Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Part 5
Poi col pugnale alla mano ordinò, pena la vita, al prelato di coricarsi boccone. La stessa ingiunzione fece ai due complici; quando furono in quell'attitudine, tirò fuori una corda e cominciò a legare il più grasso colle mani di dietro. Chiese poscia ad Attilio altra fune e legò Gianni. Il Monsignore riservò per ultimo e mentre stringeva il legame tanto da stritolare le ossa degli scellerati, un maligno sorriso sfiorava la bella bocca del mendico.
Ahi! gridava il prete, mentre Muzio stringeva; e quegli: "Perverso! non gridavi ahi! nella notte in cui hai derubato un orfano delle sue sostanze e lo riducevi alla mendicità. Non mormoravi ahi! quando portavi le vergini infelici a questo infame stupratore!".
Non voglio nauseare chi legge con tutte le bassezze, le giustificazioni, i giuramenti, le preghiere di questi tre perversi, per aver salva la vita. Invano! troppo sanguinose eran le ingiurie ricevute dai nostri tre amici e troppo prezioso l'olocausto dei tre mostri alla libertà di Roma. Clelia, Camilla, Manlio, vittime loro, dovevano essere vendicate. Colle mani legate dietro alla schiena ed una corda al collo, uno dopo l'altro, i tre malfattori presto penzolarono fuori della finestra della stanza di un'altezza di due piani dal terreno, ed al far del giorno, nella folla che si riuniva a contemplare l'orrendo spettacolo, una voce s'udì risuonare dicendo: "Così, devono finire coloro che in quindici secoli di menzogne, di corruzioni e d'inganni hanno ridotto la Metropoli del mondo una cloaca".
CAPITOLO XVIII
L'ESILIO
Era la mattina del quindici Febbraio, e la campagna di Roma era illuminata dai primi raggi del sole.
Quel solenne deserto ove un dì sorgevano città cospicue oggi è seminato di macerie e presenta all'attonito passeggiero un'immagine di desolazione e di morte. I miserabili abitatori che s'incontrano in quelle steppe riflettono sulle loro gialle e squallide fisonomie i patimenti e la malaria. Pianure immense ove una volta prosperavano numerose popolazioni sono oggi percorse da bufali selvaggi e da cignali. I giardini, le ville, gli orti, che alimentavano di legumi e di frutta i due milioni d'abitatori dell'immensa metropoli sono sostituiti da macchie e paludi pestilenziali.
Qua e là alcune croci di legno attestano al viandante gli omicidi frequenti a cui la miseria e l'ignoranza pretina trascinano i discendenti del gran popolo, oggi ridotti ad una masnada di fanatici e di briganti.
I vestigi delle vie consolari che solcavano per tutti i versi quelle pianure e che ricordano il passaggio delle immortali legioni, appena si scorgono tra i bronchi e le rovine che lo ricoprono. Siccome l'anima degli abitatori il prete padrone(20) ha inaridito quel terreno fecondo.
(20) Tutta la Campagna di Roma appartiene oggi a pochi Monsignori e prelati che l'abbandonano per immergersi nelle crepule della capitale.
In quella mattina, da una carrozza giunta al crocicchio di casa Marcello, scendevano quattro donne che noi conosciamo e s'incamminavano verso l'abitato. Con che gioia si abbracciassero padre, madre e figlia lo lascio pensare a voi, dopo tanti disagi e tanti pericoli. Giulia e Aurelia con gli occhi umidi di lagrime contemplavano silenziose tanto affetto, e maledicevano in cuor loro chi aveva cagionato sì fiero rammarico a questa onesta famiglia.
Camilla istupidita osservava l'insolito spettacolo e non era capace di formare parola. Se avesse potuto indovinare la fine atroce del suo tentatore, chi sa non fosse ritornata in sé, allora non comprendeva nulla.
Marcellino dopo aver egli pure girato lo sguardo curioso dall'uno all'altro, dal bellissimo volto di Giulia al non men bello di Clelia, si dirigeva verso la stalla per mugnere la vaccarella ed offrire un bicchiere di latte fresco alle simpatiche visitatrici.
