# Col fuoco non si scherza

## Part 21

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--Stavo dicendo a questo sant'uomo di mio zio che mi pare arrivato il momento di sistemare la nostra reciproca situazione. Oramai ho perduta ogni speranza ch'io possa ricuperare i miei occhi di prima. Se fosse, come volevan farmi credere, un fenomeno di debolezza nervosa, a quest'ora dovrei provare qualche miglioramento, mentre invece mi pare di scendere sempre più in un sotterraneo. È un po' dura, ve', Flora, ma è così...--E vinta anche questa amarezza, continuò, con una voce più rinvigorita:--Dunque ho pensato di farmi portare a Brentana.

--Fin laggiù?

--Per me ormai laggiù o quassù è lo stesso. Laggiù sentirò a cantare le rane.

--In quella tristezza? qui c'è chi ti vuol bene.

--Lo so; ma non posso pretendere che altri si sacrifichi per me. La mia madrina mi vuol bene, certo: e ora c'è anche questo sant'uomo dello zio Massimo, che si offre di stare con me: ma io non devo dimenticare che l'una ha già sacrificato alla mia casa forse più di quanto è giusto che una donna sacrifichi al suo dovere: e l'altro... non è alla sua età e con qualche vizio di cuore che si possono cambiare gusti e consuetudini...--E dopo aver fatto di nuovo un piccolo sforzo sopra sè stesso, come se saltasse una dolorosa idea intermedia, uscì a chiedere:--E il vostro matrimonio quando si fa? Sono un po' in collera con Cresti e un poco anche con te, Flora, perchè ho saputo di questo vostro matrimonio quasi per caso dalla Bernarda...--

Flora, saltando anch'essa con supremo sforzo alcune idee intermedie, troncò il discorso tedioso, uscendo a chiedere:--Non ti pare che qui l'aria sia troppo forte?--

Il vento di sud cominciava a muovere lo acque del lago, che luccicavano in infinite piccole increspature e a fremere nelle foglie degli antichi platani.

--Forse hai ragione. Dove siamo? Quando mi distraggo perdo facilmente la trebisonda del giardino, Dà il braccio a questo pover'orbetto.--

Flora stese la mano e strinse quella del giovine ancora irrigidita da un resto di febbre.

--Tu hai freddo--essa balbettò.

--Sempre, dacchè non vedo più il sole--rispose, appoggiandosi col peso alquanto inerte del corpo al braccio della fanciulla.

--O Ezio, tu devi aver molto coraggio...--prese a dire Flora carezzevolmente.

--Perchè? per chi? Flora?--chiese egli soffermandosi.

--Per te, per i tuoi, per noi tutti...

--So che mi volevi bene, povera Flora--si abbandonò a dire imprudentemente l'infermo, lasciandosi prendere e trascinare dall'onda di quella soave compassione ch'era venuto a cercarlo.--Mi hai perdonato, Flora, il male che ti ho fatto? Io non avrei attirato sopra di me e sopra di noi questo castigo, se avessi ascoltato i buoni suggerimenti del cuore.

--Non pensare al passato e a quel che non si può più fare--disse la fanciulla con animo sostenuto, persuasa di essere in quel momento quasi la voce di Dio:--Tu devi vivere, Ezio, non per ricordare quel che è scomparso, ma per quel che puoi fare ancora di bene: e nel bene che farai a te e agli altri troverai la forza di sopportare il male. Non devi credere di aver perduto tutto, fin che ti resta un cuore che ti vuol bene: e noi siam qui tutti intorno a te non di altro occupati che di volerti bene e di aiutarti a sopportare questa sventura. Quanto potrai vedere attraverso al nostro amore, lo vedrai come prima, forse più bello di prima. La luce non è soltanto negli occhi: anzi quella che viene dall'amore delle anime è forse più chiara. Noi ti aiuteremo a ricordare, a sperare, a credere. Non lasceremo spegnere le immagini della tua giovinezza, che invecchieranno meno presto per te che per noi, perchè tu le conserverai come un tesoro riposto e non le dissiperai in cose nuove. Qui conosci il paese: sai da dove spunta il sole e dove tramonta: conosci le piante e i fiori che ti circondano e ad ogni primavera sentirai nel profumo degli alberi ringiovanire la terra, rinverdire le siepi, rinnovarsi il piacere di vivere. E intanto noi ti leggeremo i libri più belli, ripiglieremo il nostro Beethoven in cui si può vedere tutto quello che si vuole: insomma tu vivrai di noi, qui, al Castelletto, al Pioppino, pigliando di noi soltanto quello che è più caro. E se sentiremo che ci sono altri infelici nel mondo, chi ti vieterà di ritrovare in essi la tua famiglia? Ma perchè ciò si possa fare, Ezio, è necessario che tu non ci nasconda nulla. Chi nasconde i suoi dolori comincia a disperare. Noi abbiamo troppi motivi per credere che tu c'inganni e stai preparandoci un tradimento. Ebbene, no, Ezio: tu non devi morire.

