# Col fuoco non si scherza

## Part 19

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Camminando lesta, fu a Cadenabbia prima dell'approdo del battello. A Menaggio trovò pronto il treno e montò in un vagoncino di terza classe, dove non c'erano che tre o quattro guardie di finanza.

Si rincantucciò, si raccolse e per tutto il tempo che il treno sbuffò su per le rampe del monte, non tolse mai gli occhi dallo specchio fermo del lago, che si dilatava a' suoi piedi. La mattina era nitida, ma prometteva una giornata calda e senz'aria.

A Porlezza discese dal treno e risalì sul battello, prendendo posto fra le ceste e i colli che ingombravano la punta di prua. Fatti i conti, s'era accorta che le dieci lire erano scarse per viaggiare in prima classe: c'era quasi pericolo di non averne abbastanza per il ritorno. Ma a questo avrebbe provveduto la zia Vincenzina. Vicino a lei sedevano altre donne coi canestri sui ginocchi, si radunavano operai e pescatori, chiocciavano le galline nelle gabbie, i discorsi comuni della gente si mescolavano ai comandi del capitano e alle voci dei battellieri che gridavano le stazioni.

Seduta su di un fascio di grosse corde, sotto il suo cappelluccio schiacciato sulla testa colle tese rovesciate per assicurarlo contro il vento, Flora, sorpresa di sentirsi così tranquilla e convinta, come se andasse a compiere un dovere naturale, fissava il punto lontano dalla sua meta, affrettando col desiderio il momento d'arrivare.--La mamma--pensava--riceverà il mio biglietto prima di alzarsi. Stasera mi sgriderà, naturalmente, ma poi mi perdonerà. Perchè io sola non devo sapere quello che tutti sanno? Quando vedrò che l'opera mia è inutile, tornerò a casa, non ci penserò più, sposerò Cresti, farò tutto quello che vorranno.--

Pensare non è la parola precisa. Era piuttosto un passar rapido di immagini, d'impulsi, di sgomenti, di riflessioni, che viaggiavano con lei, ma di cui essa non era padrona.

Giunta a Lugano, quando fu dalla folla sospinta fin quasi nel mezzo della piazza del mercato, chiese a una fruttaiola la strada per andare a villa Elvetica.

La donna non aveva mai sentito nominare questa villa, ma una guardia di città insegnò alla signorina il modo di prendere il tramwai della stazione che l'avrebbe condotta a pochi passi dal luogo. Così fece. Tutto andava bene come se fosse guidato da una mano benevola.

Dieci minuti dopo, il conduttore le indicava la villa sopra un poggio in fondo a una salita battuta dal sole. Ringraziò, discese e prese la sua strada, provando ai primi passi un senso di debolezza: ma si ripigliò subito.

L'ora si faceva già calda e il bianco della strada riverberava già la vampa cocente di quel sole, che prometteva un'altra giornata di bel tempo. Il cancello della villa era aperto ed essa entrò liberamente sentendosi tutta consolata dalla freschezza delle ombre e dei viali oscuri che salivano alla casa. Una volta si fermò ad asciugarsi la fronte, per ricomporre i capelli scompigliati dal vento, accomodò il cappellino di paglia, che aveva perduto le sue penne e fattosi cuore, disse a sè stessa:--ora ci sono: botte non me ne daranno.--

E per non lasciarsi avvilire da quella debolezza che l'aveva presa alle gambe, provò a ridere di sè e dell'ombra sua che, allungandole sul terreno la persona stretta nel suo giubbetto leggero, e dilatando le tese del suo cappelline, le faceva la figura di un giovine prete lungo lungo. Veramente la scappata era più da studente biricchino che da teologo, e chissà? chissà che cosa avrebbero detto di lei a casa la mamma, il rigido Cresti, la beata Regina, la Nunziata... E che sorpresa per la zia Vincenzina di vederla arrivare in quel modo.... Ma comunque la volesse andare, adesso era qui, stava per rivederlo dopo un secolo che non lo rivedeva, gli avrebbe parlato, ed egli avrebbe dovuto almeno ringraziarla della sua carità. Oh non gli chiedeva nulla nulla; un «grazie» un «addio Flora...» un... «poverina che sei venuta con questo caldo...» e poi sarebbe tornata a casa tranquilla com'era venuta.

