Part 17
Insieme al caffè sul vassoio c'era una lettera che un ragazzo aveva portato poco prima... una lettera di Flora.
Ne riconobbe subito la scrittura larga ed energica sulla busta di carta verde: ma non osò aprirla subito.
Dopo che ebbe lentamente sorseggiato il suo caffè amaro, alzando la voce come se parlasse a qualcuno un po' sordo, disse:--Eccomi a lei, signorina. Immagino quel che mi deve dire.--
Immaginava: ma le sue mani secche ed abbrustolite dal sole tremavano tanto nel toccar la lettera, che dovette aspettare che passasse anche questa morbosità. Passò lentamente: tornò la ragione e poichè quando un dente fa male, è meglio strapparlo se non c'è altro rimedio, con una curiosità coraggiosa corse cogli occhi sulla lettera e vide.... ch'erano due, l'una nell'altra: e quest'altra non era finita, ossia finiva con dei punti sospensivi come se fosse stata bruscamente interrotta.
Nella letterina accompagnatoria la contessina Polony diceva:
«Caro Cresti, mi dicono che stamattina io ho pronunciato parole dure e scortesi contro il migliore de' miei amici: e devo pur credere, perchè non posso dubitare de' testimoni. Ma io non ho coscienza di nulla, glielo giuro, mio buon amico. Quando mi hanno richiamata ai sensi, tornai in me stessa come chi si sveglia da un sogno grave e fastidioso, di cui conserva l'impressione e lo spavento, ma non ricorda più i particolari. Flora, sveglia nella sua coscienza, non avrebbe mai osato dire una parola cattiva al suo buon Cresti, all'amico di casa, al benefattore, proprio in un momento in cui stava scrivendo la lettera che chiudo in questa. Non è tutta la risposta che le dovevo e non trovo opportuno questo momento per darla: forse nemmeno lei la vorrebbe da me in queste condizioni: ma glie la mando come un documento per dimostrarle, mio tenero amico, che se una parola cattiva è uscita da questa bocca, non è Flora che l'ha detta, ma una febbre o una suggestione misteriosa, che mi tolse ogni responsabilità. Non saprei spiegar tutto adesso; ma certamente io ho attraversata un'ora pericolosa della mia vita, come la _Sonnambula_ del dramma, che a fosco cielo e a notte bruna, scende per il ponticello del molino.
«Amico, benefattore mio, cancelli quell'ora dalla sua memoria e mi renda tutta intera la sua cara amicizia. Se mi abbandonano i migliori, che potrò fare sola nel mondo, forse in balìa di cattivi spiriti? Ora mi par di star bene. Il cuore è tranquillo e non desidera che pace. Gliela offro e gliela chiedo con umiltà; abbia compassione di questa povera rivoluzionaria».
* * * * *
Cresti lesse due volte questa lettera: rilesse tre volte l'altra: le mescolò per leggerle insieme, commentò l'una coll'altra, traendo da tutte due la convinzione che Flora era sincera, che il passato non era tutto morto in lei, ma che non aveva più ragione di vivere, che bisognava veramente aver compassione di lei, volerle bene, aiutarla, aspettare che il frutto maturasse da sè. Nè Ezio, in qualunque modo la brutta storia andasse a finire, poteva risorgere per Flora, nè questa nel suo orgoglio poteva rassegnarsi a raccogliere le briciole di una scandalosa cronaca. Se il giovinotto usciva dell'avventura colla testa accomodata, più di prima l'avrebbe legato a quella donna un sentimento di solidarietà, che è quasi sempre castigo degli amanti. Messa alla porta dal marito, non restava ad Ersilia Baracchi altro rifugio che la fedeltà dell'amico che l'aveva compromessa. Per quanto ingenua e inesperta delle cose della vita, Flora aveva troppo ingegno, per non sentire, a cuore riposato, la forza di questa ragione ed era naturale che il buon Cresti, il povero Cresti, il vecchio ortolano del Pioppino, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue stravaganze dovesse parere un miracolo di rettitudine in confronto di questi grossi fallimenti e di queste avarie morali. C'era dunque a sperare che il senso logico la vincesse sopra le irragionevolezze della fantasia, cioè che Flora in compenso di quella pace che invocava con tanta umiltà, avesse a offrire forse con orgoglio il suo amore.
