# Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

## Part 14

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"Il suo nome, è Conte de la Roche... de la Roche-Haricot. Questi legittimisti francesi, rappresentanti del feudalismo, hanno certi nomi, quasi tutti di Roche e che per noi della lingua del _sì_ sono ben difficili a pronunciarsi".

"Ma anche voi siete della lingua del sì signor spagnuolo?" gli disse Orazio un po' stizzito.

"_I Como nò_,--articolò in spagnolo il capitano--siete forse voi soli figli degli antichi latini e soli possessori di quella universale lingua? sappiate che v'è tanta differenza tra la lingua italiana e la spagnuola e portoghese quanta tra il volto di un Calabrese e quello di un Andaluso o d'un Lusitano, che si somigliano come fratelli".

"Bravo capitano Tortiglia" disse Attilio giunto in quel momento dal corpo di battaglia che comandava. "Voi siete un vero erudito, e noi Romani educati dai preti a baciamani, a inginocchiarci, e servire la messa, nulla sappiamo di ciò che avviene fuori dalle mura di Roma".

Ma l'esercito papale avanzava ed Orazio da esperto capitano ne misurava il progresso, senza turbarsi ma con quell'ansia che non può a meno di risentire chi ha la responsabilità di un corpo di militi in presenza del nemico ed in procinto di venire alle mani. Uno degli inconvenienti della guerra per bande e che più preoccupa il capo è il dover spesso abbandonare i feriti, o affidarli agli abitanti per lo più paurosi e che temono di compromettersi.

Tale considerazione e l'ineguaglianza delle forze spinsero il prode Orazio a decidersi per la ritirata, non però senza mostrare ai mercenari del prete che i liberi italiani non li temono, anche nelle circostanze più sfavorevoli.

Ordinò a Silvio, che comandava la retroguardia, di collocarsi in posizione vantaggiosa per proteggere la ritirata ed il cacciatore, colla sagacia che lo distingueva, collocò i suoi cinquanta uomini con tale maestria come se li avesse destinati alla posta del cervo o del cignale.

Avendo comunicate tali disposizioni ad Attilio ed ingiuntogli che non s'impegnasse fortemente ma eseguisse l'ordine di ritirata in scaglioni, Orazio andò verso Muzio già pronto a ricevere il nemico che si avvicinava celeramente.

Scambiate alcune parole col comandante della squadra, il capo supremo ascese il punto più alto della posizione donde poteva distinguere ogni cosa accompagnato da soli due aiutanti.

Il Generale Haricot, che non mancava di una certa bravura, degna di miglior causa, assaliva francamente le posizioni dei liberali colla sua vanguardia in catena, sostenendola lui stesso con piccole colonne in massa.

In un combattimento od in una battaglia, il comandante supremo deve collocarsi in posizione da poter vedere il campo di battaglia più che sia possibile, il che gli verrà sempre fatto più facilmente, ove egli possa tenersi tra le sue prime truppe impegnate.

Dovendo avere informazioni di quanto accade nella pugna, se il generale in capo è lontano dall'azione ha il pregiudizio della perdita di tempo, dell'inesattezza dei rapporti e ciò che più importa, non può con un colpo d'occhio discernere le parti del suo esercito che abbisognano di un pronto soccorso o, quando sia vittorioso, lanciare in perseguimento del nemico quei corpi leggeri di cavalleria e fanteria che possono compiere la vittoria.

Tale non fu qui il torto dei due capi, che comandavano le forze opposte. Haricot, giustamente baldanzoso per la superiorità delle sue forze, le spingeva all'attacco senza riguardo ed Orazio, deciso a ritirarsi per l'inferiorità del numero, disponevasi a dare al nemico una lezione che lo facesse guardingo e meno furioso nel suo inseguimento.

La scabrosità del terreno e le folte piante avevano permesso a Muzio di collocare i suoi al coperto in vantaggiosa posizione. Egli aveva ordinato d'assaltare il nemico a bruciapelo, di scaricare a colpo sicuro e ritirarsi poscia dietro la linea degli altri scaglionati. Così fecero i suoi valorosi. Quella prima scarica seminò il terreno di cadaveri nemici e di feriti. La vanguardia dei mercenari ne fu rovesciata ed i sostegni condotti avanti dall'intrepido loro capo, rallentarono il loro progresso e diedero tempo agli italiani di compiere la loro ritirata in buon ordine.