Dopo mille domande e risposte e ragguagli, Manlio volto a Giulia diceva: "l'esilio dunque ci resta, non ci vedo altra via. Questo governo infernale finirà presto, non ne dubito, ma intanto dopo tutto quel ch'è accaduto bisogna sottrarci agli ultimi parossismi del prete sanguinario, oggi tutto astio e vendetta".
E Giulia, "io sono del vostro parere: sottrarvi alle persecuzioni di quegli scellerati e non perder tempo. Dio farà il resto e certo in breve potrete tornare nella vostra Roma ringiovanita e redenta".
Il modo di mettersi in salvo fu presto trovato dalla coraggiosa straniera. "Io--essa soggiunse,--ho il mio yacht a Porto d'Anzo".
Il mio _yacht!_, ma questa parola sarà inintelligibile a chi legge, se uomo e più ancora se donna italiana. _Il mio yacht_! Una signorina col suo yacht! Ma che razza d'arnese è questo yacht, che portano le fanciulle inglesi ed offrono agli amici?
Lo yacht non è un arnese ma una nave, su cui l'inglese ricco e coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la propria casa.
I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benché essi presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione è troppo molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non avventurano l'effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e perciò l'Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i Nelson.
L'inglese, anche millionario, repugna dall'ozio, compra un yacht e si spinge sull'Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della zona torrida, né i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s'istruisce e diventa robusto di corpo e di mente. Con tali figli Albione signoreggia il mare da secoli. Co' suoi baluardi di legno essa rese inviolabile e sacra la sua terra d'asilo e si può sperare che coi nuovi baluardi di ferro essa saprà sfidare qualunque tentativo d'invasione straniera.
Dunque, "Ho il mio yacht a Porto d'Anzo,--diceva Giulia,--noi andremo là; e spero di potervi imbarcare inosservati e veleggiare con voi verso il solitario".
CAPITOLO XIX
LE TERME DI CARACALLA
Lascio pensare a voi quale scompiglio vi fosse in Roma il giorno quindici febbraio che seguì la notte tragica di Palazzo Corsini. Un andirivieni, un diavolo per le strade, un chiedersi: "che è, che non è? È ora di menar le mani? Di mandare a rotoli questo esoso temporale(21) e lo spirituale con lui?".
(21) Sottinteso: "il potere" (N.d.C.)
Frattanto i tre cadaveri penzolavano dalle finestre e siccome in quella tana di birbanti uno diffidava dell'altro, niuno ardiva di avvicinarsi alla stanza fatale per non suscitare sospetti. Finalmente, un battaglione straniero, che la paura dei preti aveva richiesto, comparve nella Laguna ed invase l'immenso palazzo. I soldati se la ridevano sotto i baffi nel vedere appiccati i due chercuti e l'eunuco. Senza nessuna reverenza al mondo s'andavan dicendo fra loro: "Che bei salami! Se ne hanno esposti per mostra tre, vuol dire che ne ha molti il pizzicagnolo".
Nella folla ognuno diceva la sua mentre i soldati davano opera a far rientrare i cadaveri.
"Lasciali andar giù a rompicollo, avrai più presto fatto", diceva l'uno. "Maneggia il pesce che non si strappi", diceva l'altro, e tutti a fischiare, mentre sforzandosi i soldati a tirar su il corpulento cadavere di Procopio, si spezzava la fune e il corpo precipitava sul lastrico con grande fracasso.
Nella folla, mentre durava l'osceno schiamazzo, il mendico diceva a Silvio:
"Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto. Pasquino solo ci rimane dell'antica Roma. Io vorrei che questo popolo avesse la gravità, con cui i nostri padri, nel Foro, vendevano e comperavano ad alto prezzo il terreno occupato dalle schiere di Annibale vincitore, oppure eleggevano un Dittatore per salvare la Repubblica in pericolo, senza ingannarsi mai nella scelta. Ma quanto tempo dovrà passare prima di averlo degno ancora dell'antica fama, corrotto com'è dai preti? Di tutti i danni fatti da questi impostori al nostro paese, il più imperdonabile è la corruzione con cui han potuto talmente snaturarlo".
