Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Part 15

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Quando si pensa all'unificazione di questa nostra Italia ed a coloro che l'ebbero a reggere sulla spinosa via che ella percorse, e che percorre ancora, non si può a meno d'inchinarsi davanti ai decreti della provvidenza che veramente volle aiutarla fino a costituirsi in nazione.

Io sovente, meditando sulla sorte di questa bella, grande ed infelice nostra patria, nell'immaginazione mia, me l'ho figurata: un carro tirato avanti a stento dalla parte generosa del popolo cui è unica meta il bene generale e che segue la sua stella provvidenziale come faro salvatore. Poi, addietro attaccata, immaginai la turba malvagia de' reggitori coll'immensa coda de' loro satelliti scapigliati e spossati ma pure disperatamente intesi a far forza per trascinare indietro il veicolo dello stato anche a rischio d'infrangerlo. Il popolo, impoverito, umiliato da quella ciurmaglia grassa e nuotante nel vizio si ferma pacato, tranquillo nelle sue miserie, sgombra volonteroso gli ostacoli accumulati sulla sua via di redenzione e procede e procede ingenuamente fiducioso in un avvenire di riparazione.

Riparazione!? e da chi verrà la riparazione? Povero popolo!... dai restauratori del clericume, del gesuitismo, dell'impostura, ricondotti nel tuo seno, a spese delle tue sostanze per mantenerti nell'ignoranza e nella miseria?

Ai molti mezzi di corruzione impiegati dai potenti per tener in servaggio le popolazioni si aggiunge oggi il più scellerato, quello della setta nera, moltiforme, ricca, sostenuta dalla forza della nazione in mani infami. E questa è la riparazione che tu aspettavi, popolo infelice! paria!, ilota delle nazioni!

Riparazione!? Da chi riparazione? da chi s'inginocchia ogni giorno, ogni ora, a piedi del sacerdozio della menzogna?

Intanto uno degli agenti di cotesto sacerdozio camminava a capo basso attanagliato nei polsi da Orazio e da Attilio mentre Muzio apriva la via, non facile ad aprirsi, in mezzo a quella moltitudine. Finalmente giunsero i quattro in un'osteria situata in una viuzza che metteva nella Riva degli Schiavoni.

CAPITOLO LVI

DECRETO DI MORTE

Passiamo presto, e sulla punta dei piedi quel mucchio di limo e di sangue che si chiama Popolo. (_Guerrazzi_)

Non è molto tempo trascorso che l'idra sacerdotale del Vaticano innalzava i suoi roghi nei chiostri della capitale del mondo cattolico ed all'aria aperta tra parecchie delle infelici nazioni che avevano la disgrazia d'essere ammorbate dalle sue dottrine come ad esempio la Spagna. Nei tempi moderni codesti errori non si tollerano più, ma l'idra dalle mille teste satolla ancora le sue libidini di sangue in molte altre guise: ferro, veleno, brigantaggi ed assassinii d'ogni specie.

Nella Curia romana una sentenza di morte, era stata pronunziata contro il principe T., fratello della nostra Irene, e Cencio con otto sicari della santa sede a' suoi ordini, doveva eseguire l'atroce mandato, profittando della confusione in cui si troverebbe Venezia all'arrivo del _solitario_.

Gli otto complici dell'ex-liberale erano in parte stati appostati nei dintorni dell'_Albergo Vittoria_, in tutti gli sbocchi da dove poteva capitare la vittima. Quattro di loro tenevansi in agguato in una gondola ben pagata, con istruzione segreta, di sbarazzarsi anche del gondoliere a cose finite per non avere indiscreti testimoni, che potessero deporre contro di loro. Cencio, si era riserbato, non l'azione principale dell'omicidio ma quella del segugio che si doveva tenere ostinatamente sulle calcagna del principe. Per fortuna del nobile romano la cabala fallì perché il segugio era stato tolto dalla pesta e non solo si trovava al sicuro nelle ugne dei tre amici ma doveva fare i suoi conti anche con un quarto personaggio che valeva ciascuno dei primi e questo quarto era niente meno che il nostro vecchio e ben noto Gasparo.

