Part 20
Cominciava ad albeggiare. Le creste si colorivano di rosa: il cielo diventava sempre più turchino, il verde dei vecchi boschi, meno oscuro, più ridente il verde dei prati: rumori vaghi e indistinti uscivano dai cespugli, dalle piccole siepi: e più acuto si sollevava l'odore dei muschi e delle erbe selvatiche. Il fondo delle valli continuava a restare immerso in una fredda e nebulosa oscurità, mentre si andavano via via accendendo le vette più alte, dapprima le nevose che pigliavano una chiarezza rosea di carnagione viva, poi le altre ferrigne e taglienti, che si rinforzavano nella luce, più tardi ancora i greppi, i dirupi, che parevano scostarsi per lasciar adito all'incanto luminoso dei pascoli, coi casolari alpestri raggruppati in un lieto disordine. Uscivano di mano in mano dai fuggenti vapori, come da veli lacerati e scossi, gli spacchi dei laghi, movevansi le ondulazioni delle colline lontane, svegliavansi al tocco insinuante della luce i borghi fitti di case, ridevano i poveri villaggi adunati alle falde e un intimo affetto univa la terra, patria dei dolori e il cielo, patria delle serene speranze....
Ezio andava avanti, prudentemente, alzando la faccia contro la brezza, aspirando quei profumi, raccogliendo quei suoni, sentendo intorno a sè il ritorno del solo, indovinando colla fantasia la bellezza delle cose: ma un cerchio di ferro cingeva il suo capo.
--Ah....--fece una volta, aprendo la bocca a un grido, che morì soffocato dall'angoscia mortale.--A te lo posso dire, perchè sei un uomo ragionevole. O mi tiran fuori di questa cantina o la faccio finita....
--Perchè pensi a queste cose?
--Perchè non posso a meno di pensarle. Ti par possibile questa vita di fringuello in muda? Quando sentirai che mi son tirato un colpo nel cervello, dirai: Povero diavolo, s'è liberato.
--Non dovresti dirmele queste sciocchezze che mi fanno male--protestò Andreino, facendo sentire nella voce un tremito di dolore.
--Sì, sì, hai ragione, povero Lolò, non dovrei dirle a te queste cose. Tu credi alla Provvidenza, tu... mentre io, in questo caso, proprio non so vedere che ci possa essere una ragione nel tormentare così un uomo come una bestia. Vien qua: dammi il braccio. Siam fuori del bosco? da qual parte è il lago? Sento che va diventando chiaro: sento che è bello qui intorno a me. Non è vero che le cime son accese come tanti falò?... Lascia che io mi sieda, qui, qui, in qualche sito: mettimi in faccia al sole. Lasciami qui solo. Non aver paura, Dreino, non mi farò del male: no, povero Lolò, vi ho già dato abbastanza noie, povera gente. Ho bisogno di star solo, un momento, per pensare al caso mio e a quel che devo fare di me.... Non immagini che pena sia sentir il sole sulla faccia e non vederlo: è una maledizione orrenda, ve', aver gli occhi, questi maledetti occhi impiombati. È una cosa ben crudele che un uomo sia condannato a questo supplizio. Tu non puoi immaginare quel che soffro: no. Nessuno al mondo può immaginare fin dove si può soffrire senza morire. È un'atrocità orribile, uno spasimo indescrivibile. È come l'esser sepolti vivi senza nemmeno la speranza di morir presto. È tutto il male del mondo concentrato nel cuore d'un uomo. O papà, o la mia povera mamma, se mi vedete, aiutatemi, fatemi morire!--
* * * * *
Steso bocconi, colle mani che raspavano la terra, il povero figliuolo lasciò uscire tutti i gridi e tutte le lagrime che da dieci giorni andava rinserrando nell'anima orgogliosa. C'era da commovere le pietre soltanto a vedere quella giovinezza schiantata nel suo fiore e a sentire quel suo dolore piangere così lamentosamente.
Andreino Lulli non seppe far altro che buttarsi a piangere anche lui sul povero suo amico. Lo carezzò, gli fece sentire il calore delle sue lagrime, lo strinse nelle braccia, lo baciò sul capo, sforzandosi di patire anche lui nella misura enorme del suo compagno, oltre la sua capacità.
