Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Part 2

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Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la morte in qualunque guisa, né rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un seguito della meteora, s'udì una voce di disperazione risonare nel vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori di sé, grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai congiurati.

Silvio fu il primo che la riconobbe, e:

"Povera Camilla!" sclamò il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe servire di stanza".

Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno, trattenerla.

"Vedendo una giovane donna--dissero le sentinelle--abbiamo creduto farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per arrestarla. In altro modo ci è stato impossibile il farlo".

Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e cadde a terra boccone, così dolorosamente singhiozzando da intenerire le pietre.

CAPITOLO V

L'INFANTICIDIO

Si ritrae dalle statistiche che Roma è la città ove nascono in maggior numero i figli naturali.

E degli infanticidi quale è la cifra che danno le statistiche?... Nel 1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in ogni convento non mancavano mai gì'istromenti di tortura e l'ossario dei bambini.

Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate ancora? Un senso d'orrore rivolta ogni anima che non sia di prete dinanzi a tale spettacolo.

Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all'ipocrisia, deridendo la credulità degli stupidi, è naturalmente propenso a satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i frutti della seduzione o della violenza?

E così, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castità.

La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime della scelleraggine e dell'impostura.

Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere andò nel carnaio degli innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s'aggira per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia.

Nata contadina l'infelice Camilla ebbe come l'Italia il dono funesto della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine, soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di Camilla, a poca distanza di Roma. E s'era colà innamorato della fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l'ottenne e si fidanzarono. Era una bella coppia quella dell'avvenente e robusto cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano anticipatamente con l'anima le delizie della loro unione.

Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli della corruzione. I bracchi dell'Eminenza avean fiutato la colomba e quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, è ben difficile non cada.

In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre, sì comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il matrimonio venisse ritardato e più facile si rendesse il disegno degli avvoltoi su quella preda gentile.

Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle frutta in piazza Navona e lì una fruttaiola comprata da Gianni tese tante lusinghe e reti all'innocente contadina che la fece finalmente cadere nella trappola.

La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minacciò svelare l'arcano, onde temendo del padre e dell'amante, la povera Camilla si lasciò persuadere ad occupare una stanza nel palazzo Corsini ove a bell'agio il cardinale poteva continuare la tresca coll'infelice.

Il parto riuscì un bambino e quel bambino fu destinato come tanti altri al carnaio.

Camilla ne impazzì e grazie alla generosa pietà del porporato, il quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte però, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la pazzarella riuscì a guadagnare l'aria libera. Uscì, vagò, vagò a lungo in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finché per caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce, avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano all'ingresso dell'anfiteatro.

L'istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl'individui che almeno non avevano l'aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolò, salì e giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento.

Povera Camilla! E Silvio che l'aveva riconosciuta, raccontava ai compagni la storia dell'infelice. "È tempo,--ripigliava Attilio,--di purgare la nostra città da questo immondo pretume" ed un lampo di sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro, Attilio sclamò:

"Maledizione a quell'indegno Romano che non sente l'umiliazione della sua patria e che non è pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de' tiranni che la deturpano facendone una cloaca".

"Maledizione! Maledizione!" rimbombò per più minuti l'ampia volta delle ruine, ed il tintinnio de' ferri cozzanti, faceva riscontro al clamore delle voci; terribile musica all'indirizzo de' corrotti e scellerati padroni di Roma.

"Silvio!--ripigliava Attilio--questa fanciulla più infelice che colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai. Vanne e l'accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi, non mancherai al tuo posto".

E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata Camilla. Costei alla vista dell'amante parve quasi per incanto calmata dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come un agnello.

Silvio le si accostò, sollevolla, l'avvolse nel proprio mantello e dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso l'abitazione di Marcello.

"Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le mani!...".

"Pronti! Pronti!" ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine.

CAPITOLO VI

L'ARRESTO

Cencio, come fra la gioventù Romana suole a parecchi accadere, era disceso più per colpa dei genitori che propria, nell'abbiezione in cui l'abbiamo trovato.

Onesto carpentiere, il padre avea sposata una di quelle tante donne uscita dal connubio dell'alto clero con femmina Romana(11).

(11) Come può essere diversamente con un clero ricco ed una popolazione povera?