Quando Cortez sbarcato al Messico abbruciò le navi, quando i mille di Marsala sbarcando in Sicilia abbandonarono i loro piroscafi al nemico, si tolsero ogni speranza di ritirata e tale risoluzione fruttò il contegno trepido delle due spedizioni. Ma la vicinanza di frontiere amiche è stata spesso causa di defezione nelle fazioni degli italiani. Io ho veduto tale scandalo in Lombardia nel 1848 per la vicinanze della Svizzera e disgraziatamente nell'agro romano per essere il territorio regio troppo vicino.

Così successe al corpo dei trecento, nelle circostanze qui raccontate. Benché composto d'uomini coraggiosi, si sciolse come la nebbia al toccare la frontiera italiana non pontificia e dopo avere ricordato ai militi che schiava ancora rimaneva la loro terra e che era dovere di tutti di prepararsi a muover di nuovo pugna per liberarla, i soli quattro capi, che noi ben conosciamo, con Gasparo e John, presero la via della Toscana per recarsi a Livorno ove dovevano trovare lo Yacht e notizie dei loro cari e dove li lasceremo godere un po' di riposo per rivederli sovra nuove scene e in mezzo a nuove avventure.

FINE DELLA PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

CAPITOLO LII

LA PEREGRINAZIONE

Il _solitario_ è sul continente ove lo chiamarono i suoi amici. Egli ha lasciato la sua dimora per compiere un dovere verso quella Italia a cui egli ha dedicato l'intiera sua vita.

Egli deve fare una peregrinazione di propaganda in molte parti della penisola e principiare dal Veneto.

Lo scopo è d'illuminare sulle elezioni politiche le popolazioni, non solo, ma di seminare il germe dell'emancipazione della coscienza che può portare l'Italia ad un nuovo primato, ad una nuova iniziativa che conduca l'umanità alla distruzione di quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che si chiama Papato, guidandola sulla via della religione del _Vero_.

Noi ne seguiremo le orme tra il clamore delle moltitudini entusiastiche, festanti, alla vista dell'uomo del popolo, plaudenti alle sue dottrine d'insofferenza di dominio straniero e di umiliazioni e soprattutto esultanti alle schiette sue manifestazioni sulle turpitudini clericali e sul connubio liberticida tra il Papato e le volpi di Corte che governano l'Italia.

"Io seguo la religione di Dio!--egli dice--non la religione del prete.

Dio, padre dell'umanità intiera, vuol tutti gli uomini fratelli e felici. I preti dividono gli uomini in cento sette diverse, che reciprocamente si maledicono.

Essi attizzano gli uni contro gli altri popoli a sbranarsi, trucidarsi, distruggersi e condannano senza pietà alle pene dell'inferno i novecento milioni d'esseri umani che non appartengono alla loro bottega.

Non seguo la religione del prete io, perché il prete degrada Dio, ne fa un essere materiale, passionato, coi difetti stessi che offuscano questo misero insetto chiamato uomo, a cui fa mangiare Dio, lo fa digerire! e poi!... Anatema all'impostore che si chiama ministro di Dio! e che così lo deturpa e lo prostituisce!

Il prete che insegna Dio è un mentitore, poiché nulla egli sa di Dio.

Egli, sacerdote dell'ignoranza, persecutore della sapienza, insegna Dio! Ma se Dio avesse voluto rivelarsi all'uomo lo avrebbe fatto ai Kepleri, ai Galilei, ai Newton, non a questi miserabili adoratori del ventre.

E fu veramente una scintilla divina che illuminò quei grandi nelle vie celesti, quando essi scorsero sotto _l'etereo padiglione rotare i mondi_ e ne manifestarono alle nazioni attonite i moti, le leggi e l'armonia a loro impressa dell'Onnipotente. Il prete, sacerdote delle tenebre, colpito nelle sue miserie e nelle sue menzogne, trascinò il più grande degli italiani, Galileo, sull'altare dell'impostura, e con torture orribili volle fargli abiurare la grande dottrina del vero!

