Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Part 6
Le mie simpatie non si stendono certo alle iene assetate di sangue che mutilano i loro prigionieri prima di trucidarli, che bruciano, devastano, distruggono per selvaggio istinto di distruzione. No! costoro mi mettono orrore!
Ma quei briganti che odiano un governo scellerato come quello dei preti, o simile, che piuttosto di sottostare ai soprusi ed alle umiliazioni a cui ogni giorno il cittadino è esposto, preferiscono la vita vagante della foresta, senza macchiarsi con furti o con omicidi, quelli là hanno la mia simpatia.
Quando poi all'onesta indipendenza aggiungono l'indole coraggiosa del leone e si battono valorosamente contro chiunque cerchi sopraffarli, allora non solo simpatia, ma ammirazione si meritano, e francamente, nell'abbassamento presente della nostra gloria militare, io sovente insuperbisco tra me stesso, pensando che pochi italiani (ispirati da falso principio è vero) combattono contro polizie, carabinieri, guardie nazionali, esercito, un mondo di nemici, senza che questi giungano mai a vincerli o domarli.
Comunque sia, tolte le crudeltà commesse dai briganti assoldati dai preti, quella classe di gente, ha mostrato in questi ultimi tempi una tenacità ed una bravura degna di miglior causa; il che prova che gli stessi uomini sospinti dall'amor di patria e ben guidati sarebbero una barriera insuperabile contro qualunque invasione straniera.
Fatalmente quei poveri ma coraggiosi contadini sono sempre stati coi preti e da loro sono forviati. Per questo li vediamo armati contro l'unità nazionale.
E quanto tempo ci vorrà ancora per portarli sulla buona via?
Che i briganti non sieno tutti assassini lo prova Orazio, il valoroso Romano che tutti in Trastevere, specialmente le donne, ammiratrici sempre della bravura, credevano discendente dal famoso Coclite, che da solo difese il ponte contro l'esercito di Porsenna. Egli aveva questo di particolare, oltre il valore che lo ravvicinava all'antico eroe: gli mancava un occhio che nell'infanzia, in una rissa aveva perduto. Un giovinetto della sua età, ch'egli aveva battuto, per vendicarsi gli piantò una canna nell'occhio sinistro e glielo svelse.
Orazio aveva servito con onore la Repubblica romana. Ancora inerbe, egli fu tra i primi che nel glorioso 30 d'aprile caricarono e fugarono gli stranieri invasori. A Palestrina riportò onorevole ferita di palla alla fronte. A Velletri, dopo aver freddato un ufficiale di cavalleria napoletano col suo archibugio, lo spogliò delle armi e le portò in trionfo a Roma.
Ventura sarebbe stata per Giulia e le sue compagne, se fossero cadute in potere di un tal brigante; ma non fu così: altre bande della peggior natura da noi descritta incontrò la gentile comitiva mentre si avvicinava alle spiaggie del mare, ed una fucilata uscita da un bosco circostante, che rovesciò il cocchiere dalla banchina, diede indizio agl'infelici della situazione loro.
Caduto il cocchiere, Manlio, con un'intrepidezza ed una agilità superiore all'età sua slanciossi sul davanti della carrozza, ed impugnò le redini, ma inutilmente; quattro masnadieri armati di tutto punto, si precipitarono ai freni dei cavalli e li fermarono.
"Non vi movete o siete morto" gridò con voce imperiosa uno della banda che avea apparenza di comando, e veramente inutile sarebbe stata la resistenza d'un solo e inerme contro quattro armati e di quella specie!
Manlio rimase immobile sulla banchina ove era salito. Alle donne si ordinò di scendere con certo piglio poco galante dapprima, ma scese che furono, abbarbagliati da tanta bellezza, i malviventi rimasero muti e per un pezzo stettero a considerare Clelia e Giulia con aria mista d'ammirazione e di rispetto.
Finalmente predominati dalla fiera e malvagia natura, il capo della banda così si espresse: "Signore, se voi vi decidete ad accompagnarci di buona voglia, io vi assicuro che non vi sarà torto un capello, ma se non condiscendete a quanto io vi chiedo potete essere certe che la vostra vita non è sicura, e cominceremo a darvene prova, col fucilar subito quell'uomo lassù che vi accompagna" e accennava Manlio.