Gasparo, dopo i fatti da noi raccontati nei capitoli precedenti, toccato il suolo non pontificio, s'era offerto a servire da domestico il principe T., che ben volentieri lo prese seco. Con lui venne a Venezia e mentre il padrone s'intratteneva nei saloni del palazzo Zecchin, il poco paziente domestico, che s'era fermato sull'ingresso del palazzo a godersi le scene del popolo festante, vedendo i tre romani, che amava come figli fendere la folla con tanta precipitazione volle seguirli e così anche lui si trovò all'osteria sulla Riva degli Schiavoni alle calcagna di Cencio.

Descrivere lo stupore e la paura del mercurio clericale in mezzo ai quattro è cosa ben difficile. Essi Io condussero nella stanza più recondita dell'osteria in un piano superiore, dissero al cameriere che portasse loro da bere, e poi li lasciasse perché dovevano trattare d'affari, chiusero l'uscio a chiave, ordinarono allo sgherro di sedersi contro il muro, presero posto su di una panca collocata al di qua della tavola e cogli occhi fissi sul malvivente rimasero in attitudine di giudici inesorabili.

In altre circostanze forse il malandrino avrà sentito rimorsi, e si sarà pentito de' suoi tradimenti ma in questa vi assicuro che egli ne avea ben d'onde.

I quattro amici, freddi e tranquilli, come chi ha la coscienza della forza e dell'anima intemerata, contentavasi di fissare i loro occhi in quelli del perverso e questi fuori di sé, colla bocca e gli occhi spalancati sforzavasi di articolare delle voci che non volevano uscirgli dalla strozza, riuscendo penosamente a balbettare: "signori... io non..." ed altre parole mozze.

Fu un po' barbara la tranquilla pacatezza dei quattro romani e chi avesse potuto contemplare quella scena certo coll'immaginazione sarebbe corso al paragone del sorcio sotto l'inesorabile sguardo del gatto, che ne spia ogni minimo movimento, per lanciarvisi sopra e stritolarne le ossa sotto i denti. Se un pittore avesse potuto trovarsi presente a quel muto consesso ne avrebbe tolto il soggetto di un bellissimo quadro.

Già abbiamo descritto i primi tre, veri tipi degli antichi romani, di bellezza, di forme veramente artistiche.

Gasparo era, e con ragione, una di quelle figure che un romanziere francese avrebbe pagato a peso d'oro per poterne fare il suo "_Brigant Italien_" e fotografato da Bernieri(69) il suo ritratto, avrebbe prodotto assai maggior lucro all'artista, che quello di qualunque sovrano d'Europa.

(69) Bernieri, Maggiore e fotografo a Torino.

Era veramente una gran bella figura di brigante quel vecchio Gasparo, ma di buon brigante, di quelli che l'hanno a morte coi birri, ma che non si macchiano con azioni infami come quei mostri assoldati dai preti che commettono eccessi da far inorridire una tigre.

Anche il successore di Gianni, avrebbe fatto un'idonea comparsa in un quadro caratteristico e certo per rappresentarne la paura in tutta la sua bruttezza, nessuno avrebbe potuto servir meglio di lui. Inchiodato al muro cui appoggiava le spalle egli lo avrebbe rovesciato, forato, se la forza fosse stata pari alla volontà, coll'intento di potersi allontanare un po' più da quei quattro tremendi osservatori lì davanti a lui, fissi, impassibili, e che pure meditavano la sua rovina, forse il suo esterminio.

La voce austera di Muzio, dell'antico capo della contropolizia di Roma, fu la prima che s'udì rompere quel sepolcrale silenzio. "Dunque:--disse egli--io ti voglio contare una storia o Cencio, forse da te conosciuta come Romano, e che imparerai se per caso non la conosci; sta attento:

Un giorno i nostri padri, stanchi delle prepotenze del primo re di Roma che fra le altre amabili imprese, aveva ucciso con un pugno il fratello Remo perché si divertiva per scherzo a saltare il fosso di cinta fatto da Romolo, i nostri padri dico, in un senato consulto decisero di sbarazzarsi del loro re, un po' troppo manesco e con disposizioni un po' troppo dispotiche. Detto fatto! gli saltano addosso colle daghe sguainate e Romolo, benché valorosissimo, dovette cadere sotto i loro colpi. L'affare era fatto, ma al popolo romano alquanto innamorato del suo re guerriero, per non avere de1 guai, bisognava contare qualche fandonia su quella morte e l'avviso d'un vecchio senatore prevalse su quello degli altri sul da farsi.

