Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Part 13
Intanto l'ombra lunga ed opaca dei giganti della selva stendendosi verso levante annunciava il tramonto ed il sole nel suo glorioso variopinto manto stava per nascondersi oltre le onde del Tirreno quando Clelia rivolta a John che col predominio della bellezza, della bontà e della dolcezza aveva reso docile ed obbediente, e prima di sedersi l'avea incaricato delle vivande, gli disse in inglese: "Eh! amico mio, tutti questi eroi da romanzo, pare non si curino della cena e se non ve ne occupate voi credo che anche questa notte andremo a letto senza".
"Aye! Aye!" rispose l'allegro figlio dell'Oceano: ed in due salti egli arrivava a venti passi di distanza, ove gli assistenti avevano scaricato due muli che col bagaglio dei Capi portavano pure qualche cosa da mangiare.
CAPITOLO XLVIII
LA CENA CAMPESTRE
Chi è che non parteggia per la civiltà in confronto del barbarismo e della vita selvaggia? Chi non preferisce gli agi di una buona casa, fresca di state ben riscaldata d'inverno, con ogni comodo e buone vivande, un po' di superfluo alle intemperie della campagna, ai disagi e alle privazioni?
Quando si pensa: essere sì pochi coloro che godono o per meglio dire monopolizzano i benefici della società incivilita e che tanti sono i sofferenti, non si può fare a meno di dubitare: se veramente la classe povera ritrae molto profitto dalla civiltà presente. Egli è lecito chiedersi ancora, se essa può qualche volta, questa classe che pure è la maggioranza, desiderare la condizione selvaggia dei primitivi abitatori della terra tra i quali se non v'eran palazzi e cuochi, e mode, ed abiti e vivande raffinate. Non v'eran preti, birri, prefetti, esattori di tasse; non v'eran carichi insopportabili di balzelli e d'imposte, non vi prendevan i figli a servire i capricci di un despota, più o meno mascherato da liberale, col pomposo pretesto di servire la patria e di lavar le macchie delle bandiere non contaminate!
Comunque sia, una cena frugale nella foresta sulla magnifica verdura, non ancora calpestata dal piede profano e desolatore dell'uomo, seduti sui tronchi delle vecchie piante che, più del sedile, vi danno un fuoco stupendo e vivificatore, accanto poi a creature, come Clelia, Giulia ed Irene; oh! per Dio! io sono per una cena nella foresta s'anco non mi presentasse altro che frutta e caccia come qualche volta ho veduto.
Ma quella sera li c'era ben altro. Gasparo, comandante del bagaglio, e John--che ambi s'occupavano della somministrazione dei viveri--giunsero in mezzo al crocchio dei capi con una cesta ben fornita, tagliarono dei freschi ramoscelli che distesero sulle zolle verdeggianti, e vi sparsero delle vivande fredde che avrebbero fatto gola ad un Lucullo.
Alcuni fiaschi di Montepulciano e d'Orvieto fincheggiavano le vivande che condite dall'appetito, di cui erano dotati i proscritti dopo una giornata laboriosa, sparivano con una celerità sorprendente.
Giulia era in estasi! Essa per la prima volta divideva quella scena campestre in mezzo a quei cari e simpatici compagni che erano il bello ideale della sua immaginazione romantica e cavalieresca. Lì era il suo Muzio, che ella aveva indovinato sotto le vesti del mendico, che mendico essa avea amato ed ora trovava il discendente d'una nobilissima famiglia e forse il più ricco erede di Roma.
Quel sentimento dell'anima che la ravvicina come per elettrico influsso all'anima amata, innamorata! che attrae come calamità, teneva Muzio accanto alla donna del suo cuore e la custodiva e la provvedeva d'ogni cosa gradita e la beava con quello sguardo che invano l'arte cerca d'imitare e non può essere descritto che da chi ama con amore squisito, celeste, insuperabile.
Giulia trovava nuovo diletto in udire nella sua bella lingua la conversazione di Clelia e d'Irene col loro beniamino John, sempre gioviale ed interessante. Vedendo l'amica star sospesa ai loro discorsi, stuzzicarono a raccontare gli episodi della sua giovine vita di mare: le tempeste, i pericoli trascorsi, massime nel suo lungo viaggio nelle Indie ed in China che egli aveva cominciato a cinque anni.