* * * * *

La villa era chiusa da tutte le parti, immersa in un silenzio di chiostro.

Provò a girarle intorno, in cerca di una porta d'ingresso, provò a scuotere e a battere nelle persiane; nessun segno di vita, nè di dentro nè di fuori.

Accostando l'orecchio alle persiane chiuse, non sentì che vi fosse anima viva. Sfette un istante avvilita senza sapere che cosa pensare. Che avesse sbagliata la casa? no, il nome di Villa Elvetica era scritto a lettere d'oro sul frontone; e le soprascritte e i telegrammi che aveva potuto consultare parlavano nettamente di una villa Elvetica sopra Lugano, a pochi passi dalla stazione. Dunque non ci poteva esser errore da parte sua, e bisognava piuttosto credere che fossero partiti tutti, o che Ezio... oh Dio!... che il povero Ezio fosse stato ucciso nel duello, e che le lettere e i telegrammi non fossero che un inganno pietoso dei parenti per preparare a poco a poco l'animo suo a ricevere la tremenda notizia.

Fu tanta la violenza persuasiva di questa supposizione che le mancarono le forze e si lasciò andare sui gradini della casa, tenendosi su a fatica colle mani aggrappate agli stipiti della porta. Se non perdette i sensi del tutto fu per forza di una volontà quasi irritata che comandò di resistere, di non smarrirsi in quel deserto, di opporre agli inganni la forza de' suoi diritti

Se Ezio era morto, perchè non doveva essa saperlo? se era morto l'ideale della sua vita, ben poteva ritenere finita anche per lei ogni ragione di essere e di soffrire. Se l'avevano ingannata, non solo era stata un'ingiustizia, ma una crudeltà; una inutile crudeltà che essa avrebbe dovuto far scontare a' suoi ingannatori.

A confermarla in questo odioso sospetto ritornavano in mente alcune circostanze.

Cresti era partito una prima volta coll'animo sollevato, ma era stato chiamato improvvisamente, mentre facevano venire da Torino un celebre dottore: da allora era incominciata quell'aria cupa di mistero, che faceva gli occhi rossi alla mamma, e confuse le risposte di Regina e delle altre donne....

No, no: era possibile ch'egli fosse già morto, che lo avessero sepolto in segreto senza che la sua Flora fosse stata chiamata a piangere sopra la sua bara? Non avrebbe mai più perdonato questo delitto, ma avrebbe vendicato in sè stessa l'oltraggio, lasciandosi morire di disperazione sulla fossa chiusa....

--Ezio--gridò non sapendo più resistere alle violenze di quel dolore acerbo, battendo colla testa e colle palme contro le gretole delle persiane che risuonarono nel silenzio del giardino....--Ezio!--gridò una seconda volta più forte, stringendosi i capelli--o mio povero Ezio, dimmi che non sei morto! oh Dio, non ingannatemi. O cattivi, pietà di questa poverina; aiuto, Madonna...--

E sentendo che lo spasimo più forte della resistenza stava per travolgerla in un torrente d'angoscia si accoccolò, si rannicchiò sul freddo sasso, appoggiò la testa alle braccia; e mentre non cessava di chiamare con voci alte e straziate il suo Ezio, pianse in uno scroscio di lagrime infinite.

* * * * *

Si ridestò dopo alcuni istanti al suono d'una voce che la chiamava: credette anzi di sentir pronunciare il suo nome e alzò la testa.

--Si sente male, poverina?--chiese la donna del giardiniere, mentre cercava di sollevarle la testa.

--Fatele odorare questo profumo--soggiungeva una voce più gentile: e fu appunto all'acuto effluvio d'un'essenza che Flora si ridestò, riconobbe il luogo, riprese coscienza di sè, del suo dolore, del suo pianto, ravvisò la donna e accanto a questa, seduta su una panca del giardino, un'altra donna pietosa, assai giovine e bella, che le parlava con soavità, compassionandola, e dava qualche segno di conoscerla.