"Cosa vuoi?--rispondeva Silvio.--Il servaggio fa dell'uomo una belva e questo nostro è stato il più maligno, il più perverso di quanti si conoscono. I chercuti hanno il garbo di farci schiavi e farci adorare i nostri tiranni".
Così discorrendo i due amici quasi istintivamente s'avviarono verso lo studio d'Attilio, che trovarono dinanzi. la mensa modestamente imbandita alla quale parteciparono di tutto cuore. Dopo d'avere ragguagliato l'amico delle faccende del giorno, i tre si sdraiarono per cercare un po' di riposo ed era loro ben necessario dopo le fatiche della notte.
Verso le dieci della sera, i nostri tre amici giungevano alle Terme di Caracalla, ove sappiamo che i trecento dovevano riunirsi.
CAPITOLO XX
ALLE TERME
Padroni del mondo e ricchissimi delle sue spoglie, i Romani si diedero al lusso, alle gozzoviglie ed agli eccessi d'ogni specie.
Fastidiose ed insopportabili divennero loro le fatiche del campo, l'aratro e l'armi che tanto avevano influito a mantenerli sobrii e robusti. Colle membra rese delicate dall'ozio il peso delle armi divenne soverchio e tra gli stranieri schiavi si cercarono i più robusti per farne dei soldati. Gli stranieri forti, armati ed agguerriti alla scuola di Roma, cominciarono a disprezzare i dissoluti ed effeminati padroni, poi, ad ammazzarli, per impadronirsi delle loro donne e delle loro ricchezze.
Ecco la storia della decadenza di quell'impero gigante che finì, come devono finire tutte le potenze edificate sull'ingiustizia e le violenze.
Fra i lussi degli antichi c'eran le Terme, ossia i bagni, e vi si prodigavano ricchezze immense per renderli comodi, doviziosi e splendidi.
Ve n'erano di particolari e di pubblici, e siccome al tempo degli Imperatori ognun di loro procurava di farsi celebre con qualche opera grandiosa, Caracalla, uno dei più abbietti di quei despoti, fece edificare le famose Terme, i cui avanzi si contemplano oggi nell'immenso deserto di ruine che segnano la grandezza e la decadenza di Roma.
Gli edifici più cospicui dell'immensa città, quasi tutti avevano dei sotterranei, praticati dai grandi con astuta previdenza per nascondervisi in tempo di pericolo o per nascondervi il frutto delle loro rapine e violenze.
Nel sotterraneo delle Terme di Caracalla era stabilito il nuovo convegno dei trecento, nella notte del quindici febbraio, e subito che l'ombre della notte cominciarono a coprire Roma, già le loro sentinelle erano collocate nelle vicinanze del luogo di riunione e sulle vie che vi conducevano.
CAPITOLO XXI
IL TRADITORE
La liberazione di Manlio e l'assalto di palazzo Corsini avevano spaventato il governo Pontificio. Mentre preparava solenni esequie al cardinale Procopio e ai compagni, avea messo sotto le armi quanta truppa straniera ed indigena v'era in Roma. La polizia coi suoi cagnotti era in grande confusione. Al minimo sospetto si arrestavano cittadini di ogni classe e le carceri ne rigurgitavano.
Il governo dei preti aveva saputo comprare un traditore perfino fra i trecento. Per buona sorte costui non s'era trovato coi dieci del Quirinale, né tra i venti del Corsini. Egli però sapeva della riunione alle Terme di Caracalla e ne aveva informata la Polizia.
Assuefatti alla congiura, gli italiani, sanno ciò che sia una contro-polizia. Ma per chi non Io sapesse: essa è una polizia di congiurati, che regola e conosce le mene di quella del governo.
Il capo della contro-polizia liberale era Muzio e ben gli serviva la sua qualità di mendico; poiché tra quei tanti infelici che accattano il pane nelle vie e sulle piazze di Roma i preti trovano sempre alcuno che si vende coll'infame patto della delazione. Muzio non lo ignorava e, coll'intelligenza superiore che lo adornava aveva saputo dai suoi emissari far vigilare gli emissari dei preti.
