Col fuoco non si scherza

Part 12

Chapter 12 3,975 words Public domain Markdown

Sentendosi quasi soffocare in quel basso tugurio, si mise a sedere sulla porta da dove l'occhio correva sulla prateria, che il raggio della luna scoloriva in un verde pallido e molle. Nella conca, oltre il torrentello, nereggiavano le capanne dell'albergo, da cui venivano schiamazzi e risate allegre con un frequente pizzicare di mandolini. A un tratto s'intese una voce chiara ed educata di donna cantare con comica vivacità la canzonetta del _Funiculì funiculà_.. una voce da teatro, distesa, che in quel vasto silenzio alpestre correva a riempire la valle e a destare gli echi addormentati del monte.

Flora rispose al brindisi di Amedeo, bevendo un sorso di vin bianco in una pulita ciotola di legno: (la zia Maddalena non aveva altra cristalleria) e quando Bortolo cominciò a pisolare, mostrò anch'essa il desiderio di stendere le gambe stanche sulla paglia. La vecchia accompagnò le ragazze su per una scaluccia aperta, che metteva in un fienile esposto alla luce della luna e le lasciò colla buona notte.

Regina preparò due tane nel giaciglio, spiegò una coperta di lana e fattosi un covo, si addormentò presto sulla sua felicità.

Anche Flora si distese e si rannicchiò nella paglia e cercò di sprofondarsi, di annientarsi nel suo giaciglio, invocò il sonno, il riposo, l'oblio, chiuse gli occhi, ma non potè dormire.

Non le giovava di richiamare tutte le vecchie ragioni che l'avevano persuasa a rinunciare a quel che essa credeva un diritto del suo cuore, ma che non era in fondo che un audace desiderio del suo orgoglio. Non aveva già fatto capire alla mamma, a Cresti, e ad altri che essa era morta a questo passato? non le giovava nemmeno l'inventare ragioni nuove o ingegnosi sofismi per dimostrare a sè stessa che nulla era mutato nel destino antico della sua vita e che il soffrire, come faceva lei, poteva parere ormai a ogni persona ragionevole una debolezza ridicola d'un orgoglio non meno ridicolo; ma che servono le dimostrazioni a un cuore che non vuole sentirle? Al contatto crudele del male il suo cuore era arrivato a un tal punto di sofferenza che non l'avrebbe spaventata nemmeno l'idea di morir lì, nella paglia, quella notte stessa, come una mendicante a cui si è rifiutato per crudeltà un misero tozzo di pane.

Nella quiete assoluta della solitudine alpestre le pareva di sentir martellare il suo povero cuore così dolorosamente che più d'una volta si pose a sedere sulla paglia come per cercare un sollievo: poi sentendo che là dentro le mancava il respiro, scivolando adagino presso Regina, che dormiva con una lenta pesantezza, spinse l'usciolino e venne a sedersi sulla scaletta di legno, provando nella freschezza dell'aria notturna un subito ristoro.

La luna alta nel mezzo del cielo, col disco nitido e vivo diffondeva su per le vette sassose e per le pieghe aspre dei monti la sua luce, che attenua le linee più pesanti in una leggiera trasparenza quasi di cose che si sognano. Il paesaggio dell'alpe pareva palpitare come animato dai segreti spiriti della natura. Una punta rocciosa, in fondo, forse il Legnone, resa diafana dal tocco dei raggi, si alzava come un'aspirazione al cielo blando e casto, senza una nuvola, seguita a poca distanza da altre vette minori, che avevano nel tremolìo molle dell'aria e della luce una trepidazione di cose vive: spettacolo bello e sacro da strappar la preghiera a chi non avesse avuta la morte al posto della fede.

Le casette sparse, coi tetti bagnati d'una luce così bianca che pareva neve, versavan l'ombra sul verde prato e parevano anch'esse addormentate in un pensoso raccoglimento. Tratto tratto si svegliava una campanella con due tocchi sonnolenti, a cui rispondeva da lungi il belato pauroso d'una capra. Sottili fischi uscivan dall'erba, ma sui fuggevoli suoni incombeva il gran silenzio dell'ora notturna, un silenzio che pareva piovere anch'esso dalle remote scaturigini dell'infinito.