La descrizione di John, degli uomini in China che fanno ogni servizio di donna in casa, mentre le mogli vanno in barca remando e portando in un panno dietro le spalle i bambini, faceva ridere smodatamente le belle interlocutrici e tutta la comitiva quando la traduzione ne veniva fatta da una di esse.
"La nautica professione è quella a cui il mio paese deve la sua grandezza--diceva Giulia--ed i miei concittadini l'apprezzano sopra ogni altra e l'onorano. Là, non solo nei paesi del littorale marittimo vi si fanno continue esercitazioni della gioventù, remando, addestrandosi e pericolando, ma anche nei paesi interni dell'isola, ovunque ci sia un fiume o un lago. Di lì quel semenzaio di uomini di mare che son pervenuti a signoreggiare gli Oceani. Io ho veduto, in Francia ed in Italia, i giovani destinati a divenire ufficiali di marina, passar la miglior parte della gioventù alle scuole tecniche in terra, e giungere poi a bordo oltre l'età di quindici o diciotto anni. A quell'età lo stomaco non si fa più al mare, i giovani ne soffrono le nausee e sono disprezzati dai marinai.
In Inghilterra la cosa è diversa. La gioventù destinata al mare, va a bordo all'età di cinque anni e vi fa lunghissimi viaggi, compie i suoi studi a bordo e dà al suo paese la prima ufficialità del mondo. I ricchi non ammassano moneta per contemplarla(64), ma la impiegano e pochi ve ne sono che non possiedano qualche barca grande o piccola per darsi all'esercizio di un'arte che fa la gloria e la prosperità del paese.
(64) Genova particolarmente che ha la prima marinerìa dell'Italia non ha un Yacht. Eppure v'è della ricchissima gente in quella capitale della Liguria.
In Italia voi avete marinai non secondi ai migliori di qualunque nazione ma vi mancano gli ufficiali che stieno al paragone. Aveste sempre ministri di marina che non s'intendono di mare, e quindi incapaci di stimolare una professione che può fare dell'Italia una delle più importanti e prospere nazioni dell'orbe".
L'argomento trattato da Giulia era un po' estraneo ai nostri Romani ignari delle cose di mare, essendoché i loro istitutori-preti, avendo trovato pesante il remo e le reti degli apostoli, s'eran piuttosto dati al buon tempo delle gozzoviglie per la maggior gloria di Dio.
"Anche Gasparo, il valoroso principe dei banditi, potrà contarci qualche cosa della sua vita avventurosa", disse Orazio: ed il vecchio che forse ruminava qualche reminiscenza della sua vita passata rispose: "Avventure di mare io non potrei contarne veramente, perché pochissimo vi sono andato ma in terra ne ho passata la mia parte e se non vi dà noia l'udirmi vi racconterò cose da far rabbrividire".
CAPITOLO XLIX
IL PARRICIDA
L'uomo nasce più grande in questa terra ne sono una prova i grandi delitti che vi si commettono (_Alfieri_)
"Nacqui nella piccola città di S.... nello stato pontificio non lungi dalla frontiera napoletana. I miei genitori furono gente onesta, dediti alla pastorizia, al servizio del cardinale B. Di buon'ora, custodendo le mandre di vacche, di buffali, di pecore, quasi sempre a cavallo, io, forte di costituzione, come mi vedete ancora, divenni robustissimo e destro cavaliere.
Fino all'età di diciott'anni rimasi un vero figlio del deserto non conoscendo altro affetto, che quello del mio cavallo, del mio laccio e delle mie armi, con cui ero divenuto formidabile ai cervi ed ai cignali delle foreste romane. Appassionatissimo per la caccia, esercizio confacente alla mia natura, ero capace di passare delle notti intiere in agguato del cignale nelle paludi ove esso ama avvoltolarsi nel fango; conoscevo la posta del cervo e bene spesso tornavo a casa portando sulle spalle uno di quei superbi corridori.
