altre amava farle ripetere una lirica sulla _Cecità_, che il libro dava come tradotta dal tedesco:

Me pur lontan la giovine Inquieta pupilla un dì traea; Sul mio capo le aeree Nubi, in un mar di luce, errar vedea.

Pei campi fino all'ultimo Orizzonte scorrea lo sguardo anelo, Dove in azzurra linea Si confondono insiem la terra e il cielo...

Or quegli anni fuggirono; Serena luce, ahimè perduta, addio! Nella più fitta tenebra S'è rinchiuso, per sempre, il guardo mio.

Se me più non allietano I rai del dì, sovra il mio triste fato Non versate una lagrima: Gioje novelle ora gustar m'è dato.

Io son siccome un reduce Da lochi estranei al suo paterno ostello; Non è, credete, l'intimo Mondo dell'altro esterior men bello.

Come in Sacrario, l'anima Quanto di grato in lei scende, ritiene; Ciò che vale a commoverla, Internamente suo tosto diviene.

La ragazzina diceva questi versi colla dolce cantilena che le avevano insegnato a scuola e non sempre il suo pensiero penetrava nel senso delle cose: ma Ezio non ne restava meno commosso.

Un giorno egli tornava dall'_Aurora_, solo, col bastoncello in mano che gli apriva il passo, ripetendo a voce alta i versi

«Io son siccome un reduce Da lochi estranei al suo paterno ostello»...

quando a un tratto gli parve di sentirsi chiamare per nome. Si fermò una prima volta dubbioso d'aver ben inteso. Un passo leggiero suonava accanto sulla terra asciutta del viale.

--Ezio...--mormorò ancora la voce di prima un po' meno paurosa. E questa volta sentì nello spazio la presenza d'una persona che non osava appressarsi.

--Chi mi chiama?

--Son io, Ezio: io, Liana...

--Ah!--fece il giovine, alzando meccanicamente il bastone in atto di difesa. E dopo esser rimasto alquanto perplesso, riprese:--Ebbene, che cosa vuoi? perchè ti metti sulla mia strada?

--Sai che ti ho voluto bene--riprese la voce dolente.

--O ti pare? fammi la carità, lasciami andare per la mia strada.

--Tu non sai quanto piangere faccio...

--Tu... piangi?

--O Ezio!--proruppe questa volta la voce piena di singhiozzi--perchè non sono morta io cento volte prima? perchè mi hai cacciata via?

--Io son cieco e sordo per te... Ma insomma che cosa vuoi?

--Il tuo perdono.

--Non so che cosa io debba perdonare a te. Tu non mi hai fatto alcun male...

--Sì sì, io sono stata tutta la colpa...

--Di che? o inutile che tu venga a farmi altre scene. Va per la tua strada; la mia è un'altra.--

E agitando il bastone, come per aprirsi una via, mosse qualche passo.

--Io mi rodo del mio rimorso. Ho bisogno del tuo perdono, Ezio. Son io che ti ha ridotto in questo stato, io donna maledetta...--

Il modo con cui la donna pronunciò queste parole fu di una veemenza così dolorosa e sincera, che il cieco fu arrestato da un sospetto:--Tu? che cosa hai fatto?

--Io ho scritto al barone.

--Tu?

--Vi ho denunciati come una spia.

--Tu?--balbettò con un lieve fremito d'ira.

--Ti amavo tanto Ezio...--proruppe di nuovo la ragazza, cercando di afferrare la mano del giovine.

--Ah!--esclamò egli, alzando le mani per non lasciarsele toccare--tu mi hai amato troppo, Liana.--E quando gli parve di aver dominato abbastanza il primo impeto di collera che aveva suscitato nel suo spirito quella improvvisa rivelazione, movendo qualche passo, le disse con voce soffocata e raccolta:--Ebbene, Dio ti perdoni, disgraziata.

