# Col fuoco non si scherza

## Part 13

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/col-fuoco-non-si-scherza-19059/index.md

La mente fatta più docile e meno impedita dal vigore della resistenza fisica si abbandonava con più indulgenza a ripensare le cose passate e a considerare con un senso di maggior benevolenza il destino della vita. Il bene, andava persuadendosi, è nella moderazione dei desideri e non si riposa mai così bene come nella propria bontà. E come il suo corpo godeva del tepore del sole e l'appetito invocava come un gran bene la piccola scodella di minestra, silmilmente nella sua convalescenza morale essa augurava al suo spirito la guarigione che fa godere d'ogni minimo bene, e quella sana volontà naturale che dà sapore ad ogni modesta fortuna.

Era così assorta, in contemplazione d'un farfallone che, svolazzando, urtava nel vetro, ostinato anche lui contro l'impossibile, quando Beniamino Cresti entrò.

--E così, Flora? va bene, sento....

Flora, che non l'aveva sentito entrare, piegò la testa e vide il signoretto del Pioppino con un enorme mazzo di rose gialle in mano, le più belle rose di quella qualità che fossero sul lago.

--O Cresti, buon dì. Grazie, sto bene davvero. Son per me queste rose?

--S'intende: le ho colte apposta.

--Come si chiamano?

--Rose _rêve d'or_....

--Come son belle! me le lasci veder bene.

Cresti lasciò cadere il grosso mazzo sciolto in grembo alla fanciulla, che rispose con un piccolo grido di gioia.

--Hanno un profumo inebriante: o è forse la mia debolezza che me lo fa sentire?

--Il profumo è l'anima dei fiori--sentenziò l'amico, che da qualche tempo andava spigolando in un florilegio di bei pensieri; e per far la sentenza più rotonda e più significante, chinandosi sulla fanciulla, che pareva sprofondata nel seggiolone della mamma, soggiunse:--E il sorriso è il profumo dell'anima.

--Ma ci son dei profumi acri che fan pensare più alle spine che non ai fiori.

--Dunque, proprio bene? sentiamo un pò....--Cresti le prese il polso, trasse l'orologio d'oro e misurò le pulsazioni sul tic tic dei minuti secondi--Polsetto un pò debole ancora, ma regolare: segno che il cuore è in ordine.

--Domani potrò uscire in giardino. Ma sieda, Cresti.

--Ho premura--si scusò egli--son venuto soltanto per far la mia visita medica e anche per chiedere un consiglio.

--A me?

--Sì, un consiglio d'arte.

Cresti che pareva già sulle spine, fatto un mezzo giro intorno alla tavola, tornò presso la poltrona, trascinandosi dietro una sedia; ma si accontentò di appoggiarvisi colle braccia.

--Sa che ho comperato il Ravellino....--riprese in tono semplice, fissando lo sguardo al di là dei vetri verso la riva, dove si poteva scorgere la piccola villa.

--È affare fatto? benissimo.

--Bersi mi stava alle costole e io ho detto: Cosa fatta capo ha.

--Ha fatto bene--disse lentamente Flora, portando alla bocca una rosa, su cui tenne fisse le labbra.

--Per me ne ho fin troppo del mio vecchio Pioppino, ma capisco che non a tutti possa piacere un luogo così solitario, lontano dal lago, ficcato in una crepa di montagna. Al Ravellino avremo la nostra barchetta...

Cresti si arrestò, sentendo che parlava in plurale; socchiuse un poco gli occhi e aspettò che altri finisse un discorso che non osava andar avanti da sè.

--Avremo la nostra barchetta... ma il Ravellino è in un disordine orribile. Bisognerà che ci spenda molto denaro per ripulirlo e per togliere tutto quel che c'è di barocco e cattivo gusto. Avrò quindi bisogno di molti consigli.

--Verremo a vedere, consiglieremo...--disse lentamente, con dolcezza, Flora, secondando con benevolenza il pensiero del suo buon amico, mentre coll'orlo delle labbra andava mordendo e sfogliando la bella rosa.