Un giorno, avendo lasciato il mio cavallo a certa distanza, stavo nascosto nel bosco alla posta del cervo quando un rumore si fece udire sul sentiero che dietro di me conduceva al paese. Sulle prime pensai, potesse essere una belva e tenni pronta la mia carabina; ma a misura che il rumore si avvicinava, mi sembrò udire una voce umana. Mi tenni più celato allora e attesi, finché mi comparve alla vista un giovane prete che aveva vedute alcune volte nelle mie rare escursioni alla città, il quale trascinava per mano una fanciulla sui sedici anni.
Il prete, circa ventenne, alto di statura e robustissimo, mancava d'una carabina, d'un cappello puntato e del giustacuore di guerra, per sembrare un vero e magnifico masnadiero.
La fanciulla!... perdonatemi la commozione!--e le pupille del vegliardo s'erano inumidite,--la fanciulla era un angiolo! Non so come non fui scoperto, poiché vedendola fui invaso da un'emozione, da un palpito dell'anima, sì delizioso, sì nuovo per me, che mi spinse ad involontaria esclamazione. Ma troppo erano affacendati i nuovi venuti per poter udire la mia voce nella selva. Il prete, col volto di bragia, stringeva col braccio destro la fanciulla e con tutta la sua forza cercava di trascinarla avanti, ad onta degli sforzi di lei per non avanzare.
Giunta finalmente a quei modo a venti passi dal mio nascondiglio, la coppia fermossi ed io udii distintamente la ragazza piangendo, esclamare: "Giacomo, per l'amor di Dio, lasciami! non hai vergogna di usar violenza alla tua sorella?".
"Alba--rispondeva lo sciagurato--non mi parlare così, non chiedermi l'impossibile. Alba! mia bella Alba! così bella e che io amo tanto! l'anima mia, vedi, brucia come il cratere di un vulcano!". Così dicendo la stringeva nelle nerborute sue braccia e cercava carpirle un bacio. La giovane, robusta anch'essa e animata dall'ira, si svincolava dagli osceni abbracciamenti come un'anguilla. Così durarono un pezzo ma finalmente il perverso essendo giunto ad atterrarla con uno sforzo supremo, e tenerla ferma al suolo, con un fazzoletto le andava legando le mani ad onta del pianto e delle lamentazioni dell'infelice. Né qui è tutto--continuò il vecchio corrugando terribilmente la fronte;--quel demonio trasse fuori di tasca una funicella e colla fredda e spietata tranquillità del carnefice che applica la tortura assicurò alle verdi piante le membra della vittima a cui intanto ripeteva: "Vedi Alba! che ora ti tengo?".
Alba non rispondeva perché la misera era svenuta.
Io là, a venti passi, l'ebbi più di dieci volte quell'assassino sotto la mira della mia carabina e non so perché non mandai l'anima sua all'inferno. Non avevo ancora versato sangue umano e, lo confesso, mi repugnava il cominciare.
Ma quando lo svergognato tentò andare oltre, feci un salto da tigre per raggiungerlo ed il calcio della mia carabina, come fosse una clava, lo stese sul terreno senza movimento.
Slegai la fanciulla svenuta, la presi nelle mie braccia e la portai accanto ad una corrente che non era lontana, spruzzai con acqua fresca quel volto d'angiolo, ch'io tengo qui scolpito nell'anima mia ed essa rinvenne. Rinvenne, mi strinse la mano in segno di gratitudine guardandomi commossa, esterrefatta. Da quell'istanze fu deciso il destino della mia vita, ed io amai Alba come si può amare la divinità stessa.
Il terribile sacerdote di lucifero tornando in sé ripigliò la strada di S.... imprecando e giurando vendetta contro tutto il genere umano. Chiese contezza di me e lascio pensare in quale esecrazione poi mi tenne. Forte come lui, e con anima diversa, poco lo temevo.
Ma contro di me non doveva sfogarsi la rabbia di quel mostro, bensì contro il vecchio suo genitore, testimonio più immediato de' suoi turpi tentativi. La prima vittima fu lui. Ingiuriarlo, maltrattarlo, batterlo, era poca cosa: un giorno il vecchio fu trovato col cranio fracassato sul lastrico del cortile interno di casa sua. Sarà caduto? o precipitato dal terrazzo? Il cadavere non rivelò il parricida!
Che importa al prete un delitto, s'ei lo può coprire? Non ne commette uno grandissimo, quello di mentire, dicendosi ministro di Dio coprendo quell'enorme delitto coll'ignoranza del prossimo, ch'ei deride?
