Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Part 12

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E tale fu l'effetto prodotto sulle due fazioni, che stavano assise alla stessa mensa. Gli italiani ne furono edificati e con aspetto ilare e plaudente contemplarono i tre campioni dell'onore nazionale con ammirazione e gratitudine, mentre gli stranieri rimasero stupefatti per un pezzo e non poterono a meno di restare sorpresi dalla maschia bellezza dei tre e dal loro fiero contegno.

Passato quel momento, il sarcasmo straniero tornò in campo ed uno dei più giovani esclamò: "Amici un brindisi", e poiché tutti si alzarono col bicchiere in mano: "io bevo,--egli disse--, alla grande nostra fortuna, d'aver incontrato finalmente dei nemici degni di noi in questo paese".

Orazio rispose: "Io bevo alla liberazione della nostra Roma da ogni immondizia straniera!".

Le parole d'Orazio sembrarono troppo insultanti agli ufficiali e la maggior parte si levò portando minacciosamente la mano sull'elsa, ma uno fra loro più maturo di età tranquillandoli, disse: "Amici! non conviene turbare la quiete della città, dove sapete che siamo venuti per rimetter l'ordine. All'alba ci troveremo co' tre nostri provocatori; solamente bisogna assicurarsi che questi signori non vadano via nella notte, e ci privino dell'onore d'uno scontro".

"Troppo fortunata è l'occasione che a noi si presenta di combattere i nemici del nostro paese,--rispose Attilio--; perché ce la lasciamo sfuggire. Se vi garba staremo insieme tutti sino all'alba per movere uniti al luogo della pugna".

Gli stranieri chiesero della carta per scrivere i loro nomi e tirare a sorte chi dovesse combattere; tra i pacifici commensali italiani se ne trovarono tre che si offrirono di servire da secondi ai loro concittadini e quanto alle armi, siccome v'era insulto manifesto, da ambe le parti, si chiese il duello ad oltranza. A quindici passi: e al segnale dei padrini i combattenti marcerebbero ad incontrarsi, sciabola e pugnale.

I tre campioni dei preti usciti dall'urna, ossia da un cappello, ove erano stati deposti i nomi, furono un francese legittimista, uno spagnuolo carlista ed un austriaco. Il primo si chiamava Goulard, il secondo Sanchez ed il terzo Haynau.

I padrini nel resto della notte si occuparono a visitare le armi per fare in modo che le condizioni dei combattenti si trovassero pareggiate sul terreno.

CAPITOLO XLV

LA PUGNA

L'alba del primo maggio spuntava appena dall'alto della selva Cimina, oggi Monte di Viterbo; quando per la via montana che la accavalla s'internavano nella selva dodici individui, avviluppati nei loro mantelli.

Procedevano tutti in silenzio, ma quando furono su di un poggio, che domina parte della foresta, Attilio disse:

"Qui, in questa selva, si rifugiarono gli ultimi avanzi dell'indipendenza Etrusca, battuti e perseguitati dai padri nostri, i Romani, e qui in un'ultima battaglia sparì dal novero delle genti italiche il più antico, il più celebre ed il più civile dei popoli della penisola".

Il capitano Goulard, che sapeva abbastanza d'italiano per capire il discorso d'Attilio e che credette fosse a lui indirizzato: "Credo che non lungi di qui,--soggiunse--; i miei antenati Galli dessero delle famose sconfitte ai vostri padri Romani e senza le oche, a cui si raccomandarono, sarebbero scomparsi allora dalla terra".

Attilio, stizzito, ma con calma, rispose: "Quando i vostri antenati camminavano su quattro gambe per le foreste della Gallia i nostri padri, i Romani, li trassero fuori, li piantarono su due piedi, e dissero loro: "siate uomini! a loro dovete la vostra civiltà moderna e la poca gratitudine verso di essi...".

"Che mi parlate di gratitudine?--intervenne il legittimista.--Dovreste ricordarvi, che senza la Francia, questa vostra Italia una non sarebbe esistita mai e poca gratitudine dimostrate voi per tanti generosi francesi, che han seminato le loro ossa sui piani della Lombardia".

"Oh!--ripigliò Attilio con veemenza.--Noi sappiamo distinguere la Francia generosa, ed i suoi prodi, pronti sempre a spargere il loro sangue per la libertà del mondo, dalla Francia Napoleonica che si è fatta propugnatrice del dispotismo dovunque, conculcando le giuste aspirazioni dei popoli". Ma soggiunse poi dopo un istante di pausa: "del resto noi siamo venuti per combattere e non per disputare".