Costei non ignorava la non mediocre sua nascita e vanarella sognava poter innalzare il proprio figlio al disopra dell'umile condizione del padre suo. Essa faceva gran conto sulla protezione dell'Eminente genitore e le pareva che questi dovesse proprio occuparsi del suo nuovo nato. Stolta! che non sapeva come i godimenti mondani sieno la sola norma dei porporati predicatori della vita eterna e che, una volta satolli, costoro distruggono o abbandonano la prole.

E Cencio destinato dalla madre allucinata a grandi cose non curò imparare l'arte del padre, si diede dell'aria e finì, ostentando una condizione che non era la sua, a precipitarsi nel vizio e vendersi finalmente al primo ministro dei piaceri di un'Eminenza.

Dalla stanza dove lo aveva collocato Gianni egli non perdeva Manlio di vista; ed una sera mentre l'artista stava intento al lavoro piomba Cencio nel suo studio e con voce commossa, si fa così a supplicarlo: "per l'amore di Dio! voglia permettermi di rimanere qui un istante, sono inseguito dalla polizia... mi cercano per imprigionarmi. L'assicuro,--continuava l'impostore,--che non ho altro delitto, tranne quello d'esser liberale; nel calore di una disputa ho detto francamente che la caduta della repubblica era stato un assassinio. Per tutto questo mi vogliono arrestare!".

Così terminando il suo discorso Cencio per dare alle sue parole maggior colore di verità, fingeva di cercare dietro i marmi, ond'era ripieno lo studio, un nascondiglio che lo coprisse dalla vista della strada.

"I tempi corrono difficili", pensò Manlio fra sé, "c'è poco da fidarsi del prossimo; ma come si fa a cacciar di casa un compromesso politico? come si fa a mandarlo a crescere il numero degli infelici che gemono nelle prigioni dei preti?".

"Poi,--pensava Manlio sbirciando il nuovo venuto,--il giovane mi sembra di buon aspetto. Giunta che sia la notte, potrà facilmente trovare uno scampo".

E l'uomo onesto condusse lui stesso Cencio nella recondita parte dello studio, non sospettando di certo ch'egli albergava un traditore.

Non passò molto che una frotta di sgherri sfilando lunghesso la via si fermava davanti lo studio e vi penetrava chiedendo al proprietario il permesso di farvi una visita domiciliare per ordine superiore.

Non è difficile trovare il nascondiglio di uno che vuol essere scoperto. Poi il capo degli sgherri già d'intelligenza con Cencio lo avea da lontano veduto entrare ed era certo di non dover frugare invano.

Povero Manlio! poco sospettoso, come lo è generalmente la gente onesta, cercava di persuadere il briccone che nulla o nessuno si trovava nel suo studio che potesse dar sospetto alla polizia e procurava frattanto di guidare i cercatori in parti diverse da quella del nascondiglio di Cencio.

Ma il malandrino per abbreviare l'indagine che lo annoiava tirò per le falde dell'abito il capo-birro, mentre gli passava daccanto e questo con un piglio vittorioso afferrando il complice per il collo:

"Oh! Oh! voi renderete conto al Governo di Sua Santità del ricovero dati ai nemici dello Stato" disse, pavoneggiandosi il galeotto. E aggiunse "seguirete immediatamente in carcere il colpevole che avete voluto albergare".

Manlio poco avvezzo al contatto di quella canaglia era rimasto sbalordito. Ma alle minaccie del furfante sentì il sangue ribollirgli nelle vene e lo sguardo gli corse tosto ai ferri che adornavano lo studio. Eran scalpelli, martelli, mazze e Manlio stava lì lì per impugnare un pié di porco massiccio e fracassare con quello il cranio dell'insolente, quando apparve scendendo dalle scale Clelia preceduta dalla madre.

La vista di quelle care creature fiaccò lo sdegno dell'artista. Esse avevano dal balcone vista entrare quella insolita visita e non vedendola partire ed avendo sentito qualche cosa d'imperioso nella voce del birro, tementi e curiose discesero nello studio.

Era il crepuscolo della sera e siccome nel piano generale dell'arresto di Manlio era stabilito non lo si avesse a condurre in prigione di giorno, per paura di qualche riscossa dai Transteverini che amavano e rispettavano il nostro amico, così calcolò il capo-birro che a lui conveniva differire la traduzione dei prigionieri: onde col piglio simulatore della volpe. "Via dunque", rivolto a Manlio gli disse: "tranquillate le vostre donne, la cosa finirà in niente. Voi verrete a rispondere ad alcune interrogazioni e questa sera stessa, io lo spero, potrete tornare a casa vostra".