Ed i preti passeggiano sulla terra di Galileo da padroni; e l'Italiano porge le impudiche sue labbra all'umiliante, vergognoso baciamano!

La fratellanza umana è impossibile coi preti.

Il cattolico danna all'inferno l'umanità non cattolica. Il dervis, prete dei turchi ci chiama, infedeli, maledetti, ed eccita le plebi a lapidarci. Il bonzo e tant'altra canaglia impostura fa lo stesso. E voi non potete passeggiare per le vie di Stamboul e di Canton perché la vostra vita è messa in pericolo da quei fanatici.

La maggior parte delle guerre, e le più sanguinose, furono, e sono fomentate dai preti.

La recente guerra di Crimea, ove perirono tante migliaia d'uomini e dove s'inghiottirono immensi tesori, fu suscitata dai preti. In una chiesa di Gerusalemme chiamata il Santo Sepolcro celebravano la messa un prete greco e un prete cattolico. Un bel giorno quegli oziosi litigarono sulla preminenza, uno volendo dir messa prima dell'altro. La lite fu portata davanti gli imperatori di Francia e di Russia; ne seguì la guerra e vi presero parte l'Inghilterra e l'Italia e se ne ebbe per risultato l'immenso macello.

L'Inghilterra è oggi in angustie per l'insurrezione dell'Irlanda suscitata dai preti. Dio salvi il mondo da una simile insurrezione negli Stati Uniti ove su trentatré milioni d'abitanti quasi la metà è di cattolici fanatici e compatti sotto la dittatura d'un vescovo, mentre le altre sette sono divise e si odiano cordialmente".

In questa guisa parlava il _solitario_ alle moltitudini che lo richiedevano d'una parola e le moltitudini applaudivano a quelle verità sacrosante e piangevano e baciavano le falde del mantello del popolano e giuravano di essere con lui a qualunque cimento.

Alla mattina, la maggior parte di quella folla che avea pianto e giurato di seguire i precetti del _solitario_ era ammassata nel peristilio d'una bottega ove si vende l'indulgenza di Dio a contanti, ove l'idolatria, sotto le forme della creatura, ha eretto il simulacro vano e mentitore dell'onnipotente.

Tale è il popolo e tale sarà forse per molto tempo ancora. Terribile nelle sue ire suscita sovente il cataclisma delle rivoluzioni e più sovente è guidato con un fil di seta dall'impostura e dall'astuzia quasi sempre da chi è men degno di guidarlo e tende a profittare del frutto delle sue fatiche e del suo sangue.

Socrate, Gesù, Rienzi, Masaniello, i Gracchi, tribuni coraggiosi del popolo, sacrando ad esso la loro vita, son rinnegati e crocifissi! E la sorte dei tribuni moderni, sarà essa più fortunata? Che importa! Cos'è la vita? tanto sotto il saio come sotto la rossa camicia può battere la coscienza del giusto!

In fine i Cesari ed i Napoleoni vengono a scialacquare il frutto del cruento eroismo delle nazioni, ma un pugnale o il tedio delle nequizie rovescia talora nella polve anche que' simulacri della grandezza e dell'ingiustizia.

CAPITOLO LIII

VENEZIA

Parata a festa, la regina della laguna accoglieva su d'un Buccintoro moderno il suo simpatico visitatore, colui che per due volte (1848-1849) aveva voluto partecipare ai disagi, ai pericoli ed alle battaglie di lei. Egli la prima volta, già col piede sul legno che dovea trasportarlo a Venezia, fu chiamato alla difesa della pericolante metropoli delle nazioni e pugnò contro i discendenti di Brenno; e tinse del suo sangue il granito del ponte ove Coclite avea da solo sostenuto l'urto dell'intiero esercito di Porsenna.

Sulle alture di Preneste e di Velletri egli vide in fuga il tiranno, padre del tirannello che poi abbandonò il trono ai valorosi suoi mille e così fu rovesciato nella polve quel governo _prima negazione di Dio_.

Dio gli dia vita per contemplare i frantumi del secondo governo, negazione più impudente di Dio che il primo e più fatale all'Italia, la _Negromanzia_.

Ma Roma cadeva sotto i colpi del dispotismo Europeo, spaventato dal rivivere della padrona del mondo e dal terribile incubo della repubblica, e capitanato dalla grande repubblica di Francia condannata a morte per questo suo orrendo misfatto.