--Che cosa è il morire davanti a questo soffrire?

--No, Ezio, tu non devi morire per rispetto al tuo stesso dolore, che è più alto e più santo d'ogni rancore. L'anima è più forte della morte....

--Ma io, cara Flora, non ho più nulla a leggere in questo libro stracciato della mia vita.

--Ma puoi scrivere pagine nuove. Tu non puoi dire che la tua vita non valga nulla fin che non ne hai afferrato il significato ultimo; e meno ancora puoi dire che nulla valga la vita di là, se non hai finito di leggere questa, che comincia non quando si nasce, ma quando nasce la coscienza. Hai tu mai avuto tempo di pensare a queste cose, mentre ti divertivi e cercavi di affogare la coscienza nelle distrazioni? Forse è Dio che ha bisogno di te, Ezio, che non ha voluto perdere quel che tu gli devi e gli puoi dare: e se Dio ti vuole, inutilmente cerchi di sfuggirgli. Resta, resta dunque con noi a studiare e ad imparare tutto quello che è bello e utile di sapere: la morte verrà da sè naturalmente, a suo tempo, buona e pietosa come un sacro epilogo della nostra esperienza....

--Flora, chi ti mette in bocca queste parole?--esclamò il giovine infelice, arrestandosi e aggrappandosi più forte al braccio della fanciulla. Essa pure si scosse un poco meravigliata nell'inseguire l'eco di parole che non aveva mai nè pensate nè preparate. Chi aveva parlato in lei?

--Può essere che parli in te qualcuno a cui bisogna obbedire: ma nella morte dev'essere una gran pace, Flora.

--Ma tu lasceresti indietro un'inquietudine eterna. Tu non puoi uccidere in te tutti quelli che ti amano.--

Il tremito lagrimoso con cui Flora pronunciò queste parole disse a Ezio ch'egli non poteva morire senza ferir mortalmente anche il cuore di chi s'era fatto di lui un idolo. Egoista nel piacere, si accorse di non esserlo meno nel suo dolore: ma non volendo arrendersi tutto ad un tratto e confessare il suo torto, cercò ne' suoi stessi mali la sua giustificazione:--Ah tu non sai che significhi avere sulle spalle una testa chiusa e pesante come una palla di bronzo. Senti com'è fredda questa testa senza luce....--

Flora prese nella mani la testa che il giovine le porse e la strinse a lungo come se volesse col lungo contatto far entrare un poco di calore della sua anima. Vedendo che quasi stava per perdere i sensi, lo sorresse sotto il braccio e lo menò a sedere dietro una fitta siepe di sabine dov'erano alcuni sedili in un spazio erboso. Qui s'inginocchiò sull'erba e tratto il fazzoletto asciugò le piccole stille di sudore freddo che gli imperlavano la fronte e le lagrime che stillavano dagli occhi spenti, come se in essi si riaprisse una nuova fonte di commozione.

Rimasero così un gran pezzo in silenzio, nel segreto di quell'ombra in cui il vento che fuggiva tra gli alberi recava il profumo dei fiori misto all'umido odor del lago che ciangottava contro la ghiaia della riva vicina. Egli avrebbe voluto dire molte cose: ma una stretta convulsa gli serrava la voce nel petto pieno di dolori nervosi. Tremava tutto, agitando le mani sottili e bianche con cui cercava d'invocare pietà e compatimento. Eran troppe le cose che avrebbe voluto dire e più ancora quello che non avrebbe saputo dire e che sgorgavano nuove e impetuose dall'inesplorato fondo della sua coscienza.