Era forse questa signora, che aveva pronunciato poco prima il suo nome.

--Perdonate--cominciò a balbettare la poverina--sto meglio. Ero venuta a cercare di questi signori, voglio dire di quel giovane che fu ferito in duello. È morto? dite. È morto?

--No. Son partiti tutti fin da ieri mattina--disse la donna.

--Partiti?--esclamò Flora, rianimandosi.--Scusate, pensavo che fosse morto e ho provato un gran colpo di cuore. La sua ferita è guarita?

--Quasi guarita o almeno il dottore assicura che da questa parte non avrà più nulla a temere. Non so per il resto.

--Cioè?

--È forse una parente la signorina?

--Sono una sua lontana cugina. Dite pure: dovrò pur sapere come sono andate le cose.

--Si teme che il poverino abbia a rimaner cieco per tutta la vita.

--Cieco?!--gridò Flora, afferrando le mani della donna--Cieco?!--E lottando contro una specie d'interna incapacità a comprendere il senso doloroso delle cose, guardava negli occhi la donna per cercare la soluzione di un enigma che non si lasciava sciogliere.

Ma a poco a poco la verità si fece strada, La nozione del male si trasformò in una sensazione oscura che l'avvolse come una notte. Il giardino così pieno di sole sprofondò in una tenebra fitta come se la verità acida e velenosa, saltandole agli occhi, accecasse anche lei.

La giardiniera, vedendola vacillare di nuovo, la sorresse col braccio e cercò di rianimarla con delle buone parole, a cui Flora si sforzò di rispondere per non perdere del tutto una forza di resistenza di cui aveva ora più bisogno di prima.

--Cieco!--Ora sentiva tutta la grandezza di questa nuova sciagura, che non osava confrontare con quella che aveva temuto prima, per paura che, dovendo sceglier tra due terribili mali, il suo cuore avesse a ingannarsi. Piangeva Ezio come morto e glielo rendevano vivo, ma cieco: non sepolto morto nella terra, ma sepolto vivo nelle tenebre, Era una scoperta orribile, da togliere ogni virtù: ma dopo aver dissipato con un atto materiale delle mani la nebbia che le ingombrava la vista, tornò in sè stessa per non so qual forza riposta, si alzò e chiese con voce subitamente rinvigorita:--Sapete se essi intendevano di tornare a casa?

--Sentivo dire che il signor Ezio desiderava tornare: ma che volesse tornar subito non saprei dire.

--Grazie, buona donna; scusate se vi ho spaventata.--La fanciulla, appoggiandosi al braccio della giardiniera, si fece accompagnare un tratto per il viale fin verso il cancello; ma fatti alcuni passi, accortasi di non aver ringraziata e salutata la bella signora che l'aveva soccorsa e di cui teneva ancor stretta nella mano un'elegante fialetta di cristallo:--Quella buona signora....--disse voltandosi a cercarla cogli occhi. Ma la buona signora era già scomparsa.

--La conoscete?--chiese alla donna.

--Dev'essere una signora americana che sta all'Hôtel. È venuta anche lei due sere fa per la prima volta a chieder notizie del ferito e restò molto impressionata, quando il contino le diede la brutta notizia. Oggi è tornata per veder la villa, perchè spera che suo marito, un milionario americano, abbia a comprargliela. Dicono che non sia propriamente suo marito: ma per noi è lo stesso, purchè la villa si venda e si esca da questa melanconia. È peccato buttar via questa grazia di Dio: e anche mio marito potrebbe guadagnare qualche cosa di più che non a servire questi usurai dell'hôtel che non danno mai un soldo di mancia. Si sa, siam povera gente che vive di incerti e di piccoli proventi.--

In Flora, al sentir parlare di mancia, si rivegliò il senso di quel dovere civile che vuole che ogni servigietto abbia il suo compenso. Tolse dal magro portamonete una lira di carta italiana e offrendola modestamente alla donna le disse:--Pregate per quel poverino e un poco anche per me.

--Lo farò, bella ragazza; non avrebbe per caso moneta svizzera?