L'ultime ombre dei congiurati (perché veramente sembravano ombre che traversassero quelle macerie) eransi introdotte nella gola del sotterraneo. Attilio aveva fatta la dimanda: se le sentinelle erano a posto: il lume, dopo la risposta affermativa, aveva rischiarato le austere fisionomie dei nostri giovani, quando un fischio simile a sibilo di serpente fece risuonare le antiche volte dello speco.
Era questo segnale d'allarme ed era il mendico che lo mandava, il quale, messo appena il piede sull'entrata del sotterraneo "non v'è tempo da perdere--esclamava,--non solo siamo accerchiati da forza armata da questa parte ma altra forza ha già preso posizione all'uscita settentrionale del sotterraneo!".
L'imminente pericolo in luogo di far impallidire quei prodi, gettò sulle loro maschie fisonomìe un'aria di giubilo. Tale è la coscienza del vero coraggio, massime quando serve la sacrosanta causa della libertà e della patria, ed Attilio girato uno sguardo di compiacenza sul consesso imponente ordinò a Silvio di recarsi con due compagni all'estremità del sotterraneo ed informarlo di quanto accadeva.
All'entrata compariva una sentinella e confermava quanto Muzio aveva asserito, ma dalla parte opposta, niuno si faceva innanzi, il che dava a supporre che le sentinelle, da quella parte, potessero essere state arrestate.
Appena però Silvio giungeva all'estremità del sotterraneo alcune fucilate dal di fuori annunziavano il conflitto, mentre rientravano al tempo istesso i quattro compagni, che si trovavano di guardia in quella parte, per dar notizia dell'arrivo di numerose truppe. Silvio tornò indietro e ragguagliò il suo capo di quanto accadeva.
Attilio allora diede questi ordini: "Muzio formerà la avanguardia coi suoi cento, io lo seguiterò coi miei. Silvio colla sua schiera starà alla retroguardia. Con uomini come voi, io posso risparmiare ogni incoraggiamento: dirò soltanto, che qualunque sia la forza che noi abbiamo a fronte, dobbiamo caricarla in massa col pugnale alla mano. I primi venti della tua schiera, disse a Mimo, marcino radi e adagio sino ad incontrare il nemico. Scoperto, lo assaltino gridando e a passo di corsa. Noi vi seguiremo da vicino".
Dopo queste poche parole Muzio, disposti i venti e dato un colpo d'occhio al resto della sua schiera, si avvolse la toga al braccio sinistro e col pugnale nella destra si avanzò dicendo: "seguitemi!".
L'antro sembrò in quel momento vomitare un torrente di lava ed all'oscuro, perché ogni lume era spento, cupi, silenziosi, s'avanzarono i discendenti dei Fabii, pronti ad affrontare i satelliti del dispotismo.
I primi soldati che s'incontrarono coi nostri ebbero appena il tempo di spianare i fucili, che in un lampo si trovarono avviluppati dai terribili aggressori e volti in fuga. Un urlo tremendo di "avanti!!!" uscito da trecento maschie e sonore voci incuteva una paura di morte anche nei men codardi di quella bordaglia.
In men ch'io noi dica il Campo Vaccino e poi le vie di Roma diventarono fiumi di fuggenti. Elmi, sciabole, fucili, si trovarono seminati sul lastrico delle vie e più feriti vi furon dagl'inciampi in quelle armi che da mano nemica. Molti incespicando rovesciati cagionavano la caduta dei vegnenti dimodoché in certi luoghi si trovavano qua e colà monti di mercenari e di birri. Alcuni si lamentavano, altri mostravan tanta paura nelle ossa che gridavano: "Non mi uccidete, signor liberale, ch'io mi sono arreso".
Frattanto i prodi campioni della libertà di Roma, dopo d'aver fugato i mercenari pretini si separavano e tranquillamente ripigliavano la via delle loro case sparpagliati in piccoli gruppi.