L'uomo dubbioso e timoroso stette a lungo nel tepore delle coltri a contemplare e a covare il suo sogno, procurando di sceverare quel che di più sincero poteva essere nel sentimento di Flora da quel che vi poteva introdurre il dispetto, l'interesse, la necessità, la debolezza della donna; e finì col concludere che il mondo è di chi se lo conquista: che invalido capitano è colui, che potendo occupare una buona posizione mentre il nemico dorme, aspetta che il nemico si svegli: che poichè Flora invocava da lui pace e perdono, sarebbe stata una vana crudeltà rispondere con dei puntigli e con delle musonerie.
Saltò dal letto, e fatta una toeletta sommaria sedette a preparare un bollettino di guerra; ma ebbe un grande arzigogolare colla penna prima di infilare una parola. Provò due o tre fogli con frasi che gli parevano sempre troppo banali per sonar bene nel grandioso proclama che doveva riassumere le speranze, i sospiri, le ansie, i tremiti, le aspirazioni e le vertigini della sua vita. Finalmente decise di pigliar la strada più corta che non è sempre la più faticosa. Levata da una scatola una carta da visita, la completò così:
BENIAMINO CRESTI
_avverte la rivoluzionaria che verrà stamattina a far colazione al Castelletto. Al melone ci pensa lui._
* * * * *
Qualche giorno dopo corse la voce che la signorina del Castelletto avrebbe sposato il cavallier Cresti del Pioppino. Le nozze si sarebbero fatte, nulla intervenendo in contrario, ai primi di ottobre, e la luna di miele gli sposi l'avrebbero passata al Ravellino, trasformato in villa Flora.
Per quanto prevista, la notizia piacque a tutti e diede motivo a Bortolo di dire:--Oh, oh! l'anguilla trovò il pescatore.--
FINE DELLA PARTE PRIMA.
PARTE SECONDA.
I.
I coniugi Hospenthal.
Dopo la brutta scena sulla strada di Cadenabbia, Ersilia aveva dovuto fare di necessita virtù, raccogliere in fretta le sue robe più necessario e farsi portare in una barchetta di nascosto al vicino Tremezzo per prendere il battello di mezzodì senza dar conti a nessuno. Suo padre che l'accompagnava non cessava di ripetere:--_Te l'avea dito, benedeta!_--
Gli ordini del barone erano stati precisi, perentori. Non cercassero di commoverlo, badassero a non comparigli davanti, perchè sentiva una gran voglia di schiaffeggiarli tutti e due: andassero a Milano in attesa di ordini ulteriori. Egli avrebbe fatto in modo che non avessero a morir di fame, ma non calcolassero più oltre sulla sua dabbenaggine e sulla sua misericordia. Ogni pazienza ha un fine.
Convenne obbedire nella speranza che la tempesta passasse a poco a poco anche questa volta, come erano passata molte altre.
Il barone non era stoffa da tiranno, ma vedendosi così oltraggiosamente tradito, il suo primo movimento fu quello d'un uomo semplice e primitivo, quasi direi d'un animale offeso che risponde coll'impeto naturale dell'istinto e della gelosia. Sotto la prima eccitazione egli s'era lasciato trascinare a una provocazione, a un gesto, che forse oltrepassarono le sue intenzioni; e ciò rese più gravi le circostanze e portò alle armi. Ma ultimo e languido discendente d'una antica stirpe di banchieri e di uomini d'affari, che avevano sempre coltivate le sedentarie arti della speculazione pratica e positiva, Samuele Hospenthal non era uomo nato per far l'Orlando furioso. Troppo forte parlava in lui il senso logico delle cose, che tra mille ragioni sa sciegliere la più solida, cioè quella che contiene tutte le altre: e troppo bene vedeva quel che sia la commedia umana per desiderare l'onore di ammazzare e molto meno quello più discutibile di farsi ammazzare in un mondo in cui la vita è tutto e la morte un cattivo affare. Ma una volta in ballo, ben doveva ballare; un duello non rimedia, ma placa; non giustifica, ma soddisfa: non restituisce l'onore, ma rinforza l'orgoglio: non fa un eroe, ma impedisce che un uomo si avvilisca del tutto.