--Noi conteremo al popolo--disse il vecchio:--che Marte padre di Romolo disceso tra noi, dopo averci rimproverato d'essere un po' troppo ladri e quindi indegni d'aver a capo il figlio di un Dio, se l'ha preso seco e trasportato in cielo.

--E cosa faremo del corpo?--soggiunsero più voci di senatori.

--Del corpo?--disse il vecchio.--Niente di più facile che provvedervi--e sguainando la sua daga cominciò a tagliare a pezzi il cadavere. Quando ebbe terminata tale anatomia--ognun di voi, ora --disse--prenda uno di questi pezzi, lo nasconda sotto la toga e vada a gettarlo nel Tevere. Prima di domattina, i mostri marini avranno dato degna sepoltura a questi avanzi del fondatore di Roma.

Che te ne pare, Cencio? Senza essere re di Roma, né figlio di Dio, una morte cotale non ti parrebbe onorevole? per te che altro non sei che un miserabile traditore?".

"Per l'amor di Dio!..." gridò il satellite esterrefatto e piangente come un fanciullo e le lacrime per un pezzo gli soffocarono la voce. Alla fine alquanto sollevato dallo stesso pianto, ripigliò: "Io farò quanto mi chiederete, ma per l'amore che portate ai vostri amici, alle vostre donne, alle vostre madri, non mi fate soffrire una morte così crudele!".

"Parli di morte crudele!? Ma per uno sgherro, una spia, un traditore c'è forse morte troppo crudele?" rispondeva Muzio con quella impassibilità che Io distingueva. "Hai forse scordato quando vendevi la gioventù romana ai preti che poco mancò non la facessi crudelmente trucidare tutta dai loro carnefici?".

Nuovo pianto! nuovo pianto ancora scorreva dagli occhi del codardo.

Muzio: "Ora poi, la tua venuta a Venezia, bel soggetto! cosa significa? Chi t'ha inviato? A che sei venuto qui, perverso?".

"Vi racconterò tutto" era la risposta del malandrino. E l'altro: "Conterai tutto, vedremo! e nulla ti resti in fondo di quel sacco di malizie e di tradimenti che tieni al posto della coscienza".

"Tutto! tutto!" gridava Cencio come un energumeno. E come dimentico di quanto doveva narrare e sopraffatto ancora da immensa paura non sapeva da dove cominciare.

"Saresti più lesto nelle tue delazioni al Sant'Ufficio, boccone da forca", sussurrava Gasparo, col suo vocione. "Avanti!" esclamarono Orazio ed Attilio, rimasti pazientemente silenziosi sino a quel punto.

Un momento d'assoluto silenzio seguì quel primo atto un po' tempestoso, e Cencio principiava a narrare così: "Se vi è cara la vita del principe T....". "Del principe T.? il fratello d'Irene", sclamò Orazio varcando d'un salto la tavola ed afferrando il traditore per la gola!

Cencio, tra l'ugne di una tigre o tra gli abbracciamenti del re delle foreste avrebbe corso meno pericolo che non tra le mani del principe della campagna di Roma, che l'aveva agguantato al collo. Ma Attilio, con modo gentile: "Fratello,--disse ad Orazio,--abbi pazienza, lasciamolo parlare".

Veramente spacciato Cencio, addio rivelazioni. Ciò era chiaro come il sole, onde la suggestione del capo dei trecento di Roma fu capita da Orazio e sciolse dalla gola di Cencio le sue mani frementi.

"Se vi è cara la vita del principe T.--ripigliava il malvagio--andiamo insieme a farlo avvisato che un agguato di otto emissari del Sant'Ufficio lo apposta nei dintorni dell'_Albergo Vittoria_, ove egli sta d'alloggio".

CAPITOLO LVII

MORTE AI PRETI

Morte ai preti! Morte a nessuno! gridava il _solitario_ dall'alto del balcone alle moltitudini rispondendo alla terribile loro esclamazione!

Morte a nessuno! "Eppure, chi è più meritevole di morte che la setta malvagia la quale ha fatto dell'Italia _un paese di morti_(70), un cimitero? O Beccaria! le tue dottrine sono sante! io ripugno dal sangue! ma non so se l'Italia potrà liberarsi da' suoi tiranni dell'anima e del corpo senza distruggerne, senza annientarne sino l'ultimo rampollo!".

