Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Part 18
Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo(85). Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.
(85) Documento tolto alla Favilla, giornale di Mantova.
Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.
Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.
Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo(86).
(86) È veramente il Carnefice, il Dio dei preti.
Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro"(87)
Della S. V. Re dei Re e Pastore dei Pastori l'ultimo dei servi e figli DOMENICO GUSMAN
(87) Documento tolto alla _Favilla_, giornale di Mantova.
CAPITOLO XLV
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
"E Nanna e Maria (tale era il nome della compagna di Nanna) s'erano anch'esse avvicinate allo sventurato giovane e si affannavano, ma invano, a sottrarlo dall'orribile supplizio. Per fortuna di tutti la mia Nanna mi scosse coll'esclamare oh! una chiave! e veramente con molta perspicacia, volgendo lo sguardo al giovane, vi avea scoperto la chiave in un buco.
Provata la chiave nei chiavistelli della catena, andava bene, e mentre le arrugginite serrature cedevano alla mia mano d'acciaio, ad ogni crocchiare del ferro il mio cuore si dilatava e mi parea sentirmi alleggerito di un peso.
Ero all'ultimo catenaccio, anche questo aveva ceduto e liberavo le membra intirizzite del giovane quando Nanna mi afferrò per il braccio e timorosa indicommi nella direzione della ruota una luce.
Abbandonai il liberato compagno e fui tosto presso alla ruota. Appena giunto mi compariva innanzi un angiolo custode cioè uno dei birri il quale s'innoltrava girando la ruota colla sua brava lanterna sorda nella mano sinistra ed una pistola nella destra.
Fatto piccin piccino e rannicchiato io lo contemplai in tutta la maestosa sua corpulenza e nella sua apparizione fantastica e quando gli occhi suoi si fissarono spaventati sulla mia fisionomia ben poco piacevole in quel momento avevo già attanagliato la sua destra colla mia sinistra, la mia daga aveva trovato la sede della vita nelle sue viscere ed il corpaccio del birro rotolava cadavere sul terreno.
Voi sapete, Capitano, che io sono nemico del sangue e che solo per difesa personale l'ho versato. Ma là non c'era da burlare, sapevo i nemici non meno di cinque e io ero solo... ma che dico? al capitombolo dello sgherro mi avvidi di non esserlo più. Il mio liberato, rifatto agile dall'urgenza, era già sul caduto, Io spogliava delle armi e se ne armava lui stesso. Le mie valenti compagne da una vecchia graticola di tortura avevano staccato due spranghe e s'erano schierate in serrafila per aiutarmi.
La situazione era cambiata. Il morto, per adagio che lo avessi spacciato, non avea mancato di dar fuori un grugnito straziante e ciò avea insospettito i compagni e veramente io udii battere in ritirata il nemico perché i passi che noi distinguevamo perfettamente rimanendo in silenzio assoluto si sentivano allontanarsi. Lo ripeto, non c'era da burlare, né da far consigli di guerra per pigliare una decisione.
Dalla parte ove eravamo entrati, cercar di uscire sarebbe stata pazzia. E che altra via ci restava? Sapevamo tutti che le nostre romane catacombe, hanno sempre vari usci, la via di scampo non poteva trovarsi che lì, ed anche sta volta non m'ingannai.
Un'occhiata significativa al mio nuovo compagno mi confermò nelle mie congetture e senza aprir bocca toccando colla sinistra il cuore egli mi fé' capire ch'io potevo far assegnamento su lui in un viaggio per quel regno delle tenebre e della morte.
Non v'era tempo da perdere: l'alba dovea essere vicina e molte misure dovevano concertarsi nel convento per assicurare la nostra cattura. Gente armata dovunque allo sbocco di ogni uscita del sotterraneo era il meno che si poteva aspettare di trovare tardando.