--No, no: è il tuo perdono che voglio, Ezio; tu hai diritto di uccidermi. Son qui ai tuoi piedi, Ezio: non lasciarmi così...--Il giovine si sentì stretta la mano da due piccole mani ardenti e intralciata la via da una persona che s'era inginocchiata a' suoi piedi.

--Che cosa fai? una scena, qui, sulla pubblica strada?

--Tu devi pronunciare la mia sentenza, Dimmi che cosa devo fare per espiare il mio delitto. Lascia che io venga con te.

--Oh, va, va, che cosa dici?--riprese egli con asprezza, cercando di liberare la mano ch'essa teneva prigioniera?--Rispetta la mia disgrazia, ragazza.

--Voglio essere l'ultima delle tue serve.

--Va, sii quel che puoi essere e prega Dio che ti aiuti. Io non posso far nulla per te.--

E con un moto repentino e brusco si tolse da lei che rimase sul terreno a piangere colla faccia nella sabbia.

Ezio, che conosceva il carattere tragico della bella avventuriera, molto amica delle scene melodrammatiche, affrettò il passo per sottrarsi a un fastidioso senso di stizza, che per poco non gli fece alzare il bastone sopra le spalle d'una donna.

--Sciagurata!--mormorò tra i denti, ripensando all'antica scenata di Liana contro la baronessa nei pubblici giardini di Nizza.--Vipere, non donne...--tornò a dire, fermandosi con animo sdegnato su questa nuova confessione di lei, che chiariva un punto oscuro del triste episodio. Se il barone s'era trovato quella sciagurata mattina sopra i suoi passi, il merito era stato di questa donna perduta che... gli voleva bene.

Era giusto che il rimorso la rodesse: ma, disgraziato lui! per troppo poco egli aveva perduta la bella luce del sole!

XI.

Addio....

Nuovi pensieri gli fecero ben presto dimenticare questo episodio. Andreino aveva letto bene nell'intenzione che spingeva il suo disgraziato amico a intraprendere un viaggio lungo e forse avventuroso, pel quale mancavagli il lume dagli occhi, che è il piacere più vivo di chi va in cerca di nuovi orizzonti. Più che la speranza di ritrovare nei miracoli del dottor Gibbon la grazia della vista, lo menava lontano il pensiero di mettere tra lui e Flora un lungo intermezzo di silenzio, un impedimento materiale, uno spazio insuperabile, nel quale egli potesse svincolarsi e spogliarsi del nuovo fascino che la vicinanza di lei esercitava sul suo spirito stanco e bisognoso.

Ezio aveva paura della sua debolezza morale, la quale spesso si adagia a vivere della vita degli altri ed è non meno vorace nel suo parassitismo di quel che sia il più feroce egoismo.

Dal giorno che lo zio Massimo, leggendogli qualche malinconiosa lettera della zia Matilde, aveva richiamato la sua attenzione su questo nuovo pericolo e sugli obblighi che aspettavano Flora a casa sua e sui diritti che il vecchio amico del Pioppino vantava sopra di lei, era entrata nel suo cuore la convinzione che ora toccasse a lui il dovere di essere il più forte perchè non poteva rispettare in nessun miglior modo Flora, se non col restituirle la libertà d'essere fedele a' suoi doveri.

La sua sventura non gli dava altro diritto oltre a quello che si risolve nel meritare le lagrime dell'altrui compassione. Voler di più sarebbe stata nella sua meschinità fisica un'abbietta usurpazione, una violenza che avrebbe deturpata la santità del dovere.

Toccava a lui, toccava a lui essere non solo il più forte per conto suo, ma sorgere difensore non chiesto della naturale debolezza di lei, già inclinata al sacrificio, già trascinata da mille memorie, già fin troppo intenerita da troppe lagrime.

Poichè gli amici Jameson parlavano di voler essere per le feste di Natale nel seno delle loro famiglie, Ezio pensò di approfittare del loro replicato invito e affrettò con Andreina segretamente i preparativi del viaggio. Egli era persuaso che Flora l'avrebbe seguito col pensiero... ma ogni parola di addio non poteva essere tra lor due che uno strazio inutile o una volgare menzogna.