Intanto il sole continuava a illuminare in una festa di colori le cime e scendeva a baciare col raggio le falde erbose popolate di pascoli. La brezza calava tra le valli, piegando gli steli rugiadosi dei fiori, recando lo scampanellare sparso degli armenti. In questi due giovani soffriva qualche cosa di più sensibile e forse di più forte della natura, qualche cosa di cui non avevano ancora la chiara coscienza, ma che sta nella vita come la scintilla nella pietra.
V.
Triste incontro.
La sera del giorno successivo i nostri viaggiatori arrivavano a Villa Serena. Andreino aveva mandato avanti un telegramma a Cresti che avvisò le persone di servizio e fece aprire la casa. Per evitare a Ezio il su e giù del battello a vapore, ad Argegno avevano presa una barca con due buoni rematori che in breve tempo li portarono alla punta del Barbianello, dove giunsero sull'ora d'uno splendido tramonto.
La vecchia Bernarda, che non aveva quasi più lagrime per piangere, quando vide dalla punta spuntare la barca e riconobbe le persone, come se vedesse venire non una barca ma un mortorio, esclamò:--Povero il mio Ezio! ha fatto bene la sua mamma a morire.--
Il Cresti, che passeggiava da un'ora coll'orologio in mano, inquieto, colla febbre indosso, al cenno che Andreino fece da lontano col fazzoletto, vide farsi oscura l'aria. Amedeo e il vecchio Giosuè, che spiavano dalla terrazza della darsena, si mossero dicendo:--Son qui.--
Cresti non aveva detto nulla al Castelletto di questo ritorno per risparmiare a quelle donne la tristezza del primo incontro. Le cose eran andate in modo che egli non sapeva nulla del viaggio di Flora a Lugano e credeva che la fanciulla ignorasse la disgrazia toccata ad Ezio. Ma Flora, alle prime mosse aveva saputo strappar la verità di bocca ad Amedeo che il Cresti volle condurre alla villa per avere un aiuto pronto e intelligente. Prima che la barca uscisse dal Barbianello, Flora era alla casa di Regina al torrente.--Accompagnami--le disse--non possono tardar molto. È inutile che mi facciate dei misteri. So tutto.--
Regina mormorò qualche parola di commiserazione e uscì con lei. Per non lasciarsi vedere da Cresti, che avrebbe potuto mandarle via, le due ragazze si trattennero in disparte dietro il casino svizzero, da dove, senza essere viste, potevano dominare il lago.
Flora era delle due la più tranquilla. Mentre Regina non poteva frenare le lagrime e cercava di soffocare i singhiozzi nell'angolo del suo grembiule, la figliuola del colonnello Polony guardava fissa innanzi a sè come forse aveva spiato suo padre dall'alto del poggio, cinque minuti prima di comandare l'ultimo assalto.
La barca approdò non alla darsena, ma alla riva aperta, a' piedi della scala. Andreino saltò per il primo a terra e porse la mano a donna Vincenzina. Cresti, Amedeo, Giosuè scesero loro incontro: ma nessuno seppe trovare la parola che valesse a rompere un silenzio così doloroso. Aiutato da Massimo e da Andreino, Ezio, che nel toccare la soglia di casa sua sentiva venire incontro tutte le belle cose della sua giovinezza, discese dalla barca, si fece dare il bastone e quando gli parve d'essere orientato, disse:--Lasciatemi, ora son pratico.--
E venendo avanti col passo misurato e cauto del cieco, raggiunse la rampa della scala, sentì sotto la mano il ruvido della cinta e cominciò a salire.
--Son fioriti gli oleandri--disse quando fu in cima, dove si fermò un istante colla faccia rivolta verso la stesa del lago di cui sentiva l'ampiezza aperta ed il mormorìo pieno di seduzioni. I parenti seguivano a pochi passi di distanza colla stanchezza di chi torna da una battaglia perduta. Cresti non vedeva gli scalini, tante erano le lacrime che gli velavano la luce.
* * * * *
Quando ebbe respirato un poco il soffio del vento, il cieco piegò verso il boschetto delle magnolie dove s'era avanzata ad aspettarlo Flora. Pallidissima, ma rigida e forte accanto al tronco di un albero a cui appoggiava la testa, la fanciulla addolorata guardava con occhi spasimanti.