L'acquisto di Tito fu per noi tutti prezioso. Egli non solo era pratico del sotterraneo ma a certa distanza alquanto a sinistra egli raccolse parecchie torcie a vento e le distribuì alla comitiva. La precauzione del mio compagno fu ben utile poiché il mio piccolo cero era sul finire e la lanterna del birro non aveva olio sufficiente per continuare un lungo viaggio sotterra.
A destra del punto ov'egli aveva trovato le torcie, Tito mi mostrò un chiarore e mi disse: quell'apertura mette nel giardino del convento e passata che sia, siamo fuori dal pericolo.
Camminammo, camminammo certo ben due ore, per un sotterraneo tagliato a scalpello nel tufo di cui come sapete, Capitano, il sottosuolo romano è composto e ne abbiamo visitate insieme di quelle catacombe ben molte nella nostra misteriosa ed illustre terra.
Catacombe terribili per chi non le conosce poiché ramificandosi per molti versi esse diventano un vero labirinto per chi non ne ha il filo.
Giovani e svelte le due donne eran sempre sulle nostre calcagna. Io chiedevo loro sovente: siete stanche, volete il braccio? ma loro: "Oh! no! Andate pure che vi seguiremo sino alla morte". "Ecco la luce", esclamò finalmente Tito: e veramente davanti a noi comparve come un bagliore che si perdeva nella lontananza.
"Da quell'uscio noi giungeremo nel bosco di Castel Guido, da dove mi trassero per condurmi a Roma in un seminario semenzaio d'immoralità e di turpidini".
Seminario! ove si seminan preti e donde escono i giovani negromanti per l'edificazione di questa nostra povera Italia! Ed il Parlamento li ha conservati questi vivai di malizia e di corruzione! Parlamento nazionale! Rappresentanti del popolo!... Maledizione ai falsarii!
CAPITOLO LXVI
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
"Giunti all'uscita del sotterraneo, Tito cominciò a spostare alcuni rami di lentischio che ne ostruivano l'entrata ed uscì il primo girando lo sguardo per ogni verso. Salvi! egli finalmente esclamò. Salvi! sin qui non giunsero i nostri persecutori. Uscito colle compagne non potei ristarmi dall'ammirare come un orificio sì angusto ed impercettibile, quando sia ricoperto da' rami potesse dare adito a quella spaziosa ed immensa catacomba!
Castel Guido, io dissi a Tito, ma non lontano dobbiamo avere la tenuta del nostro poeta pastore? Sì! rispose egli: a poche miglia e vi guiderò diritto a quella volta ove potremo trovare un po' di riposo ed un'eccellente ricotta per soddisfare la fame.
Il sole di Marzo era altissimo sull'orizzonte, quando lasciammo il sotterraneo e nella splendida foresta ove ci trovavamo internati, le piante secolari che ricordavano forse le immortali legioni poco accesso davano ai cocenti raggi del figlio primogenito di Dio. I sentieri solcati dalla bufala eran quindi magnificamente ombreggiati e ben piacevole sarebbe stato il passeggiarli meno stanchi ed affamati.
Alla fine sull'orlo del bosco apparve ai desiosi nostri occhi la casipola mentovata e per fortuna sulla soglia scoprimmo il nostro amico che sembrava aspettare qualcheduno.
"Accidenti!" gridò il poeta quando fummo giunti vicino a lui; "non aspettavo quest'oggi voi, Marzio!" e ci stringemmo le destre come vecchie conoscenze.
"Aspettavo birri, come al solito", continuò l'amico "giacché si vociferò che alcuni delle vostre bande si aggiravano in questi dintorni" e con voce bassa trascinandomi alquanto da parte: "Anzi qui a poca distanza v'è Emilie, soggiunse, con due compagni".
In luogo di cacciatori ti giunse adunque la selvaggina, o Lelio, ma poche parole: dacci da mangiare e da bere che noi si muore di fame.
"Entrate, qui nulla manca. Eccovi prosciutto, ricotta, pane ed una foglietta(88) proprio d'Orvieto".
(88) Specie di misura romana.