Il silenzio o l'eloquenza del sacrificio.

Il _Morning Star_, il grazioso _yackt_ dell'amico americano era venuto a prendere i vicini Jameson per una gita notturna da farsi al chiaro di luna e a cielo stellato, una gita che doveva spingersi questa volta fin quasi alle coste di Marsiglia. Ezio e Andreino Lulli furono invitati a prendervi parte. Donna Vincenzina e Massimo, occupati nei preparativi del loro matrimonio si scusarono e approfittarono di quest'occasione per far una corsa a Genova a finir certe spese.

Flora rimase quel giorno sola a custodire la casa e a preparare la cena.

Dalla terrazza della villa si poteva vedere il _Morning Star_ ancorato nella piccola baia: e se dalla sera si doveva arguire la notte, il viaggio di quei signori sarebbe stato delizioso. Col canocchiale Flora potè assistere all'imbarco degli amici quando salivano a bordo, mentre il sole cominciava a discendere dietro il promontorio, su cui l'antica chiesa diroccata sfolgorava in una gloria d'oro, versando nel seno tranquillo delle acque un tesoro infinito di gemme.

Poco dopo vide spuntare a bordo un primo lume e dalla finestrella della stiva accendersi il fuoco della macchina, mentre un leggero sibilo e un pennacchietto di fumo annunciavano la prossima partenza. Poi credette di veder sventolare qualche cosa di bianco, a cui ella rispose agitando il fazzoletto: e stette a seguire il corso del piccolo legno finchè, rimpicciolito, scomparve dietro la punta di terra,

Allora si ritirò dalla loggia mentre già cominciava a imbrunire: e per far venire l'ora in cui gli zii sarebbero tornati da Genova, accese le candele e sedette al pianoforte a evocare dalla tastiera reminiscenze musicali a cui mescolava le sue improvvisazioni come scaturivano naturalmente dalle dita.

Una tenera frase di Chopin, venuta da sè a frammischiarsi tra le note d'un confuso rondò, volse l'animo suo a un senso misterioso di malinconia, che richiamò immagini riposte di cose morte e lontane. Pensò alle tristi giornate del Castelletto, a sua madre, agli amici di laggiù: e intanto che le mani illanguidivano sugli avori, gli occhi si fissavano inerti alla fiamma della candela.

--Signorina, un lettera per lei--disse la cameriera entrando--l'ha portata una ragazzina.

Era una soprascritta grande, di mano inesperta, una vera scrittura di bambina di scuola. Chi poteva essere? Aprì la carta, e lesse nella prima riga: «_Scrivo... colla manina di Sabinetta._»

Corse a vedere in fondo al foglio. Era lui, Ezio. Che aveva a dirle? purchè le aveva fatto scrivere? Il cuore ebbe un primo sussulto. Capì subito e le mani le caddero un istante sui ginocchi. Stette così cogli occhi chiusi, finchè le parve che la breve vertigine fosse passata, poi mormorò:--Doveva esser così.--

* * * * *

La lettera, scritta sotto la dettatura di Ezio dalla manina di Sabinetta, continuava: «Quando riceverai questa mia, io sarò già lontano da te, lontano per non tornare troppo presto. Sbarcheremo forse a Marsiglia io e Andreino, da dove c'imbarcheremo più tardi sopra un piroscafo della Navigazione francese. Gli amici Jameson ci raggiungeranno per la via di Genova a Barcellona o a Gibilterra, per compiere insieme il viaggio fino a New York. Addio, Flora..

«Ho creduto utile andarmene così, _insalutato hospite_, per non essere obbligato a ringraziarti. Lo zio Massimo che è a parte della congiura ti dirà quel che è inutile che io ti scriva. Addio, Flora...

«Starò lontano forse due, forse tre o quattro mesi, ma non tornerò se non quando mi sentirò ben sicuro di me stesso, più fermo in quella persuasione che dev'essere d'ora in poi il fondamento della mia vita.