È l'ora sacra in cui pare che l'anima resa più diafana riceva nel profondo silenzio delle sue acque il riflesso delle cose invisibili che passano e s'increspano all'alito degli spiriti che non possono più nè morire nè dormire.

È l'ora in cui i desideri sepolti bussano al cuore delle fanciulle che vegliano e i sogni fanno ridere i bambini che dormono.

La notte serena versa le sue rugiade anche sui fiori del male, assopisce il rimorso indomabile, ristora le speranze affrante, rinnova i voti traditi. Quando più dormono le cose fuori di noi e come sottili profumi si sprigionano le più recondite memorie di vite che ci aspettano e ronzano intorno a noi sensazioni di oscuri mondi ignoti che ignorano il nostro sole, i nostri uccelli, le nostre rose, i nostri dolori, dove da cause più sottili derivano vite più delicate e fragili.

Il luccichìo del torrente che serpeggiava in mezzo alle erbe folte della prateria risvegliò a un tratto in Flora la sensazione fisica d'una lunga e acre arsura che la tormentava da un pezzo, confusamente percepita, ma non riconosciuta nell'oscurità del suo patimento morale. Si mosse, discese i pochi scalini spezzati, e battendo il sentiero per cui era venuta nel salire, si avviò verso la sorgente da cui quella striscia lucente d'acqua che serpeggiava nell'erba era alimentata.

Quando vide la sua persona riflessa sul terreno, nella gonnella corta, colle due cocche sporgenti del suo zendado di mandriana, invidiò l'ombra sua e stette a contemplare quel che avrebbe potuto essere, se Dio l'avesse fatta nascere in una di quelle capanne brune che toccano coi tetti la terra. Che giova alzarsi se mancano le ali al volo? umile creatura, nella terra è la tua felicità.

Prima di giungere alla sorgente entrò in una macchia di esili pioppi, che spandevano la loro ombra sottile e tremolante sul greto chiazzato del torrente: ma il luogo non era così oscuro ch'ella non potesse discernere anche nell'ombra il filo dell'acqua che usciva dalla bocca d'un canale di quercia e versavasi in una barba di spume tra i ciottoloni e le felci del solco. Scese fino al canale, vi appoggiò la bocca riarsa e bevette a lungo di quell'acqua sincera che veniva dal cuor della montagna. Poi si voltò a contemplare la luna che dietro il ricamo delle mobili piante pareva navigare verso un polo lontano.

Stette un istante inerte ad ascoltare il bisbiglio dell'acqua che rompeva tra i sassi e che nel silenzio vasto della valle pareva raccontare le sommesse storie della sua grotta oscura e meravigliosa, e avrebbe dovuto poi tornare sopra i suoi passi, se una forza non meno irresistibile di quella che trascina le nuvole nel cielo, non l'avesse condotta a proseguire oltre il boschetto, verso le capanne nere, che dormivano nell'ombra, o piuttosto verso la ragione della sua tristezza.

Essa non avrebbe saputo dire se in quel pauroso desiderio che la moveva fosse più la speranza d'incontrarsi in Ezio o la paura; se, vedendolo, per caso, uscire da una di quelle capanne sarebbe corsa a lui, a stringerlo nelle braccia, a redimerlo da una selvaggia seduzione o se invece sarebbe corsa a rimpiattarsi come una timida fiera dei boschi; ma non cessava per questo di dirigersi a quella volta, e già le capanne chiuse e silenziose eran lì a pochi passi, già ne rasentava l'ombra, quando le parve di udire un rumore, come un frascare vicino.

Si ritrasse dietro una siepe di spino che cingeva uno di quei casolari.

Qualcuno veniva alla sua volta: qualcuno entrava nel recinto stesso che chiudeva il casolare deserto e andava a sedersi sulla soglia d'un usciolino chiuso, dov'erano alcuni grossi tronchi rovesciati, nell'ombra del piovente del tetto.

Non era lui... ma una donna, la baronessa... la baronessa che, non potendo forse riposare sul giaciglio insolito del suo letto di montagna, veniva a far della poesia al chiaro di luna.

Il cuore di Flora insorse in un impeto d'ira, ma non ebbe quasi il tempo di formolare un pensiero che da un ciglione, a cui si appoggiava il muro della capanna, saltò sul prato un giovine...