"Mangiate, bevete ch'io vi guarderò le spalle da quei malandrini di Roma. Accidenti(89) a quanti sono!".
(89) Accidenti, come già dicemmo, è imprecazione frequente in bocca al popolo romano.
Divorammo il frugale ma abbondante e sano pasto e quel primo bisogno soddisfatto, io richiesi da Tito il racconto delle sue avventure il che egli fece in poche parole. "Io, disse, sono di Castel di Guido e di onesta famiglia. Mio padre massaio dell'immensa tenuta del Cardinale M. per consiglio dell'Eminentissimo mi mandò a Roma nel seminario all'età di quindici anni per abbracciare la carriera ecclesiastica.
Eran due anni che contra all'indole mia mi trovavo a dover fare quel maledetto mestiere ed era qualche tempo che il reverendo Petraccio direttore del seminario mi mostrava simpatia ed a dispetto de' miei compagni, gelosi della mia buona fortuna, il reverendo alcune volte mi conduceva seco al passeggio. Le passeggiate con Petraccio, sempre noiose lo sembravan meno quando con lui si entrava nel convento di S. Francesco a visitare le monache. Badessa e monache forse invaghite delle mie forme (ed era veramente bello il nostro Tito) mi carezzavano sempre e mi colmavano di gentilezze. Vi lascio pensare: che traccie di fuoco lasciassero nell'anima mia quelle visite a tante belle creature. La badessa onnipotente sull'animo del direttore ottenne e senza molta difficoltà (almeno io credo) ch'io potessi essere impiegato al servizio divino del convento facendo da secondo ad un vecchio rettore che officiava per le monache.
Non tardai ad accorgermi dello scopo cui mirava la santa matrona ed eccitato come ero per la mia frequenza fra tante donne non fu difficile il farmi peccare.
Vari mesi durò quella tresca e sotto un pretesto o sotto l'altro stavo pochissimo in seminario e coll'appoggio del Direttore potevo fare quanto mi piacea. Il Direttore alla sua volta era retto dispoticamente dalla badessa che lo lasciava liberissimo gallo nel pollaio.
D'indole tutt'altro che da seminario, sin da giovinetto ero stato appassionatissimo per la caccia e per qualunque avventura che richiedesse ardimento. Così nelle mie escursioni pei dintorni di Castel di Guido avevo scoperta l'entrata del sotterraneo che noi abbiamo lasciato e moltissime volte colle mie torcie a vento ne avevo esplorate le parti più recondite.
Io stesso aveva troncato le comunicazioni col convento e me ne servivo per introdurmivi a tutte le ore, e devo confessarlo a detrimento del pudore delle giovani suore dalle quali ero adorato.
Lunga sarebbe la storia delle gelosie della badessa, che furba com'era s'era accorta della mia predilezione per le più giovani e molte volte l'avevo trovata in una irritazione tale da mettermi paura.
Infinite furon le scelleraggini da me vedute commettersi in quella casa di prostituzione durante la gravidanza ed il parto delle infelici sedotte ed il carcame delle creature distrutte appena nate è cosa da far inorridire ogni anima gentile! Dico il vero: io mi ero proposto di allontanarmi da quel luogo maledetto per non tornarvi mai più!
Ma ero destinato a pagare il fio della mia complicità a tanta abbominazione. La megera, la matrona di tante dissolutezze, sembrò aver indovinata la mia risoluzione di fuga e non mi diede tempo di eseguirla.
Un giorno: scendete Tito nel sotterraneo, mi disse, e portatemi alcune delle torce a vento, che mi furon richieste per una processione notturna. Ebbi un presentimento di sciagura, ma ardimentoso come sempre non volli dare ascolto a quella voce del mio cuore. Poi mi era balenata alla mente l'idea di profittare dell'occasione, per allontanarmi per sempre da quella cloaca.