«Pomponio Labeone non sa trovare le belle frasi; ma non può andarsene senz'invocare anche da lontano la benedizione di Flora, che dev'essere come il fascio di luce che lo accompagni attraverso a questo deserto di tenebre.

«Tu sai perchè vivo, sai perchè parto, sai quel che sono e quel che posso essere, perchè tutto quello che resta in me di non morto non è che l'opera delle tue mani: ma l'uomo non paga il suo Creatore.

«Parto adunque tuo debitore nella cara idea che io non potrò mai pagarti del tutto, che ti dovrò sempre qualche cosa e che dovrò vivere fin che tu potrai vantare qualche credito sopra di me.

«Addio, Flora...

«Troverò quel che mi promettono al di là dell'Atlantico? La luce del sole, tu dicesti una volta, non è che un raggio di una luce più universale che penetra gli spiriti delle cose: in questa luce potrò sempre trovare me stesso.

«Addio, Flora. Fa che io abbia presto a Barcellona o a Gibilterra la tua assoluzione e la notizia che tu hai ripreso a camminare serenamente per il tuo sentiero, lieta di te stessa. Tu mi insegnasti a tenere asciutta, sopra i flutti amari, la bandiera del dovere.

«Baciami caramente la mamma e stringi per me due volte la mano al tuo Cresti.

«Addio, Flora... Addio, Flora... Addio, Flora!

EZIO».

* * * * *

Doveva esser così!

Dal momento che essi non potevano camminare sulla medesima strada, era bene che si dividessero prima che la forza morale della loro resistenza li abbandonasse.

Ezio aveva risparmiato con questa specie di fuga clandestina un'ora di inutili spasimi e di dubbiezze; ma il cuore della donna non poteva rimanere impassibile davanti all'ultima parola di un lungo dramma, che aveva riempiuto or bene or male tutti gli anni della sua vita.

Tutto ciò che finisce, anche un grande dolore, lascia dietro di sè una specie di vuoto in cui pare che l'anima si sprofondi. Ma per Flora finiva con questa scena tutto il dramma della sua giovinezza e cominciava la stagione in cui non si aspetta più nulla.

Era bene che tutto fosse finito con dignità, con ragionevolezza, colla coscienza d'aver voluto il bene; ma la sbiadita bandiera del suo dovere sventolava sopra una grande rovina.

Sentendosi soffocare da un improvviso senso di scoraggiamento, uscì di nuovo sulla terrazza e corse coll'occhio verso la punta del promontorio, dietro il quale era scomparso il piccolo legno.

In quel momento una stella cadente attraversò lo spazio e parve spegnersi nelle acque.

Ah sì: la tela cadeva sopra un dramma assai triste e inconcludente. Ezio, fuggendo davanti a lei, per timore di intralciare la via de' suoi doveri, aveva inconsapevolmente portato con sè la ragione del suo sacrificio. Nè essa poteva tornare indietro a dar la vita a speranze deluse, nè poteva continuare a fabbricarsi delle illusioni. Con parole crude si dovrebbe dire che essa non poteva restituire a Cresti l'elemosina che Ezio sdegnava di ricevere.

Nessun epilogo poteva essere più triste; ma la storia dei nostri mali non è mai ragionevole. Era a sperare che il tempo rinnovasse in lei nuovi desideri di bene; ma intanto non poteva proibire a sè stessa di piangere.

Le lagrime scendevano mute e calde, mentre gli occhi cercavano le stelle nel cielo.

La notte si faceva sempre più oscura su quel mare oscuro, che nella sua placidità conteneva la forza di tante tempeste.

Piangeva ancora in silenzio, quando le parve di sentire parlare nel giardino. Credendo che fossero gli zii di ritorno, si asciugò in fretta gli occhi e il volto e cercò di raccogliere tutte le forze di cui aveva bisogno in quel momento.