Cresti si appoggiò allo schienale, distese un braccio sulla sponda della poltrona e con una intonazione in cui tremolava il suo povero cuore riconoscente, soggiunse:

--Sicuro, vorrei far restaurare una bella camera grande in stile del Rinascimento con un bel soffitto a rosoni dipinti: e poi anche il giardino ha bisogno di mille adattamenti. Quel Bersi era un ostrogoto... Un artista ha posto di guazzare fin che vuole: e io faccio conto sul buon gusto degli amici.

--Grazie. Metteremo fuori tutta la nostra dottrina artistica.

--E poi c'è ancora una cosa...--soggiunse l'amico, che tirava lentamente il pensiero come se temesse che, rompendosi il filo, l'animo dovesse precipitare in un pozzo.--Ravellino è un nome che non dice nulla; troppe baldorie vi hanno fatto in questi anni quei famosi scapestrati: e quando sia lavato e purificato, bisognerà battezzarlo con un nome un po' poetico.

--È giusto--disse Flora.

--Ho scritto qui alcuni nomi--riprese, mentre levava con mano tremante dal portafogli un cartoncino; e balbettando per l'estrema commozione:--Cioè... veramente ne ho scritto uno solo; anzi o sarà questo o non sarà nulla. Ma non posso scriverlo sul.. sul frontispizio, se prima non ho la debita autorizzazione.

--Dalla prefettura?--chiese ridendo dietro il fascio di rose la contessina.

--Eh... già... forse anche dalla prefettura, ma prima ancora ci vuole un'altra autorizzazione. Ecco: io le lascio questo cartoncino in una busta, Flora. Non dica nulla a nessuno, ma ci pensi e mi sappia dire schiettamente il suo parere... No, non lo guardi adesso.

Flora aveva già letto sul cartoncino: Villa Flora.

--Lei non mi deve dare la risposta nè oggi, nè domani, nè dopo: potrà anche non darmela mai e non cesseremo per questo d'essere buoni amici.

Egli aveva ripreso la piccola mano della signorina e se la teneva stretta nelle sue. Flora sentì gli occhi intenerirsi davanti a questa devozione così pietosa, così tenera, così umile e prima di ritirare la mano strinse quella del vecchio amico con un lungo indugio di benevolenza.

--Scriveremo...--balbettò essa, guardandolo cogli occhi molli.

Il pover'uomo, che non si aspettava tanto, fu per piegare un ginocchio in terra. Si limitò ad appoggiare la testa al dorsale del seggiolone fino a toccare coll'orlo delle labbra i nastrali della cuffietta. Ma parendogli che la casa si rovesciasse col tetto nel lago, fuggì senza manco dire addio. Nel corridoio s'incontrò nella signora Matilde che veniva colla minestrina in mano. Le fece alcuni segni colle mani, senza riuscire a farsi capire; finalmente la baciò in fronte e scappò via. Sulla porta di strada dette proprio nella signorina d'Avanzo, che tornava dalla passeggiata: fece anche a a lei alcuni segni, baciò anche lei in fronte e corse verso il Pioppino nella speranza d'incontrare a mezza via il suo caro Massimo. Una grande beatitudine istupidiva il suo cuore e non capiva perchè egli seguitasse a tenere alla bocca la mano chiusa come se stringesse una moneta preziosa. Su quella mano ancor calda della muta promessa non cessava dall'imprimere baci.

E intanto non restava dal fuggire, come se la sua felicità gonfia di vento lo portasse in aria. Camminò un bel pezzo verso la strada lacuale; passò oltre, senza vederla, la strada del Pioppino: si arrampicò per un viottolo, che metteva in un altro, scese per la strada d'un torrente, saltò rive e scarpe di campi e di vigne, sempre stringendo in mano il suo prezioso pensiero, e non si arrestò, se non quando la schiena del monte gli si rizzò erta e minacciosa davanti. Sentendosi stracco, affannato, colle ossa dislogate, si lasciò cadere sopra uno strato d'erba ancor molle di rugiada e lasciò che le lacrime non mai sparse durante la sua vita colassero tutte in una volta.

XIV.

Tra zio e nipote.

Le giornate di Ezio non avevano più regola. A casa non lo si vedeva quasi più o vi passava appena il tempo di togliersi un vestito e di mettersene un altro, di cambiare un paio di scarpe, di far volare in aria qualche cosa con grande spavento della povera Bernarda, che non arrivava a tempo a contentarlo. Poi scompariva di nuovo, per ricomparire dopo tre o quattro giorni come un luminello riflesso da uno specchiotto lontano.