--Oh no...--esclamò la povera Flora, arrossendo, cercando inutilmente tra le poche lire stracciate che eran rimaste nel fondo.

--Fa nulla, pregherò lo stesso.

--E ringraziate per me la signora...--disse, affrettandosi verso le strada che scendeva in città.--

La donna dalla soglia del cancello la seguì un pezzo cogli occhi e quindi, pesando il barattolo di cristallo in una mano, la logora lira nell'altra, mentre tornava sui suoi passi, prese a dire:--Peccato davvero che resti cieco quel povero figliolo, quando ha la fortuna di farsi ben volere dalle donne, dalle bionde, dalle rosse, e forse anche dalle nere. Era forse meglio che morisse addirittura laggiù in quel prato, povero figliuolo!--E seguitando ne' suoi pensieri, mentre tornava in traccia della bella americana, almanaccava:--Questa rossa, pare una sartina o una maestrina di laggiù, e a giudicare dai capelli dev'essere un diavoletto intelligente, un'anima calda: e come piangeva! sento ancora il calore delle sue lagrimone sulla pelle delle mani. Peccato che il suo borsellino sia smilzo come un agone secco. Per una lira italiana e sporca io dovrei pregare per lui, per lei, e magari accompagnarli in paradiso. L'americana non ha bisogno delle mie orazioni e se devo giudicare dall'odore, è di quelle che pregano una volta sola in punto di morte, quando il diavolo si muove per portarle via. Questa boccettina--soggiunse, portando il buon odore al naso--par di cristallo fino e il collo par d'argento, guai se non avessimo di questi proventi in questi anni di miseria!--E se la mise in tasca.--Ora non mi resta che di conoscere la maritata, quella per cui il giovinotto arrischiò di farsi ammazzare. Dev'essere assai bella se l'ha pagata con un paio d'occhi, scartando la bionda e la rossa. Ma, ah povera me! che cosa serve la bellezza, se non hai gli occhi per vederla?--

Ridendo, crollando la testa sulle sue considerazioni, la donna, che aveva nei suoi giovani anni conosciuto il mondo, finì col conchiudere che bisognerebbe nascere due volte: la prima per imparare, la seconda per vivere.

IV.

Belvedere.

Ezio smanioso di tornare a casa sua, appena si sentì in grado di affrontare le noie del viaggio, fu come se avesse i carboni accesi sotto i piedi. Sperava che a cambiar aria, potesse rompersi quel sinistro augurio che gli pesava sul capo; ma non volle ritornare per la valle di Menaggio, temendo di ripassare troppo presto da luoghi ch'egli aveva ancora negli occhi. Mostrò invece il desiderio di scendere ad Argegno sul lago di Como a poca distanza da Villa Serena, attraversando il valico d'Intelvi. Lassù, a Lanzo e al Belvedere, era andato da giovinetto con suo padre e gli era rimasta la memoria come di siti incantevoli, d'aria frizzante e leggiera, di una luce trasparentissima, piena di azzurro. Deviando un poco, era facile raggiungere anche la vetta del Monte Generoso, famoso per la grandiosità delle sue vedute sopra la catena delle Alpi e delle prealpi, e più ancora per gli spettacoli quasi divini delle sue aurore. Si ricordava di aver passata una notte di settembre in compagnia di alcuni cacciatori, che dopo averlo condotto in mezzo ai boschi oscuri della valle di S. Fedele e di Casasco, avevano acceso un fuoco e fumato nelle pipe in attesa del sole. Quel bivacco luminoso nella gran selva dei castagni gli tornava spesso nella mente e aveva la virtù di accendere ancora una vampa di fuoco nel suo viso. E ricordava quando, avvolti negli scialli per difendersi dalla brezza acuta dell'alba, s'erano accovacciati in una specie di fossa a ridosso dell'ultimo dente, e di là aveva visto schiarirsi a poco a poco il cielo, prima in un colore opalino verso la somma volta, poi in striscie più calde all'orizzonte, in cui guizzavano delle pagliuzze d'oro, finchè un vivo braciere di fuoco purpureo venne a divampare sopra le vette e a tingere di sangue le pozze e i rigagnoli dei pascoli. Ricordava con una chiaroveggenza quasi dolorosa questo sublime spettacolo, in virtù di quella vista che non è negli occhi, e che va spesso più lontano, oltre i confini del senso. Sperava di ritrovare di nuovo lassù queste vive immagini a cui l'anima sua attaccava un'ultima speranza. Quasi se le prometteva come un premio alla sua costanza, con quell'ostinazione propria delle anime forti, che rifiutano di credere ai mali che le opprimono.

