Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Part 9

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Seduti sul fusto di una vecchia pianta rovesciata, Gasparo cominciò a favellare dei disegni della corte papale coadiuvata dal Principe C. Narrò che lui stesso era stato inviato dal Principe per scoprire ove potevano trovarsi i liberali ed infine che egli, Gasparo, bramoso di vendicarsi del governo dei preti offriva invece il suo concorso ad Orazio colla sola condizione di esser accolto nella banda liberale.

"Ma voi avete molti delitti, mio povero Gasparo, se è vero ciò che si racconta di voi e noi non potremmo accogliervi in nostra compagnia".

"Delitti!--rispose altiero il bandito.--Io non ho altro delitto che di aver purgato la società d'alcuni prepotenti e dei loro sgherri, il delitto d'aver soccorso gli oppressi ed i bisognosi. E credete voi che se io fossi un miserabile delinquente, il governo dei preti avrebbe di me tanta paura e che io sarei così generalmente amata dalle popolazioni?

Il Governo mi teme perché sa che io non temo di lui come glielo provai in tanti incontri. Il governo mi teme perché sa d'avermi vigliaccamente ingannato e tradito e s'io ritorno alla testa de' miei coraggiosi compagni egli sa che gli farò pagar caro la sua malafede ed i suoi tradimenti. Sì, alcuna volta io mi son servito dell'avvocato Carabina per far giustizia ed ho la coscienza d'averlo sempre fatto conformemente ai dettati del diritto. Posson dire lo stesso i preti?".

Qui giungeva John, ed Orazio pensò bene di marciare colla preda ed il nuovo compagno verso il castello, per provvedere agli avvenimenti che si preparavano.

CAPITOLO XXXIV

L'ASSALTO

Avendo il Principe riconosciuto per relazione di spie più fidate di Gasparo che i liberali trovavansi nel castello preparossi a dargli l'assalto dopo avere disposto la sua gente in modo da circondare il castello ed impedire da ogni parte l'uscita ai rinchiusi.

Ma simile a molti generali che sprecando e disseminando la loro gente per eccesso di precauzioni su troppi punti, con sentinelle, picchetti, distaccamenti, osservazioni, ecc. finiscono a rimanere con poche forze sotto mano e sono bene sovente sconfitti, il Principe più che al vincere, parve provvedere ad assicurarsi la vittoria.

Da' suoi esploratori egli avea avuto un'idea della situazione del castello, ma inesatta. Avea mandato anche Gasparo in esplorazione, ma questi non compariva onde impaziente egli dispose la sua gente, che ammontava a circa un migliaio d'uomini, in vari distaccamenti. Li inviò in diverse direzioni a fine di chiudere ermeticamente il nemico e quindi avanzare restringendo il cerchio per finalmente assaltare la posizione.

Successe per l'appunto ciò che doveva succedere con tante precauzioni e movimenti combinati. La parte verso Roma, da tramontana, ove il Principe stesso comandava, seguì veramente la sua marcia diretta verso il castello; ma gli altri distaccamenti un po' per incuria, naturale ai soldati del Papa, un po' per colpa dei pratici, anche loro poco vogliosi di venire a combattimenti, invece di seguire vie praticabili, s'intricavano nel folto del bosco ove, chiama di qua rispondi di là, vi volevano delle ore per intendersi, e si finiva qualche volta, dopo d'aver faticato molto, col tornare al punto di partenza.

Il Principe avendo tenuto seco circa dugento uomini dei più fidi, giunse verso le 4 pomeridiane alla vista del castello, ove s'accorse che v'erano già preparativi di difesa. Contando sulla bravura de' suoi e sulla cooperazione degli altri distaccamenti, egli da prode com'era veramente, la sciabola alla mano, fece spiegare la metà della sua gente a modo di tiratori, l'altra metà tenne in colonna ed ordinò alle trombe la carica.

Orazio co' suoi giovani Romani, avrebbe potuto scansare il combattimento scendendo colla sua gente giù pe' sotterranei. Ma sdegnando una ritirata prima di misurarsi coi mercenari della Corte papale fu deciso di tener fermo. Perciò si costrussero prontamente della barricate a tutte le porte del Castello si aprirono feritoie, ed infine si tenne pronta ogni cosa per la difesa.