La professione del prete è questa: godere e far credere alle moltitudini stupide ch'egli soffre di privazioni e di disagi.
Povero prete! Ricordo d'aver veduto un quadro in America che rappresentava un prete nella sua sala da pranzo a tavola. Vivande d'ogni specie erano imbandite sulla mensa e molteplici le bottiglie di vini prelibati. Accanto al prete stava la polputa e rubiconda sua Perpetua che egli carezzava amorosamente.
Alla porta dell'abitazione di quel gaudente giungeva un povero contadino irlandese, colla moglie che teneva un bambino sulle spalle. Tutte e tre le povere creature si vedevano sparute ed in miserabile stato. Il marito metteva una moneta nel bussolo del prete sul quale era scritto: "_Fate l'elemosina pel povero parroco_".
Non è questa la genuina storia del prete? Da una parte il godimento, l'ipocrisia e la menzogna, dall'altra l'ignorante credulità e la miseria!
Godere dunque, per chi non deve godere per legge e per i giuramenti suoi è delitto! Quindi si copra il delitto ed incesti, infanticidi ed ogni scelleraggine, ogni bruttura si tenga celata.
Io so d'un prete che vive colla sorella in termini matrimoniali e un altro ne conobbi che con maltrattamenti e battiture cagionò la morte del padre suo. E ripeto, questi sono delitti che giungono a notizia della gente. Gl'infiniti che rimangono sepolti nei penetrali della casa, nei sotterranei del chiostro e nei sepolcri chi li novera?
Una sera--continua Gasparo:--io ero seduto nel mio abituro campestre, di ritorno dalla caccia. Avevo veduto Alba la notte antecedente poiché dal giorno fatale in cui risparmiai all'umanità un incesto e che vidi per la prima volta quella stella della mia vita, raramente passavo una notte senza vederla, ad onta di tutte le precauzioni dell'innamorato suo cerbero.
Da quando seppi da Alba prevedevo bensì una catastrofe ma non così subitanea come la precipitò il parricida, mostro di lussuria, in quella terribile notte.
Ero dunque seduto nel mio abituro ed appena entrato quando si spalancò la porta ed Alba scapigliata e fuori di sé precipitossi nella stanza stramazzando ed esclamando: Parricida! Parricida!".
CAPITOLO L
IMBOSCATA
"Le parole di Alba mi avevan svelato come un lampo l'orribile delitto. La raccolsi svenuta, l'adagiai sul mio lettuccio e per la prima volta potei contemplare tranquillo tutta la soave bellezza di quella sovrana dell'anima mia! Per Dio! sentii quasi menomare il mio aborrimento per l'assassino incestuoso, parricida, alla vista di sì bella creatura! forse cagione innocente di tanto delitto!
Alba risensando non mi svelò l'autore della morte del padre, né mi favellò del fratello ed io per non svegliare in lei reminiscenze dolorose scansai sempre d'interrogarla.
Il prete però, credendomi consapevole del suo misfatto, coll'odio immenso che già mi portava e la gelosia per l'amore d'Alba, mise in giuoco tutte le trame di cui è capace un demone, per annientarmi. Non ardì accusarmi apertamente della morte del padre, ma insinuò tale sospetto tra i suoi intimi, mi tese quante insidie egli potè e mise a disposizione di sicarii per uccidermi, quanto possedeva.
Al mio aspetto benché oppresso dagli anni e da' malanni voi potete congetturare ch'io dovea essere un giovane svelto, e capace di tener testa a dieci preti. Eppure quel lucifero fu tanto astuto da tendermi un'imboscata nella quale poco mancò ci lasciassi la vita.
Invano egli aveva grassamente pagati vari sicari per farmi la pelle. Io, che sapevo di quanto era capace il mio nemico, dormivo con un occhio aperto e quando uscivo di casa avevo meco due amici fedeli, il mio _Lione_ e la mia carabina, con tutti gli accessori. _Lione_ a cento passi sentiva il rumore d'un uccelletto e cominciava a muovere la coda ed appuntava gli orecchi. Povero mio cane! egli fu vittima dell'affetto che mi portava!--e il cuore intenerito del povero vecchio l'obbligò ad una pausa finché la commozione fosse superata.--Sì, quei mostri in una mia passeggiata a S.... pervennero ad avvelenarlo.