Una volta la mano cadde sulla testa di Flora e vi si fermò nel fitto e caldo volume dei capelli.--O Flora, o mia povera Flora, che bene che mi fai. Tu mi scaldi la mano e il cuore. Resta, resta, tu sei il mio sole... Non ti ho mai veduta così bene come ti vedo ora. Come sei bella, Flora!

--Mi giuri che non ti farai del male?

--Sì per te, soltanto per te, lo giuro, Flora.

VII.

Verso la luce.

Una sera donna Vincenzina, sentendosi dei brividi nelle ossa, andò a letto più presto del solito. La notte i brividi divennero febbre, che crebbe sul mattino forte e ardente. Le sensazioni troppo violente dei giorni passati dovevano avere il loro contraccolpo nel suo temperamento non abituato alle fiere battaglie della vita.

Il dottore, chiamato d'urgenza, giudicò il caso non gravissimo; ma avvertì di stare in guardia contro i pericoli di una febbre infettiva.

Due giorni dopo si dichiarò il tifo, con tutti i suoi sintomi di coma e di delirio.

Non essendovi a Villa Serena una donna giovine che potesse assistere la malata, nè potendosi far molto conto sopra la povera Matilde e meno sulla vecchia Bernarda, Flora trovò che il suo posto era accanto al letto della zia, e nessuno osò contrastarla.. Per tre settimane, quanto durò il primo periodo del male, quasi non si tolse il vestito da dosso, ritrovando nella sua energia, non solo la forza di assistere la inferma ma anche quella di far andare la casa in modo che ognuno avesse il suo posto e il suo da fare. Massimo restò fin che gli parve di non essere d'impedimento: e fu un bene, perchè intorno a lui si raccolsero gli altri come intorno a un capo di famiglia.

In quest'improvviso sconcerto, nell'apprensione comune, Ezio dimenticò alquanto sè stesso e cercò di farsi dimenticare. E nell'alternativa di bene e di male, di speranze e di timori, che formavano la vita di quelle dolorose settimane, seguì un tempo di tregua salutare per lui e per tutti gli altri. Lo stesso Cresti che veniva sempre a chiedere notizie della malata non osava pensare alla sua felicità.

Per non essere d'imbarazzo Ezio usciva spesso a passeggiare solo per le stradine a lui note, ora verso la chiesa dove s'incontrava spesso coll'arciprete, ora verso il cimitero dov'erano sepolti i suoi cari, un cimitero romito e tranquillo in mezzo alle vigne; e vi restava volentieri seduto all'ombra del muricciuolo a leggere sè stesso.

Intorno a lui ronzavano i mosconi nel caldo odore dell'erba tagliata e messa a seccare. Frulli d'ala, cinguettii di passeri vagabondi e i colpi spessi delle coti sulle falci, portati dal vento e mescolati alle voci erranti del villaggio, gli facevano intorno un piccolo mondo, in cui sentiva mescolarsi la vita alla morte.

Poco lontano, colle teste quasi appoggiate al muricciuolo, ov'egli sedeva, dormivano suo padre e sua madre. Per poco ch'egli discendesse coll'occhio dell'anima sotto le zolle fiorite, ne rivedeva le care spoglie composte nell'eterno silenzio, immagini evidenti come non eran tornate mai davanti al suo occhio vivo, quando altre forze lo trascinavano ad altri pensieri. Ora fatto più chiaroveggente e più penetrante il suo spirito non si arrestava più alla superficie delle cose, ma come se una mano potente levasse il muro che separa il regno dei vivi da quello dei morti, vedeva allargarsi lo spazio in cui si muovono le cose.

Siam noi che ci sforziamo di alzare una barriera tra i vivi ed i morti; ma veramente la natura non sa dove gli uni finiscano e dove incominciano gli altri. Le cose vanno in una seguìta continuità trascinate dall'intimo spirito che le penetra, mormorando tra loro in un pensiero solo che le raccoglie, sommessa armonia che sfugge a chi ha l'orecchio pieno di frastuoni mondani, ma che le anime raccolte sentono passare insieme alle mille cose che scendono nel tempo. La morte non è che un principio. Essa è buona quando arriva a tempo come è buono il cadere d'un frutto maturo, da cui scendono alla terra nuovi semi: ma non tocca al tronco dell'albero scuotere da sè i suoi frutti.