L'ordine dato da Orazio alla sua gente era di non tirare da lontano, aspettare il nemico a bruciapelo ed allora dovesse ciascuno col suo tiro abbattere il suo uomo. E così si fece. Gli assalitori avanzavano con passo ardito verso il castello, e già la catena di tiratori era giunta a toccare quasi il peristilio dell'edilizio, quando una scarica generale di quei di dentro distese sul terreno tanti papalini quanti furono i tiri. Quell'improvvisa scarica scosse alquanto i primi arrivati. Vi furono alcuni che vedendo i compagni caduti volgevano indietro per fuggire ma il Principe, alla testa della sua colonna, veniva sui talloni dei tiratori e giunse infatti al castello poco dopo loro.

Orazio, da capitano avveduto, avea fatto preparare cariche quante armi si trovavano nel castello ed alle donne, aveva lasciata la cura di ricaricarle insieme ad alcuni domestici, a misura che si sparavano. John avea sdegnato rimanere colle donne come volea lasciarlo il suo protettore, impugnò la sua brava carabina, si pose a fianco d'Orazio e lo seguì durante il combattimento come fosse la sua ombra.

Giunto il Principe al coperto della barricata del peristilio e vedendo la strage che s'era fatta della sua gente in poco tempo capì con che nemici avea da fare, vide dipinto sulla fisionomia dei suoi il timore. Ma poiché la ritirata era morte sicura, dovendo percorrere di nuovo lo spazio avanzato sotto il fuoco micidiale di tali tiratori com'eran quei di dentro e pungendolo di più la vergogna di una ritirata che avrebbe somigliato a una fuga risolvette di tentare l'assalto della barricata.

Passò l'ordine ai migliori ufficiali che gli stavano vicini diede comando alle trombe di suonar la carica, saltò per il primo sull'orlo della barricata, superolla e si lanciò fra i pochi difensori di quella, menando sciabolate da disperato.

Uno dei difensori all'aspetto del Principe rimase immobile e come di sasso. Era Orazio! Egli aveva ravvisato sulla maschia fisionomia del nemico le care sembianze della sua Irene.

Orazio aveva una canna della sua carabina carica e poteva ammazzarlo ma non si mosse. John all'incontro senz'altre cerimonie spianò la sua arma al petto del nemico e lasciò andare il colpo ma il braccio robusto di Orazio deviò l'arma, che andò a ferire uno degli assalitori che varcava allora la barricata.

Pochi furono i seguaci del Principe che gli tenner dietro e quei pochi o sulla barricata o già dentro furono spacciati dai valorosi campioni della libertà di Roma.

Finalmente, una circostanza inaspettata liberò del tutto il castello dai suoi assalitori, che sparvero in tutte le direzioni come la nebbia al vento.

Dalla parte orientale del bosco mentre la truppa era tutta raccolta sotto le barricate e gli officiali la incoraggiavano a seguire il Principe s'udì un grido spaventoso d'una decina d'armati e si videro questi dieci leoni (che potevano esser cento, pensarono i soldati) precipitarsi sul fianco destro della truppa e sbaragliarla e disperderla come fosse stato un branco di pecore.

Da prima i soldati li avevan creduti dei loro e rimanevano in osservazione, quando però alla foggia del vestire ed alle busse che menavano riconobbero essere i liberali, colla paura che già avevan nelle ossa pel numero degli uccisi a gambe se la diedero e lasciarono il campo di battaglia interamente in potere dei coraggiosi che gli avevano assaliti.

Il Principe, rimasto solo, avendo notato l'atto generoso del suo nemico, pensò esser oramai inutile il combattere e rimise la sua spada ad Orazio. Questi la ricevè e vedendo che ormai non v'eran più nemici, condusse il suo prigioniero ad Irene.

CAPITOLO XXXV

UN ACQUISTO PREZIOSO

Dobbiamo confessare essersi fatti degli immensi progressi in questo ultimo secolo. Non parlerò di quelli delle scienze fisiche e meccaniche, veramente portentosi, ma dei progressi morali specialmente.

L'emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento.

Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli stessi preti!

Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se Pio IX continuava nel sistema di riforme iniziato e se identificava la causa sua con quella della Nazione italiana disposta di darsi al diavolo purché il diavolo la costituisse? Eppure la Provvidenza accecò quel vecchio tentenna per il bene di questo povero popolo, e lo lasciò sulla perversa e miserabile via de' suoi antecessori a patteggiare cioè collo straniero, vendendogli vilmente il sangue de' suoi concittadini.

La Nazione italiana vide alla luce del sole il ceffo deforme degli impostori, marciare col crocefisso in mano alla testa delle masnade straniere(47) suscitando dovunque quel brigantaggio che devasta ancora le nostre province meridionali con ogni specie di orribili delitti per tentare la dissoluzione dell'unità nazionale sì felicemente costituita.

(47) Li ho veduti io, marciare alla testa degli Austriaci contro di noi.

Un altro fatto che attesta grandemente il progresso umano della nostr'età è l'avvicinamento dell'aristocrazia al popolo.

Vi sono bensì ancora dei baroni, più o meno duri, più o meno forti e coperti di ferro, che affettano ancora l'alterigia e le prepotenze de' bei tempi del diritto della coscia(48). Ma questi sono pochi e la maggior parte dei nobili e i veramente nobili d'animo si avvicinano a noi, ed accomunano le loro alle aspirazioni nostre.

(48) Antico diritto feudale sui matrimoni, un po' osceno a narrare.

Di tal tempra era il fratello d'Irene. Egli avea bensì fatto l'ultimo tentativo da noi riferito per liberare la sorella che credeva in mano d'assassini, ma quando conobbe che erano tutt'altro gli uomini coi quali aveva combattuto, e Romani, egli sentì orgoglio di tanta bravura de' suoi concittadini. Poi egli doveva la vita a quel magnifico e valoroso soldato della libertà ch'era Orazio e venne a conoscer esser lui lo sposo legittimo di sua sorella, ch'egli teneramente amava.

Allora cambiò concetto. E tutte le suddette considerazioni militarono in favore della nostra Irene quando, riconosciuto il fratello, essa diede un grido di sorpresa e si precipitò ai suoi ginocchi stringendoli fortemente e dirottamente piangendo commossa nel rivederlo, anche perché la presenza di lui richiamavale il genitore perduto che il fratello maggiore rappresentava per l'aspetto e per l'autorità.

Il Principe sollevò Irene gentilmente ed ambi rimasero per più minuti abbracciati, spargendo lacrime di commozione. Orazio, commosso lui pure sino al fondo dell'anima, prese la spada del Principe, per la punta e presentandogli l'elsa gli disse: "Un valoroso non deve essere privo dell'arma". Il Principe l'accettò con gratitudine, e strinse affettuosamente la mano abbronzata del duce della foresta.

E Clelia non l'aveva essa riconosciuto il suo Attilio nel ruggito che avevan mandato agli assalitori? Oh sì! quando il grido di quei dieci fece risuonar le volte del castello e tanto spavento suscitò nell'anima dei papalini, Clelia abbandonò un'arma che aveva allora terminato di caricare e volò a un balcone da dove potè osservare la scena. Essa vide per un istante il volto che portava scolpito nel cuore ma bastò quell'istante per farla felice.

Ed era veramente il nostro Attilio con Muzio, Silvio e sette altri compagni che avevan così bravamente caricate e fugate le masnade del papa.

Silvio conosceva perfettamente il castello di Lucullo e spesso era stato ospite d'Orazio non solo, ma compagno, ed era lui il veicolo di comunicazione tra i liberali di dentro e quelli della campagna. Egli dunque, quando in Roma per parte dei capi liberali si prese la determinazione di pigliare il campo e riunirsi alla banda d'Orazio si pose alla lor testa per guidarli e come s'è veduto, giunse felicemente in tempo per dar l'ultimo colpo alle truppe papaline.

Lascio pensare qual fu la gioia nel castello all'arrivo dei nuovi amici che sì potentemente avean contribuito alla liberazione dei fratelli.

Quante interrogazioni! quanti abbracciamenti, quante richieste di parenti, di fatti, di speranze, di delusioni!