Regina, nascosta fra gli alberi, s'era lasciata cadere in ginocchio e pregava a voce alta, perchè la Madonna desse a tutti la forza di sopportare quel gran male.
Ezio veniva abbastanza sicuro, guidato dal sentiero sabbioso che strideva sotto i suoi piedi nell'ombra già folta del viale che aveva per sfondo la luce del lago; quando, parendogli di udire una voce, si fermò, alzò il bastone come spada e domandò in modo di scherzosa esclamazione:--Chi va là?--
Flora non rispose, ma si precipitò verso di lui che si sentì chiuso nelle sue braccia. Egli sentì le sue labbra sulla fronte, sentì l'affanno della muta angoscia e credette per un istante che la morte più volte invocata venisse davvero non senza qualche conforto. Tutti si strinsero davanti a quella scena improvvisa in un sacro raccoglimento, come se in quei due giovani cuori vedessero soffrire tutta la natura umana.
Il silenzio che seguì per circa un minuto fu così religioso e profondo che la voce di Regina uscì come un mesto suffragio, come la preghiera del sacrificio.
--Vedi, Flora, come mi hanno conciato?--fu il primo a dire il poverino, che si sforzava di mantenere nello spirito e nella voce la pacatezza dell'antico elegante:--Addio, maschere, Flora! nemmeno Pomponio Labeone l'avrebbe prevista.--
Essa rispose con tutte le sue lacrime, che Ezio sentì cadere così spesse e così calde sul viso che, dimenticando sè stesso si fece a consolarla.--Povera Flora--disse commovendosi, mentre lasciava scorrere la mano tremante nel fitto dei folti capelli, come se cercasse con quella carezza di darle un segno dell'antica fratellanza:--Ti faccio piangere troppo, povero cuore. So che mi volevi bene, povera Flora, è un castigo grosso... ma ci vorrà molta pazienza. Ti conterò tutte le fandonie che mi hanno dato a bere in questi quindici giorni. Fu una cura di bugie: ma ora non c'è più dubbio. Sono orbo, orbo come una talpa. Però son contento di essere a casa mia... Dove siamo? dammi la mano, Flora, così... Questa è la porta di casa, ecco il primo gradino. Qui ci sarà la Bernarda, immagino, nascosta in qualche cantuccio. Dove sei tu? credi che non ti senta piangere, mia vecchia trottola?
--Son contenta di vederla, sor padron..--fece per dire la povera donna; ma le rughe del vecchio volto s'irrigidirono in una contrazione nervosa, quasi in una smorfia di pianto trattenuto.
VI
La grande battaglia,
Seguirono giorni di pena, di ansietà, di paura. Ezio mostravasi calmo, quasi rassegnato: ma non c'era da fidarsi. Don Andreino, scrivendone al Bersi, non nascondeva le sue preoccupazioni: «Se egli non me lo avesse già dato ad intendere a chiare parole, basta conoscere il carattere di Ezio per ritenere che un giorno o l'altro troverà un estremo rimedio a questa estrema sventura. Nessuno potrà impedirlo: quasi sto per dire poco cristianamente che non si oserebbe dargli torto.
«Ora sta sistemando le cose sue, vuol pagare i suoi debiti, ordinare le carte di suo padre, preparare un testamento. A sentirlo parlare con tanta freddezza ti fa gelo al cuore. Vi son parole di conforto per questi mali? io non ne so trovare.
«Anche mia zia, la marchesa di Villamare, è cieca da dieci anni: ma _ce n'est pas la même chose_. La marchesa ha settant'anni e dopo aver adoperato assai bene i suoi bellissimi occhi s'è data al buon Gesù. Ezio è un agnostista (uso la parola che il Brunetière adopera in un suo stupendo articolo della _Revue des deux Mondes_) e a ventiquattro anni non manca il coraggio di morire. _Le gest est beau._»
La Bernarda ebbe presto motivo di persuadersi che questi sospetti non erano infondati.
Un giorno, mentre stava accomodando la biancheria, vide entrare nella stanza Ezio, che in pochi giorni aveva riacquistata la pratica della casa. Dopo aver toccato i vari cassetti dell'antico scrigno di mogano, fece scattare un battente e ne ritirò una cassetta di cuoio. Apri l'astuccio, palpò, carezzò colla punta delle dita le canne lucide e brunite delle pistole mollemente tuffate nella loro custodia di velluto, ne levò una piccola rivoltella di cui fece scattare rapidamente il grilletto....