Il luogo che i dodici avevano raggiunto era uno di quei prati ameni che natura si compiace lasciare senza ingombro d'alberi nelle foreste e che sembra di nascosto compiacersi ad ornare con prodigalità di tutto lo sfolgorante suo lusso. Quel prato incantevole doveva servire a scene di furore, ed essere imbrattato di sangue.

Il sito era scelto, misurate le distanze, i sei padrini sgombrarono dal centro, dopo aver gettato un'occhiata agli antagonisti; pronti a corrersi addosso. Il primo e il secondo segnale erano dati e si aspettava con ansia il terzo quando uno squillo di tromba che suonava la carica si fece udire improvviso dalla stessa via percorsa dai duellanti. Quasi simultaneamente si vide una compagnia di soldati stranieri del papa seguiti dal delegato Sempronio ed alcuni de' suoi fidi ribaldi avanzarsi sul luogo della pugna.

Qui conviene confessare che, quantunque mercenarii, gli ufficiali stranieri parvero mortificati e quasi sul punto di prender parte alla difesa dei loro avversarii. Certo poi li avrebbero consigliati ed aiutati a mettersi in salvo, se la truppa guidata dal delegato avesse dato tempo a riflessioni e non fosse venuta caricando impetuosamente alla baionetta la parte italiana.

Contro gente comune, quella carica sarebbe stata decisiva e una fuga precipitosa, se fosse stato possibile fuggire, ne sarebbe stato il risultato inevitabile; ma i nostri romani erano tali da sostenere qualunque assalto per ineguale che fosse il numero. Al primo squillo essi gettarono un colpo d'occhio sugli avversarii, e riscontrarono con soddisfazione che non eran complici della sorpresa. Poi, facendo fronte agli assalitori, si ritirarono in ordine, senza precipitazione, senza sgomento, verso la selva, col _revolver_ alla mano.

La truppa, giunta sul luogo, vedendo che tra la gente che era venuta per assalire c'erano dei suoi ufficiali rimase perplessa senza sapersi che fare. Ma Sempronio che era prudentemente rimasto indietro, vedendo l'inutile risultato di ciò che chiamava il suo piano di battaglia, inferocì, gridando a tutta gola: "fuoco! fuoco! da quella parte! da quella parte!" segnando a dito i suoi concittadini del cui sangue aveva sete, e che vedea lentamente ritirarsi verso la foresta e raggiuntala far fronte alla truppa.

I soldati, come abbian detto, esitarono un momento; ma i birri che accompagnavano il delegato fecero fuoco sugli italiani, i quali sebbene fossero coperti dalle prime piante del bosco ebbero due padrini feriti, ma leggermente. Il _revolver_ d'Attilio fece immediata vendetta dei compagni feriti e la sua palla andò diritta al naso di Don Sempronio (poiché egli era un prete, vestito da birro) e gliene portò via una metà.

Fu quello un colpo da maestro; perché Sempronio con grida e lamenti che destavano le beffe, non la compassione negli astanti se la diede a gambe verso Viterbo lasciando ad altri l'esecuzione del suo famoso piano di battaglia.

Non tutti gli ufficiali stranieri erano vergognosi della brutta figura che facevano in questa circostanza: parendo evidente, che per paura di scontrarsi sul terreno cogli italiani, essi avessero preparato la sorpresa della truppa. La sorpresa era dovuta ad un maneggio del delegato di polizia che dalle sue spie, aveva conosciuta la presenza dei tre capi proscritti ed avea preso le sue misure per assicurarne la cattura, sperando con questo di meritarsi un berretto di cardinale.

Ma, come dicemmo, non tutti gli ufficiali erano scrupolosi come i sei duellisti (e non lo era certo il capitano Tortiglia, comandante la compagnia di spedizione, carlista sfegatato). Allettato da un'impresa che credeva facile, contro pochi proscritti, si accinse ad inseguirli nel bosco col maggiore accanimento.