(70) Lamartine.

Queste considerazioni passavano per la mente dell'uomo del popolo e lo distraevano.

Frattanto quella parte di popolo che non avea potuto udire la voce che partiva dal balcone Zecchin ma solo il grido di _morte_ che mille infocate voci avevano esclamato, quella parte di popolo dico, più distante dal _solitario_, ma più vicina al palazzo principesco del Patriarca, s'avanzava come l'onda d'un torrente che precipita dalle montagne ed assaltava il vestibolo del palazzo suddetto rovesciando quanti ostacoli si opponevano alla sua furia.

In pochi minuti ogni salone, ogni stanza del maestoso palazzo erano invasi e per le finestre si vedevano svolazzare tutti que' simulacri d'idolatria con cui i preti sì spudoratamente beffeggiano le ingannate moltitudini.

Molti artisti innamorati del bello avrebbero potuto gridare allo scandalo, al sacrilegio! in quel rovinìo d'ogni oggetto d'arte e per vero dei ben preziosi capolavori sotto forme di santi o di madonne andaron travolti ed in pezzi nel generale esterminio.

Tra le astuzie dei sardanapali pretini, ricchissimi com'eran furon sempre mercé la stupidità dei fedeli, non ultima fu quella d'impiegare gli artisti più eminenti nell'illustrazione delle loro favole. Quindi i Michelangeli ed i Raffaelli d'ogni età, furon da loro assoldati ed il popolo anche persuaso della vanità delle proprie credenze, e dell'impostura dei leviti di Roma rispetta ancora i simulacri della sua prostituzione perché sono capi d'opera di molto pregio.

Ma il primo capo d'opera d'un popolo non è la libertà? non è la dignità nazionale? E tutti quei portenti dell'arte, benché portenti che gli rammentano il suo servaggio e la sua degradazione, oh!, non sarebbe meglio che ei li mandasse all'inferno?

Comunque fossero, opere preziose o volgari, il popolo rovesciava, e precipitava sul lastrico ogni cosa, e tutto mandava in frantumi.

Ed il Patriarca!? guai a lui se fosse caduto nelle mani della turba furente! Ma la pelle è cara ai discendenti degli Apostoli! ai campioni della fede! Essi edificarono veramente la loro baracca sul martirio degli antichi seguaci di Gesù e su quello del Nazzareno, ma di martirio questi grassi epuloni, non ne vogliono sapere nemmen per sogno!

L'Eminenza sua al primo ruggito della tempesta popolare, se l'era svignata e per un uscio segreto avea guadagnato una delle sue gondole e con essa si era posto al sicuro.

Intanto la voce del _solitario_ che esclamava: "Morte a nessuno!" era ripetuta nella moltitudine e giungeva fino agli assalitori del Patriarcato. Quella voce amata e rispettata dal popolo, calmò il fremito delle turbe, ed in pochi momenti la tranquillità venne interamente ristabilita.

CAPITOLO LVIII

IL PRINCIPE T....

Nei bei tempi del diritto della coscia(71) i principi non avevano bisogno di correre dietro ad una forosetta per implorarne il favore e ben fortunate eran quelle cui capitava di poter fissare per un momento lo sguardo de' loro sultani,

(71) Diritto dei signori feudali, come già dicemmo, altrimenti chiamato diritto della prima notte, che gli sposi vassalli dovevano subire, o redimere a danaro, a beneplacito del signore.

Oggi le cose corrono alquanto diverse: benché vi siano dei principi con tanta autorità quanta ne avevano gli antichi, anzi molti con più, perché il loro despotismo si copre con maschera liberale, pure ne vediamo nei giorni che corrono parecchi conformarsi a più moderate pretensioni ed aspirare anche all'adorazione di qualche divinità plebea. Così la pensava il nostro povero principe T.... obbligato a rimanere lontano da' suoi beni e bersaglio a tutta la rabbia pretina, tanto più accanita in quanto che giovinetto lo avevano iniziato ai segreti più intimi della Corte di Roma.