Non avevo ancora terminato di scendere la scala della catacomba che mi sentii agguantato da quattro robusti uomini e trascinato verso il carcame che voi avete veduto e donde miracolosamente fui tratto da voi.
Eran birri, e furono inutili le mie suppliche, le mie promesse e la mia disperazione. Io doveva essere tra le vittime dell'impudicizia e dell'infamia. Ma voi mi salvaste, uomo coraggioso!" e Tito così terminando baciava la mano del suo liberatore".
CAPITOLO LXVII
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
"Terminato il racconto del povero Tito, io avea voglia di udire qualche cosa della storia di Maria ma rifocillati di buoni cibi e scaldati dall'Orvieto, la fatica (che non era stata poca) della notte e d'una parte del giorno fece sì che i miei occhi e quelli de' miei compagni accennassero a volontà diversa da quella di udire delle storie. Anzi di lì a non molto, tutti come per mutuo consenso, cominciammo a russare al posto stesso ove eravamo seduti.
Io non so quanto tempo rimanemmo in quella posizione, so però che un fischio acuto risuonò nell'abituro e ci fece balzare tutti in piedi.
Ci stropicciavamo gli occhi quando entrò il poeta pastore e disse:--Non vi allarmate; non c'è pericolo, ho risposto ad un fischio di mio figlio Vezio che aveva mandato in sentinella sulla sommità della rovina Petilia da dove si può distinguere chiunque si avvicini alla tenuta. Ora, chi viene è gente nostra, proprio delle tue bande.--E Marzio come non fosse in presenza del suo Capitano ma nella Campagna Romana si lisciava con la destra i nerissimi mustacchi.
Eran proprio dei nostri intrepidi compagni, terrore della birraglia pretesca. Vi lascio pensare. Comandante, qua! gioia reciproca c'inondasse nel ritrovarci. Molte furon le carezze che mi prodigarono quegli uomini che il volgo crede induriti ad ogni misfatto e che sono in sostanza la parte eletta del popolo insofferente di prepotenze ed ingiustizie. Quella parte del popolo che se invece della degradante educazione del prete ricevesse una vera educazione morale patriottica ed umanitaria darebbe all'Italia degli eroi ed al mondo gli stessi esempi di virtù e di coraggio che davano gli antichi padri nostri".
E qui tocca a me di ripetere per la centesima volta, che solo i preti furon capaci di ridurre il più grande dei popoli della terra alla condizione del più umile, del più degradato di tutti i popoli!
"Salvata sì portentosamente la mia Nanna e reduce tra i miei coraggiosi compagni, io avea ragione d'esser contento della mia sorte. Ma ripeterò il vostro adagio favorito, Capitano: "_La felicità sulla terra esiste nell'immaginazione della gente, ma non è cosa reale_" avete ragione! Troppo presto provai la veracità delle vostre parole.
Vi ricordate quel prete scellerato della Basilica di S. Paolo che fingeva d'essere sviscerato amico vostro ed a cui noi fummo così larghi di simpatie e di favori? Ebbene! il mostro s'era innamorato della mia Nanna e mai mi perdonò l'affetto con cui mi ricambiava quell'angelica creatura. Don Pantano con quell'astuzia infernale che distingue la sua setta malefica era riuscito a guadagnarsi gli animi nella famiglia di Nanna e ad inviperirli. I quattro fratelli di lei come ella mi disse poi, aiutati da altra gente mascherata e consigliati dal prete volpone, avevano essi eseguito il primo ratto della mia fanciulla in casa Marcello. Questa volta, dovendo necessariamente allontanarmi co' miei ed essendo la mia diletta in delicata condizione ed affranta dalle fatiche sofferte, io mi decìsi di lasciarla in casa del nostro poeta insieme alla Maria con cui era divenuta si può dire sorella d'affetto cementato dalle sventure e dai pericoli passati in comune.