"Mio! mio!" ripeteva Clelia a sé stessa, mentre Attilio, per la prima volta, coglieva un bacio sulla fronte dell'adorata vergine. "Mio! a dispetto della trista caterva dei chercuti e del mondo!".

"Eh! signorina! l'odore della polvere ed il fragore della battaglia vi hanno esaltato alquanto la testolina. Ma ve la passiamo". L'amore vero, sublime, eroico, l'amore che si portavano quelle due angeliche creature, non è egli la vita dell'anima, il fomite di quanto s'opera di grande, l'incivilitore dell'umana razza?

Un bell'acquisto l'avean fatto davvero i liberali nella persona del principe E. Trasformato dalle scene che noi abbiamo descritte, si trovò un altr'uomo intieramente, perché egli, generoso e prode per natura, sentiva nell'anima l'umiliazione della patria ed ardeva di vederla liberata da' suoi oppressori stranieri e chercuti. Educato fuori di Roma ed in condizioni diverse da quelle dei giovani che tenevan nelle mani la trama della rivoluzione Romana ad onta del suo carattere e de' suoi sentimenti v'era rimasto estraneo. Poi per condiscendere al desiderio del padre egli aveva accettato un posto nell'esercito pontificio e si comprende di leggeri che un tale impegno lo allontanava ancora più dai nostri amici.

Ora dai suoi occhi era caduta la benda e senza quell'impaccio egli potè arditamente contemplare tutta la grandezza dell'avvenire italiano. Una nazione sminuzzata in tante parti, e perciò esposta al disprezzo e al ludibrio del mondo vide costituita in un corpo solo, potente, rispettata, come lo fu nei bei tempi di Roma, come la sognarono i grandi italiani di tutte le età.

Appena intravveduta la vita nuova il principe si sentì attratto verso di lei, innamorato de' suoi nuovi compagni e così deciso a rifarsi del tempo perduto, che fece sacramento a sé stesso di vivere e morire per la causa santa del suo paese.

Ricco e potente come egli era e generoso, diventò nel futuro il più forte sostegno dei proscritti, i quali dal canto loro non ebbero che a rallegrarsi d'aver collocata la loro fiducia in quel nobile carattere.

CAPITOLO XXXVI

IL MIGLIORAMENTO UMANO

Orazio dopo aver accolto e lodato i nuovi amici e fratelli pensò di provvedere alla sicurezza generale. Chiamò a sé Attilio ed il Principe, ormai consacrato corpo ed anima alla causa nazionale, e parlò loro così:

"Noi fummo felici nell'ultimo incontro, è vero; credo però esser questo sito ormai troppo noto ai nemici, e quindi per noi pericoloso. Il Governo farà di tutto, impiegherà ogni mezzo per snidarci e distruggerci: di questo non c'è dubbio. Esso è capace di mandare qui tutto il suo esercito e con la sua artiglieria rovesciare queste antiche mura. Io non consiglio una subita ritirata perché anche il Governo abbisogna di tempo per fare i suoi preparativi. Ma da qui innanzi, fa mestieri usare tutta la vigilanza possibile, per conoscere le mosse del nemico e non essere sorpresi.

Voi, Principe, dovete tornare a Roma. La vostra presenza qui non è necessaria per ora, mentre là, potete esserci utile, credetemi, di un'utilità somma. Potete dire che vi abbiamo posto in libertà sotto il vincolo della vostra parola d'onore, di non combattere contro di noi. Dimettendovi dal servizio voi non potete temere di essere molestato".

Rispose il Principe. "Il vostro consiglio è savio ed io farò quanto voi dite. Comprendo che più utile vi potrò essere in Roma e vi dò la mia parola d'onore che sarò con voi per la vita e per la morte!".

Attilio fu della stessa opinione, quindi soggiunse che per le relazioni sulle mosse del nemico bisognava far capo a Regolo, e Regolo darebbe avviso di tutti i movimenti delle truppe papaline. Poi, avendo il Principe desiderato un mezzo sicuro per restare in relazione con loro, Attilio, su d'un pezzettino di carta tanto piccolo da potersi inghiottire al bisogno, scrisse a Regolo una linea di riconoscimento pel Principe.