Lo specchietto era a Cadenabbia.

Col pretesto di frequenti gite, di scampagnate e di colazioni in comitiva egli era sempre con lei o accanto a lei; e siccome la prudenza non era la virtù principale della bella baronessa, e amore è cieco anche perchè non abbia a vedere i pericoli, ne venne fuori un lieto pettegolezzo, per non dire uno scandalo, che finì coll'impensierire gli amici. Il Bersi ne parlò al Cresti che ne discorse con Massimo, perchè vedesse d'intervenire colla sua autorità di zio e di uomo saggio. Questi provò a scrivergli, e in tre righe serie, da uomo serio che sa di compiere un dovere, gli chiese un abboccamento per cose, gli diceva: «che riguardano il tuo onore e la tua pace».

Ezio capì il latino: e dopo aver nicchiato alquanto, non osò rifiutare al caro zio, tornato fresco dall'America, la consolazione di recitare la sua parte di padre nobile: e per aver un terreno neutro, su cui ciascuno fosse padrone delle sue idee, fissò egli stesso un bell'incontro all'albergo Bazzoni a Tremezzo con una letterina umoristica, che finiva così: «Gravi o non gravi che siano le cose che hai a dirmi, è inteso che la colazione la paghi tu».

Zio e nipote furono precisi all'abboccamento: e poichè la giornata era bella e tiepida, piuttosto che rinchiudersi in una sala, preferirono sedersi a una tavola sulla terrazza che prospetta il lago all'ombra fitta d'un pergolato, che faceva il luogo segregato e fresco.

Massimo, che sentiva tutta la delicatezza della sua missione diplomatica e che temeva di rompere prima di toccare, fece di tutto per essere fin dal principio tenero, affettuoso, espansivo; prese il ragazzo sotto il braccio, si fece ragazzo con lui e rimproverandolo amorevolmente, gli disse:--Che ti abbiamo fatto noi poveri vecchi che non ti si vede più?

Ezio, che senza mai essere stato nè in Bolivia nè in Venezuela, credeva di conoscere anche lui la sua diplomazia, stringendo tra le due mani il panciotto bianco del suo caro zio ambasciatore, rispose:--Non si è mai meno padroni di sè stessi come quando non si ha nulla a fare. Ma vedo che tu hai indossato il _gilet_ delle grandi circostanze. Che c'è di nuovo? è vero che Cresti prende moglie? Non si parla d'altro sul lago: e si dice anche che quell'altro animale poco ragionevole, che risponde al nome di Bersi, gli abbia venduto il Ravellino: una bella trappola. Conta, conta.

Si misero a tavola e mentre una bella ragazza si affrettava a stendere la tovaglia, il giovane che temeva di perdere la parola, continuò sempre con un'intonazione tra il tenero e il burlesco:--Però avete ragione di lamentarvi di me e bisognerà che io faccia qualche cosa per contentarvi. Intanto, se permetti, facciam dire a questa bella ragazza quel che si potrebbe mangiare, perchè mi sento vuoto come la canna d'un fucile sparato. Bevi vin toscano, zio Massimo? qui è eccellente.

--Ordina quel che vuoi...

In poche parole s'intesero. Quando il piatto del salame fu portato in tavola e che il vino fu trovato buono, lo zio sentì ch'era arrivato il momento d'intonare l'antifona:--Raccontami un po' il gran nulla a fare che porta via tutto il tuo tempo. Che diavolo fai a Cadenabbia?

--Si fa di tutto per non annoiarci, zio.

--Alla tua età non si dovrebbe aver paura della noia.

--La noia è come il veleno della vipera: guai se ci lasciamo cogliere dal sonno!

--E per fuggire al fumo tu vai ad abbrustolire nelle braci--arrischiò il buon zio, che aveva sempre una delicata paura di offendere la irritabile suscettibilità del giovane.

--Mi sono assicurato contro i danni delle scottature--riprese con gaiezza il nipote che, quando si trattava di fuggire, possedeva l'agilità del gatto.

--Se tu ti diverti, non so che cosa dire: sei nel tuo diritto. Ma ho paura che tu prenda troppo sul serio il tuo piacere...--Un altro passo era fatto, per quanto il cortese diplomatico andasse col piede di piombo.