Il Bonaparte, nemico di tutte le libertà, e protettore di tutti i tiranni, volle, come per saggio, provare le sue armi contro Roma ove approdò sulle ali della menzogna e, consumato quel delitto di lesa-nazione, rovesciò i suoi inganni ed i suoi satelliti sul popolo credulo di Parigi e ne fe' macello per le strade senza distinzione di età e di sesso.

Dio rimeriti l'assassino del due dicembre e della libertà del mondo!

Cessata la difesa di Roma, non disperando delle sorti dell'Italia, il _solitario_ ne uscì con pochi seguaci, decisi a tener la campagna ma ci vuol altro ai popoli per liberarsi! Un pugno di prodi all'Italia non manca mai; ma contro quattro eserciti, un pugno di prodi non basta!

È vero, che in questi giorni lo spirito nazionale è innalzato e il pugno di prodi accresciuto, ma in quegli infausti giorni le popolazioni guardavan passare stupite ed impaurite considerando perduti irremissibilmente quegli avanzi della difesa di Roma. Non un sol uomo venne ad accrescere le loro file. Al contrario, ogni mattina una quantità d'armi sparse sul terreno attestava il numero dei fuggiaschi. E quelle armi si caricavano sui muli e sui carri che accompagnavano la colonna e la colonna a poco a poco, avea più carri e muli che individui. E a poco a poco la speranza di sollevare quel popolo di servi svaniva nell'anima dei fedeli e coraggiosi superstiti.

A San Marino, vedendo che non v'era più volontà di combattere uscì un ordine del giorno del _Solitario_ che congedava i militi rimandandoli alle loro case.

Quell'ordine del giorno diceva: "tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere serva". I più presero la via del ritorno. Ma v'erano non pochi disertori dell'Austria e del governo papale soggetti alla fucilazione e questi vollero accompagnare il loro capo nell'ultimo tentativo di guadagnare Venezia.

Qui comincia una storia più dolorosa ancora. Anita, compagna inseparabile del _solitario_ neppure in questo terribile estremo consentì ad abbandonarlo. Invano lo sposo si affaticava a persuaderla di rimanere a San Marino: incinta, spossata, inferma, non vi fu verso di persuaderla. La coraggiosa donna non volle udire ammonizioni e rispondeva al suo diletto: ch'egli voleva abbandonarla!!

Attorniato da corpi di truppe austriache, cacciato dalla polizia papalina, dopo una marcia di notte, delusi i persecutori, quello stanco avanzo dell'esercito Romano giunse alle porte di Cesenatico allo spuntare della mattina.

"Scendete e disarmateli!(65)" esclamava il _solitario_ ai pochi individui del suo seguito a cavallo e stupefatti i soldati delle guardie austriache si lasciarono disarmare. Poi si svegliarono le autorità e si richiesero loro pochi viveri e alcuni bragozzi(66) per imbarcare la gente.

(65) Storico. (66) Piccoli trabaccoli o barche

Non si può negare, la fortuna era stata favorevole al _solitario_ in varie difficili imprese; ma qui, doveva cominciare per lui un infausto episodio di difficoltà, di contrarietà e di sciagure. Un nembo da Bora, scoppiato nell'Adriatico in quella stessa notte, aveva imperversato sul mare e la stretta bocca del porto di Cesenatico era un frangente. Immensi furono gli sforzi che si fecero per uscire dal porto co' bragozzi carichi di gente, in numero di tredici! Ma solo all'alba vi si riuscì ed all'alba gli Austriaci rinforzati e numerosi entravano in Cesenatico.

Si veleggiò, il vento spirò favorevole ed all'alba dell'altro dì, quattro dei bragozzi, uno dei quali col _solitario_, Anita, Cicerovacchio e i figli, con Ugo Bassi, sbarcarono nelle foci del Po. Anita nelle braccia dell'uomo del suo cuore sbarcò morente! Gli altri nove bragozzi s'erano arresi alla squadra austriaca, che al chiarore del plenilunio, scoperti i piccoli legni, li avea fulminati di cannonate.