--Venga avanti, signora--diceva la cameriera, precedendo col lume una signora imbacuccata in una mantiglia pesante da viaggio, col volto coperto da un fitto velo.

--Signorina!--chiamò la ragazza, entrando nel salotto.

--Chi è?--chiese Flora, fissando gli occhi sulla signora forestiera.

--Sono io--disse questa, levandosi il velo dal viso.

--La mamma, la mia mamma?--gridò Flora allargando le braccia.--Oh sei tu?--e se la strinse e vi si appoggiò tutta. Aveva bisogno di chi la sorreggesse.

--M'hanno scritto che potevi aver bisogno di me e son partita subito.

--Sì, sì: ora non vivo che per te, mamma.--

XII.

Le nozze.

San Benedetto è un villaggio o gruppo di case, che non si trova su tutte le carte geografiche, ma noi vi possiamo andare per una discreta strada carrozzabile, che sale lentamente in tre o quattro giravolte sulla spalla del monte, ora aperta alla luce turchina che vien dal cielo e dal mare, ora rinchiusa tra muricciuoli, ville, giardini e macchie di lauro e di aranci.

Nel mezzo delle trenta o quaranta casupole che formano il paese sorge una modesta badia che fu già dei padri benedettini, con un campanile tozzo in pietra scura, rosicchiato dai secoli, non privo di qualche ornamento da cui parlano ancora dei vecchi tempi tre campanelle, quelle stesse che chiamavano i frati a compieta.

Il sagrato verde, che dà come un terrazzo sulla prospettiva del mare, è ombreggiato da antiche piante e il resto del villaggio son viuzze oscure, anguste, spesso senza uscita, nido di povere donne e di marinai in riposo, che vi attendono tranquillamente la volontà di Dio.

Per quella strada, il vespro d'una mite giornata sui primi di dicembre, saliva al passo una carrozza chiusa, tirata da due cavalli, che riempivano coi loro corpi quasi tutto lo spazio disponibile. Saliva adagio, fermandosi ai punti più ripidi, trottando un poco dove il clivo facevasi più dolce, finchè sboccata sul piazzaletto verde faceva un giro intorno a una pianta per fermarsi davanti alla porta della chiesa.

Il sagrestano, che stava in vedetta stringendo nella mano la berretta di lana, aperse la portiera della carrozza e s'inchinò a un signore piuttosto grassotto vestito di scuro che discese per il primo. Dopo di lui discesero due signore velate che entrarono subito in chiesa, dopo essersi guardate intorno con aria quasi di sospetto; ma sul sagrato non ci erano che due o tre fanciulli e qualche vecchio che fumava la pipa nella rubiconda luce del tramonto.

Il sagrestano avvicinò di nuovo i battenti, lasciando penetrare in chiesa solo uno spiraglio di luce, che saliva fino all'altare e per quella via luminosa precedette la compagnia.

--Il prete--disse in uno stretto dialetto ligure--finisce di mangiare un pesce e vien subito.--

Le due signore velate si raccolsero e s'inginocchiarono su un banco, su cui era stato disteso un drappo rosso, e si immersero in una calda preghiera. Massimo Bagliani intanto (il signore piuttosto grasso vestito di scuro) mentre il prete finiva di mangiare il suo pesce, si mosse per la chiesa come chi non sa dominare una nervosa inquietudine: tornò fin verso la porta a specchiarsi nel gran tramonto che metteva nell'ombra raccolta della navata una striscia sanguigna.

È sempre bello quello che si deve fare...--Era stato questo il suo motto eccitatore, ma ora che stava per sposare e far sua per sempre la donna così lungamente amata, per la quale aveva tanto sognato e sofferto, temeva anche lui la realtà che gravita spesso sui pensieri nostri come una pietra troppo pesante. Avrebbe voluto sentirsi più tranquillo e trovare in sè stesso un maggiore convincimento e un più sereno spirito di pace: ma il cuore debole temeva la troppa felicità. Un nodo, che pareva fatto da un pugno di lagrime, lo strozzava, lì, alla gola, e l'assaliva l'avvilimento che piglia il giovinetto sulla soglia del suo primo incontro d'amore.