--Troppo sul serio, no--ribattè Ezio canzonando--perchè di serio al mondo non c'è che la morte; ma si procura di non lasciar scappare le buone occasioni. Chi sa quante volte ti sei pentito anche tu, mio amabile pedagogo, di aver lasciato scappare una lepre che ti passò sotto il naso. Se l'Italia non avesse lasciato scappare le buone occasioni....

--Lascia stare l'Italia che di cattive figure ne ha fatte fin troppo--fu pronto a interrompere lo zio.--Tu parli di piaceri e quando si hanno ventiquattro anni è assurdo che si abbia a discorrere di teologia; ma non ci sono soltanto piaceri a questo mondo.

--Lo so: ma i dispiaceri vengono da sè senza bisogno che uno vada a cercarli. Intanto procuro di sfruttare più che posso i vantaggi della mia età.

--Volevo dire che ogni età accanto a' suoi piaceri ha i doveri suoi, mio caro--disse lo zio con uno stile eguale e freddo come un protocollo.

--Eccoti arrivato a parlare della mia laurea--fu lesto e furbo a continuare il giovine vice-ammiraglio che sapeva con rara abilità schivare i colpi di vento.--Non è vero che tu mi hai invitato a colazione per questo? Ebbene, mio vecchio sentimentale, ti assicuro che ci penso sempre a quella benedetta laurea come a una ragazza che ho l'obbligo di sposare. E la sposerò se tu mi dai tempo. _Quod differtur non aufertur_. Dillo alla mia matrigna che ti ha incaricato di farmi questo discorso. Ci penso. Se non sarà questo autunno, sarà a Pasqua: se non sarà a Torino andremo a pigliarla a Genova o a Napoli dove la piglian tutti, ma sento che di quà devo passare. È una promessa che ho fatto al povero babbo e la voglio mantenere. Se quest'inverno vieni a stare un poco con noi, vedrai che Aristotile d'un nipote! e tu mi devi aiutare anche a pubblicare quelle care memorie che devono onorare il nome di mio padre: e questo te lo dico sul serio, vè, da uomo d'onore.

Il giovine parlava con tanta e così sincera convinzione che lo zio Massimo, stendendogli la mano al di sopra della tavola, credette giunto il momento propizio di conquistarlo:--Bravo!--gli disse--e allora fa anche il resto.

--Che cosa devo fare ancora?

--Lasciar quella donna che ti perde.

Ezio ritirò la mano che stava per offrire e abbandonandosi sulla sedia, disse con ironico sorriso:--Tu non mi avrai invitato a colazione per farmi mangiare un piatto indigesto, Se questo è il motivo del nostro abboccamento, fa conto che sia finito.

--Ezio--disse lo zio Massimo, asciugandosi i baffi col tovagliolo--non si è viaggiato mezzo mondo senza fare qualche esperienza.

--Ma è anche una bella cosa che ognuno faccia la sua esperienza da sè.

--Non c'è nulla di più noioso che di far delle prediche. Se insisto su questo argomento, è perchè ti vogliamo bene, Ezio.

--E se mi volete bene che gusto avete di annoiarmi? Guarda, tu mi fai scappare l'appetito.

--È in giuoco il tuo avvenire, Ezio.

--So difendermi da me.

--Si vede--soggiunse lo zio, sorridendo amaramente--Questa donna ti ha accecato.

--Ebbene, che giova dissimulare? prese a dire colla testa alta il giovine e in tono imperioso di spavalderia.--L'amo e mi ama: è la cosa più semplice del mondo.

--È la più indegna di te--fu pronto a soggiungere lo zio con una intonazione austera che Ezio non si aspettava di sentire da quell'uomo blando, vestito di cerimonie. Massimo Bagliani era di quegli uomini timidi, che nel fitto d'una mischia si fanno avanti per i primi.

--Ora hai detta una brutta parola, amico mio--disse lentamente Ezio, impallidendo un poco.

--Ebbene la ripeto:--la più indegna di te.