Come segugi in traccia delle fiere gli esploratori nemici inviati a perseguire i fuggenti, gremivano la spiaggia. Anita giaceva poco lontano in un campo di frumento, e vicino a lei il _solitario_ che le sorreggeva il capo. Leggiero(67), l'unico compagno, gli rimaneva, spiando tra gli interstizi degli steli i maledetti bracchi che cercavano preda di sangue. Cicerovacchio, Bassi e nove compagni che avevano prese direzioni diverse per sfuggire al nemico, perché così erano d'intesa con me, furono arrestati tutti dagli Austriaci e fucilati come cani.

(67) Era un coraggioso Maggiore dell'isola della Maddalena che a qualunque costo, avea voluto seguire il _Solitario_. Lo avea seguito in America e poi di là in Italia inseparabilmente.

Eran nove; a forza di bastonate si condussero nove contadini a scavar nove fosse nella sabbia ed una scarica del picchetto di stranieri soldati spacciò gli infelici. Il più giovane figlio del tribuno romano(68) si moveva non ben morto dopo la fucilazione ma il calcio del fucile d'un austriaco gli fracassava il cranio.

(68) Aveva tredici anni.

Bassi ed il suo compagno Pizzaghi ebbero la stessa sorte a Bologna.

Lo straniero ed il prete gozzovigliarono nel più puro sangue italiano e la iena di Roma rimontava il suo trono contaminato sui cadaveri dei cittadini suoi fatti sgabello!

Ecco la storia secolare del papato che il despotismo cerca di eternare in Italia!

Serva agli italiani questo esempio di freddo eccidio de' loro onesti e prodi concittadini e possa insegnar loro a non più lasciare la patria terra in preda allo straniero ed ai preti suoi manutengoli, assuefatti a servirsene di villeggiatura, poi devastarla e prostituirla!

Il _solitario_, col caro peso della compagna sua, vagò addolorato tra le valli del basso Po sino a che non gli rimase che a chiuderle gli occhi e pianse sulla fredda salma di lei lacrime di disperazione. Vagò, vagò per foreste e per monti, incalzato dovunque dalla sbirraglia del Papa e dell'Austria. Ma la sorte lo serbava a nuove fatiche ed a nuovi pericoli. I tiranni dell'Italia lo troveranno sul loro sentiero, sul loro sentiero imbrattato di sangue e di delitti e guai a loro! perché, codardamente fuggenti, gli lasceranno le loro mense imbandite ed i tappeti de' loro superbi palagi porteran per un pezzo l'impronta del suo rozzo calzare!

Intanto egli è a Venezia per cui tanto aveva sospirato. Le lagune coperte di gondole salutano tripudianti la camicia rossa senza macchia e senza paura, simbolo del riscatto nazionale, ma puro, ma con ferro italiano!

CAPITOLO LIV

ROMA IN VENEZIA

Eran le undici della notte. Le gondole ingombravano i canali di Venezia e la piazza S. Marco, illuminata a giorno, era sì affollata di gente, da non potersi distinguere un palmo solo del suo lastricato. Dal balcone del palazzo Zecchin, parte dell'antica Procuratia che limita la piazza a tramontana, il _solitario_ aveva salutato il popolo e quel saluto al popolo redento, alla grande mendica, all'antico baluardo della civiltà europea, alla venduta di Campoformio, era corrisposto freneticamente dalla moltitudine esultante e commossa.

Ed anche il _solitario_ era commosso e tra sé pensava: "i solchi che il despotismo lascia impressi sul volto umano, anche qui possono distinguersi. Gli antichi dominatori del mondo furon trasformati dallo straniero e dal prete mago, la cui verga tuffata nella melma d'inferno, è solo atta a cambiare il bene in male, l'oro in immondizie e le nazioni le più prospere, le più potenti, in una turba di mendichi e di sagrestani. Questa stirpe, che si dice figlia della romana, fu pure invilita, degenerata!". E lui, che tanto ama il popolo, ne piangeva nell'anima addolorata!

Il _solitario_ era commosso ma non per questo lasciava di gettare uno sguardo scrutatore sulla folla circostante. L'esperienza di cui non doveva mancare a sessantanni di una vita di tante prove lo avvisava di star cauto rispetto alla natura delle folle e degli assembramenti popolari ove nelle moltitudini si nasconde facilmente il ladro, l'assassino, la spia ed il prete, generalmente occulto sotto mentita veste. E veramente: in quella povera Venezia, surta appena dalla tirannide straniera, formicolava ancora gran parte di quella canaglia, che rende il despotismo possibile, vendendo l'anima a quattrini e molta se ne poteva distinguere da occhio esperto frammischiata al buono ed onesto popolo.