Colui che aveva meditato il suicidio come la fine d'un triste viaggio, sentiva ora che il fiume scorre anche nelle tenebre verso un fine profondo che può essere anche un ritorno.

Ezio seduto all'ombra di quel muricciuolo cercava di richiamare coll'aiuto delle memorie il passato nel presente per rivivere le ore che aveva sbadatamente buttato via, ciascuna delle quali aveva dovuto contenere un sapore non gustato, un valore non apprezzato a tempo, scaduto per sempre, come quello delle vecchie monete che il contadino scopre in un angolo del suo campicello. L'avvenire non paga gl'interessi della vita se non a chi ha saputo ben impiegare il capitale del suo passato: ma può concedere un largo credito a una onesta speranza.

Vivere in una buona speranza è il miglior modo per consolidare l'avvenire nel presente, di dar consistenza al tempo che fugge, di far della vita l'espressione di qualche cosa.

Il cieco non sapeva capire che cosa fosse questa nuova speranza che veniva a sorreggerlo nel momento in cui tutte le forze stavano per abbandonarlo: non capiva nemmeno da dove venisse; ma ne sentiva il caldo raggio intorno al cuore come intorno al capo quello del sole ch'egli non poteva vedere.

Intanto non pensava più a morire,

--Non potresti uccidere in te, tutti quelli che ti amano--aveva detto Flora con ragione. Sì, triste è sopravvivere nel cuore altrui come un triste fantasma. La vita che viviamo in noi è troppo poca cosa in paragone a quella che ci lega agli altri. L'anello non si può strappare senza che tutta una catena di cuori si spezzi. E allora cercar la pace nella morte è un cercar il vantaggio suo nel castigo altrui, qualche cosa di più crudele e nel tempo stesso di più vile che il vivere a spese delle lagrime de' tuoi simili.

La morte che vien da Dio è invece cosa matura e buona, e nessuno dorme così bene come chi dorme benedetto nel cuore d'un fratello.

Flora aveva ragione. A lui pareva già di riposare in questa soave benevolenza piena di carità in cui avevano raccolta una povera anima ferita i suoi parenti, i suoi amici, i servi stessi della casa e le persone in mezzo a cui sentiva di passare, quando andava per le strade del paese. La povera madrina s'era ammalata di dolore, il buon zio Massimo non aveva voluto lasciar la sua casa: perfino quel piccolo uomo di Andreino aveva saputo compiere per lui meravigliosi atti di sacrificio e di coraggio: il Bersi, il buon Cresti.... tutti avevano avuto uno slancio di cuore per salvarlo dal naufragio. E Flora? che dire di questa tenera creatura, di quest'antica compagna della sua infanzia, che gli era venuta incontro nel momento più doloroso, quasi per impedire ch'egli cadesse affranto dai mali, e l'aveva rigenerato nel lavacro ardente di tutte le sue lagrime?

Da troppe parti ora si sentiva assediato e stretto perchè potesse ancora pensare a fuggire. Per tradire tante anime buone gli sarebbe abbisognata una forza ch'egli non possedeva più. Il vecchio egoista si sentiva un Sansone avvilito e disarmato.

* * * * *

Fuori della cinta del giardino continuava a salire nell'erta del monte una strada a scalinata che passando nell'ombra degli ulivi menava a una spianata molto verde e aperta dove spiegavasi la gran luce del cielo e del lago. Qui era anche una piccola grotta naturale rivestita di molte erbe e per la frescura del sito erano stati collocati alcuni sedili che invitavano a restare. Ezio imparò a contare i gradini che menavano fin lassù e una volta arrivato si compiaceva di rimanere a «contemplare» la larga distesa azzurra che dilagava davanti.

Non la vedeva propriamente con gli occhi, ma ne sentiva l'immensità in un non so che di più libero e di più arioso che circondava la sua persona.