Fin che durarono le cariche, i nostri amici che avevano pregato i due feriti d'inselvarsi, tennero testa agli assalitori; ma scarichi i revolver, furono obbligati a ritirarsi davanti ai soldati, che il comandante eccitava, spingeva, trascinava alla difficile impresa. Il capitano Tortiglia ripetendo ad ogni istante dei "_Voto a Dios!_ e dei _Caramba!_"(61) continuava tenacemente l'inseguimento e giurava impadronirsi di quei malviventi, cattura che sperava gli avesse a fruttare non piccola onorificenza dal governo dei preti. Però, Orazio, si ricordò che aveva seco l'inseparabile corno, lo trasse fuori e cominciò a ripetere alcune note che già udimmo al suo arrivo al castello di Lucullo. Non appena aveva egli cessato di suonare, che da ogni parte della selva s'udì un fracasso come di torrente che si fa strada fra i diruppi e le piante a precipizio.

(61) _Voto a Dios, Caramba_, giuramenti spagnuoli.

Erano i compagni di Orazio e parte dei trecento che riuniti nella selva Ciminia dopo i fatti accaduti nella campagna di Roma stavano in attesa dei loro Capi, allontanatisi per alcuni giorni con missioni importanti.

Chi precedeva la banda or giunta sulla scena d'azione e la capitanava erano, niente meno che Clelia e Irene, or nuove amazzoni in cerca della pugna. Al loro fianco stava l'intrepido John, bramoso di menar le mani in sì bella compagnia.

I proscritti non fecero fuoco, ma, innestate le baionette alla punta delle loro carabine, cacciarono i mercenarii stranieri al grido di _Viva l'Italia!_ spingendoli rovinosamente dinanzi a sé, con furia uguale a quella di montano torrente che seco travolge ciotoli e rottami. I soldati impauriti dall'irrompente tempesta, se la diedero a gambe, non curando le minacce e le sciabolate dei loro ufficiali, che invano cercavano di trattenerli.

Il capitano Tortiglia non mancava di coraggio e poiché s'era spinto alla testa de' suoi era ora rimasto l'ultimo. Convien dire puranco ad onor suo ch'egli era mortificato e sdegnoso di fuggire correndo, quando fu raggiunto da Attilio, il quale gli intimò la resa.

Tortiglia, gridò, morrebbe prima di arrendersi, onde l'italiano allora attortigliatosi il mantello al braccio sinistro, allontanò con quello la spada del capitano e gli si avventò addosso col pugnale nella destra. Lo spagnuolo, che era piccolo di statura ma agile e svelto, lottò, dimenossi per un pezzo; ma l'artista lo sollevò da terra e stizzito dalia resistenza di quel fantoccio che ei non voleva uccidere lo gettò con impeto contro il suolo, come fosse un sacco di stracci. Fu ventura per Tortiglia che il suolo era erboso se no, l'arte d'Esculapio non sarebbe bastata ad accomodargli le ossa sconquassate.

Non oltre il limitare della selva i proscritti perseguirono la truppa, salutandola con alcuni tiri per toglierle la voglia di voltarsi indietro, poi, medicati alcuni feriti d'ambo le parti, inviati a Viterbo sotto la scorta dei soldati prigionieri, gli stranieri feriti, internarono nella selva i propri. Il capitano Tortiglia trattennero solo, più per ostaggio che come prigioniero.

Clelia e Irene furono festeggiate da tutti per la loro bravura e Muzio, dopo avere baciato loro la mano con affetto, manifestò la propria riconoscenza ed i propri sentimenti in questa guisa: "Coraggiose e degne figlie di Roma, siate benedette per l'esempio che avete dato non a questi prodi compagni che non ne abbisognano, ma agli infingardi d'Italia che aspettano la manna dal cielo e dai nemici la loro libertà. Essi non si vergognano di piegare dinanzi alle esigenze di un tiranno straniero, di rinnegare la loro Roma, Metropoli naturale d'Italia, votata Capitale dal Parlamento, e voluta dalla Nazione; e non si vergognano di lasciarvi quel pandemonio di preti, flagello ed onta del genere umano.

Alle donne! sì alle donne toccherà di lavare tanta vergogna, giacché gli uomini non ne sono capaci".

Era giunto Muzio a questo punto del veemente suo discorso in onore del bel sesso, quando un'apparizione di donna, come discesa dal cielo, col volto e col portamento di un angelo, apparve agli occhi suoi sul sentiero di Viterbo e a quella vista tutta l'eloquenza del giovane romano svanì ed egli rimase come una statua contemplando l'adorata sovrana del suo cuore.

Ma la stupefazione di Muzio, fu meno osservata della corsa precipitosa di John verso la bella sua padrona. Questi, lasciata andare per terra la sua preziosa carabina, che non avrebbe abbandonata per tutto l'oro del mondo in altra circostanza, correndo e saltando, in un istante raggiunse Giulia, le prese la mano, la coprì di baci e lagrime di gioia si videro sgorgare dai suoi occhi. Poverino! In quella carissima donna si riassumevano per lui mille affetti e ricordi di famiglia, d'amici e di patria!