Non osava ancora ammettere che le sue pupille, così pronte poco prima, osassero disobbedire al cenno imperioso della sua volontà ancora così piena di luce e di cose. Non si scongiura un male se non ribellandosi. La rassegnazione, la più umile delle virtù, non è buona se non quando è necessaria.

Arrivarono all'Albergo del Belvedere sul far della notte, dopo un viaggio lento, melanconico, in cui quasi nessuno parlò. Soltanto don Andreino si sforzò di parer qualche volta di buon umore: ma i suoi discorsi, per quanto cercasse di farli parere spontanei, avevano nell'animo de' suoi compagni di viaggio quella falsa risonanza, che mandano le posate e i bicchieri a un pranzo che segue un triste funerale. Ezio, sentendosi le ossa affrante e lo spirito depresso, si mise subito a letto dopo aver persuaso Andreino a svegliarlo la mattina all'alba, perchè desiderava di assistere alla levata del sole. E quasi che in questa speranza trovasse il suo riposo, si addormentò subito.

Intanto che il contino prendeva alcuni accordi coll'albergatore, donna Vincenzina che il doloroso viaggio aveva stancata d'anima e di corpo, era andata a sedersi in un angolo del terrazzo che domina, dall'altezza di quasi mille metri, il lago di Lugano e stava fissa a contemplare ora le stelle che luccicavano nel fondo del cielo, ora i lumi della città sottoposta, collocata nella profonda oscurità dell'abisso.

Massimo la trovò immersa nelle lagrime.

Dopo una settimana di torture, sul momento di avvicinarsi a casa, essa sentiva tutta la grandezza della sventura che li aveva colpiti e cercava nel pianto un sollievo.

Massimo sedette accanto a lei, nell'angolo dove arrivava, diluita, la luce dei fanali e languivano gli ultimi rumori che uscivano dall'albergo.

--Abbiamo ragione di piangere--disse con voce soave e tremula il vecchio amico,--È una grande sventura e non vedo come, col suo temperamento autoritario e irritabile, Ezio possa sopportarla. Temo anch'io che in un momento di maggior avvilimento egli possa commettere uno sproposito. Colla sua è la vostra disgrazia, poverina. Quale sarà la vostra vita da ora innanzi? come potete legarvi per sempre, alla sorte di un cieco?

--Che cosa pensate, Massimo? che io possa abbandonare Ezio?

--Non posso pensare nulla di male di voi, sapete: ma temo che il sacrificio sia maggiore delle vostre forze.

--Io ho sempre amato Ezio come un figliuolo.

--È vero. Avesse egli corrisposto con altrettanto affetto! Ora che la sventura l'ha colpito così tremendamente, credete ch'egli saprà trovare quella ricchezza di cuore di cui voi avete bisogno? Già sacrificata una volta all'egoismo del padre....

--Vi proibisco di parlare, Massimo--fece donna Vincenzina, posando una mano sulla mano di lui.

Massimo chinò la testa e stette un istante in silenzio. Fu essa la prima a riprendere la parola dopo un lungo intervallo, durante il quale gli occhi avevano a lungo contemplata una stella.

--Voi che cosa mi consigliereste di fare?

--Una cosa semplicissima, Cenzina--disse Massimo con una tenerezza che ricordava nel suono e nelle parole un'antica famigliarità.--Che si sia in due a portare questa croce.

--Oh sì... io faccio affidamento sul vostro aiuto, Massimo--disse lentamente.

--Ma io potrei ripartire, capite? quando fossi vostro, tutto vostro, Cenzina....--

Essa non rispose. Come se un improvviso malore l'assalisse posò la testa sul braccio appoggiato al balaustro di sasso e lasciò che il vecchio amico portasse la sua mano alle labbra. Ve la tenne un pezzo il vecchio amico e la bagnò di lagrime calde che uscivano dal vecchio cuore.