Girava dunque il suo sguardo sulla popolazione affollata il _solitario_ quando un picchio leggiero sulla spalla lo fece accorto di Attilio. "Non vedi,--gli disse il suo amico,--quel ceffo camuffato col berretto alla veneziana frammischiarsi fra quei buoni popolani veneti? Egli è facile il riconoscerlo, come la vipera tra le lucertole, la tarantola velenosa tra le formiche. Quando cotesti rettili serpeggiano nelle moltitudini non è senza scopo. È un inviato di Roma, e certo c'è del nuovo per noi. Colui è Cencio. Addio!".

I nostri lettori ricorderanno l'agente subalterno di Don Procopio, per cui Gianni aveva affittata una stanza in vista dello studio di Manlio. Costui dopo la impiccatura del padrone era stato promosso a maggiori uffici ed era agente principale di S. E. il cardinale A.... primo ministro del papa.

Cencio, una volta liberale e traditore poi avea fatto tesoro delle cognizioni acquisite tra i democratici di Roma e perciò era reputato prezioso come agente segreto dalla curia cardinalesca. Vedremo ora qual era la sua missione in Venezia.

In un salone di casa Zecchin, affollato di visitatori, risplendevano sulle venete bellezze, le tre bellissime eroine nostre, Irene, Giulia e Clelia. La gioventù veneta assuefatta a contemplare le vezzose figlie della regina adriaca rimaneva ammirata all'aspetto delle tre romane, dico: tre romane poiché Giulia, che avea sposato il suo Muzio, benché figlia affettuosa della sua bella patria, vantavasi e si compiaceva dell'adottiva sua terra chiamandosi ella pure romana.

Irene, la più attempatella delle tre, conservava ancora tanta freschezza da nascondere sotto il maestosissimo portamento gli anni che aveva di più delle compagne. La sua bellezza era tale da poter servire di modello all'artista cui piacesse ricordarci le antiche e severe matrone della Roma dei Cincinnati.

Il matrimonio nulla avea tolto alle bellissime più giovani compagne e le tre, formavano un ornamento tale nel Veneto salone da tenere, come dissi, quella gioventù sospesa in ammirazione.

Accanto a Clelia stava Muzio e la buona Silvia con lui, talché delle nostre donne mancava solo l'Aurelia. Gettata in una vita romanzesca e di avventure che mai non avea sognato, quest'ultima finì con l'avvinghiarsi al buon capitano Thompson come l'ellera alla quercia. Benché un pochino repugnante da quelle certe tempeste il cui saggio tanto l'avea malconcia, pure col suo caro leone di mare a lato i marosi le sembravano assai meno spaventevoli.

Orazio e Muzio stavano insieme in un canto del salone conversando sugli avvenimenti del giorno quando Attilio, giungendo vicino ai due amici, partecipò loro la sua scoperta ed i tre s'incamminarono giù per le scale verso Piazza S. Marco.

Non furono pochi gli sforzi dei tre amici per rompere la moltitudine ammassata sulla piazza e penetrare sino all'oggetto della loro ricerca, ma vi pervennero alfine e mentre il _solitario_ richiamato dal popolo al balcone gettava gli occhi verso il punto accennatogli prima da Attilio potè scorgere i suoi giovani amici che accerchiavano il finto popolano di Venezia.

La mano di ferro di Orazio strinse il polso dello sgherro come una tenaglia; Muzio con quel certo accento già noto al malvagio, fissandogli negli occhi i suoi occhi fiammeggianti:

"Con noi, Cencio--gli sussurrò--e tosto". Il familiare dei preti, il traditore delle Terme di Caracalla, tremò da capo a piedi, cambiò il rubicondo suo volto in quello di un cadavere e senza articolare parola seguì la via indicata da Muzio in mezzo agli altri due romani che lo spingevano avanti irresistibilmente.

CAPITOLO LV

IL GOVERNO RIPARATORE