Inquieto per altro sulla sorte della mia donna e conocendo la malizia del suo persecutore io mi aggirava colla banda d'Emilio intorno alla tenuta di Lelio, come la lionessa quando deposti i suoi piccini, si allontana per cercare alimento, ma circuendo sempre il nascondiglio del suo tesoro. Vi assicuro che ben difficile sarebbe stato ai primi rapitori il portar via la mia Nanna. Nella mia custodia erami Tito di non poco giovamento il quale, pratico di quelle contrade, non aveva voluto più abbandonarmi.
Ma ove non arriva la malvagità di un prete? Il Pantano, sapendo quanto ardua era l'impresa di portar via la sua preda, ideò di distruggerla lo scellerato!...
Vicina al parto, l'infelice giovane, sola, colla Maria inesperta in tali faccende seguì l'innocente consiglio di Lelio, di chiamare da Castel Guido la levatrice di quel paese sino allora tenuta per onesta. Onesta!... ma chi può fidare sull'onestà delle donne ove signoreggia il negromante? Corruzione! Prostituzione! ecco il codice dei sacerdoti della menzogna! Chi non lo crede vada a passare alcuni mesi in quel covile di serpenti mitrati ove un dì nacquero i Cincinnati e gli Scipionì.
Quanti delitti non si possono far commettere da una creatura assicurandola che essa compie la volontà di Dio! ch'essa ode la parola di Dio!
Parola di Dio! sacrilegio che solo un prete può pronunciare! Eppure ogni festa, metà almeno del mondo cattolico va ad udire la parola di Dio! in seno alla sposa di Gesù Cristo, la Chiesa!
Veleno! Veleno! si amministrò alla mia Nanna. Capitano mio! ed il veleno mi portò via donna!, prole!, ed ogni felicità sulla terra!
Fui arrestato sul freddo cadavere di lei inconscio della vita. Seppi poi, che s'impiegò al mio arresto tutto l'esercito di mercenari papalini, che i nostri bravi si batterono disperatamente per liberarmi ma sopraffatti dal numero e quasi tutti feriti si ritirarono in buon ordine.
Istupidito chiesi a più riprese la morte. Invano! il gran trionfo di quel prode esercito era più splendido se mi avevan vivo ed incatenato.
Dalla galera di Civitavecchia fui inviato a Roma dopo pochi mesi e liberato, col giuramento di assassinare il principe T...
Giuramento!... avete capito Comandante, Giuramento! quella viltà degradante della dignità umana con cui il despotismo ed il prete credono di vincolare la gente!... Giurare di servir fedelmente un impostore od un tiranno!... di obbedirgli... ancorché si dovesse assassinare il padre e la madre!...
Ed io giurai, vi dico il vero, ma giurai di far loro una guerra a morte per quanto dura questa vita d'inferno ove non abbiamo altra alternativa: che morire o ammazzare!".
CAPITOLO LXVIII
PREDICAZIONE DEL SOLITARIO
Addio Venezia! non ultima gloria d'Italia! Il tuo popolo come il resto dei popoli della penisola, passato sotto le verghe dello straniero, ha perduto la gloriosa impronta di grandezza che lo distingueva ai tempi di Venier e di Dandolo. Come i suoi fratelli si è intisichito d'anima e di corpo e come a loro non gli resta che la millanteria dei tempi passati.
Pare impossibile! a qual punto le nazioni sono corrose dal despotismo e dal prete. Guardate il fiero Yankee(90) bello, franco, eretto che nulla trova di arduo nel mondo e grida sempre _Avanti!_ nelle imprese più arrischiate.
(90) Americano del Nord
Tale è l'inglese e tale è anche lo svizzero.
Paragonate quei liberi popoli coi discendenti di Leonida e di Bruto e questi troverete curvi sotto l'abitudini del servilismo e del continuo timore che fan pesare sovr'essi i due papi di Stamboul(91) e di Roma.
(91) Stamboul, Costantinopoli.
Io ho veduto greci in Costantinopoli inchiodati per un orecchio alla porta della loro bottega e lo straniero passando sogghignare con disprezzo chiamandoli truffatori e ladri ed eran veramente ladri e truffatori condannati al chiodo per falsificazioni e furti.