Lascio pensare l'effetto dell'ultime parole sulle povere donne.
Silvia cominciò a singhiozzare, e così Aurelia, che non potè trattenersi dal farle riscontro. Clelia si sentì un brivido nelle ossa, ed impallidì alla minaccia di ucciderle il genitore; Giulia sola colla impavida freddezza caratteristica della sua nazione, essendo già ne' suoi viaggi meglio delle compagne assuefatta alle peripezie della vita mostrò forte e maschio contegno.
"Non potreste--disse Giulia avanzandosi verso il masnadiero--prenderci quanto possediamo, e noi ve lo diamo senza difficoltà (così dicendo trasse fuori la sua borsa e gliela porse) lasciandoci andare per la nostra via".
Lo scellerato, cui il peso dell'oro che teneva in mano, in luogo di soddisfarlo, sembrava aver risvegliate altre libidini, sorrise al discorso della seducente Inglese rispondendo: "Oh! Signora! fortune come questa d'oggi non capitano tutti i giorni a noi miseri perseguiti, e la fortuna, se non la si piglia pei capelli quando arriva, fugge e sovente per non più tornare. Crede lei che possano giungere ogni giorno tanti gioielli?".
E il furfante così dicendo facea l'occhietto girando lo sguardo dall'una all'altra delle due giovani.
Giulia non si scosse dinanzi alla gravità del pericolo ma andava ruminando nella mente la possibilità di un tentativo per liberarsene mantenendosi intanto fredda e silenziosa. Non così Clelia, che al brivido d'orrore provato alla minaccia d'uccisione del padre, sopravveniva lo sgomento pel suo onore minacciato dalle parole dell'assassino.
Percorse in un lampo colla meridionale sua immaginazione tutto l'orrore della loro situazione e la disperazione succedendo ad ogni altro senso si ricordò del pugnaletto, lo impugnò ed avventossi come una furia sul ladro procace. Giulia, non meno coraggiosa, vedendo l'eroica risoluzione della compagna, assalì il nemico con eguale trepidezza, e certo, se avessero avuto da fare con lui solo, il brigante era spacciato. Ma il più vicino dei malandrini afferrò e tenne salda Giulia in guisa che la povera Clelia trovossi sola a lottare col nerboruto avversario il quale, benché ferito in varie parti, era ben lunge dal potersi dire vinto ed atterrato.
Le cose erano a tal punto: Giulia veniva portata via dal brigante verso la macchia, le due donne mature minacciate da un altro che le teneva sotto la bocca della sua carabina a due colpi; seguivano Giulia, Manlio, che aveva ricevuto ordini dal terzo di scendere dalla banchina, seguiva la comitiva sotto la stessa minaccia, ed ultima Clelia, trascinata dal capo, da cui invano cercava di svincolarsi, veniva alquanto più in dietro.
A un tratto un colpo, come di clava, cadde sul cranio del rapitore di Clelia e la coraggiosa fanciulla nello stesso momento si sentì sciolta e vide lui rovesciato nella polvere quasi colpito dal fulmine.
CAPITOLO XXIV
IL LIBERATORE
Il nuovo attore comparso su quella scena di violenze non era un gigante, solo di alcuni pollici soprastava all'ordinaria statura. Però alla robusta disposizione d'un corpo svelto ed elegante, alla quadratura delle spalle, ai movimenti tutti della persona, tu dicevi: "costui ne vale una dozzina!".
La capigliatura d'ebano gli scendeva innanellata sulle spalle e l'occhio nero, quando era fiso nel tuo occhio ti facea l'effetto del raggio di sole allorché, uscito improvvisamente dalle nubi, ti colpisce lo sguardo e ti abbarbaglia.
Com'è bello il valoroso che si slancia in soccorso del debole! Come la sua energia è raddoppiata, massime quando il debole ha il volto di Clelia!
Rovesciato il capo-brigante con un pugno sul cranio, il nuovo arrivato spianò la sua carabina prima sul guardiano di Manlio, poi su quello delle donne, ed egli, che metteva una palla nell'occhio del cignale a dugento passi di distanza, appena curossi della caduta dei due, gettando invece un colpo d'occhio sulla perla di Trastevere. Ma questa, non curante del simpatico significato di quell'occhiata, "avanti!" gli gridò: segnandogli il sentiero, per il quale Giulia ed il suo rapitore erano scomparsi.