Nella freschezza del vento sentiva un refrigerio anche al suo patimento col quale andava a poco a poco familiarizzandosi: e stupiva qualche volta di non sentirsi più così fieramente infelice. Si può amare il proprio dolore? può un'anima stanca riposare nel suo patimento come un viandante affranto dalle fatiche del viaggio trova riposo e sonno sopra un mucchio di spine? può fiorire il dolore come in mezzo alle nevi sboccia un cespuglietto di ellebori? doveva egli credere a una grazia invocata e intervenuta dall'alto o ritenere che nella vita e la fonte inesauribile di tutte le forze sempre fresche e sempre in moto come il mare?

Qualche volta portava lassù il violino che Flora aveva cavato dal polveroso astuccio e messogli nelle mani e si compiaceva di ritrovare le note dei vecchi esercizi sulle corde, evocando nell'oscura memoria frammenti di frasi melodiche che trovavano nel vecchio strumento un obbediente interprete. In breve, nella raccolta tensione del suo spirito, scoprì che le dita e l'archetto andavano agevolmente da sè in cerca di armonie nuove, di accenti sconosciuti, di voci che egli non aveva mai udito uscire dal cavo legno del suo strumento, quali forse non erano mai state scritte in nessun rigo di musica. Meravigliato inseguiva quelle note e quei gemiti in cui esalava il suo patimento e che avevano la virtù di farlo piangere.

Flora lo sorprese una volta in questa attitudine di ispirata mestizia.

--Tu ti fai bravo--gli disse.

--È sorprendente, Flora. Io comincio ora soltanto a capire che cosa è la musica. Ho sempre creduto che la musica fosse quella scritta sulla carta e mi accorgo invece che l'abbiamo in noi. Con un po' più di pratica meccanica spero di far dire al mio violino delle grandi cose. Capisco come Orfeo movesse le pietre e le piante; è una cosa divina, una cosa che fa quasi paura.

Flora, quando la zia cominciò ad aver meno bisogno di lei, saliva spesso alla grotta per riaccompagnare il cieco in una passeggiata attraverso ai campi, lungo le siepi e intanto raccoglieva un mazzetto di fiori per la sua malata.

Ezio imparò a «vedere i fiori nell'erba». Colla mano leggera toccava la riva erbosa e sceglieva la margherita e il bottone d'oro, il ranuncolo, il timo silvestre, la menta con una delicatezza prodigiosa di tocco.

--E dire che io son sempre stato un grande ignorante in fatto di botanica! e non c'è nulla di più bello di questi fiori naturali che la terra offre per nulla. Mi piacevan tanto quand'ero bambino e che venivo colla povera mamma a passeggiare sui monti. Me li ricordo quei bei fiori di allora... Li vedo tutti come tanti occhi che mi guardano con tenerezza infantile.--

Flora potè accompagnare il povero cieco in passeggiate sempre più lunghe per sentieri diversi nel fitto delle erbe di mano in mano che al venire avanti dell'ottobre anche la stagione si attenuava in una specie di tenera stanchezza.

Il sole entra con minor vampa nella trasparenza della vegetazione più rarefatta, in cui qualche foglia già rosseggiante nel verde accenna a un primo declinare dell'anno. Giornate non troppo lunghe animate da brezzoline settentrionali passano con luminosa freschezza sulle acque del lago, in cui i colori del cielo si smorzano in flutti che sembrano foglie di rose bianche. Le vette dei monti spruzzate dalle prime nevi ricevono al mattino la dipintura rosea del sole che ristora e stanno, se si può dire, quasi a ridere di gioia sotto il velo d'un cielo trasparente e senza fondo. Il rosso carmino delle aurore e dei tramonti urta e si mescola al bel verde smeraldo dei prati innaffiati ogni notte dalle larghe guazze e col grigio dell'acqua che sente già i tremiti paurosi dei venti freddi.

Contemplavano insieme questi spettacoli dagli alti gioghi, ove Ezio amava inerpicarsi o dagli aperti sagrati delle chiesuole sparse pel clivo, dove rimanevano a riposare. Ezio vedeva attraverso alle parole di Flora come dentro a cornici aperte per quella virtù di evocazione che suscita le luminose visioni dell'artista.