Anche Ersilia sulle prime non aveva creduto che le cose dovessero andare fino alle estreme conseguenze: e se alle prime ingiunzioni obbedì prontamente e si ritirò sottomessa, non era tanto una paura che avesse di lui e de' suoi furori, quanto un'astuzia per disarmarlo più presto, facendogli sentire l'incomodo della sua solitudine.
Venne a Milano, dove non rimase che il tempo di riempire il baule e dopo aver scritto quattro righe supplichevoli, andò a nascondere la sua umiliazione in una casa di campagna presso Vigevano, dove il barone aveva dei fondi umidi. Il vecchio Baracchi, che in queste circostanze era il Talleyrand della situazione diplomatica, rimase a Milano più stordito che impaurito di questo brusco avvenimento, che sperava potesse finire in un lieto _embrassons nous_... Ma quando arrivò la notizia che il barone si doveva battere e battersi alla pistola, il sor Paoleto cominciò a capire che questa volta il caso era più serio.
«Battersi?--pensava--un uomo come Sam battersi, e alla pistola? a che scopo? valeva la pena di far colpi in aria per una quistione ch'era meglio mettere a dormire? e non avrebbe potuto l'adirato genero provvedere al suo onore, se proprio ci teneva tanto, con qualche altro ripiego meno drammatico e alla sua età, via, anche meno ridicolo? Un uomo di quarantacinque anni, mezzo invalido, che scende in campo contro un giovinotto di ventiquattro per una quistione di donna, aveva tutta l'aria allampanata di un barone di Monchausen in pantofole, a cui tutti dovessero augurare la mala fortuna, mentre si sarebbe provveduto così bene, se si fosse partiti tutti insieme per un bel viaggetto, per luoghi ignoti, dove non potessero arrivare le ciarle dei quattro gatti, a cui si attribuisce l'onore di rappresentare il mondo. Si era tanto parlato di un viaggio in Svezia, Norvegia e capo Nord che al sor Paoleto pareva un errore imperdonabile, da parte del barone suo genero, di non aver saputo cogliere il momento per sottrarre la povera Ersilia alle tentazioni. Un duello invece, se nove volte su dieci riesce bene, capita la volta che le paga tutte: e se il povero Sam, miope come una formica, si pigliava una palla nello stomaco chi ci guadagnava _Dio benedeto?_ Lui no, perchè non c'è nulla di più stupido come barattare una rendita di cento mila lire con un funerale di prima classe. Non ci guadagnava la povera Ersilia, che restava compromessa per tutta la vita: e molto meno ci guadagnava l'altro bel giovinetto, che probabilmente aveva creduto di scherzare. E poi prima di morire bisognerebbe almeno fare un piccolo testamento: e c'era a temere che il barone in un momento di esaltazione mentale avesse piuttosto distrutte le buone intenzioni del suo cuore per lasciar parlare unicamente i risentimenti dell'uomo oltraggiato».
Queste apprensioni, questi sospetti non potevano lasciar quieto un uomo così tenero della sua prole come il sor Paoleto. Violando la consegna, fece una corsa sul lago per vedere d'impedire una catastrofe: ma il barone era già partito e non si sapeva per dove. Il pensiero della figliuola rimasta a Vigevano, in aria cattiva con tutto il caldo d'agosto, lo richiamò indietro e s'incontrò con lei alla stazione di Milano. Ersilia, coll'aiuto segreto del Bersi, era stata avvertita da un telegramma che si dovevano battere: sperava che suo padre avesse a portare qualche migliore notizia.
--Si devono battere, lo so, ma non so dove... Forse si son già battuti...
--Si ammazzeranno?
Perchè si devono ammazzare, _benedeta?_ i duelli non si fanno mica per ammazzarsi, cara mia. Non è mai morto nessuno di questa malattia. Pim, pum, un po' di polvere negli occhi della gente, l'onore è salvo, e _embrasson nous_...--
Belle parole, degne di quell'amoroso padre, ma Ersilia ne fu atterrita.
--Si batteranno alla pistola?--L'idea che questi due uomini fossero per uccidersi per colpa sua, la sgomentò siffattamente, che per poco non cadeva in deliquio sui gradini della stazione. Il Bersi nel telegramma aveva taciuto la gravità e le condizioni dello scontro, che suo padre aveva creduto di attenuare con quel suo pim pum...