I quarant'anni non gli servivano a nulla, nemmeno di contrappeso alla paura: nulla significava la neve che il tempo aveva lasciato cadere in piccole striscie sulle tempie; sul punto d'impadronirsi di quella creatura che gli era sempre sfuggita, Massimo Bagliani, temendo di rompere un delizioso incanto e di essere incapace della sua felicità, stava in guardia per non sfigurare troppo davanti a sè stesso.

La signora Matilde, che era venuta ad incoraggiare i buoni propositi, assisteva la sorella in questo nuovo passo della vita. Si sperava di avere anche il buon Cresti come testimonio, ma il vecchio brontolone si era scusato col pretesto di cento mali e di una grande pigrizia.

Bisognò contentarsi di due umili testimoni presi sul sito, cioè un vecchio pescatore e il procaccia postale, che aspettavano nella casa del prete d'essere chiamati.

Intanto il sagrestano continuò ad accendere i lumi dell'altare, adagio adagio, per dar tempo al prete di finire il suo pesce, mentre il sole, piegando dietro la curva del monte, lasciava indietro un cielo terso come un cristallo in cui cominciava a uscire qualche stella.

Quando le candele furono accese e che nella cresciuta oscurità dell'abside uscì alla loro luce il modesto splendore dell'altare, Massimo fatto un virile proposito, si accostò con passo sicuro alle due donne, mentre dall'usciolino della sagrestia veniva fuori un prete umile e tozzo dalla faccia rugosa come quella di un pescatore, che dopo essersi rispettosamente inchinato agli illustrissimi signori, fece un cenno ai due uomini che venivano dietro e che si collocarono come sentinelle ai lati dell'altare.

Matilde incoraggiò un'ultima volta la sorella che si mosse e andò a inginocchiarsi sul gradino.

Il prete lesse nel libro latino le promesse e le profezie che la Chiesa riserva agli sposi: le mani si congiunsero sotto la protezione della sacra stola e il vecchio amore pianse come un fanciullo.

* * * * *

Tornarono ch'era già buio. Nell'attraversare il paese la carrozza dovette mettersi al passo per non urtare in una grossa folla di gente, che si adunava presso il casino della Sanità.

--Che c'è--chiese Massimo al cocchiere, sporgendo la testa dalla finestra.

--Hanno pescato una donna....

La carrozza riprese la sua corsa e cinque minuti dopo gli sposi scendevano alla villa illuminata.

Intanto presso il casino della Sanità era un accorrere di guardie di finanza, di carabinieri, di autorità comunali intorno al cadavere di una giovine donna che alcuni pescatori avevano tirato poco prima alla riva. Il medico comunale aveva dichiarato che non c'era più nulla a fare. Seduto davanti a un tavolino, al lume di una povera candela un commissario di pubblica sicurezza scriveva un breve verbale del fatto, raccogliendo le testimonianze dei pescatori, del sindaco, delle guardie.

--Nessuno di voi conosce questa creatura?--

Qualcuno ebbe a dire d'aver visto tre ore prima di sera correre lungo il molo una giovine signora che all'aspetto pareva forestiera.

--Nelle tasche si è trovato un portafoglio con qualche biglietto....--disse il brigadiere.

--Che cosa c'è scritto?--chiese il commissario,

--Liana....

--Liana? è il nome d'una pianta.

--Sì, d'una pianta che s'attacca....--commentò il segretario comunale, che si piccava di possedere qualche nozione di storia naturale.

XIII.

Rose gialle.

Il giorno di Natale fu preceduto da una larga nevicata. I monti tutti bianchi stringevano coi loro fianchi coperti d'ermellino il lago scuro che aveva l'immobilità del piombo.

Rigida era l'aria sotto il cielo opaco e carico.