Fra S.... e il mio abituro esistevano certi folti, certe macchie nella selva idonei ad imboscate e i sicarii vi si eran nascosti qualche volta, ma frustrati dalla mia vigilanza ed impauriti dalla mia carabina eran fuggiti al mio avvicinarsi e confessarono al prete che volean desistere dall'impresa. Così però non l'intendeva Don Giacomo: eccitati con lauti pasti e vino abbondante e guadagnati con molto denaro, una sera condusse seco i tre malandrini e venne ad imboscarsi vicino alla mia casetta, in una macchia che dava sul sentiero che io doveva percorrere.
Il mio _Lione_ era sepolto e, ad onta delle mie precauzioni, io fui sorpreso. Quattro scariche quasi simultanee partirono dalla macchia e rimbombò un furioso grido di _muori!_ degli assassini che mi corsero addosso credendomi ferito. Ma non era così: quasi per miracolo, le quattro palle mi colpirono, ferendomi molto leggermente essendo la ferita più grave quella che mi portò via questo pezzo di orecchio sinistro. Un'altra palla colpì nel davanti del mio cinto di cuoio e fracassò alcune cartuccie, la terza mi forò il cappello radendomi la testa e la quarta mi sfiorò la spalla destra cagionandomi una semplice graffiatura.
Il primo che venne a me fu il prete, con la carabina nella sinistra, e la destra armata di pugnale. Sembrava un energumeno, ma il mio tiro riuscì più efficace dei loro. Il malnato, rotolò ai miei piedi, dando un grugnito da cignale. Ne rovesciai un secondo coll'altro tiro e i due ultimi, veduta la sorte dei loro compagni e scorgendomi colla pistola in mano, pronto a scaricarla, se la diedero a gambe.
La uccisione di un prete e d'un altro assassino, in difesa della mia vita, furon le mie prime colpe. In un altro paese, facendo valere i miei diritti d'assalito, avrei forse potuto scamparla perché, sebbene non avessi testimoni, la cosa era così evidente, che difficile non mi sarebbe stato provare la mia innocenza. Sotto il governo clericale, trattandosi della morte d'uno de' suoi, era altra cosa ed io pensai bene di tenere la campagna. Allora cominciò la storia del mio così detto brigantaggio; però, vi giuro, che la morte dei tanti sgherri d'ogni specie da me spacciati fu sempre una necessità per la mia difesa.
Molti, come me maltrattati dal clericume, mi seguirono, ed in poco tempo formai una banda formidabile al punto che il governo papale trattava con me, come si suol dire, con potenza costituita e riconosciuta. Assassini e ladri di mestiere meco non ne volli mai. Gli infelici d'ogni specie eran da noi soccorsi e se si assaltavano qualche volta le autorità pretine ciò accadeva per insegnar loro a non commettere infamie ed ingiustizie.
Così vissi per molti anni, sovrano della campagna romana, più di colui che siede al Quirinale, finché i coccodrilli di quella corte astutissima, vedendo che nulla potevano colla forza, ricorsero agli inganni, e quella buona lama del cardinale A.... mio degno parente, che Dio maledica, contribuì più d'ognuno alla mia cattura, avendo io avuto la debolezza di fidarmi a lui. Così rimasi per quattordici anni in ferri.
La giustizia di Dio stenderà finalmente la sua mano su quella setta di malvagi, vero flagello del genere umano.
Nelle galere pontificie, io seppi di voi. Orazio, della coraggiosa vostra resistenza ai cannibali del Vaticano e, vi assicuro, pregavo Dio, che pria di morire volesse concedermi d'esservi compagno. La mia preghiera fu esaudita, ed altro non bramo, che dar questo resto di vita per la santa causa che voi e i vostri nobili compagni, propugnate".
Giulia, incantata dal racconto del bandito, era lì lì per chiedere un cenno della vita avventuriera d'Orazio ma girando lo sguardo sugli astanti s'avvide che la stanchezza universale e l'ora tarda facevano necessario il riposo e si astenne e contemplò curiosa i preparativi dei letti da campo.