La povera donna fu lì lì per corrergli addosso e strappargliela di mano, ma si trattenne, vedendo che il giovine rinchiudeva l'astuccio, collocava questo di nuovo nello stipo, ne ritirava la chiave, mormorando qualche parola secondo l'abitudine che aveva preso di parlare con sè stesso, quando sapeva di esser solo, quasi per un bisogno di ritrovare nel buio la sua personalità.
La vecchia domestica raccontò quel che aveva visto a donna Vincenzina, che ne parlò a Massimo e a Cresti. Che si doveva fare? mettere a fianco del giovine una persona che lo seguisse in tutti i passi non era possibile, perchè Ezio aveva dei momenti di cupa sofferenza in cui non voleva nessuno accanto a sè: e a questi succedevano ore di non meno cupa oppressione morale, durante le quali rimaneva disteso sul letto in una muta tetraggine che non sempre le lagrime riuscivano a rompere.
Se una vigilanza era possibile di giorno non era egualmente facile di notte, se anche si fosse trovata la persona capace di assumere un incarico così pericoloso.
Se ne parlò a lungo col Cresti, ma il signor Cresti aveva già troppi pensieri suoi, perchè potesse consigliare o sacrificarsi. Il matrimonio con Flora era stato fissato per la metà o per la fin d'ottobre e allo sposo stava a cuore che il Ravellino per quel tempo, lavato e ribattezzato in Villa Flora, fosse discretamente in ordine almeno nelle sue stanze principali.
La terribile disgrazia di Ezio aveva gettata un'ombra di cattivo augurio sulla felicità del solitario del Pioppino; ma alla fine bisognava che tutti si facessero ragione. Ezio non era mica un suo parente e bisognava anche dire che era andato a cercarla col lanternino. Giudicando dalle apparenze, anche Flora per la prima pareva persuasa di questa necessità. Tutto era possibile tranne il tornare indietro. Se il buon Dio avesse voluto con un miracolo ridonare la vista al cieco, Flora non poteva raccogliere l'eredità di uno scandalo. Tra lor due c'era oggi un orgoglio ferito che non si poteva più medicare, e l'orgoglio divide più della morte.
Così il buon Cresti procurava di far in modo che la logica non impedisse la sua felicità; la quale era veramente grande, saporita, luminosa. Finalmente gli pareva di aver trovata la parola lungamente cercata che spiegava l'enigma intorno a cui si era logorata la sua mente per tutti gli anni della vita. Tutte le parti dell'indovinello si schiarivano negli elementi parziali di quella parola che le riassumeva. Dite «amore» e la vita è la cosa più facile del mondo.
E Flora?
Flora viveva come una sonnambula. Quel suo povero cuore s'era quasi spezzato del tutto alla vista del cieco che veniva titubante, col viso alto e pallido, spento.... Quello non era più il suo Ezio, ma il cadavere di Ezio che camminava.
Un sacro orrore si era impadronito del suo spirito e andava continuamente scompigliando i suoi pensieri e i suoi affetti. Non sapeva più che cosa desiderare nè per sè nè per il disgraziato. Arrivavano momenti in cui non capiva nemmeno i ragionamenti più semplici e le dimostrazioni che la mamma andava ripetendo per la centesima volta.--È una grande disgrazia--diceva la signora Matilde alla figliuola--ma dal momento che egli non ha avuto occhi per te quando ci vedeva, non c'è motivo che tu perda ora i tuoi a piangere quel che non si può riparare. Ciascuno ha i suoi doveri nella vita, e come hai rinunciato a lui quando era felice e trionfante, devi per un motivo ben più nobile e santo rinunciare, a lui, ora che hai promesso il tuo cuore e la tua mano a un galantuomo che ti vuol bene. Cresti non ama veder questo tuo abbattimento. Per quanto grande sia la disgrazia di Ezio, tu non gli puoi giovare colle tue lagrime.
--Io non piango, mamma--diceva Flora.
--Non piangi, ma fai peggio. Non parli, non mangi, non capisci nulla.
--Dicono che egli si ucciderà.