Vane furono le rimostranze delle donne, e Manlio sdegnando di supplicare il birro, incamminossi di lì a poco colla tristissima compagnia.

CAPITOLO VII

IL LEGATO

Il fenomeno della insaziabile tendenza pretina al solo godimento dei beni materiali è cosa a tutti nota, mentre pur tutti sanno egualmente che per il resto del mondo, cioè per chi non è prete, essi predicano e millantano i beni spirituali d'una vita avvenire _colla gloria del paradiso!_

Osservate bene e ben ponderate quella gloria dei preti: "_Gloria del Paradiso! Maggior gloria di Dio!_". Udite sacrilegio da impurissima bocca: _Gloria a Dio!_ Come se l'Onnipossente, l'Eterno, l'Infinito potesse essere illustrato, glorificato da quella razza di vermi! Agli stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio; ai preti la crapula, ricchezze e lussuria, sempre per la maggiore gloria di Dio!

Oggi non più ma in passato, i preti, a forza d'imposture e per l'ignoranza delle genti accumularono sterminate ricchezze. Esempio ne sia la Sicilia ove la metà dell'isola apparteneva ai preti e frati d'ogni specie.

E due erano le principali sorgenti delle ricchezze loro. La prima proveniva dalle donazioni dei grandi, i quali dopo aver trascinata un'esistenza di delitti credevano, cedendo al clero una parte dei loro furti, rendere legittimo il possesso dell'altra e sottrarsi al castigo di Dio.

La seconda sorgente di ricchezze i preti la derivavano al capezzale degl'infermi ove padroni dei loro ultimi istanti, colle paure dell'Inferno e del Purgatorio da loro suscitate, carpivano legati e bene spesso l'intere eredità dai morenti a pregiudizio dei figli che riduceano senza pietà alla miseria.

Correva il dicembre del 1849. La Repubblica Romana, sorta dai voti unanimi dei rappresentanti legittimi del popolo, era stata sepolta da alcuni mesi dalle bajonette straniere. I preti ripigliata l'antica possanza dovevano riempire le prebende un po' smunte da quegli eretici di repubblicani ed il conforto, la cura, il sollievo delle anime dovevano ancora provvedere al conforto, alla pienezza, alla libidine di quei corpi beati!

Erano di poco trascorse le nove e fittissima era calata la notte sulla piazza quasi deserta della Rotonda. Sapete voi cos'è la Rotonda? Quella chiesuola ove ogni mattina poche donnicciuole vanno a far corona ad un pretuncolo per la maggior gloria di Dio? Ebbene la Rotonda è il Pantheon dell'antica Roma! Un tempio che conta duemila e più anni, e direste eretto appena ieri tanto la sua conservazione è perfetta, tanto la sua architettura è sublime.

Ogni colonna del suo peristilio sarebbe pagata a peso d'oro dall'antiquario straniero ed il gigante della scoltura Michelangelo, cui questa _Rotonda_ bastava a turbare i sonni, non fu tranquillo se non dopo di avere innalzato nello spazio quel tempio di tutti i dei e postolo come cupola sul colosso monumentale dell'universo(12).

(12) Il Tempio dì S. Pietro.

Ma il prete ne ha fatto la _Rotonda_, come del Foro Romano, ove s'adunavano i padroni del mondo per discuterne le sorti, ne fece un _Campo Vaccino!_

Erano dunque le nove d'una notte oscura di dicembre ed a traverso la piazza della Rotonda si vedeva scivolare qualche cosa di nero che t'avrebbe posti i brividi nelle ossa, fossi tu stato uno dei coraggiosi militi di Calatafimi.

Era ribrezzo o paura il sentimento svegliato dall'apparizione di quel fantasma? Non lo saprei spiegare ma credo fosse l'uno e l'altra ed erano giustificati entrambi, poiché sotto la nera sottana che ti scivolava davanti, batteva il cuore d'un demonio, anelante al compimento di tale delitto, che solo l'anima d'un prete può ideare ed eseguire.

Giunto al portone di casa Pompeo, situata in un lato della piazza, il prete dava mano al battente, lo lasciava cadere leggero, quindi tiravasi un po' indietro, ricercando collo sguardo la fitta tenebria, timoroso ch'alcuno non lo scorgesse mentre era intento a compiere la scena scellerata, ch'egli doveva aggiungere ai lugubri drammi della sua vita d'infamie.