Flora celata dalla siepe si trovò caduta sulle ginocchia come se a un tratto le fossero tolte le forze della vita, le si ghiacciò il cuore, le si mozzò il respiro. Sentiva che essa non poteva restar lì, invocava mentalmente da Dio l'aiuto di sorgere, di fuggire: ma non poteva reggersi.

Finalmente con un atto di estrema violenza se la comandò questa forza e la trovò: si alzò, si ritrasse con precauzione, aggrappandosi agli arbusti per non ricadere.

Nessuno saprebbe dire come avvenisse, come nessuno sa perchè un fulmine si accende e l'altro no. C'eran delle piastre di selce sparse sul terreno. Flora si chinò, se ne trovò in mano una che fischiò nell'aria come soleva farle fischiare alla riva, quando faceva il giuoco del rimbalzello a fior di acqua... e fuggì mentre uno straziante grido di donna rompeva il silenzio della notte. L'aveva colpita!

XIII.

Convalescenza.

Seguirono alle emozioni di quella notte giorni di febbre cocente e di delirio, che tennero in pena l'animo del dottore, il quale non sapeva a che cosa pensare, se a una febbre infettiva di carattere maligno o a una congestione cerebrale: e invece, quando nessuno se lo aspettava, il male si dissipò da sè, lasciando indietro una grave prostrazione di forze e una straordinaria tranquillità morale inesplicabile in quel carattere rivoluzionario.

Era discesa dai monti colla febbre in corpo e si pensò che la fatica del viaggio, il sole preso nel ritorno, il latte della zia Maddalena e la quantità d'acqua trangugiata per spegnere l'arsura avessero prodotto questo male: e Flora lasciò che credessero al sole, all'acqua, al latte della zia Maddalena. Essa vedeva bene da dove era venuta la sua febbre.

Tuttavia nella debolezza grande in cui era caduta le pareva di trovare in fondo a' suoi mali una pace nuova, non priva di qualche conforto, come se la febbre avesse abbruciata anche l'idea maligna che l'aveva fatta soffrire. Non era stato male ch'ella avesse potuto vedere co' suoi occhi la verità: e non era male che la sua vita si costituisse nella verità.

Mentre il dottore parlava alla mamma di crisi, di flogosi del sangue, di sovraeccitazione nervosa, di macchie epatiche, essa compiacevasi d'aver finito di soffrire. Strappata l'ultima illusione, non aveva che da aspettare che la ferita si rimarginasse da sè. Per chi l'aveva fatta soffrir tanto e inutilmente non rimaneva in lei più che una immensa compassione: a quella donna non osava nemmen discendere col pensiero. La figlia del colonello Polony, la contessina del Castelletto, la nipotina della donna, che aveva con un colpo di pugnale vendicata un'ingiuria, s'era avvilita fin troppo a credere che la sua felicità potesse essere contrastata da questi volgari intrugli di amori melodrammatici celebrati al raggio di luna. La nausea è un male che libera spesso da altri mali.

Ad avviarla e a guidarla su questa buona strada di pensieri modesti e ragionevoli giovò non poco la parola dolce e misurata di Elisa D'Avanzo, la buona amica che al primo telegramma della signora Matilde era corsa a sedersi accanto al letto della malata. Con Flora s'erano conosciute durante le vacanze, che Elisa D'Avanzo veniva a passare tutti gli anni sul lago: e quantunque questa fosse di parecchi anni più innanzi e d'indole grave, quasi austera, Flora aveva trovato in lei un'interprete intelligente che l'aiutava mirabilmente a comprendere sè stessa. L'amicizia non è in fondo che la fortuna di trovare in altri la parte che ci manca. In questa funzione integrale Elisa D'Avanzo rappresentava per Flora Polony quella virtù riflessiva, che non abbondava nell'indole della più giovane, troppo facile a credere agli impeti del cuore. Poco era il tempo che le due amiche vivevano insieme, perchè le condizioni ristrette e l'ufficio d'insegnante non permettevano alla D'Avanzo che un breve soggiorno sul lago tra il settembre e l'ottobre; ma la buona relazione continuava nelle copiose lettere che Flora mandava a Torino tutto l'anno, specialmente nelle lunghe e vuote giornate d'inverno, in cui pare che ogni vita morale si ritiri dalla campagna per rifugiarsi nei grandi centri. Erano lunghe confessioni, sfoghi innocenti, confidenze illimitate, nelle quali Flora amava mettere a nudo il suo cuore per il piacere di contemplarlo; erano sunti di letture fatte, consigli chiesti, pensieri trascritti dai libri, pagine intere della sua vita e di sensazioni che nascevano spesso e morivano sul foglio stesso che le raccoglieva.