Quasi mosso da un elettrico impulso, il liberatore, che sembrava tanto agile, quanto forte, si avventò sulle traccie del fuggente ed in pochi minuti ritornava lieto con Giulia verso gli amici. Il brigante quando sentì la tempesta venire sulle sue traccie aveva abbandonata la preda, mettendosi in salvo fuggendo.
Il vittorioso campione, ricaricata la carabina, disse a Manlio di armarsi: le armi che restavano sul suolo e sui cadaveri depose nella carrozza, raccogliendo i cavalli occupati a pascolare, ad onta del freno, sull'orlo della strada.
La comitiva ammirava stupefatta il coraggioso liberatore mentre egli, come assorto in contemplazione di cosa che stesse sopra gli oggetti materiali presenti, pareva col pensiero lontano da quella scena di sangue.
Una delle più belle qualità della donna è l'apprezzamento squisito del bello e dell'eroico. Siate pulito, valoroso, sprezzatore della morte, generoso, e certo avrete non solo il plauso, ma l'affetto della bellezza! Io non dubito che questa simpatia del bel sesso non sia il principale motore dell'incivilimento umano.
L'uomo si fa pulito, elegante, cortese per piacere alla donna. Egli ha lo stesso incentivo nel suo slancio verso le grandi azioni. In generosità, in coraggio, in eroismo quindi si può considerar la donna vera educatrice dell'uomo, prima agente del creatore, per migliorare questa razza burbera e di testa dura.
Le donne dunque volgevano il loro sguardo sul brigante (mi ripugna di dargli questo titolo ma pure era così chiamato dai preti e per loro era un vero brigante) e curiosamente lo fermavano su quel corpo così ben fatto, su quella capigliatura d'ebano, su quella fronte spaziosa così graziosamente ornata da un... da un buco tondo tondo, che il piombo straniero vi aveva forato. Pareva non potessero distogliere gli occhi da quella persona, vero modello della forza e del coraggio. Il difetto dell'occhio spento era, oppure sembrava, in quell'istante quasi impercettibile.
Bisogna confessarlo, in quel momento i nostri cari, non men belli e non men coraggiosi, Attilio e Muzio, furono dimenticati dalle nostre eroine. Così è più forte di noi questa nostra debole natura umana.
Lo stupore dei viaggiatori si accrebbe ancora quando il brigante uscito dalla sua posizione contemplativa, si avanzò graziosamente verso Silvia, le prese la mano, gliela baciò commosso, lasciandovi cadere sopra una lagrima.
"Voi non mi riconoscete, Madonna?--egli le disse.--Guardate un poco questo mio occhio sinistro che per cura vostra gentile e materna non mi costò la vita!".
"Orazio! Orazio!--gridò la matrona abbracciandolo e spargendo un torrente di lagrime.--Orazio! mio figlio, figlio della migliore amica mia!
"Sì, Orazio! che voi raccoglieste morente, che curaste con affetto di madre, ed a cui porgeste un pane nella sventura quando fu orfano!" soggiungeva egli, e la buona Silvia, quasi fuori de' sensi, si abbandonava nelle braccia del suo robusto antico protetto.
"Qui non v'è tempo da perdere--disse finalmente Orazio, rivolgendosi a Manlio, con cui aveva pur ricambiato mille segni di reminiscenza e di gratitudine.--Questo luogo è pieno zeppo di malviventi e quel fuggito potrebbe ricondurre una banda più numerosa".
Pigliando dunque i cavalli per i morsi invitò la comitiva a rimontare in carrozza e mettendosi egli stesso al posto del cocchiere, s'incamminò velocemente verso la marina secondo i voti dei viaggiatori.
Giunti alla spiaggia, l'aria balsamica del Mediterraneo sembrò ravvivare i nostri stanchi amici, e l'effetto apparve sorprendente sulla bella Giulia. Figlia della regina del mare ella, come tutti coloro che nascono sulle sue sponde, ne era innamorata. Lontani lo sospirano, al rivederlo, par loro rivedere una persona amata.