Giovane ancora ed avvenente della persona, il principe prevenuto della reputazione meritamente stabilita delle venete bellezze, non mancava di certo prurito, di certo desiderio di voler fare una conquista. Dobbiamo a giustificazione del giovane principe notare, che quel suo prurito è pure comune anche ai vecchi, il che sia detto senza mancar loro di rispetto.

Egli trovavasi dunque sul vestibolo del palazzo Zecchili ammirando le graziose visitatrici che per pura curiosità donnesca giungevano a vedere il _solitario_.

In mezzo alla calca dei saloni era arduo poter contemplare le fisonomie e massime il portamento della persona ma da quella parte del vestibolo sulla prima gradinata ove s'era collocato il romano l'osservazione riusciva più facile ed abbracciava quelle che entravano e quelle che passavano senza entrare.

Dall'interna folla, sguizza traversando il _sottoportico_ del Cappello una di quelle figure che basta vedere una volta perché vi restino impresse nell'anima tutta la vita. Le ciglia, gli occhi, i capegli d'ebano il più pulito e brillante adornavano un volto che avrebbe potuto servire a Tiziano per dipingere le sue Veneri famose. Il tipo di quella donna era veramente l'ideale della veneta bellezza.

Il principe sino allora impassibile dinanzi al gran numero di passeggieri che formicolavano in un andirivieni continuo fu colpito da uno sguardo dell'incantatrice la quale sembrava adocchiare ogni cosa, ogni persona, senza fissarne alcuna. Colpito da questa apparizione, il principe precipitossi sui passi della sconosciuta i cui piedi sfioravano il suolo, in quella guisa che il Colibrì(72) sfiora i fiori eterni della zona torrida. Precipitossi sui suoi passi. Ma altro era il volere, altro il potere. La graziosa e bellissima fanciulla o più svelta o più assuefatta a scivolare fra la folla nelle calluzze della sua città era già seduta in fondo alla sua gondola, e già aveva comandato al gondoliere di andare, quando il T.... giunse alla riva del canale.

(72) Il più piccolo degli uccelli, variopinto, che succhia il polline dei fiori come l'ape. Molti ve ne sono nell'America tropicale.

Che fare? Precipitarsi nell'onde, ed aggrapparsi all'orlo della barca, come un forsennato chiedendo per pietà d'esservi ammesso, fu la prima e matta sua idea. Un bagno di marzo, nell'acqua fresca della laguna poco spaventava il nostro affascinato, ma presentarsi alla donna de' suoi pensieri così grondante, e forse senza cappello in testa, non è cosa che soddisfaccia nessuno e meno poi un principe. Egli dunque si attenne al più savio consiglio, imbarcossi in altra gondola e così pensò inseguire la sconosciuta.

"Voga--egli disse al gondoliere--e se raggiungi quella gondola là, guadagnerai una buona mancia".

"Lasci fare" rispose il gondoliere, quindi "_Tita, comio!_"(73) gridò al compagno di prora e rialzando su ambe le braccia la camicia rossa (poiché molti gondolieri la portavano in quei giorni per onorare l'ospite di Venezia) si accinse al maneggio del remo con quella grazia e vigore non superati da altra gente marinaresca del mondo.

(73) _Comio_, gomito, forza Giovanni Battista.

"Voga, voga, elegante gondola, segui e raggiungi la scivolante fuggitiva che porta seco l'anima mia! E perché non sarà essa l'anima mia quella fanciulla leggiadra, quella bellezza adriaca, che io sognai mille volte quando le lagune erano schiave come lo è la mia Roma?

Perché? perché non la vidi che un solo istante? ma essa mi saettò con quel suo occhio di fiamma che mi vinse, e mi fé' suo per l'eternità? Però non feriva essa colle sue luci tutti i circostanti egualmente! Non spargeva essa una atmosfera di balsamo che se inebbriò me doveva anche inebbriare gli altri?

È questo poi amore? È questo quel passatempo che i mortali succhiano come l'arancia e scaraventano poi nel letamaio? oppure è quell'amore celeste! sublime, che avvicina la creatura al creatore, che trasforma i disagi di questa misera vita... i pericoli... la morte in delizie indescrivibili?

Potente della terra, vieni a toccarmi questa mia donna ch'io amo d'amore che non posso descrivere. Vieni col tuo esercito di sgherri, fossero essi mille volte più numerosi. Vieni! e tocca soltanto il lembo della sua veste; questo pugnale s'immergerà nel codardo tuo seno come la lingua del Coral, la più velenosa delle americane serpi, nelle latebre dell'infame tua vita!"