--A Ezio non mancano le ragioni per vivere, se nella sua coscienza c'è ancora qualche cosa che non sia orgoglio e vanità. Ma comunque sia, o mia cara, che giova il tuo piangere?
--Io non piango mica, mamma.
--Che gli giova il tuo soffrire? egli deve essere contento di sapere che hai trovato in Cresti un onesto e sincero protettore. Settembre è quasi per finire e troppe cose abbiamo a preparare, perchè abbia a perdere il tuo tempo in questa malinconia senza rimedio.
--Tu hai ragione, mamma.--
Pareva persuasa di queste ragioni: ma scrivendone di lì ad pochi giorni a Elisa d'Avanzo essa tornava a girare ancora intorno alla sua dolorosa idea: «Dicono che se Ezio avesse la fede delle nostre madri e la nostra, troverebbe la forza di sopportare la sua sventura: e per invocarla questa fede la zia Vincenzina ha fatto celebrare un triduo alla Madonna del soccorso. Ci siamo andato ieri per la prima volta sull'albeggiare, e ho cercato di portare lassù quanto c'è di meno cattivo nell'anima mia. La buona Regina mi persuase ad accostarmi alla Santa Comunione e volentieri seguii i consigli di un'anima semplice per mettermi anch'io in quello stato di semplicità che provoca la grazia. Ho bisogno di tutti i soccorsi del cielo, mia cara, perchè questa povera testa non afferra più certe ragioni e non sa più che cosa credere e che cosa pensare. Che faccio io per salvare un'anima in pericolo? Ora egli parla di stabilirsi in un suo fondo del basso milanese, dove potrà, dice, attendere all'amministrazione delle cose sue, vivere in pace, solo, senza dar noia a nessuno: ma tutti sentiamo ch'egli cerca i mezzi per meglio ingannarci e che il suo viaggio sarà ben più lungo e più triste. E intanto mi parlano di nozze...»
La mamma se la vedeva spesso comparire in camera, di notte, pallida e agitata perchè diceva di aver udito un colpo nell'aria dalla parte di Villa Serena. Le prime volte che aveva tentato di varcare il cancello della villa dopo il suo incontro con Ezio, s'era sentita respingere da una forza invisibile. Il suo cuore era diventato un garbuglio di sentimenti, di desideri, di paure, di sgomenti, in cui non sapeva raccapezzarsi. Una specie di ripugnanza fisica urtava collo spirito avventuroso del suo carattere. Temeva di essere avara o crudele con un poverino così disgraziato, ma non vedeva in qual modo avrebbe potuto essere pietosa. Ora l'idea del suo matrimonio con Cresti le si presentava come un grottesco assurdo, ora rifugiavasi in questo destino con un senso di sollievo, cedendo volentieri al dovere, come chi approda su uno scoglio che salva da un naufragio.
Una mattina la zia Vincenzina le mandò a dire che aveva bisogno di parlarle. Venisse subito per una comunicazione urgente, ma non dicesse nulla per ora alla mamma.
Il giorno prima Ezio s'era fatto condurre dai barcaiuoli a Lezzeno in cerca di un vecchio notaio Morelli, che aveva goduto la fiducia del babbo, ed aveva avuto con lui un lungo colloquio.
Ora il notaio scriveva con riservatezza, per avvertire la signora Bagliani, che il giovine aveva dettato un vero testamento, come se fosse alla vigilia della morte. All'Istituto dei ciechi poveri di campagna aveva lasciato il grosso della sua sostanza, cioè le rendite del suo fondo di Brentana: una somma era destinata per la pubblicazione delle memorie di suo padre: venti mila lire come regalo di nozze a Flora Polony, oltre a molti altri ricordi e regali a parenti e ad amici.
Il buon notaio sentiva il dovere di rompere in questo caso i suggelli della circospezione professionale, perchè gli era parso di comprendere che il disgraziato giovine meditasse un sinistro proposito. Vedessero i parenti quel che si poteva fare per salvarlo.
La zia Vincenzina prima ancora di parlarne a Massimo e a Cresti, seguendo un segreto istinto del cuore, aveva voluto discorrerne a Flora, in cui sentiva una naturale alleata.
La fanciulla giunse alla Villa verso lo due, e dal vialetto dei carpini fece seguo alla Bernarda che corse ad avvertire la signora. La zia disceso subito e risalendo colla fanciulla il giardino, le diede a leggere la lettera del notaio e si consigliò con segreta ansietà su quel che si doveva fare.