Quanto valga l'uomo di coraggio è cosa incredibile! Un uomo può mettere in fuga un esercito e non è esagerazione. Io ho veduto degli eserciti colti dal panico fuggire davanti non ad un uomo solo ma a meno d'un uomo, davanti ad un pericolo immaginario. Un grido di "salva chi può!", "Cavalleria!", "il nemico!", risonante di notte ed anche di giorno con qualche tiro di fucile o senza, basta a mettere in fuga un corpo di truppa che ha combattuto e combatterà in altra circostanza col maggiore coraggio. Comunque sia, il panico è vergognoso e, veramente veduto e considerato con pacatezza, esso ha qualche cosa di degradante. Io vorrei non aver mai a vedere gl'Italiani colti da terror panico. Eppure pare che i popoli meridionali e più spiritosi, come il Francese, l'Italiano, lo Spagnolo vi siano più soggetti dei popoli freddi e posati del settentrione.
Dei liberi, pochi furono i feriti, il che succede sempre ai valorosi; dei mercenari però molti furono i feriti da loro stessi, e si contarono alcuni morti.
Tra i cadaveri che all'albeggiare si distinsero nelle vicinanze delle Tenne, v'era un giovane col mento appena coperto di lanugine, era supino e sul suo petto a grandi caratteri si leggeva la parola _traditore_.
Giovinetto senza esperienza, Paolo, ebbe la disgrazia d'innamorarsi della figlia d'un prete. La Dalila astuta, ammaestrata dal padre, era giunta a scoprire che il suo amante apparteneva ad un gruppo di cospiratori. Dal primo errore lo sciagurato cadde in altri e finì con l'abbandonarsi intieramente all'infame vita del delatore.
Quella notte n'ebbe degna ricompensa!
CAPITOLO XXII
LA TORTURA
Siccome l'ora della solenne vendetta della popolare giustizia non era sonata ancora, i preti se la cavarono con la sola paura. Essi ben temettero in quella spaventosa notte di veder rompere il capello a cui la giustizia di Dio tien sospesa la spada sterminatrice che reciderà il loro capo nefario: ma fu differito il castigo. Non, che la misura non sia colma, ma forse le colpe degli uomini meritano ancora quell'abbominevole flagello!
Conoscete voi la tortura?
Sapete voi italiani che dai preti fu torturato Galileo? il più grande degli italiani? e chi se non i preti poteva istituire la tortura? Ci voleva l'animo d'un arcivescovo, per condannare a morire di fame in carcere murato Ugolino con quattro figli!
Sì! la tortura! Dacché nella famiglia umana, vi furono uomini che svestirono le forme umane per farsi impostori, cioè preti, dacché vi furono preti nel mondo, vi furono torture.
Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell'ignoranza, quando emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da capire le loro menzogne, quell'intelligente era da questi demoni torturato, acciò confessasse che la luce era tenebra, che l'eterno, l'infinito, l'onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto sulle nubi; che una donna, madre d'un bellissimo maschio, era una vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!!
Quando si pensa che una gran parte del popolo ci crede ancora e che in questo secolo in cui l'intelligenza umana ha pur partorito delle grandi cose, il prete la fa ancora da padrone; quando si vedono i reggitori delle nazioni fingere (perché è finzione ed iprocrisia) di proteggere e mantenere con ogni rispetto l'istituzione diabolica del pretismo, c'è veramente da impazzire, e non si capisce se ci sia più malvagità dalla parte dei potenti e degl'impostori o più stupida imbecillità da parte di chi li tollera.
In molti paesi, come l'America, l'Inghilterra, la Svizzera, la tortura è realmente abolita, né colà il progresso è vana parola.
In Roma pure non se ne parla, è vero: ma chi riesce a penetrare nei reconditi recessi di quei pandemoni, che si chiamano claustri, seminari, conventi? in quei covili ove un'assoluta reclusione isola l'individuo dall'umana famiglia, ove l'essere maschio o femmina che appartiene alla confraternita è legato da giuramenti tremendi ed appartato per sempre dal consorzio del resto degli uomini: massime se vi sia sospetto ch'egli non sia intieramente corpo ed anima consacrato all'istituzione ove il despotismo è assoluto, irresponsabile, potente!