Elisa D'Avanzo era a parte di quel segreto che la fanciulla non aveva mai osato confessare molto apertamente nemmeno a se stessa; nè si era maravigliata che un'illusione fondata sull'egoismo altrui dovesse cadere un giorno o l'altro come una baracca mal costruita nella sabbia. Essa era venuta subito, anticipando il suo arrivo, a raccogliere le rovine di questa illusione e ora sforzavasi di costruire con quel che si poteva salvare un edificio più modesto, ma più solido per il bene della povera Flora.

Elisa D'Avanzo aveva sofferto la parte sua nella vita, perchè potesse parlare con qualche autorità: ma più che i dolori conosceva della vita quelle spinose necessità e quei nudi bisogni, che sdegnano la pietà e che vivono giornalmente della nostra carne viva.

Da quasi vent'anni era insegnante nelle scuole comunali di Torino, costretta a mantenere una povera sorella scema che non aveva altro aiuto. Per quanto esaurita dal lavoro, conservava ancora al di sotto del logoramento fisico della persona magra e leggera, i tratti di una sana e delicata bellezza, vivificata dalla luce di due grandi occhi pieni di pensieri e sempre attenti alle cose buone. Vestita quasi sempre di nero o con pochi ornamenti vedovili, essa portava da dieci anni il lutto all'unico amore della sua vita, perchè si considerava veramente la vedova dell'uomo che l'aveva amata, che aveva promesso di sposarla e che a ventisei anni era morto vittima di una infezione cadaverica sul punto in cui stava per ottenere una cattedra di fisiologia all'università.

Colla morte di Annibale Perrone la scienza ebbe a rimpiangere una forte speranza spenta troppo presto per l'onore della patria. Amici, colleghi, discepoli, corpi scientifici, riviste italiane e straniere ripeterono per un anno l'elogi che segue ai valorosi e benemeriti cittadini; un busto di marmo fu innalzato nel cimitero dov'è sepolto... ma ad altre cose ebbe poi a pensare il mondo. Altri uomini, altri studi, altri maestri, altri ideali sorsero a far dimenticare l'opera di un trapassato, come l'erba cresce sull'erba segata dalla falce del villano; ma dopo dieci anni la donna era ancor viva al suo dolore. Il mondo si rinnova e dimentica: la donna che ha amato bene una volta, vive e muore nel suo amore. Crollano le lapidi e i monumenti attaccati ai muri: ma una memoria che sia sepolta nel cuore di una donna è un albero sempre verde che mette ogni anno una radice di più. Così Annibale Perrone, che nessuno ricordava più, continuava a vivere delle luminose speranze della giovinezza nel modesto cuore d'una povera maestra elementare, che all'educazione dei figli del popolo dava tutto quel che non era morto in lei, in compenso della pace che il lavoro le aveva procurato.

Per Flora fu una vera medicina la compagnia della cara amica, che, senza bisogno di interrogarla, seppe rispondere con carità e con prudenza ai gemiti di quel povero cuore lacerato.