Flora lesse e impallidì: però dopo un istante, senza smarrirsi, riprese:--Lasciami questa lettera, zia, gli parlerò io. Sì, sì, gli devo parlare. Non si può abbandonare un'anima che soffre. Non c'è nulla che vale più d'un'anima. Dov'è? andiamo subito da lui: forse ho già tardato troppo.--
* * * * *
Parlava ora con una calda animazione, senza tremiti, senza lacrime.
Il suo volto si era rianimato come sotto il riflesso d'una fiamma interiore, che fosse balzata all'improvviso dal suo cuore coperto di cenere, ma non spento. Dopo aver tentennato un pezzo tra oscuri viottoli, le pareva di vedere finalmente aprirsi una strada luminosa davanti a sè, la strada diritta che menava alla mèta, la sua strada, insomma!
--Non dirgli che ti ho parlato--soggiunse la zia Vincenzina--ma fingi d'essere venuta qui da te, a caso. Eccolo che esce ora in compagnia di suo zio. Va loro incontro e procura di scoprire i suoi pensieri. Noi vi raggiungeremo poi: oh si, dobbiamo combattere tutt'insieme questa grande battaglia. Va, e che la Madonna ci aiuti tutti, cara la mia figliuola!--
Flora andò incontro ai due che scendevano lentamente per il viale della darsena. Quando fu loro vicina cinque passi, fece un segno colla mano allo zio Massimo perchè tacesse e sentì Ezio che diceva;--No, no, miei cari. Io non voglio essere di carico a nessuno; la mia disgrazia non dev'essere la disgrazia di tutti. Per quanto non dubiti del vostro affetto e del vostro coraggio, penso che laggiù a Brentana, lontano dal mondo, mi sarà meno difficile rassegnarmi al mio destino.--
Il volto del giovine parve a Flora molto dimagrato. La barba bruna, che aveva dovuto lasciar crescere, faceva comparire ancor più pallida la tinta del suo viso, che nelle linee acute e corrette del profilo aveva un non so che di freddo e di marmoreo sotto la cornice nera d'un berretto d'astracan alla Russa, che gli copriva il capo e parte della lunga cicatrice.
L'immobilità degli occhi, oltre a dare a tutta l'espressione di quel viso affilato una rigidezza statuaria, versava sulla fisionomia, un dì così luminosa ed aperta, quasi un velo di triste oscurità. La voce già così balda e dominatrice, risonava come depressa in una lenta estenuazione piena di lacrime segrete e di rancori, che si manifestavano in bruschi scatti di tutta la persona e nel modo con cui agitava davanti a sè il bastone che gli serviva di guida. Vinto, prigioniero, incatenato nella sua sventura, il vincitore di ieri trascinava non umilmente la sua miseria: e non era difficile scorgere ch'egli pensava di procacciarsi una suprema rivincita, quasi quasi una vendetta, nell'estremo castigo che andava segretamente preparando a sè stesso.
--Ecco quà la nostra Flora--disse lo zio Massimo, quando la fanciulla con un gesto del capo ebbe acconsentito.
--Flora?--esclamò Ezio con una dolente cantilena--beato chi la può vedere! Credevo che mi aveste dimenticato voi altre del Castelletto. Anche Cresti non si vede quasi mai.
--Si teme di disturbare--mormorò la fanciulla.
--Vado a vedere se è arrivata la posta--interruppe lo zio, obbedendo ad un richiamo che donna Vincenzina gli fece da lontano.
* * * * *
Quando i due giovani sentirono di essere soli caddero e si indugiarono in un pensiero oscuro, che avvolse come una nube tutta la loro vita. Il silenzio che ne seguì parve a entrambi più pesante della pietra d'un sepolcro. Ezio sentì la necessità di uscirne per compassione di tutt'e due, per rispetto a sè e anche per quel senso orgoglioso di ribellione che non era ancor morto in lui e su cui andava facendo gli ultimi conti.
--Stanotte credo di aver avuta un po' di febbre e sento volentieri il caldo del sole--Riprese a dire, mentre sedeva sul muricciuolo di sponda, voltando le spalle ai raggi. Flora gli si fermò accanto, in piedi.