Sì! in Roma, ove siede il vicario del Dio di pace, del redentore degli uomini, v'è la tortura come ai tempi di S. Domenico(22) e di Torquemada!(23) ed in questi giorni di convulsioni politiche e di paure pretine la corda e la tenaglia erano all'ordine del giorno negli orridi sotterranei di Roma.
(22) Inventore dell'Inquisizione. (23) Uno dei più feroci inquistori di Spagna.
Povero Dentato! il bravo sergente de' dragoni che facilitò l'evasione di Manlio. Dentato era messo alla tortura mattina e sera per strappargli di bocca la delazione dei complici!
Io risparmierò ai miei lettori l'orrido quadro dei patimenti inflitti a quel prode romano straziato colla corda, attanagliato, ridotto a una massa informe, abbandonato in un canto del suo carcere segreto, spirante, ed implorando la morte come un beneficio. Quello ch'io non posso tacere è che il prete non si contenta di martoriare, di avvilire il corpo. Egli vuole insudiciare l'anima, e quando il sofferente svenuto pei patimenti articola un'indistinta parola, egli la raccoglie e l'interpreta a modo suo, spargendo la vergogna e l'infamia sul capo dell'infelice torturato.
Il povero Dentato così scontava il suo amore per l'Italia e per Roma nelle unghie dei luciferi umani, e non era il solo! In quei giorni di paura e di rabbia, furono numerosi gli arresti ed i torturati, ed anche rinvenuto dal terrore il prete si dava alle sevizie, condizione essenziale per riconoscere i codardi. I tiranni più crudeli, i più sanguinari di tutte le epoche, furono vili e pieni di paura.
Infelice Dentato! i suoi carnefici rapportavano ch'egli aveva confessato complici e quindi nuovi arresti, nuovi tormenti, e nuove torture!
Ecco! come da tanti secoli è trattato questo nostro povero paese, ed il mondo tollera questi carnefici, li protegge, li impone all'Italia! Non si sa se più scellerati i preti e chi li sorregge o più stupido questo miserabile popolo che li soffre nel suo seno e non fulmina, non annienta questi istrumenti del suo servaggio, delle sue miserie e delle sue umiliazioni.
CAPITOLO XXIII
I BRIGANTI
Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore, quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici, meste, perché il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione purissima.
La campagna romana, un dì sì popolata e fertile, è oggi, lo ripeto, un deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie. L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo colà all'esaltata immaginazione e forse è difficile rinvenire un altro lembo di terra sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze di peripezie, di grandezza e di miseria.
Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del deserto.
Pochi, lo abbiamo detto, sono i proprietari di quelle feraci ed immense pianure e tutti son preti, ingolfati nei vizi della metropoli, che non hanno mai veduti questi loro possessi e vi tengono al più qualche mandra di bufali e pecore.
Ma nella campagna romana si trova qualche altra cosa.
La pianta brigante è inseparabile dal governo dei preti, ed è naturale; essa non può non prosperare accanto ad un governo codardo, servito da mercenari imbelli ed abbrutiti. Quindi il ladro, l'omicida o il compromesso politico, trovandosi questa immensa campagna vicina ove loro non mancherà rifugio ed alimento, vi si gettano e molti vi passano l'intiera lor vita.
Le statistiche assicurano essere gli omicidi in Roma più frequenti che in alcun'altra parte, e non può essere altrimenti coll'educazione corruttrice dei preti e la miseria prodotta dal loro infame governo. Quindi necessariamente la campagna è popolata da molti di questi fuorusciti delinquenti od innocenti, tutti conosciuti sotto la denominazione di briganti.
A questa non piccola famiglia di briganti per necessità vanno aggiunte le numerose e terribili bande assoldate dai preti stessi contro il presente governo italiano, bande abbastanza note e che tante stragi commisero in questi ultimi anni.
Eppure, con tutto questo, io ho simpatia dei briganti!