Una volta (era verso il tramonto di una giornata serena e mite) sentendo suonare una campanella, si lasciarono condurre dal bisbiglio e dal rumore degli zoccoletti a entrare in una di quelle cineserie che il sole bacia per ultime, mentre le case del villaggio si oscurano nella sera e si avvolgono nel fumo delle cene. Quattro muri chiudono un rozzo altare davanti a cui una povera lampada arde della fede di tanti cuori. La scienza non è mai salita fin lassù, e il dubbio, se mai vi passa stanco e perduto, si arresta volentieri a riposare sulla porta. Entrano le vecchie donne e i coloni che hanno finito di lavorare e quasi di vivere, insieme al rumore delle zoccolette che hanno corso tutto il giorno dietro alle capre: e a quell'unica fiamma d'olio che contrasta coll'ultimo raggio di sole, dietro a una voce che invita seguono le altre a rispondere il rosario in cui di umano e d'intelligibile non c'è che il sentimento che l'ispira. Poi quella stessa voce intona una litania e tutte le altre cantano, nell'ombra crescente, mentre al dondolare della lampada par che escano ombre ed immagini dal rozzo intonaco dei muri.

Ezio quella sera era in vena di cantare e provò a mescolare anche la sua alla voce delle donne e dei ragazzi. Non l'aveva mai fatto in vita sua, nemmeno da bambino le poche volte che la mamma l'aveva condotto in chiesa: più tardi aveva creduto che il cantare in chiesa fosse il teatro dei contadini che mescolano al profumo dell'incenso troppo odore di prossimo selvatico. Ma quella sera i suoi nervi affievoliti furono improvvisamente scossi da una soave pietà per tutte quelle anime che, sprigionandosi dai rozzi corpi, s'armonizzavano in una cantilena che per le finestre aperte usciva a spandersi per il cielo.

Tornarono a casa un po' tardi quel giorno, mentre già usciva qualche stella; e per tutta la strada non si dissero una parola.

* * * * *

Ai primi di ottobre ebbero luogo le fauste nozze di Amedeo e di Regina, alle quali Flora non potè assistere come aveva promesso. A stento trovò un quarto d'ora nella giornata per correre a salutare e baciare all'imbarcadero la sposa, che partiva per un breve viaggio di due giorni fino a Locarno e alla Madonna del Sasso, dove aveva promessa una «divozione». Erano alla riva Bortolo, Maria Giulia, la zia Maddalena, il parente dell'osteria del Gallo, dove s'era celebrato il modesto pranzetto, don Malachia che li aveva benedetti, gli amici barcaiuoli che avevano diviso con Amedeo i trionfi delle regate, le compagne della sposa e una piccola folla di gente del paese, che prendevano parte alla gioia di quei due ragazzi come se fosse la gioia di ciascuno e di tutti. Amedeo vestito di nuovo con una giacchetta di panno nero, su cui spiccava una lunga cravatta celeste, aveva l'aria imbarazzata e confusa di un monello colto sul fatto di una bricconeria, schivava gli occhi degli amici che tentavano di abbracciarlo, e per darsi un'attitudine seguitava a mordere ed accendere un bel sigaro nuovo che gli aveva regalato il signor Cresti in un elegante astuccio di cuoio. Regina in un vestito di pannino grigio su cui il suo bell'oro giallo faceva una stupenda figura con nulla in testa, e per tutto bagaglio uno scialle sul braccio e una valigetta in mano, si lasciava carezzare, baciare e stringere da tutte le donne, da tutte le ragazze che la invidiavano senza rancore. Era un pò pallida per le molte emozioni e per la stanchezza delle ultime giornate, ma gli occhi sereni e aperti lasciavano vedere fino in fondo la sua felicità resa sicura dall'inconsapevolezza e dalla piena fiducia nell'uomo a cui aveva detto di sì.

Nulla sarebbe stato più fuori di luogo e avrebbe fatta una più bella figura barbina di chi fosse venuto a citare a quei due figliuoli un aforisma sulla vanità delle cose e su la tristezza della vita. Oh sapevan ben essi che cosa fosse la vita, meglio di qualunque filosofo! una citazione amara e pessimista non avrebbe potuto intaccare tale felicità più che la punzecchiatura d'una mosca possa intaccare una statua di bronzo. La loro vita era così ben fusa e così ben colata negli affetti naturali che potevano senza timore affrontare le inclemenze dell'aria e le follie delle stagioni sicuri di acquistar nel tempo, che rode le macerie, anche uno smalto di più sicura bellezza. La natura non teme sofismi.