* * * * *

Fu il primo Ezio a svegliarsi e chiamò Andreino che dormiva in un letto accanto.

--Ho sentito sonar le tre all'orologio del corridoio. Aiutami a vestirmi: noi dobbiamo essere su qualche altura prima che il sole metta fuori le corna. Voglio respirare la brezza dell'alba, la buona brezza che sveglia gli uccelli e gli alberi: voglio lavarmi gli occhi nella rugiada e ricevere in viso il primo raggio di sole, riceverlo puro attraverso alla pura atmosfera.--

E su questa intonazione, in cui non avresti saputo discernere quanto di enfatico egli mettesse per sostenere i dolori del suo spirito, seguitò a discorrere finchè Andreino non fu pronto ad accompagnarlo.

--Ora sta zitto, perchè a quest'ora i cristiani dormono--gli disse il contino.

--È buio?

--Buio pesto. Appoggiati al mio braccio e sta attento a fare gli scalini che ti conto. Troveremo qui abbasso il _portier_ che ci aspetta.

--Non lo voglio: andiamo soli, Andreino.

--Ma io non conosco queste strade.

--Non fa nulla. Menami fuori, all'aperto, in una di queste vicine alture. Ho bisogno di respirare un'aria alta. Poi ti dirò quel che dovrai fare. Tu mi vuoi bene, Andreino: tu sei stato per me in questi giorni più che una sorella.

--Oh senti, se non hai nulla di meglio da contarmi, lascia stare anche i complimenti. Eccoti invece un buon bastone di montagna che ti aiuterà a trovare la strada. È buio anche di fuori, come se si fosse in una cantina.

--È buio? è proprio buio? Oh com'è fresca l'aria qui fuori--esclamò il giovane, vagolando sul piazzale--questa vien dal lago. Che silenzio di chiesa! dormono tutti?

--Non sono ancora le quattro.

--È nuvolo?

--No, ci sono le stelle.

--Allora questa è rugiada....--disse Ezio, tenendo alto il viso.--Andiamo bene di qua?

--Ieri sera mi son fatto insegnare un sentiero che mena alla capannuccia detta _des artistes_: di là dicono che si domina tutta la valle.--

I due giovani cominciarono a salire per un viottolo spianato che s'internava con arte nelle fitte ombre d'un bosco di faggio. Già il biancore primo dell'alba andava rompendo il cielo dietro le creste e un primo alito di luce animava insieme alla brezza la trama degli alberi. Qualche frullo d'ala usciva all'avvicinarsi dei loro passi. Ezio camminava appoggiato pesantemente al braccio dell'amico: ma di tratto in tratto arrestavasi e alzando il bastone in atto di protesta gridava:--Sei sicuro che di quà si va bene? mi pare invece che si discenda nella valle.

--C'è quì un cartello colla freccia che insegna la strada.

--Dov'è questo cartello?

--L'abbiamo di poco passato.--

Si ripigliava il cammino. Ezio a un punto si distaccò dalla sua guida:--Voglio provare a camminare da me. La strada è molle come un tappeto. Direi che quasi comincio a veder qualche cosa. Di', non c'è lì in faccia una fontana con un cavallo che beve?

--Dove?--chiese Andreino imbarazzato.

--Lì, in mira al mio bastone. Un bel cavallo bianco.

--Ah sì... è una grossa rupe.

--C'è però qualche cosa di bianco.

--Sì, una macchia di granito.--Non c'era nulla: ma il giovine cercava di secondarne le allucinazioni per tenergli alto lo spirito.

Ripresa la strada e usciti dal bosco, cominciarono a montare sul bel sentiero che sale il dosso erboso del monte. Sentendo un mormorìo d'acqua, Ezio volle arrestarsi a bere. S'inginocchiò sull'erba, stese la mano al rigagnolo, bevette nei palmi di quell'acqua diaccia, se ne bagnò il viso, la testa, s'inebriò di quella freschezza.