--O Dio, o Madonna, io muoio...--
Il babbo fu appena in tempo a sostenerla e a ricoverarla in una piccola sala del buffet, dove fece portare subito un'acqua di tutto cedro ben calda e un bicchierino di cognac. Ci volle tutto un fazzoletto di bucato per asciugare le lagrime di un'infelice creatura che si stemperava in un dolore disperato. Ersilia si accusava, si condannava, si accasciava, si scomponeva i capelli colle mani al pensiero che forse uno di quei poveretti fosse già morto per lei. A suo marito essa voleva bene sinceramente, riconosceva volentieri il gran bene che aveva ricevuto da lui: avrebbe voluto dimostrargli che un capriccio d'un'ora non guasta la fedeltà del cuore: avrebbe voluto correre, precipitarsi fra i due combattenti, ricevere essa i due colpi come la moglie del Padrone delle Ferriere...
--Tu mi devi condurre là--proruppe, quando potè porre un freno a' suoi singhiozzi.
--Là, dove? hanno detto che andavano in Svizzera, ma la Svizzera è grande, angiolo mio. E se andassimo a casa dove a quest'ora possono essere arrivate delle notizie? Sam ci deve pur scrivere...--E fatta accostare una vettura di piazza, ordinò al cocchiere di tornare in via del Gesù.
Sulla porta trovarono il fattorino del telegrafo. Ersilia strappò di mano al ragazzo il foglietto giallo, l'aperse con furia nervosa e lesse a voce alta:--Sano e salvo. Bagliani alquanto ferito. Arrivo alle tre.--Il telegramma era diretto al suo segretario, che sentì subito sotto le quattro parole una buona disposizione da parte dell'adirato genero.
--Ho detto io che tutto andava a finire in niente? Pim, pum, un po' di polvere in aria e poi: «Sano e salvo, l'altro alquanto ferito.» Ma sarà cosa da nulla, una scalfittura.--
Ersilia stette un istante col telegramma in mano in un'attonita sospensione, in cui non mancava un senso di contentezza. Poichè il duello doveva avere un esito doloroso per qualcuno, meglio così...--pareva che le dicesse il cuore.
--Dio, Dio, non sapevo che si potesse soffrir tanto a questo mondo!--
Mai forse era stata così sincera come in questa esclamazione. Oscillando sempre incerta nella sua debolezza morale, tra la inconsapevolezza del suo fallo e una tenerezza esaltata per i due poveretti ch'essa aveva scagliato l'un contro l'altro, si martirizzava in un supplizio di accuse e di giustificazioni: si pentiva con un sgomento più di paura che di persuasione: piangeva senza capire essa stessa che significato avessero le sue lagrime. Soffriva insomma davanti a questa dura contrarietà della sua vita come una bambina che dopo essere stata distratta tutto il tempo della scuola si vede costretta dalla mamma severa a ripetere un quesito astruso d'aritmetica, che è sicura di non capire anche se glielo danno risolto. Le idee di bene e di male erano così liquefatte nel suo spirito di bambina maleavvezza che era un pretendere troppo il volere che ella separasse l'un dall'altro o scoprisse qualche verità nel dolore che la faceva soffrire.
Questo solo le risultava, che mai le era parso di voler bene a suo marito come in questo momento. Guai se non le avesse perdonato! non avrebbe potuto resistere nella sua disperazione.
--Egli non immagina che tu sia qui, e sarà bene che per il primo momento ti faccia desiderare, _povareta!_ Se dice che arriva, è perchè ha delle buone intenzioni; e in verità adesso, che è tutto finito bene, sarebbe assurdo mantenere dei rancori, e amareggiare questi pochi anni che abbiamo da stare al mondo. Anche lui non o senza torti, lo sa bene. Quando ti ha sposata, sapeva bene che tu non eri una mammalucca e che potevi essere sua figliuola. La colpa è anche sua se ti lascia esposta. Non puoi sempre vivere di acqua di Wichy, _povareta_, come vive lui: e poichè tutto è finito con un «alquanto ferito» stiamo allegri e ringraziamo la Provvidenza che non sia avvenuto di peggio. E non pensare a quell'altro, che tra due o tre giorni starà benone. Alla sua età si è come gli scarabei. Puoi tenerli infilzati un mese su uno spillo che non muoiono mica ve'...... Sicuro che non lo devi più vedere: oh sì, sarebbe troppo sfacciato, se osasse comparirti davanti. Tu devi ora tutti i riguardi al povero Sam: gli devi mostrare che gli vuoi bene, che sei pentita sinceramente, fargli qualche carezza, povero figliuolo: e vedrai che ti regalerà qualche cosa. Non gli dico che sei a Milano: tienti nascosta e non uscire se non quando te lo dico io.