Il resto della giornata fu impiegato a seppellire i morti, che non eran pochi, ed alla cura dei feriti, sì gli uni come gli altri quasi tutti papalini. I liberali ebbero tre feriti soli, e questi non gravemente perché nella pugna i valorosi pericolano meno e se si desse un colpo d'occhio alla statistica di tutte le battaglie, si vedrebbe sempre che i fuggenti hanno perduto un numero immensamente maggiore di uomini che i vittoriosi.

Nella notte il Principe partì per Roma e sapete con che guida? con Gasparo, il Cesare dei banditi di tutte le età, divenuto anche lui uno sviscerato liberale, siccome lo avea provato nell'ultimo combattimento facendo prodigi coll'infallibile sua carabina.

Io sono di natura tutt'altro che pessimista e quindi credente nel miglioramento umano sotto tutte le forme e se l'umanità non migliora con sensibile progresso la maggior colpa l'hanno i governi. Coi buoni trattamenti e le carezze si dominano, si addomesticano le belve e se ne migliora l'indole feroce.

Cosa volete sperare da un popolo ridotto alla miseria dalle vostre esazioni, dalle vostre imposte, dalle vostre tasse? Egli sa che queste tasse, imposte ed esazioni non sono, come voi dite, per la difesa dello Stato e per mantenere l'onore nazionale, ma per ingrassarvi ed ingrassare la sterminata caterva di parassiti, qualunque sia la loro denominazione, parassiti che sono pel popolo quel che gl'insetti per il corpo, i vermi pel cadavere, atti soltanto ad immiserirlo e divorarlo.

Chi negherà che le popolazioni dell'Italia meridionale non fossero migliori, perché meglio governate, nel 1860 che non lo sieno al giorno d'oggi?

Allora, appena si sospettava il brigantaggio e non v'eran prefetti, non gendarmi non birri. Oggi all'incontro con quell'immensità di satelliti, che minano le finanze dell'Italia esiste nella parte meridionale della penisola, l'anarchia, il brigantaggio e la miseria. Povere popolazioni! Dopo tanti secoli di tirannide e dopo la brillante rivoluzione del 60, esse speravano un Governo riparatore, un'era di riposo, di progresso e di prosperità e non l'ottennero!

Sì! Gasparo si era battezzato alla vita dei liberi col sangue degli oppressori. Egli fu accolto dalla giovine brigata con indulgenza, con entusiasmo ed ebbe l'importante missione di guidare il Principe I.... fuori della foresta, fin sulla via di Roma.

Le previsioni d'Orazio sugli apparecchi del Governo papale si avverarono. Dopo il rovescio del castello di Lucullo i mitrati decisero in consiglio d'inviare a quella volta tutto il loro esercito con artiglieria e giacché, pensarono con ragione, i liberali, non staranno molto tempo ad aspettare la tempesta, bisogna mettere il disegno immediatamente in esecuzione.

E non soltanto i soldati papalini ma si divisò d'impiegare in quell'ardua impresa tutta la truppa straniera, che si trovava al servizio del Papa. Un generale straniero di gran fama fu chiamato a dirigere la grande campagna e tutto si preparò con alacrità per giungere in tempo che il famoso attacco cadesse nel santo giorno di Pasqua, generalmente propizio ai preti, poiché in quel giorno grasso essi satollano meravigliosamente la pancia, loro divinità principale, alla barba dei divotissimi fedeli.

Orazio ed i suoi compagni non dormivano frattanto. Informati da Roma di quanto vi accadeva e degli strepitosi preparativi che vi si facevano i quali, benché il governo cercasse di tenerne segreto lo scopo, erano senza dubbio al loro indirizzo, dapprima i nostri amici eseguirono una minuta esplorazione dei sotterranei conosciuti da Orazio e da taluno de' suoi, particolarmente dal vecchio Gasparo, già tornato dalla sua missione col Principe.

CAPITOLO XXXVII

I SOTTERRANEI

Fra le meraviglie che si trovano nella gran metropoli dell'orbe, le catacombe e i sotterranei non sono le meno notevoli.