--No, no--le andava dicendo Elisa, nei momenti in cui vedeva la malata più disposta ad ascoltarla--tu non puoi sacrificare il tuo avvenire, i tuoi pensieri, i tuoi doveri al culto di un uomo che non ti ama e che non puoi stimare. Se egli ha potuto suscitare in te un'illusione, non fu che un raffinamento del suo egoismo, perchè volle cogliere in te un fiorellino modesto dal profumo delicato e ornarsene per un'ora l'occhiello; ma non tardò a farti capire che si è subito pentito di quest'atto d'imprudente poesia. Per tutto l'oro del mondo egli non sacrificherebbe un giorno della sua libertà e un solo dei suoi capricci alla perpetua felicità di una donna che lo vuole tutto per sè. Il nostro modo di amare, cara Flora, non è tutto piacevole perchè coll'amor nostro noi diamo tutte noi stesse e per sempre. Ma questi signori più che la donna amano le donne: o almeno non ci considerano se non come carte che servono a fare il giuoco e che si cambiano ad ogni partita. Tu, nell'ingenuità tua, non potevi immaginare che il mondo fosse così; ma è forse bene che il caso t'abbia aperti gli occhi. Ogni tua violenza farebbe peggio. Più si sente incalzato da te, più ti si ribella e provocherà le occasioni per dimostrarti che non intende sacrificarti nulla, nè un risentimento, nè una vendetta, nè una seduzione. Più cattivo lo renderesti quel giorno che tu ti presentassi come creditrice. Nulla è più odioso quanto un creditore che non si può pagare. Sicchè per il tuo meglio, se proprio ti pare di avergli voluto bene e se ti duole di sciupar del tutto una immagine che ti fu cara, credo che ti convenga rinunciare tranquillamente a lui, e riprendere invece quei modesti doveri che tu hai verso tua madre e verso te stessa. Vedi me. Quando ho dovuto per forza rinunciare alla felicità, mi son rifugiata ne' miei doveri, come mi sarei rifugiata in una chiesa per salvarmi da un acquazzone, E così il mio sacrificio invece di restare morta radice nel suo egoismo, fruttò a me e agli altri, se non una felicità migliore, certamente un riposo non inutile e qualche beneficio.

Flora ascoltava attentamente e ringraziava cogli occhi teneri l'amica del bene che le faceva colle sue parole.

Un'altra volta il discorso cadde sulle grandi obbligazioni che sua madre aveva verso il signor Cresti del Pioppino e sull'avvenire incerto che avrebbero incontrato tutt'e due, se per non voler più aumentare queste obbigazioni, Flora avesse persuasa sua madre a lasciare il Castelletto e a seguirla in una grande città in cerca di lavoro e di pane. Anche su questo punto Elisa D'Avanzo aveva le idee chiare e positive di chi ha vissuta la sua esperienza.

--Vivere in una grande città oggi è un negozio arduo e faticoso per chi vi è nato, per chi vi ha parenti, amici, clientela, avviamento naturale; ma a chi arriva nuovo la grande città si apre come un deserto inesplorato; la piccola come un sepolcro. Tu vai in città a chiedere il tuo pezzo di pane; ma nessuno ha mai pensato che tu avessi diritto di averne: anzi molti si meraviglieranno che tu possa osar tanto e venir da lontano apposta per portar via un poco di quel pane che basta appena a chi c'è: molti se ne sgomentano; molti stringono i pugni e digrignano i denti.

Vincere colla forza la concorrenza di chi aspira al tuo medesimo pezzo di pane non sempre si riesce: perchè più abile della forza è l'astuzia: e di tutte più ancora la malignità. Onde i buoni in questa gara son già vinti prima di entrare. Ma date pure eguali condizioni, il vincere non riesce facile nemmeno a chi fin da fanciullo si preparò l'animo alla lotta e per tutti gli anni della sua giovinezza non fece che addestrarsi nell'esercizio di questa lotta, rompere, per dir così, la volontà a tutte le ripugnanze, fortificarsi contro gli assalti dei più cupi avvilimenti. Ma chi non ha mai lavorato o imparò l'arte sua solamente come un diletto della vita, se anche l'ingegno l'assiste, non può essere sicuro di non smarrirsi, di non stancarsi, di non avvilirsi, di non trasformare il suo stesso lavoro in un acuto strumento di tortura e di cader vittima della sua stessa energia.

--E allora--diceva la buona amica--che sarebbe di tua madre?

--La povertà è cosa assai triste--soggiungeva malinconicamente col tono di chi sa quel che significa contrastare giornalmente colla sorte avara e cogli intrattabili bisogni.--La povertà è cosa triste per tutti, anche per chi vi è nato in mezzo e non conosce altra sorte; ma per una fanciulla bella e gentile, che non voglia rinunciare al suo prezioso orgoglio, l'essere povera è una condizione insopportabile.

La gente fa ai poveri una colpa persino di quella stessa dignità che nei ricchi è stimata come un pregio del carattere; e io ho sentito accusare di alterigia certe povere donne, che preferivano una goccia del loro magro caffè fatto in casa, alla grassa abbondanza d'una minestra offerta per nulla da una cucina economica. Il povero ha sempre torto d'essere povero e di offendere col suo spettacolo gli occhi beati di chi lo vede; ha torto di essere seccante, quando chiede, e arrischia di offendere il beato egoismo della gente felice anche quando si ostina a non chiedere. Al povero è difficile perfin d'esprimere la sua riconoscenza, o perchè dice troppo o perchè dice troppo poco; ma più per la ragione che il ben ricevere non è più facile che il ben dare.

Chi poi può paragonare la povertà sopravvenuta a una perduta agiatezza ed è nella condizione dolorosa di dover continuamente paragonare quel che è a quel che era, quel che aveva prima a quel che non ha più, condanna sè stesso ad un supplizio, che è paragonabile soltanto allo strazio che farebbero due cavalli che tirassero un misero corpo in due versi opposti: tra le memorie e i disinganni, tra il passato e il presente Io strazio rompe la vita.

Ora tu hai qui sull'uscio--conchiudeva la giudiziosa amica--chi ti offre amore, amor vero, non fiamma di paglia, tranquillità d'animo, ricchezza con decoro: è un uomo schietto che tu non potrai non amare, quando potrai più da vicino conoscere il suo cuore e misurare il valore della sua virtù nascosta. Non è il biondo cavaliere della leggenda che passa nei sogni della giovinetta bionda: ma tu non sei romantica e sai quel che valgono i cavalieri di ventura.

L'uomo che io ho amato più di mio padre e più di mia madre non era bello: nè mai mi son chiesta s'egli lo fosse o se era un male che non lo fosse. Era il dottor Perrone che aveva guarita mia madre, era il bravo professore, amato da' suoi allievi, era la gloria della scienza e bastò perchè a me paresse più bello d'un dio. Sento che l'amerei dell'istesso amore anche se egli mi comparisse davanti coi capelli bianchi, già vecchio cadente. Consacrarsi al valore di un uomo è qualche cosa di più attraente che non amarlo per la sua gioventù e per la sua bellezza. Perciò ti ripeto che tu fai male a non incoraggiare il signor Cresti. Sarebbe per te il miglior modo per guarire del tutto da una febbre non buona, che non vien tutta dal cuore...--

Flora arrossì: gli occhi le si riempirono di lagrime di pentimento.--Forse, sì, forse avete ragione; io devo però meritarmi quest'amore e fargli un posto degno nel mio cuore. Avete ragione, non vi può esser nulla di buono in questa febbre d'odio e di gelosia che consuma la parte migliore di me. Dite intanto al buon Cresti che venga a trovarmi.--

* * * * *

Quando il solitario del Pioppino, incoraggiato da tutte le patti, scese al Castelletto a far visita all'illustre inferma si consolò tutto nel vedersi accolto con un sorriso di tenera bontà.

La malata ancor ravvolta negli scialli, con in testa una delle cuffiette della mamma, che faceva brillare i riccioli dei capelli sull'orlo della fronte, coi colori attenuati della convalescenza, stava nel seggiolone di mamà, nel vano della finestra, dove il sole batteva, mettendo nel salotto un lieto e giallognolo tepore.

La mamma era in cucina a preparare la seconda minestra della convalescenza, in cui era stato concesso di lasciar cadere un fegatino di pollo: Elisa era uscita per la sua solita passeggiata mattutina, che doveva riattivare un appetito da lunghi mesi inerte: Flora nel vano della finestra, fissi gli occhi a due nuvolette vaganti nel cielo come fiocchi di lana, si abbandonava con un molle piacer fisico alla sua dolce stanchezza, appoggiando la testa al dorso della poltrona, correndo dietro col pensiero ai rumori che venivano dal villaggio e allo sciacquìo dell'onda che gorgogliava ai piedi della casa: voci e suoni che si mescolavano a visioni e a memorie di cose lontane, cadute da un pezzo in dimenticanza.