--Sei stato giovine, tu?--

--Io?--e il dabben uomo non seppe nascondere un'emozione che gl'imporporò la testa.--Credo di essere stato giovine in un tempo, quando l'essere giovani voleva dire qualche cosa di più che il far correre una barca. E sarei anche morto volentieri ai miei ventiquattr'anni, se mi fosse toccata una palla nello stomaco. Tu faresti lo stesso, son certo, se i tempi avessero bisogno del tuo sangue: è dunque inutile che tu mi tiri il discorso su queste sciocchezze.

Ezio arrossì lui questa volta.

Seguì un momento in silenzio penoso per tutt'e due le parti. Il giovine Bagliani pareva irrigidito in un senso di cupo dispetto, e mentre il signor commendatore non cessava di pulirsi nervosamente col tovagliolo i baffi e la bocca, il nipote faceva saltellare la lama del coltello sull'orlo del piatto.

Fu Ezio il primo a uscir da questa noiosa reticenza:--Forse ti hanno male informato, il mio caro zio: o forse hai di me una idea sbagliata. So da chi hai ricevuta l'imbeccata. Donna Vincenzina tutte le volte che vede naufragare un suo vecchio ideale si prende dei grandi pensieri per la salute dell'anima mia.

--Tu intendi parlare della tua seconda madre, quando dici donna Vincenzina?--sorse a dire il severo inquisitore, che alla freddezza caustica del giovine sentiva di dover opporre un risentimento quasi personale:--Io non so di quale ideale tu intenda parlare: ma son certo che quella donna che tu nomini in un modo così poco decoroso non può che desiderare il tuo bene: e noi in questo suo desiderio siamo tutti solidali con lei. Cresti mi ha sempre scritto che essa ti ama come un suo vero figliuolo e fino a cinque minuti fa non c'era nulla che ti autorizzasse a credere il contrario. Essa non desidera che una cosa sola.... che tu faccia onore al nome di suo marito.

--Ora la pigli troppo alta--balbettò Ezio che si sentiva dominato da quel modo lento e preciso di argomentazione.--Quando avrò bisogno d'un buon avvocato non avrò molta strada da fare.

--Non la piglio troppo alta, ragazzo mio--ribattè Massimo con uno tono alquanto arruffato, che tradiva il turbamento di un spirito che non sapeva dominare se stesso. Non c'è nessun motivo che tu attribuisca alla tua matrigna delle basse intenzioni per giustificare i torti che tu hai verso di lei e verso te stesso.

--Essa non potrebbe trovare un più zelante difensore--uscì a dire il giovinotto con un fare di monelleria con cui cercò di coprire la sua disfatta--Ed è naturale.

--Che cosa è naturale?--interrogò l'uomo offeso nel suo più intimo affetto.

--Nulla--troncò secco il giovine.--Ti pare che questi discorsi possano far digerire una cattiva colazione? non sarebbe meglio che noi ordinassimo due caffè con due bicchierini di cognac? ho promesso ad alcuni amici d'essere a San Giovanni e possiamo dire come alla Camera che l'incidente è esaurito.

--Si, è meglio. Mi avvilirei a chiedere spiegazioni a un ragazzo che non sa quel che si dice.

Ezio capì che dallo zio commendatore e ambasciatore della Bolivia stava per uscire il capitano d'artiglieria d'altri tempi: e non volendo ritirarsi colla peggio, si alzò, distaccò il suo bel cappellino di paglia dal pergolato ed accostandosi al signor zio con un portamento più spavaldo che contegnoso, credette secondo l'indole sua presuntuosa di farla finita del tutto con quattro di quelle parole enigmatiche che possono far intendere tutto quel che si vuole.

--Caro zio--gli disse--quando tu mi hai fatto l'onore di chiedere la mia ospitalità, dopo non so quanti anni di assenza, io non ti ho chiesto se ti riconduceva un sentimento di rispetto alla memoria d'un defunto, o un pentimento o una curiosità o quale altra memoria de' tuoi ventiquattro anni. So di averti ricevuto bene, con discrezione, con rispetto. Non invoco per me che un egual trattamento di tolleranza e di libertà.... E con ciò grazie della colazione....--E gravemente stese la mano per congedarsi.

Massimo Bagliani non rispose, non si mosse, ma coll'occhio rimpicciolito, con un tremito nervoso addosso che scoteva tutto il suo grosso corpo d'uomo lento e ipocondriaco, fece capire che non aveva più nulla a dire. Ma non volle stringere la mano che il giovine gli aveva stesa.