Ma chi si curava del perpetratore d'un delitto ove dominavano il mercenario straniero ed il prete! Dove in una popolazione immensa, il poco di buono che c'era, stava imprigionato, proscritto, o ridotto alla miseria?

Il portone della nobile casa venne schiuso. Il portiere riconosciuto il reverendo padre Ignazio, con un strisciante inchino lo salutò, baciògli la mano e gli fece lume accompagnandolo fino ai primi gradini della scala più per cerimonia che per bisogno essendo già ben rischiarato dalla lampada l'ampio scalone d'una casa delle più opulente di Roma.

"Ov'è Flavia?" chiese il chiercuto al primo servo che gli capitò davanti, e Siccio, che tale era il nome del servo, proprio Romano davvero e poco simpatico all'uccello di cattivo augurio: "Al capezzale della morente" rispose, e voltò le spalle.

Ignazio con passo frettoloso, siccome ben pratico della casa, s'incamminò verso una stanza da letto che chiudeva una serie di salotti e di stanze ricchissime. Giunto alla porta faceva udire (sommesso però) certo grugnito che avea del bestiale, ma ben inteso e capito egualmente, poiché in un attimo, lo schifoso ceffo d'una vecchia suora comparve sull'uscio, schiuse, introdusse premurosamente il prete e scambiò con lui uno di quegli sguardi che avrebbero agghiacciato il sole, se fossero stati ricambiati al suo cospetto.

"È fatto?". "È fatto!" era la risposta della donna, ed entrambi s'incamminarono verso il giaciglio della morente.

Don Ignazio trasse di sotto alla gonnella una boccetta, ne vuotò il contenuto in un bicchiere ed aiutato dalla suora, sollevò il capo della moribonda che aprì macchinalmente la bocca e bevette fidente od inconscia tutta la pozione.

Un sogghigno di soddisfazione infernale volava dall'uno all'altro viso dei due scellerati. Abbandonarono sui cuscini il capo già insensibile della vecchia infelice, si ritirarono quindi tranquillamente a sedere in un angolo della stanza. Quivi Flavia passava nelle mani del prete un foglio; questi, senza leggerne il contenuto, che ben conosceva, volava coll'occhio alla firma, la fissava per qualche momento, poi ripiegando lo scritto, lo intascava con mano convulsa, senza aggiungere altro che un "Sta bene! Voi avrete la vostra ricompensa!".

Era quel foglio il testamento della signora Virginia, madre di Emilio Pompeo, morto sulle mura di Roma, da piombo napoleonico. La moglie di Enrico dopo averlo assistito nella lunga agonia, vinta dal dolore, alla sua volta soccombette lasciando un bimbo di due anni, unica prole orbata dei genitori, cui rimaneva soltanto l'appoggio della vecchia ava.

Virginia amava ancora il suo Muzio, unico rampollo dell'antichissima stirpe dei Pompei, con affetto vìvissimo, e certo non avrebbe mancato di lasciarlo in possesso della vasta eredità di famiglia: ma che volete? come tante donne ignorava che sotto la nera sottana batte l'anima dell'inferno.

Don Ignazio con quella ipocrisia e sottigliezza che paiono privilegio della casta pretina, Don Ignazio confessore della vecchia, a forza di giri e rigiri era pervenuto ad ottenere che sul suo testamento s'introducesse un legato a suffragio delle anime del Purgatorio, ma se questo accontentava le anime del Purgatorio, non rendeva pago lo scellerato, il quale agognava all'intera proprietà della casa Pompeo.

Ammalatasi la vecchia Virginia, Ignazio le fece accettare Flavia per infermiera e col suo mezzo, e assiduamente vigilandola senza quasi permettere ch'altri l'avvicinasse, quando il corpo e la mente dell'infelice per l'aggravarsi del male s'andarono indebolendo, il ribaldo non trovò difficoltà a sostituire al testamento che portava il legato un nuovo testamento che lasciava per intero l'eredità Pompea alla corporazione di S. Francesco di Paola, creando per giunta don Ignazio stesso esecutore testamentario.

Non mancavano i testimoni _idonei_ e la bigotta sottoscrisse la miseria e lo spoglio dell'infelice bambino per impinguare la crapula di quei figli della maledizione.

Intanto Muzio, diseredato, dormiva placidamente nella sua cameretta ancora adorna dalla mano materna in un magnifico letticino. Orfano infelice! che il domani doveva svegliarsi mendico.