L'effetto prodotto sui dieci mila Greci di Senofonte al rivedere il mare dopo lungo e pericoloso viaggio pedestre a traverso la Persia, si comprende facilmente. E le grida di gioia e l'inginocchiarsi a salutare Anfitrite liberatrice, come il mare fosse la patria loro, non hanno d'uopo di spiegazioni.
CAPITOLO XXV
LO YACHT
"Dondola, o graziosa Naiade, gli eleganti tuoi fianchi sull'onda Mediterranea. Io ti rivedo commossa con tutto l'affetto dell'anima mia!
E perché non amerei te come un'amica? Te, a cui devo tante emozioni, tanti piaceri sublimi!
Io ti amo! Quando l'Oceano fatto specchio riflette ogni oggetto esistente con magica somiglianza, come è bello veduto dalla tua tolda! E come è bello quando increspato dalla brezza, dolcemente tu gonfi l'eburnee tue ali quasi danzando, scherzando e sogghignando dinanzi all'umile sdegnosetta forza dell'Espero(24).
(24) Piccola brezza.
Ti amo perdutamente quando simile allo indomato corsiero del deserto, spumando dalle narici infocate(25), ti slanci impavida sull'onda irritata e la soperchi, la schiacci e procedi infiammata dagli ostacoli che la tempesta accumula sul tuo cammino glorioso!
(25) Spesso durante un temporale sul davanti delle navi si forma una specie di meteora giallo-azzurra che somiglia un arco baleno infocato.
Ti amo graziosa Naiade perché so che tu ti chiamerai _Clelia_ per l'avvenire, in onore della bella e cara mia compagna, in onore della coraggiosa fanciulla che affrontò un demone quasi certa di perder la vita, per non soggiacere al vituperio!".
Così, con enfasi sclamava Giulia, e veramente dal momento in cui ella avea veduto _Clelia_ slanciarsi sul masnadiero con tanta intrepidezza diventò di lei entusiasta e le giurò nel fondo dell'anima sua un affetto imperituro. Tali sono gl'istanti delle anime grandi. La bassa, la volgare gelosia non vi attecchisce mai. Così da una parte l'ammirazione e dall'altra l'ammirazione e la gratitudine strinsero queste due bellissime fanciulle d'un amore indissolubile per tutta la vita.
Giulia, non potendo condurre l'intiera comitiva a Porto d'Anzo ove si potevano risvegliare le apprensioni di quelle sospettose autorità pontificie, condusse seco Manlio come cocchiere ed Aurelia come cameriera, lasciando Silvia e Clelia ad una certa distanza nel bosco che tocca la sponda del mare sotto la custodia di Orazio.
Eran ben custodite di certo. L'Orazio Romano le avrebbe difese contro un esercito e si sarebbe lasciato fare a pezzi per loro.
Il Capo d'Anzo a mezzogiorno e Civitavecchia a tramontana sono i limiti di quella spiaggia inospitale e pericolosa che si chiama "la spiaggia romana". Il navigante nella stagione d'inverno si tiene al largo in alto mare per non esser sorpreso dai venti di Libeccio che vi soffiano impetuosi e vi cagionano non pochi naufraghi.
L'imboccatura del Tevere che si trova quasi nel centro di questa spiaggia è praticata nella sola foce di Fiumicino da legni che non pescano più di quattro o cinque piedi d'acqua e nella sola stagione primaverile essendo pestifero il luogo, a cagione delle febbri, la state, e pericolosissimo d'inverno per i venti di mare.
Sulla sponda sinistra del Tevere, verso Capo d'Anzo e Monte Circello, abitavano anticamente i bellicosi Volsci, che tanto da fare diedero ai Romani per sottometterli. Di Arde loro capitale, città cospicua, sussistono tuttora le rovine e attestano la prosperità di quei popoli antichi. Oggi, sotto il governo dei preti, quel paese è deserto.
Il Capo d'Anzo, adunque, forma col suo promontorio il porto che piglia il suo nome. Porto capace soltanto di piccoli legni ed in questo stava ancorato l'elegante Yacht della nostra Giulia pronto a' suoi ordini.
L'arrivo di Giulia nel porto se non fu una festa per le autorità pretine, sempre nemiche degli Inglesi, ai quali imputano il doppio delitto di eretici e di liberali, ben lo fu per l'equipaggio della _Clelia_ verso il quale la nostra eroina era sempre gentile, e a cui era carissima.
L'uomo di mare, esposto quasi tutta la vita a pericoli, ha molti titoli alla benevolenza della donna sempre propensa, come già dicemmo, ad apprezzare i coraggiosi; e la donna trova pure grandi predilezioni tra i rozzi, ma leali e generosi marinai. Giulia poi aveva troppi meriti perché non fosse adorata dall'intero equipaggio!
Giunta sulla tolda, la bella inglese dopo d'avere corrisposto ai saluti affettuosi de' suoi concittadini discese nella camera, chiamò il capitano Thompson e con lui conferì sul da farsi per levare le compagne dal punto ove le aveva lasciate e condurle in luogo sicuro.
"Aye, Aye!" esclamò il bravo marinaio stanco d'esser rimasto per tanto tempo nell'ozio e altero di poter obbedire la sua giovane padrona in qualunque impresa fosse anche a pericolo della vita.
In meno d'un'ora da che erano saliti a bordo i nuovi personaggi la _Clelia_ aveva già levato l'ancora e con tutte le vele spiegate, usciva dal porto con debole brezza da Greco che la spingeva.
CAPITOLO XXVI
LA TEMPESTA
Ricorderanno i lettori che siamo nella seconda quindicina di febbraio e questo mese, lo dico ora, è il peggiore di tutti per coloro che corrono il mare, specialmente il Mediterraneo. "Febbraio corto, peggio d'un turco" dicono i marinai italiani a cui la rima, come si vede, non è troppo famigliare.
Il capitano Thompson, ardente di obbedire al desiderio della padroncina, s'era perfino scordato di consultare il barometro; ed il barometro abbassava furiosamente, ed in questi mari la caduta del mercurio è segno infallibile di forti venti da Libeccio.
Come dicemmo, la _Clelia_ usciva con tutte le vele spiegate dal porto d'Anzo ed orzando a maestro(26) con piccola brezza da Greco, cominciava a graziosamente dondolarsi con un po' di mare a traverso. Dico "graziosamente" per il capitano Thompson o per un osservatore dalla spiaggia, non per il nostro Manlio né per la povera Aurelia, che ambedue per la prima volta gettati loro malgrado sull'elemento infido cominciavano a risentire le nausee del mal di mare.
(26) Orzare significa avvicinare la direzione della prora all'origine del vento.
Era durante la notte che lo Yacht doveva avvicinarsi alla costa ove si trovava Orazio con le due donne, a circa tre miglia a tramontana di porto d'Anzo. Giulia aveva dato ordine al capitano di fare in guisa di trovarsi appunto la notte al luogo determinato; con Orazio era convenuto che dovesse segnalare la sua presenza accendendo un fuoco; e il romano ed il capitano inglese non erano uomini da mancare al loro dovere. Il temporale fu quello che decise altrimenti.
Il lieve Greco che aveva spinto la _Clelia_ fuori dal porto a due miglia calmò intieramente: nuvoloni neri neri si avanzavano da Libeccio e, peggio di tutto, il mare da quella via veniva ingrossando spaventosamente: il vento dapprima temuto dai nostri Argonauti era ora ardentemente desiderato poiché lo Yacht privo di quell'aiuto si vedeva spinto verso la spiaggia senza governo ed in pericolo quasi certo di dare contro alla costa e perdersi.
Cadeva la notte, la costa co' suoi pericoli era vicina e Thompson alla disperazione avvertì la signora che il solo rimedio per evitare un naufragio era quello di dar fondo all'àncora.
Giulia, coraggiosissima in terra come in mare, avvolta in un ampio scialle, si teneva sulla tolda osservando il movimento e delle nubi e del mare e del povero legno, che somigliante a persona travagliata, gemeva sbattuto dalle onde crescenti che lo spingevano senza posa verso le scogliere della costa.
L'osservazione del capitano di dar fondo era giusta, ma in quel paraggio, che bastimento potrebbe tenere all'àncora contro la traversia? Pure altro rimedio non v'era, e Giulia acconsentì. Già i marinari dalla prora stavan col serrabozze(27) nelle mani per lasciar andar l'àncora quando un grido della nostra eroina fece sospendere l'opera incominciata.
(27) Corde o catene colle quali si tengon sospese le àncore alla prora.
Un primo soffio di Libeccio avea sfiorato la guancia di Giulia e in quel soffio ella intravvide l'inutilità e il pericolo della intrapresa manovra. La _Clelia_ infatti, aveva contemporaneamente rigonfiate le vele e cominciava a prendere una posizione più stabile a sentire il timone, e ad orzare alquanto sulla sinistra. La prora, che senza governo aveva vagato da tramontana a maestro prendendo il mare a traverso cominciò ad avvicinarsi verso il ponente maestro e n'era ben tempo! Essendosi il legno colla deriva avvicinato ai bassi fondi della costa, un colpo di mare nell'atto che cominciava ad orzare, quasi quasi lo sommerse. La terribile traversia delle spiagge romane non si fece aspettare lungamente.
La bufera veniva a man dritta; vele, manovre, scotte, alberi, tutto cigolava, strideva, minacciava rovina. La parte destra della _Clelia_ in pochi minuti fu sommersa dal mare ma l'agile legno saltava sui marosi spumanti come un delfino. Il bravo Thompson colle voci succinte ed energiche del comando inglese ordinava all'equipaggio di tenersi sulle drizze(28) ma di non ammainare nulla.
(28) Drizze; corde con le quali si alzano le vele.
Orzando in fuori con quella valentia che hanno le navi di questa specie, presto si sentirono meno i frangenti, ed ingrossando il vento il comandante ordinò che si diminuissero le vele. In circa mezz'ora furono presi tutti i terzaruoli alle due rande(29) alla trinchettina(30) e ritirato il fiocco(31), continuandosi ad assicurare ogni oggetto contro la violenza del mare.
(29) Vele principali del Yacht. (30) Vela triangolare di straglio. (31) Vela triangolare sull'estremità della prora.
La _Clelia_ proseguì colle mure alla sinistra(32) e prima delle dieci essa lottava contro una decisa tempesta.
(32) Cioè vento che veniva dalla sinistra.
"Quel colpo di mare tremendo--disse Thompson a Giulia la quale non aveva voluto ancora lasciare la tolda--ci ha portato via il nostro John!".
"Povero giovane!" rispose Giulia, con un profondo sospiro.
Lo Yacht era orientato(33), i boccaporti chiusi ermeticamente. Il capitano, afferrato alle sartie di maestra del vento(34), aveva presso di sé quasi tutto l'equipaggio, ognuno fortemente tenuto per non essere portato via dal mare; i timonieri (poiché due erano al timone) erano anch'essi legati a metà corpo(35). Il capitano finalmente potè ottenere dalla sua signora che scendesse in camera, il che fece, piuttosto per aver contezza de' suoi amici che per riguardo al proprio pericolo.
(33) Orientare vuol dire colle vele ed ogni cosa preparate a' temporale. (34) Dalla parte dove viene il vento. (35) Un colpo di mare che si frange sulla coperta d'una nave può portare via la gente che non si trova ben tenuta ed anche i timonieri.
A Giulia, entrando nella camera, si presentò uno spettacolo, dinanzi al quale non potè a meno di scoppiare in uno scroscio di risa.
Aurelia, che forse lo stesso colpo di mare il quale aveva portato via il povero John slanciava come un sacco sulla parete di sottovento, ove già trovavasi Manlio spintovi da analogo impulso, si teneva disperatamente a lui avviticchiata. La povera donna che per la prima volta si trovava vittima d'una tempesta di mare credette venuto il finimondo, e trovandosi al contatto di un corpo umano vivente, vi si era abbarbicata con quella forza che dà la disperazione.
Invano Manlio gridava non lo strangolasse, invano, che anzi quando conobbe la voce amica dell'artista per impulso di simpatia gli si strinse intorno ancor più fortemente. Lo scultore assuefatto a muovere dei massi in marmo sarebbe pervenuto a svincolarsi da quegli abbrancamenti ma uomo buono e primitivo com'era, e un po' fiaccato da quelle maledette nausee altro non faceva che sforzarsi col miglior modo possibile a respingerla tanto da evitare la soffocazione.
In questa posizione tragicomica trovò Giulia i suoi compagni di viaggio. Dopo essersi abbandonata all'irrefrenabile ilarità ella chiamò un domestico e col suo aiuto pervenne a collocare gli amici in situazione più conveniente.