Il romano mendico sotto i colonnati dei suoi templi ha forse qualche cosa di men disgustante del Romeo(92) di Stamboul, men depresso, ma è altrettanto vizioso e degenerato.
(92) Nome con cui sono conosciuti i Greci in Levante.
E Venezia!, come Roma, come altre sorelle italiche è degenerata! La mia comparsa in quella città predicando i principii santi di libertà e del vero riuscì di poco frutto. Grida sfrenate vi si udirono al mio passaggio ma i fatti poco o nulla corrisposero alle grida. Invece di deputati che io raccomandai buoni furono inviati quasi tutti servili. I preti che io dipinsi quali erano, colle loro turpi malvagità, passeggiano insolenti e riveriti come prima.
A Padova ebbi il caro spettacolo degli studenti di quella celebre università e l'animo mio fu ringiovanito dal loro fervido amore di patria e dell'umanità.
Vicenza, Treviso, Udine, Belluno, Feltre, Conegliano, mi accolsero calorosamente e serberò tutta la vita grata memoria di quelle care popolazioni.
CAPITOLO LXIX
CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI
I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni, sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le fa nascere sono i tiranni.
Vi sono, è vero, delle eccezioni, ma queste hanno generalmente la loro origine in cause che potrebbero aver nome diverso dalla tirannide ma che in sostanza sono sempre il prodotto di tirannide morale o materiale.
La Svizzera, l'Inghilterra, gli Stati Uniti ebbero pure ed avranno forse ancora delle insurrezioni benché quei paesi sieno i meno mal governati.
La Svizzera ebbe il suo Sonderbund e l'Inghilterra ha i suoi Feniani per cagione dei preti cioè per la tirannia morale esercitata dalla negromanzia sulla parte ignorante delle popolazioni.
Gli Stati Uniti ebbero in questi ultimi anni la loro terribile rivoluzione e ne fu cagione la tirannide materiale che i ricchi coloni del Sud esercitavano sui loro schiavi e che avrebbero voluto estendere negli altri Stati dell'Unione. Morale o materiale, è dunque sempre Tirannide la causa delle rivoluzioni. Ed in Roma chi negherà non ci sia materiale e morale tirannia?
Schifosa tirannide è quella del prete! che prostituisce l'Italia allo straniero e la vende per la centesima volta! La più depravata delle tirannidi!
Era una notte d'Ottobre umida, oscura, ventosa. La pioggia avea cessato di grandinare sulla superficie rilucente ed increspata del Tevere. Le sponde del fiume fangose e solcate dagli scoli dei campi dove ogni fosso s'era fatto torrente non presentavano approdo, o ben difficile.
Erano settanta in varie barche armati di revolver e pugnale con alcuni cattivi fucili. Il loro abbigliamento era più semplice assai che non lo comportava la notte fredda e piovosa ma i settanta sentivano il calore dell'eroismo!
In quella notte Roma doveva insorgere. Nella città si erano introdotti molti dei più coraggiosi d'ogni provincia italiana. I nostri vecchi amici Attilio, Muzio, Orazio, ecc., erario al loro posto per capitanare la gioventù romana.
Invano la sbirraglia pretina si travagliava a scoprire i congiurati, arrestare a destra e sinistra chiunque potesse darle il minimo sospetto. Invano! Roma era gremita di generosi pronti a spendere la loro vita per la sua liberazione; e i settanta trascinati dalla corrente del Tevere gonfio dalle pioggie si avanzavano velocemente in soccorso dei fratelli.
All'ombra del monte S. Giuliano approdarono i valorosi sulla mezzanotte tra il ventidue e il ventitré Ottobre 1867.
"Alle quattro a. m. (23) si dovrà marciare su Roma" disse il prode dei prodi, Enrico Cairoli, ai suoi eroici compagni.