Mezz'ora dopo il sor Paoleto riceveva nelle sue braccia l'amato genero, che arrivava da Como, fresco e quasi ringiovanito, come se uscisse allora da una cura ricostituente. Parlava ne' suoi occhi un nuovo piacere, quasi un nuovo coraggio, che se non si sentiva padron di casa, aveva la soddisfazione di chi gode un bell'appartamento, di cui ha pagata regolarmente la pigione. Per la prima volta da che era andato vicino a un pericolo mortale sentiva il piacere della vita, come se avesse ereditato inaspettatamente il diritto e il piacere di vivere. Gli spasimi di tre giorni d'agonia, le scosse date al freddo tronco della sua vita intirizzita, avevano mosso in lui una nuova linfa, che prometteva una fioritura di affetti più naturali e più disinteressati.
Si lasciò abbracciare dal vecchio suocero, si lasciò condurre da lui fino alla vettura, lasciò ch'egli parlasse e si congratulasse: non ritirò la mano ch'egli volle baciare e quando gli parve di aver vinta la grande emozione del primo incontro, domandò con voce, in cui tremava una timida emozione:--Dov'è lei?
--Lei... lei, è a Vigevano. Piange, si dispera e fu lì per morire. Avete esagerato, ecco: ma tutto è bene quel che finisce bene. Hai pranzato, Sam?--
Il barone si accorse di aver fame. Dal momento che i padrini l'avevano condotto via dal campo di battaglia con tutta la sua pelle intatta, sentiva con piacere un'esigenza di nutrizione che da molti anni non parlava più nel flaccido sacco del suo stomaco ipercloridato. L'offerta del suocero lo toccò come un piccante aperitivo.
--Dove mi meni?
--Dobbiamo fermarci al Rebecchino? c'è una cucina sana.
--Mi metto nelle tue mani. Mentre dò una capatina in Borsa, puoi scendere e ordinare una costoletta.
--Con un risottino bianco...--
Quando la carrozza ebbe passata la barriera daziaria, il padre che non si era mai sentito tanto padre come in quel momento, cercò la mano delicata del suo carissimo genero e lasciando cadere due lagrime, che da un pezzo stagnavano nell'angolo degli occhi, provò a supplicare:--E di', Sam, non la vuoi proprio vedere quella poverina? me la vuoi proprio far morire? Se io ti dicessi che vuol bene a te più che a tutti?
--S'è visto...,--brontolò il barone, diluendo l'amarezza della risposta in un sorriso che non potè essere del tutto ironico.
--Anche i santi sentono le tentazioni e si starebbe freschi noi poveri peccatori, se Dio non dimenticasse volentieri i nostri peccati.
--Sai che ti ho proibito di parlarmi di Dio e del tuo clarinetto.... Non son cose che si possono risolvere in una carrozza. Ora vado in Borsa, poi torno al Rebecchino e ti dirò quello che avrai a fare; ma non voglio essere seccato.
--Il vino lo preferisci bianco, Sam?--disse il vecchietto, mentre scendeva alla porta dell'albergo.
Mentre la carrozza, continuando la sua corsa, portava il barone al palazzo della Borsa, il sor Paoleto scriveva due righe nell'ufficio dell'albergo e le faceva spedire in via del Gesù. Vedendo il direttore, gli disse:--Il barone Hospenthal verrà qui a pranzo colla sua signora. Vorrei un salottino solo per noi.--
Il nome del barone non era ignoto al Rebecchino e le cose furono combinate in modo da accontentare lo stomaco più schifiltoso. Brodo liscio in principio: costoletta ai ferri con risottino bianco poco cotto: un quarto di dindo lessato e un fritto di pesce persico senza maionnese. In quanto al vino, dopo una breve discussione il sor Paoleto si fermò su un Monte Orobio secco, profumato, un vero tesoro nazionale che se fosse francese, gl'inglesi pagherebbero venti lire la bottiglia.
Ersilia arrivò cinque minuti prima che il barone tornasse dalla Borsa, il tempo necessario perchè il padre diplomatico la mettesse a parte delle cose.
--Gli ho detto che tu non eri a Milano. Se devo giudicare dall'umore, direi che anche questa volta non è mal disposto. Ma vuole delle promesse, è nel suo diritto e tu glie le devi fare solenni e mantenerle poi. È buono, povero Sam; è peccato disgustarlo. Devi anche riflettere che gli anni passano per tutti e due, senza contar me che sono già un fico secco e che, quando tu me l'avessi disgustato per l'ultima volta, si potrebbe andar a sonar la chitarra per le piazze.
Cinque minuti dopo i coniugi Hospenthal erano nelle braccia l'uno dell'altro. Essa avviluppò così improvvisamente il suo Sam nelle sue moine, lo intenerì così bene colle sue lacrime e co' suoi baci, che il furore già non troppo armato del barone si lasciò disarmare del tutto. Egli aveva bisogno di essere soggiogato. Se a quel tesoro di carezze e di tenerezze non osava rinunciare senza patimento prima, quando si sentiva più svogliato e malato, meno sentiva di potervi rinunciare ora che provava il gusto di vivere come non aveva provato mai.
--Bene, bravi: ecco tutto finito....--conchiuse il sor Paoleto.--Non lasciamo venir freddo il brodo.
II.
Nelle tenebre.
La giornata era stata caldissima anche per i prigionieri di Villa Elvetica, che tra ansie e speranze e con una pazienza da santi avevano potuto persuadere Ezio a rimanere a letto tutti gli otto giorni trascorsi dopo il loro arrivo; otto giorni ch'eran parsi otto secoli.
Il giovine, che si sentiva abbruciare nella sua cameruccia, protestava di continuo di non voler più rimanere col capo fasciato nel ghiaccio, al buio come un uccello di muda, tuffato nell'aceto, nel cloroformio, nell'acido fenico; e non ci voleva che l'autorità scientifica del medico e forse un resto di buon senso, ancor vivo nel malato per trattenere il giovine da un atto di follia.
Il caldo portò anche a lui una grande stanchezza e quel giorno aveva dormito a lungo d'un sonno tranquillo; talchè Massimo persuase don Andreino a prendere mezza giornata di svago e a scendere in città.
Il povero Lolò era stato per l'amico, il più devoto e il più paziente degli infermieri. Una suora di carità non avrebbe potuto sacrificarsi di più. Di notte dormiva presso la soglia in un lettuccio, pronto ad ogni chiamata: di giorno, tranne l'ora dei pasti e della toeletta, non si allontanava mai dall'infermo. Libero del suo tempo, don Andreino era persuaso che non avrebbe potuto impiegarlo meglio che in quest'opera doverosa di carità e di amicizia: ma era un mistero anche per lui dove attingesse la forza fisica per resistere agli strapazzi e alle inquietudini del più insofferente degli infermi.
Quel giorno, una domenica, accettò volentieri il suo congedo e scese in città in un perfetto vestito tutto bianco, che era in piena armonia coi trentadue gradi di caldo che infocavano le strade e le case.
Massimo e Vincenzina rimasero soli a pranzo. Questo fu servito in un salottino che dava sulla vista del lago e rimasti soli, dopo il caffè, i due vecchi innamorati si trovarono immersi nelle vecchie memorie prima che avessero il tempo di guardarsene: e discorrendo, i loro spiriti continuavano ad avvicinarsi con quel senso di curiosa trepidazione con cui si ripassa da un luogo ove si è corso un mortale pericolo.
--Forse facciamo male a rimescolare queste foglie secche, Vincenzina: ma c'è un punto enigmatico in questo nostro passato che non so ancora a quale dei due abbia fatto più torto.
--Dite quale.
--Perchè non avete resistito di più a vostro padre il giorno che vi obbligò a rompere la vostra fede? perchè non mi avete scritto che volevano far violenza al vostro cuore? Sarei accorso, vi avrei aiutato in qualche modo. Forse non avreste sposato un uomo ricco....