I primi cristiani, perseguitati dal governo imperiale di Roma, allora pagano, con atroce accanimento, si rifuggivano nelle catacombe, per salvezza sovente e sovente per potersi adunare, consigliarsi, istruirsi nella nuova loro religione.

Quei sotterranei furono pure indubitatamente il rifugio dello schiavo e di quanti infelici cercavano sottrarsi a quel sistema tirannico, che fu l'impero a Roma, che produsse i mostri i più abbominevoli della terra: quali Nerone, Caracalla, Eliogabalo, ecc.

Di quei sotterranei ve ne sono di diverse specie. Alcuni scavati e costrutti col divisamento di conservarvi i cadaveri, altri per il servizio d'acquedotti che dovevano portare fiumi d'acqua dolce nell'immensa capitale, quando la sua popolazione ascendeva a due milioni. Famoso è quello della Cloaca Massima che da Roma conduceva al mare e finalmente di molta considerazione erano quelli che particolari(49) ricchissimi facevano scavare con grandi spese per sottrarsi alle depredazioni di quei grandissimi ladri che si chiamavano Imperatori, ed in tempi meno antichi alle persecuzioni ed alle stragi dei barbari,

(49) Privati cittadini (N.d.C.).

Il terreno sui cui Roma è edificata, come quello de' suoi dintorni, offre facilità alle escavazioni, essendo un composto di tufo Vulcanico, facile a scavare e sufficientemente solido ed impermeabile da poter formare abitazioni sicure. Io ho veduto molte mandre e mandriani alloggiati in quelle caverne.

Colle esplorazioni nei sotterranei si pensò pure ad inviare i feriti più gravi, accompagnati da quelli che lo erano meno e sotto la custodia dei vicini pastori, verso Roma.

Dei liberali, come dicemmo, non v'eran gran feriti e dei papalini molti chiesero di rimanere e seguire la sorte dei proscritti, poiché non v'è milite per poco onorevole che egli sia (degli italiani s'intende), che serva volentieri i preti. Quando l'ora suoni di liberar l'Italia e Roma da quell'immondizie non vi sarà un soldato che resti con loro, meno alcuni mercenari stranieri.

Inviati i feriti, introdotta ogni cosa migliore ed utile del castello nel sotterraneo, con provviste d'ogni specie per vari giorni, i liberali colla maggiore pacatezza aspettarono l'oste numerosa che doveva giungere coll'ordine preciso di sterminarli. I nostri non mancarono di prendere tutte le misure necessarie di precauzione, distendendo una rete di sentinelle e di esploratori in tutte le direzioni ad onta della precisione degli avvertimenti che ricevevano da Roma su tutte le mosse del nemico.

La comitiva s'era accresciuta in questi ultimi giorni. Colla venuta d'Attilio e de' suoi compagni, coll'accettazione d'alcuni soldati romani, che non volevan più sapere di preti e col l'arrivo da Roma di vari giovani, che la notizia della recente vittoria aveva esaltati, si componeva di circa sessanta individui, senza contare le donne.

L'autorità d'Orazio sulla banda crebbe invece di diminuire coll'aumento del numero. Attilio, quantunque fosse stato alla direzione delle cose di Roma, e comandante dei trecento, era quello che mostrava maggiore docilità agli ordini del bellicoso e prode fratello d'armi.

In quattro legioni suddivise Orazio la banda; e queste furono comandate da Attilio, Muzio, Silvio ed Emilio, l'antiquario, che era stato secondo in comando prima dell'arrivo dei nuovi amici.

Emilio tenne ad onore di cedere la sua posizione di secondo comandante al capo dei trecento, ma Attilio non volle accettarla e già una generosa gara s'era iniziata tra loro e non sarebbe finita senza l'interposizione d'Orazio il quale assicurava Attilio non ritenere egli per sé il primo comando se non coll'assoluta condizione accettasse lui il secondo.

Tale era l'abnegazione di quei militi della libertà di Roma. Liberare la patria o morire! era il loro proposito, e poco loro importava di gradi, ciondoli e decorazioni che stimavano mezzi adoperati dal dispotismo a corrompere la metà della Nazione, per avvilire ed incatenare l'altra.

CAPITOLO XXXVIII

L'ANTIQUARIO