Ezio si carezzò con un atto d'irritazione i piccoli baffi, mosse qualche passo intorno alla tavola, esitò un istante tra il bene e il male; ma come sempre, anche questa volta vinse il diavolo peggiore. Levò il portafogli e cavato un biglietto da cinque lire lo buttò sul suo piatto e se ne andò. C'era da pagar lautamente quel che aveva mangiato coll'aggiunta d'una buona mancia per la bella ragazza.

Massimo, il povero zio Massimo, rimase lì sotto il peso dell'oltraggio, tutto tremante, colla testa appoggiata ai palmi. Improvvisamente gli parve che il cielo si rannuvolasse: ma capì che un pugno di lacrime gli faceva gli occhi grossi. Una brutta frase si presentò in quell'oscuro turbamento, ma non osò pronunciarla per rispetto ai morti e ai vivi. «Il figlio è degno del padre» avrebbe voluto dire: ma ebbe compassione di tutt'e due.

XV.

Tra il marito e... l'altro.

Il barone Samuele Hospenthal che un _potage_ troppo sugoso aveva reso più disgustato e più svogliato del solito, da una settimana non usciva dalla sua camera se non per muovere quei dugento o trecento passi cadenzati, che gli erano necessari per digerire la sua acqua di Vichy. Il resto della giornata lo passava rinchiuso a scorrere una quantità di riviste e di giornali inglesi e tedeschi, a cui mescolava qualche avventuroso romanzo di Rudyard Kipling, il suo ultimo autore prediletto.

Alla rapida decadenza della sua giovinezza fisica egli sapeva opporre uno spirito resistente, instancabile, invincibile davanti a uno scopo, fosse questo l'impianto di una nuova banca o il piacere di battere un cavallo in una sfida di corsa o quello più modesto di dare agli amici una colazione superiore alle solite.

Quando ebbe conosciuta la bella Ersilia Batacchi la prima volta a Cannes in un Casino-Concetto, la sua prima idea era stata di far di lei una moglie della mano sinistra: ma la resistenza passiva di lei e quella più cauta del sor Paoleto lo persuase a sposarla secondo la legge civile e a presentarla al suo mondo misto di uomini d'affari, di grandi uomini e di oscuri agenti di cambio, di artisti e di vagabondi internazionali, in mezzo a cui le signore passavano quasi senza vedersi. «Libera coscienza in fedeltà d'amore» poteva essere il motto della famiglia. Il contratto era stato pari dalle due parti: egli aveva portato i suoi milioni, essa la sua vistosa bellezza: egli una tristezza fondamentale su cui a stento correva qualche sorriso di compiacenza e di critica bonaria: essa una giovialità senza fine, che avrebbe rallegrata una sinagoga: egli un'esistenza minuziosa che minacciava di triturare la sua vita: essa una risoluzione pronta e capricciosa, che travolgeva come un torrente furioso i progetti di suo marito. Ma giova dire che in questa volontà così diversa dalla sua il barone trovasse qualche vantaggio, perchè difficilmente osava contrastrare a sua moglie anche quando il muoversi rappresentava per lui una passività o una inquietitudine.

La baronessa poco si faceva vedere nei giorni in cui suo marito stava rinchiuso in camera. Veniva e restava con lui qualche mezz'ora al mattino, qualche mezz'ora dopo colazione, qualche minuto la sera, ma gli obbediva volentieri se le diceva di non lasciar soli gli amici. La malattia di suo marito era di quelle che guariscono più presto quanto meno si secca il malato: nè ci poteva essere rimorso da parte sua dal momento che Samuele desiderava di rimaner solo anche per sbrigare un'enorme quantità di corrispondenza, che gli correva dietro di posta in posta come uno sciame di mosche a un cavallo accaldato.

Per spedir telegrammi, per impastar francobolli sulle buste, per mandare a ricevere vaglia postali eragli di sufficiente aiuto il sor Paoleto suo suocero, un ometto svelto e discreto che sapeva tacere, quando vedeva l'acqua di Vichy più torbida, e sapeva in un altro momento raccontare mille storie, aneddoti e reminiscenze della sua vita di teatro e riportare i piccoli pettegolezzi d'albergo, di cui l'illustre genero si dilettava nei momenti di lingua meno sporca.