"Voga! Voga!--gridava ancora il principe impaziente di raggiungere il fuggente tesoro.--Voga, e se non basta un marengo(74) ne avrai dieci. Voga!"

(74)In questa fucina di servilismo che si chiama Italia, ad ogni passo si devono ricordare le glorie dei tiranni.

"E se fosse una plebea?--ruminava ancora nel suo soliloquio il principe.--Che plebea d'Egitto? Ha forse Dio creato dei plebei e dei grandi? Non sono la malizia e la prepotenza che imposero alle moltitudini i despoti ed i tiranni?

E non era Gesù un plebeo?...

E se quella fanciulla sì bella! sì affascinante! fosse contaminata! fosse una di quelle!... Oh! profano al celeste amore non pronunziare sacrilegi!

Come potrebbe il volto di una simile donna arieggiare l'angelico viso della mia sovrana?".

Ed era precisamente plebea l'Annetta: gli scalini della modesta sua casa ove approdò la gondola ben lo accennavano.

Non atrio, non peristilio con colonnato ma semplici scalinate al di dentro e al di fuori. Non tappeti sulle scale o ornamenti di ricchi vasi e d'esotici fiori. Alcuni vasi di fiori potevano scorgersi sulle finestre perché anche Annetta amava i fiori quanto una principessa ma piccoli esemplari, non dirò miseri perché cari come erano alla giovinetta, essi valevano un tesoro.

Una donna attempata che di giorno avrebbe attratto l'attenzione di tutti tanto era l'ansia espressa sulla sua fisionomia avea aspettato sin a quell'ora, circa le undici della sera, la sua amatissima Annetta, che curiosetta avea voluto anch'essa vedere da vicino l'uomo del popolo e che non potendo essere accompagnata da Mario, unico fratello, assente, l'avea la madre affidata a Nane, il gondoliere di casa.

Quando Rosa si fu accertata che era la propria gondola che giungeva, lasciò il balcone ove era stata spiando con ansia indescrivibile e con un lume in mano scese rapidamente la scala a ricevere l'adorata figliuola.

Erano nelle braccia l'una dell'altra, come se un secolo le avesse divise, quando il principe sopravvenne e profittando della porta rimasta aperta e della distrazione delle due donne, via, dentro anche lui coll'audacia di un soldato in paese di conquista.

Sciolse dall'affettuoso amplesso, mentre la madre con dolce rimprovero cominciava: "Annetta? ma perché sei rimasta tanto fuori?" ambedue misero un grido di sorpresa vedendosi in presenza di uno straniero.

Il principe, avventurato in un'impresa così ardita, comprese che doveva mantenersi in corrispondente contegno, quindi avanzandosi verso la giovine, che al chiarore della lucerna le sembrò ancora più bella di quanto se l'aveva figurata, volle prenderle la mano per baciarla e per ispirarsi ad alcune parole convenevoli di discolpa e di ammirazione.

Ma una mano ferrea, in quell'istante stesso, colto di dietro il pugno del principe con una scossa che fece traballare l'intera persona, lo distaccò dalla donna.

Da una terza gondola approdata poco dopo le prime, era disceso svelto e risoluto un nuovo e giovine attore su questa interessante scena.

Alto di statura, nerboruto e bellissimo della persona, il nuovo arrivato vestiva la camicia rossa e sulla parte sinistra dell'ampio suo petto portava il distintivo dei prodi, la medaglia dei mille.

Morosini era l'amante riamato di Annetta e sul volto della fanciulla l'osservatore attento avrebbe letto un mondo di espansioni affettuose alla vista del suo diletto, espansioni alle quali tenne dietro subitaneo timore quando la voce di lui maschia e sonora, rivolta al principe lo incalzava con queste parole:

"Credo che vi siate ingannato, signor damerino, non troverete qui ciò che cercate. Vi prego dunque di rifar la via e andare altrove alla cerca".

La scossa ricevuta e le austere parole che la seguirono sollevarono nel principe un certo orgasmo di dispetto e poiché alla indignazione univa il coraggio, rispose sullo stesso tono al suo interlocutore.