CAPITOLO VIII

IL MENDICO

Diciott'anni sono trascorsi da quella sera fatale in cui un prete nero nero come la befana avea traversato la piazza della Rotonda per commettere il nefando delitto che abbiamo narrato e noi ritornando sulla stessa piazza vediamo appoggiato ad una delle colonne del Panteon un mendico avvolto nel solito mantello foggiato a toga.

Non era questa volta una notte oscura di dicembre. Era un tramonto procelloso di febbraio.

Il mendico teneva avvolto intorno alla persona lo sdruscito mantello tanto da nascondere anche la parte inferiore del viso ma alle scarse sembianze che rimanevano svelate scoprivasi una di quelle fisonomie che vedute una volta ti restano impresse per tutta la vita.

Un naso Romano divideva due occhi azzurri che avrebbero abbarbagliato un leone: benché coperte il contorno delle spalle era mirabile e mostravano di appartenere a tale che non sarebbe stato facile insultare impunemente. L'attitudine, il contegno della persona apparivano imponenti, e lo scultore spesso dovette aver ricorso a quel mendico quando volle inspirarsi ad un atteggiamento eroico(13).

(13) Il modello e la modella sono professioni apprezzate in Roma, terra classica di pitture e sculture.

Un piccolo tocco sulla spalla scosse il mendico dalla sua immobilità contemplativa. Si volse e con piglio famigliare disse al sopravvenuto: "Sei qui fratello!" e sembrava veramente un fratello di Muzio quegli a cui egli dava quel nome. Egli era Attilio, l'amico nostro, il quale alle parole di Muzio soggiunse:

"Sei tu armato?".

"Armato?" rispose alquanto sdegnoso il mendico.

"Il mio ferro, tu lo sai, fu il mio solo retaggio, tutto il mio patrimonio! vuoi tu ch'io l'abbandoni, io che l'amo quanto tu poi amare la tua Clelia ed io... la mia?". Poi, levando in alto gli occhi dopo un istante di pausa con amaro piglio continuava: "Ma e che giova l'amore ad un mendico, ad un reietto della società umana? Chi crederà che palpiti qualche cosa sotto un petto coperto di cenci?".

"Eppure," soggiungeva Attilio, rispondendo alla digressione del mendico, "quella bella straniera, sono sicuro che ti ama, quanto è capace di amare una donna".

Muzio tacque e d'improvviso annuvolossi, il che Attilio scorgendo e dubitando si sollevasse qualche tempesta nell'animo contristato dell'amico lo prese dolcemente per mano e gli disse: "Vieni" e Muzio lo seguì senza proferire parola.

Intanto la notte scendendo, copriva col nero suo manto la città eterna. Per le vie silenziose, i passanti s'eran fatti più radi, l'ombre dei palagi e dei monumenti si confondevano colle tenebre e solo alcune pattuglie di stranieri rompevano il silenzio della notte col loro passo misurato e pesante.

Preti a quell'ora se ne incontravano pochi. Non s'incomodano, né si fidano: la tepida sala è preferibile alla squallida via, poi nella notte sono poco sicure le strade di Roma ed i preti, meno di chicchessia, amano di mettere la preziosa loro pelle in pericolo.

"La finiremo un giorno con questi mercenari che la fan da birri ai preti" diceva il mendico tornato in calma al suo compagno.

"Oh sì! la finiremo, e presto" rispondeva Attilio.

Così discorrendo ascendevano il Quirinale, oggidì Monte Cavallo, per le due famose statue equestri, capo-lavoro dell'arte greca che sulla piazza si ammirano.

Giunti a pié dei colossi si fermarono entrambi. Attilio tolto di tasca un acciarino ne trasse delle scintille; all'estremità della piazza lo stesso segnale si ripetè, e allora i due amici si avanzarono.

Prima di giungere all'ultimo limite della piazza un militare del picchetto di guardia al palazzo facevasi innanzi, stringeva la mano ad Attilio e conduceva i due verso una porticina laterale al portone d'entrata. Entrarono. Passato un angusto corridoio salirono una scaletta e si trovarono in una stanza apparentemente lasciata a disposizione del comandante la guardia.

Tutti gli arredi della stanza consistevano in un desco ed alcune sedie; sul desco varie bottiglie, parecchi bicchieri ed un lumicino ad olio. Quivi, dopo aver fatto sedere gli ospiti, ed essersi lui pure seduto, il militare ruppe il silenzio dicendo: