Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Part 17
Ma mi direte: quelli erano repubblicani, gente infesta al mondo. E cosa eravate voi, signor Menzogna? non repubblicano certamente, perché per esserlo bisogna essere onesto. E... quanto ad onestà vi lascio metter la mano sulla coscienza... se pure ne avete una.
E a Castelfidardo, a Gaeta, non erano republicani che assaltavate! Con che legalità, con che diritto di genti? né più né meno di quello che vanti un brigante sulla strada od in casa colla sola differenza, che il brigante spoglia, e non sempre uccide, e vi siete imbrattate le mani nel sangue innocente.
Chiedo perdono al lettore d'averlo piantato per tanto tempo nel poco piacevole funerale d'un principe per disgredire favellando di grande e piccolo brigantaggio.
Giunto il convoglio al camposanto e sepolto il cadavere non una voce vi fu che in suo onore dicesse una parola di orazione funebre. Il povero principe con tutta la sua volontà di fare il bene n'era stato impedito da prematura morte.
E che cosa si sarebbe potuto dire di bontà, d'eroismo o d'altre qualità commendevoli non avendo egli avuto il tempo d'esercitarle?
CAPITOLO LXIII
IL RACCONTO
Noi lasceremo i nostri amici occupati a consolare l'afflitta Irene per la perdita del fratello che sinceramente amava.
Ultimo rampollo dello splendido suo casato, il principe ne troncava colla sua morte la prosapia; e questa idea, sono certo, non mancava di martellare il cervello della nostra bella matrona la quale, sebbene non repugnasse da un'alleanza plebea, come abbiam veduto, ci teneva al titolo onorevole della famiglia paterna.
Alla immensa fortuna che la morte del fratello lasciava in sua balia non pensò punto, essendo troppo generosa di carattere da anteporre l'interesse alla vita del suo caro. Poi i beni di casa T... sul territorio Romano, erano stati confiscati da quelle perle di servi di Dio, i cui beni _non sono di questo mondo_.
Ritornati dal funerale, Attilio e Muzio si erano consultati col _solitario_ sul modo di comunicare alla sorella l'avvenimento fatale ed egli chiamato Orazio e la sposa nella propria stanza aveva data loro la ingrata e dolorosa notizia.
Gasparo, di tutti il più addolorato, dopo Irene, avea col racquisto del luogotenente trovato refrigerio al suo dolore e si sentiva mosso dalla smania di udire le avventure di lui che credeva perduto per sempre.
Ecco dunque i due ex-banditi riuniti a stretto colloquio nell'_Albergo Vittoria_ nella stanza di Gasparo. Dopo un mondo d'interrogazioni e di risposte, per lo più a monosillabi, non essendo l'oratoria Io studio prediletto dei briganti, gente più manesca che ciarlona, il luogotenente così cominciò:
"Dopo che voi mi diceste, mio caro capitano, che eravate annoiato della vita brigantesca e disposto di ritornare privato, dal che vi sconsigliai se ben ricordate, io continuai le solite scorrerie senza però mai allontanarmi dai saggi vostri precetti. Spogliare i potenti e sollevare i miseri. I nostri compagni, formati alla vostra scuola, pochi motivi mi diedero di reprimerli; quando qualcheduno però mancava io lo castigavo senza misericordia e così si visse colla grazia di Dio per vari anni.
L'affetto per la donna fu sempre lo scoglio del brigante e ben lo sapete voi vecchio corsaro".
Gasparo, a quegli accenti agrodolci affilava colle dita i suoi mustacchi color di neve ricordando senza dubbio più d'un'avventura galante nella carriera sua pericolosa mentre l'altro ripigliava: "Voi ricordate Nanna, quella fanciulla per cui tante persecuzioni ebbi da' suoi parenti. Non vi fate a credere che quell'adorabile creatura mi tradisse. No! l'anima sua, era, e fu pura come quella d'un angiolo! E perdonate se mi asciugo una lagrima pensando alla donna che tanto amai". Ed il ruvido capo dei masnadieri si metteva il fazzoletto agli occhi.
"Essa è adunque morta" esclamò Gasparo con affetto.
"Morta! Morta!" ripigliava il compagno e i due amici stettero un pezzo in silenzio.
Alla fine Marzio continuò: "Un giorno la mia Nanna, un po' indisposta s'era fermata a passare la notte in casa Marcello presso la povera Camilla impazzita, come avrai saputo, grazie all'infame cardinale S. Io quel dì mi dovetti allontanare colla banda per un'operazione importante. Nella notte la casa fu assaltata e portato via il mio bene in Roma.
Puoi immaginare la mia disperazione, puoi immaginare quante ricerche facessi per conoscere il nascondiglio della Nanna. Finalmente dai nostri amici di Roma seppi trovarsi la fanciulla nel convento di San Francesco, ove l'avean condannata a servire le suore e a non vedere mai più la luce.
La mia donna, al servizio delle suore! destinata a servire quella turba di giovani donne ingannate e di rantolose vecchie volpi! Ve la darò io, dissi tra me, una serva di quella tempra e, per Dio!, questa volta il diavolo si porta via il vostro convento e quante vecchie pettegole racchiude.
La notte, che tenne dietro al giorno in cui conobbi la dimora della Nanna entrai in Roma solo: solo, perché mi sembrava vergognosa codardia farmi accompagnare in una impresa ove si trattava di me solo.
Presi meco un fascio grandissimo di frasche secche, comprato in piazza Navona, lo depositai in un'osteria, ed aspettai che si facesse tardi. Verso le undici, prima che si chiudesse l'osteria, presi il mio fascio e via verso S. Francesco. Chi può impedire a un povero diavolo di portarsi un fascio di legna a casa? Poi, la nostra Roma ha questo di buono, poche persone passeggian le vie durante la notte per paura dei ladri che il liberale governo dei preti lascia liberi quanto vogliono purché non si mescolino in politica.
Giunto al portone di San Francesco, posai il mio fascio, preparai pronto ad accenderlo un mazzo di zolfanelli, calcai le frasche contro il portone e gettai lo sguardo alle due estremità della strada per attendere il momento opportuno.
Era evidente, che bruciando il portone restava la inferriata, la quale mi avrebbe lasciato con tanto di naso e nulla di compiuto. Bisognava fare del chiasso, far accorrere gente di dentro e di fuori. Pertanto dopo aver accomodato ogni cosa traversai la piazzetta e mi nascosi nel vano di una porta saldo ed immobile quale una cariatide aspettando che gente venisse, foss'anco una pattuglia di birri, per me faceva lo stesso. Né ebbi ad aspettar molto, che dopo dieci minuti mi giunse all'orecchio precisamente il suono de' passi misurati d'una pattuglia. Allora, colla velocità che tu sai".
E qui Gasparo interrompendo: "Corpo di Dio! se la conosco, esclamò. Ricordo ancora quel tal Monsignore che, sulla strada di Civitavecchia, avendoci scorti retrocedeva fuggendo a gran galoppo verso Roma ed in men ch'io nol dico tu eri al muso de' cavalli e fermavi la carrozza".
"E che presa fu quella, comandante mio! ci fu da scialacquare per molto tempo colla povertà cristiana di quel discendente degli apostoli! Ma torniamo al racconto. Quando fui certo che la pattuglia veniva innanzi, corsi al fascio, lo accesi e rapido tornai al mio nascondiglio.
In pochi minuti, una fiamma d'inferno divampava dinanzi al portone del convento e lo stesso portone poco dopo infiammandosi mostrava uno spiraglio di fuoco simile al cratere di un vulcano.
E i birri? Dovunque la più trista canaglia del mondo in nessuna parte arrivano alle tristizie di quei di Roma, i birri dico, codardi per natura e lenti per la vita infingarda che menano invece di correre sul sito a smorzare il fuoco si misero a squarciagola a far schiamazzo per svegliare il vicinato ed al fuoco non si appressarono se non quando buon numero di vicini, d'ogni parte accorrenti, giungeva sulla scena d'azione.
Tocca ora a me, pensai, e mi precipitai nel vortice di quel tramestio. Le monache potevan stare allegre che un bel liberatore ce lo avevano alla porta e potevano star allegri anche i birri, che avevano acquistato in me un famoso compagno.
Le cose meglio non potevano riuscire. Al clamore di quei di fuori, le monache non tardano a destarsi. Spalancando l'inferriata, giungono anche esse alla riscossa con secchie piene d'acqua e buglioli e catini e quanti recipienti davan loro alla mano le poverette! Dopo aver fatto mostra di smorzar anch'io dalla parte di fuori sempre fisso però il mio occhio di lince verso il di dentro, vedendo la partita ben impegnata mi slanciai nell'interno al soccorso delle suore ed una salva di acclamazioni accompagnò l'atto mio salvatore.
Appena dentro, girai lo sguardo sulla turba delle femmine ivi riunite ed alla più vecchia che mi sembrò essere la badessa: "favorisca" dissi, e in pari tempo la presi per il braccio sinistro, in modo da farle comprendere che il favore di seguirmi lo avrei ottenuto un po' anche colla forza delle mie braccia. Incontrai più resistenza da quel vecchio cataletto ch'io non avrei creduto. Si contorse, s'impuntò, e non volle muoversi che trascinata resistendo con tutte le sue forze, ma inutilmente: poi si mise a gridare onde fui obbligato a levarla nelle braccia e turarle la bocca con un fazzoletto.
Cosi mi allontanai dalla folla e giunto davanti alla porta di una cella che trovai aperta mi misi dentro col mio fardello. Il lume era acceso, il letto caldo, deposi la vecchia sul letto e chiusi la porta a chiave.
Era la vecchia attonita ma non impaurita. Non ricordo d'aver veduto mai un demonio di tanto coraggio. "Ov'è Nanna?" le chiesi, mentre mi guardava trasognata, con un certo piglio da scuoterla per benino. Nessuna risposta. "Ov'è Nanna?" tornai a dire un po' più alto di prima. Nessuna risposta. Ah! vi farò trovar io la lingua, brutta strega, esclamai infuriato, tirando fuori dalla cintura questo palmo di lama e facendolo luccicare ai suoi occhi. Eppure niente!".
"Sangue della madonna! interruppe Gasparo, sono tutte così le badesse, tutte energumene. Quando alla difesa di Roma nel 1849 la mia compagnia doveva passare nel Convento del _Sacro Cuore_ per occupare le mura di S. Pancrazio ci fecero stare delle ore alla porta senza volerci aprire e la badessa cui era stato presentato l'ordine scritto del Governo lo fece risolutamente in pezzi e solo, quando si cominciava a buttar giù il portone colle mannaie si persuase ad accordarci l'ingresso(79)".
(79) Storico.
"E così fece questa--ripigliava Marzio.--Io non burlavo, lo puoi ben credere. Volevo la mia Nanna e cento vite di vecchie non mi avrebbero certamente impedito di portar l'impresa a buon fine. Attortigliati i suoi grigi capelli alla mia sinistra col pugnale nella destra cominciai a tastarle il collo non già colla punta del ferro per timore mi vi scivolasse ma con uno spillo della sua cuffia. Allora m'accorsi che fino al martirio non voleva arrivare la santa donna giacché cominciò a sciogliere la lingua, gridandomi lamentevolmente un: per amor di Dio! La mia Nanna o vi mando all'inferno con tutti i diavoli! rispos'io. Per amore di Dio lasciatemi, ripeteva lei ed io lasciai andare quel capo protervo.
Dopo aver respirato fortemente per assicurarsi che viveva ancora, passatasi la mano sulla fronte. "Chiedete voi conto d'una giovane della campagna Romana, di buona famiglia, che fu collocata or son quindici giorni in questo Convento?". Credo sia dessa, risposi. "Allora io vi condurrò da lei, ma a patto che non facciate scandali in questa casa del Signore".
Altro oggetto non ho fuorché portar via la mia donna le risposi.
Essendosi al quanto ricomposta e discesa dal letto mi disse: "andiamo". La seguitai per un pezzo e giunti ad un'entrata oscura c'innoltrammo in un corridoio, scendemmo varie scale ed al chiarore di un candela che avevo portato meco scoprimmo una porta di ferro sbarrata da un catenaccio. Povera Nanna! dicevo tra me stesso, che delitto avrà mai commesso quella sciagurata fanciulla da essere fitta in questa bolgia d'inferno?
Giunti alla porta ferrata la vecchia mise fuori una chiave, la introdusse nel catenaccio, aprì e mi fece segno di tirare la porta essendo troppo pesante per lei. Io feci quanto mi venne richiesto senza però perder di vista la mia guida la cui compagnia m'era troppo necessaria. Così aprendo la porta misi prima la vecchia dentro ed io dietro. Appena entrato una giovine donna scapigliata mi saltò al collo e vi s'avvinghiò disperatamente... Oh! Marzio, essa esclamò e le lagrime della mia Nanna innondavano il mio volto.
Sono troppo corsaro da non prendere le mie precauzioni in tempo d'urgenza. Fuori di me dalla contentezza per la redenzione della mia fanciulla non mancavo però di adocchiare la megera che senza il mio occhio fulminante non avrebbe mancato di svignarsela.
Passata la prima espansione d'affetto, tenendo la mia cara per mano, richiusi la porta e chiesi a Nanna se esisteva un altro uscio in quella prigione. Essa rispose di no, ma la badessa che avea intesa la mia domanda: "c'è--disse--un altro uscio e per questo vi converrà uscire per non incontrare la comitiva delle suore che saranno in questo momento sulle mie traccie".
Qui una nuova scena ed una nuova fanciulla venne ad interrompere il discorso della badessa. Io avevo veduto veramente muoversi qualche cosa nell'angolo più oscuro del carcere, ma preoccupato com'ero, non v'aveva badato. Quando a un tratto una fanciulla dell'età in circa della mia Nanna si avvicinò a me, con voce commossa: "Oh! voi non mi lascerete sola in questo carcere, caro signore, io seguirò la mia Nanna sino alla morte".
E la Nanna a me: "Sì, Marzio! per carità non lasciamo questa infelice amica mia in questo inferno. Essa era destinata da quella vecchia maga a mia compagna per farmi la spia ed all'opposto è stata per me un angiolo di consolazione. Era incaricata di farmi parlare, sapere di voi, de' vostri compagni, d'ogni cosa e poi rivelare tutto alla badessa".
E così vanno le cose, pensavo fra me stesso in questi laboratori d'ipocrisia e di menzogna!
"Era incaricata di spiarmi, di minacciarmi, di tormentarmi, in caso io rifiutassi di palesare i vostri nascondigli, le vostre riunioni abituali, i vostri disegni ed invece essa mi disse tutto, mi consolò, mi protesse ed assicurò che morrebbe piuttosto che farmi del male.
Essa poi ieri mi salvò puranco dalle disoneste brame di un infame prelato che introdottosi in questo carcere colla connivenza senza dubbio di questa vecchia strega venne a promettermi mari e monti se condiscendevo alle sue voglie malvagie. Mi salvò precipitandosi nel carcere e strillando come un'ossessa.
Invano le promisero la libertà se giungeva a sedurmi per conto della badessa e del prelato, non ne hanno potuto cavar nulla. Di giorno ci destinavano ai più vili uffizi del chiostro, richiudendoci di notte in questa spelonca".
Il pianto innondava ancora il bel volto della mia diletta a queste ultime parole... ed io vi assicuro Capitano che mi corse per istinto la mano sul ferro e divenni sitibondo del sangue della megera. Non so me mi trattenni. Ero furibondo, e avrei stritolato le ossa di quella schifosa creatura come una foglia d'autunno e noi feci, e fu bene, perché senz'essa avrei avuto immense difficoltà a rivedere la luce del cielo.
Ov'è la seconda porta di cui avete parlato?, dissi alla vecchia, e dove conduce?
"Conduce fuori del convento, e ve la mostrerò se scostate il letto di ferro che giace in quel canto". Scostai il letto ben pesante e nulla vidi.
"Provate a levare i mattoni che si vedono con materiale non secco". Dato mano ad una spranga di ferro del letto cominciai a smuovere il pavimento, staccare i mattoni e metterli da parte. Alla fine un anello conficcato nel legno mi diede indizio di una porta orizzontale da sollevarsi e con mio stupore scopersi una nuova scalinata che conduceva a basso.
Qui bisogna ordinare la marcia, pensai tra me, e spinger la vecchia in capo fila. Ingiunsi alle mie giovani compagne di seguire in retroguardia e dando il lume alla badessa senza cerimonia le dissi: Avanti!
Questa è la scala di contrabbando, pensavo io e quanti di quei poveri neri e luridi scorpioni a sottane saranno venuti a sfamare le loro libidini in questi ginecei! E le povere famiglie che credevano d'inviare le loro figliuole in questi asili di purezza per educarle!
Ma pensavo pure: oggi non hanno più bisogno di entrare furtivamente nei sotterranei, oggi quegli scellerati hanno più facile l'ingresso e la sfacciataggine per giungere fino alle loro vittime".
CAPITOLO LXIV
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
_Les cloîtres, les cachots--ne sont point son ouvrage; Dieu fit la liberté--l'homme a fait l'esclavage. (Chénier)_
"Marciava avanti la vecchia badessa col lume, io seguivo a poca distanza e le giovani chiudevano la marcia.
Scendemmo forse cinquanta gradini, entrammo in un corridoio non molto stretto che dopo pochi passi ci mise in una spaziosissima stanza, dico spaziosissima perché coll'aiuto del lumicino appena se ne potevano scorgere le pareti.
Avevamo fatto circa una diecina di passi in cotesta stanza quando mi sembrò di udire alla mia destra dei lamenti. Mi fermai, per meglio ascoltare quando al termine della mia attenzione di un momento e mentre mi accingevo a muovermi e guardare avanti anche alla mia guida mi trovai nelle tenebre.
Corpo di Dio! dissi tra me e me e mi slanciai innanzi con tale salto che certo non potrebbe di più la tigre quando dal suo nascondiglio della foresta si slancia sulla preda. Ma le tenebre furono la mia preda. Invano volteggiai a mulinello per un pezzo colle braccia tese quanto potevo colla speranza d'incontrare quel demonio in gonna. Mi avventai contro la parete, la costeggiai strisciando a rischio di scorticarmi le mani e non trovai uscio. Finalmente, dopo aver tentennato alquanto e quasi alla disperazione, mi appoggiai fortemente al muro e lo sentii cedere alla mia spinta. Ripresi speranza, ripassai la mano su quella parte di muro ed a mia sorpresa trovai che era legno, di che non m'ero accorto prima nella mia indagine precipitosa. Forzai di nuovo e sentii girare come una porta sui gangheri e nello stesso tempo un'aura, un puzzo cadaverico mi giunsero dalla parte esterna e mi colpirono quasi in modo da togliermi il fiato. Voltai la testa verso le stanze per sfuggire a quell'aria appestata. Il lamento che avevo udito prima mi ripercosse l'udito e quasi calmò il mio sussulto.
Pensai alle compagne e ad alcuni zolfanelli che tenevo in tasca ma che avevo scordato nell'esaltazione della mia mente. Accesi un zolfanello contemplai ciò che avevo creduto una porta e invece trovai essere una ruota(80) e miracolo! ben grato a Dio! a piedi e nel fondo della ruota il mio cero che la vecchia perversa avea lasciato cadere nella fuga.
(80) Ruota. I lettori conosceranno senza dubbio quella cassa cilindrica, in cui si depongono le creature abbandonate, dalla parte di fuori degli orfanotrofi, e poi si girano dentro.
Riacceso il lume mi trovai accanto le mie povere compagne tremanti come foglie. Coraggio, dissi loro, e mi precipitai nel compartimento attiguo dove mi seguirono una dopo l'altra, colla speranza di poter raggiungere la badessa ch'io non dubitai più essere fuggita da quella parte. Sollecitai il passo ma a poca distanza, Dio mi perdoni!, che orrore! Alle pareti del carname che io percorreva una massa di creature umane incatenate per il collo, alla cintola e per ambe le braccia penzolavano, la maggior parte cadaveri più o meno imputriditi. Un solo era vivo ed era questo un giovane che conservava gli avanzi di bellissime forme. Era divenuto un fantasma e spalancava verso me due occhi nerissimi che sembravano voler saltare dalle loro orbite. Aveva cessato di lamentarsi quando conobbe che io l'avevo scorto e che mi avanzavo verso di lui.
Per quanto fosse urgente il pericolo io non volli lasciare quel sofferente senza tentare ogni mezzo per liberarlo. Mi avvicinai e lo baciai sulla fronte.
Oh! sì! io mi sento attratto verso qualunque creatura che soffre. E questa sarà certo la corrispondenza gentile d'amorosi sensi a cui l'Onnipotente informa le anime che non furono infette dal soffio avvelenatore del prete.
Mi chiamino pure brigante!
Mi avvicinai all'infelice e baciai quella fronte grondante sudore ed ardente come un tizzone. Ma che fare! le radici delle sue catene erano impiombate nel muro e quei massi erano enormi. Mi ravvolsi tra il carname a cercare ferri che mi servissero a scavare nel muro o a rompere le catene. Orrore! dovunque istromenti di tortura! Dovunque, rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie, corde da laccio, graticole ed altre simili _mortificazioni del corpo_ come le chiamano i preti e che solo questa genia d'inferno poteva inventare per sventura dell'umana famiglia.
Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) esiste una lettera di S. Domenico di Guzman, patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, con una crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire, egli traccia di sé medesimo un ritratto ributtante ed orribile.
Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta, e letta che l'abbiate adorate ancora, se ve ne par degno, S. Domenico di Guzman!
"Beatissimo Padre.
_Linguadoca, 7 Aprile 1217_
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra.
E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio(81) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade.
(81) Tieni ben conto lettore di quell'_aiuto di Dio ed aiuto del Signore_ che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!
"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai _corpi_ di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore. Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro(82). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.
(82) Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!
Un'altra _giovinetta di Belial_, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.
I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede(83) e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo(84).
(83) Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età. (84) Che depravazione! Che sacrilegi!
Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la _fede ardente_ del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.