Le verdi frasche della selva in un momento distese sulla parte più piana del sito, coperto dal secolare gigante della natura, formarono un magnifico letto per le donne, che vollero dormire insieme, ravvolte con parte dei mantelli dei loro cari. Muzio con cenno supplichevole, offerse il suo alla bella inglese, e la pagò con uno sguardo di gratitudine per averlo accettato. Frattanto Orazio ed i compagni fecero un giro d'ispezione alle guardie e sentinelle avanzate, e diedero ordini di dare la sveglia prima dell'alba.
Lì, tra quelle piante, distese sulla terra, dormivano le speranze di Roma, il risorgimento da diciotto secoli di sonno e di vergogna, l'avanzo illustre dei vecchi conquistatori del mondo anelanti d'essere accolti nella grande famiglia umana!
CAPITOLO LI
L'INSEGUIMENTO
Dio ebbe proprio a decidere così delle cose umane, che la somma delle grandezze dovesse venir ridotta al più basso delle umiliazioni. Così quella ciurmaglia che si chiama _esercito romano_ doveva tenere il posto, e il nome e calpestare il terreno dove un giorno il vero ROMANO ESERCITO dominò il mondo conosciuto. Solo il prete, lo ripeto, potè produrre tale mostruosa trasformazione.
Il generale romano, cioè straniero, al servizio del papa, giunto in Viterbo con quante forze aveva potuto raccogliere, chiamò a consiglio nel palazzo municipale gli ufficiali superiori del suo esercito pigmeo. Tra questi ultimi si trovava un maggiore, col naso enfiato, come un cocomero e coperto di striscie di cerotto. Era il famoso pugno con cui il nostro Silvio lo aveva capovolto tra le ruote della carrozza.
Costui, col volto infiammato dal vino di cui egli aveva bevuto copiosamente per coprire la sua vergogna, consigliava di marciare subito all'assalto dei _briganti_. Ma il generale più pacato opinò, che meglio sarebbe stato, muovere all'alba non essendo sicuro a quell'ora tarda di poter raccogliere i soldati, quasi tutti ubbriachi. Dopo alcune discussioni, si deliberò di seguire il parere del capo.
All'alba i campioni dell'altare e del trono suonarono a raccolta, ma ci vuol altro per mettere insieme quei coraggiosi adoratori del fiasco italiano, una parte stanchi dalla marcia forzata da Roma a Viterbo e della vergognosa scappata degli altri dal Ciminio.
Il sole già si presentava sulle vette dell'Appennino, quando l'esercito principiò le sue mosse complicate al solito di combinazioni difficili ad eseguirsi in una selva montuosa ove il capo ignorante era obbligato di servirsi di guide indigene che mal volentieri lo servivano.
I proscritti all'incontro, praticissimi, s'eran mossi all'alba e quando il sole spuntava, già dominavano il vertice del monte e potevan di là scoprire il nemico da qualunque parte si fosse avvicinato.
Orazio, cui nessuno contendeva il comando, aveva disteso circa cento dei suoi, comandati da Muzio in bersaglieri, tra i massi ed il bosco che dominavano il monte dalla parte ove si vedeva il nemico avanzare. Il resto, circa dugento, era in colonna dietro lo stesso vertice, pronti a caricare al primo cenno.
Avendo così disposto i suoi trecento, il capo fece chiamare a sé il capitano Tortiglia, e gli chiese degli Ufficiali che conducevano la colonna nemica e che si vedevano ascendere il monte, benché ancora lontani. "Chi comanda la vanguardia--disse Tortiglia--e viene avanti risolutamente è il maggiore Rascal, coraggioso ufficiale, ma un Rodomonte di prima categoria".
"Oh! se non m'inganno,--disse Silvio, che aveva puntato il binoccolo,--quegli è lo stesso che voleva ieri farsi portare il bagaglio da me; lo riconosco al suo naso impiastricciato di cerotti".
"E quell'altro?--dimandò Orazio--che viene a cavallo alla testa credo del corpo principale?".
"Prestatemi il binoccolo,--disse Tortiglia, e dopo averlo puntato sull'individuo accennato:--Oh per Dio!--egli esclama,--quegli è proprio il Generale in Capo dell'Esercito; e vedete che spunta anche il suo stato maggiore a cavallo".
"Ed il suo nome?".