Giulia amorevolmente baciò in fronte il giovane inglese, poi Clelia e Silvia l'abbracciarono con singolare espansione, e la presentarono ad Irene di cui Giulia non ignorava la romantica storia e tanto desiderava di conoscerne l'eroina.

I prodi militi della libertà di Roma, obbliando un momento la disciplina, si affollarono intorno alla bellissima figlia d'Albione e se non la coprirono di carezze almeno poterono bearsi nella sua contemplazione.

CAPITOLO XLVI

LA QUERCIA ANTICA

Dopo le accoglienze d'Attilio e d'Orazio, il suo forte liberatore, Giulia si occupò un poco anche del suo amante, che in tanta confusione era rimasto alquanto eclissato e confuso.

Muzio anche da mendico avea sempre tenuto quel decoro e quella pulitezza della persona, che il ricordo de' suoi natali gì'imponevano, pur nondimeno Giulia lo complimentava ora sulla sua eleganza, complimento che non aveva potuto fargli all'albergo della Luna, per le circostanze da noi conosciute.

Veramente la condizione dell'ultimo rampollo della famiglia Pompeo, s'era migliorata assai in questi ultimi tempi. Siccio, quel fedelissimo ed amoroso servo che lo aveva raccolto bambino, salvato e nutrito con tanto affetto, era morto ed avea, pria di morire, trasmesso al cardinale F... zio la storia e una copia dei titoli del suo giovine padrone. Il prelato avea tosto dato ordine al suo procuratore di mettersi in relazione con Muzio, fornirlo di quanto abbisognava e procurare di tirarlo all'ovile. Il cardinale lo aveva incaricato pure di fargli sapere che nel suo testamento lo avrebbe fatto padrone degli immensi suoi beni e rimesso anche in possesso di quelli del padre, fraudolentemente passati nelle ugne dei Paolotti avoltoi.

Tutto questo rasserenarsi dell'orizzonte del nostro mendico, era dovuto poi al cambiamento di temperatura politica, occorso verso la fine del 1866, in cui gli Italiani, sebbene in modo indecoroso, rientravano in possesso di casa loro. Non era indifferente per il cardinale A... il poter dire "anch'io ho un nipote liberale(62) e di prim'ordine" e per questo cercava l'amistà di quel nipote.

(62) Non più _libertino_ come prima ci chiamavano i preti.

Giulia contemplava la trasformazione degli abiti di Muzio con commozione. Pure ella che tanto lo aveva amato mendico avrebbe quasi desiderato fosse rimasto lo stesso. Muzio non favellò, ma prendendo la mano di Giulia, v'impresse un bacio, nel quale versò tanto affetto e tanto cuore che la penna non potrebbe descrivere e solo donna innamorata può comprendere.

Clelia ed Irene alla lor volta erano pur felici nel riabbracciare i loro cari, e la gioia era dipinta su tutti quei giovani volti.

È forza confessarlo. Nemico del sangue come io sono pure trovo che il giorno d'una vittoria è inebbriante e, come ogni altro, io stesso ne ho assaporato la selvaggia letizia. Poco importano, il terreno seminato di cadaveri, le grida dei morenti e la spossatezza propria. "Siam vincitori! Abbiamo fugato il nemico!" e tutti i crocchi s'incontrano, si stringono allegri la destra e si fan festa.

"I fratelli hanno ucciso i fratelli"(63) ma che importa in quel momento se siamo vincitori?...

(63) Manzoni

Bisogna che i popoli diventino assolutamente fratelli.

Sotto una quercia annosa, sulle vergini, verdeggianti zolle della foresta, sedevano i capi e con loro quelle preziose donne che la sorte come per incanto avea riunite così attraenti, così belle, spiranti gioia ed amore, diffondendo intorno un'atmosfera balsamica di paradiso.

Oh! Manlio perché non sei qui a bearti nell'adorazione de' suoi cari? tu ne abbozzeresti il gruppo, che l'arte tua, lo scalpello vivificante, animerebbe ma non potrebbe uguagliare.

Silvia fu la prima a rompere il silenzio, dimandando con titubanza a Giulia:

"E Manlio, ove l'avete lasciato?". "Manlio,--ripose la bella inglese -; trovasi col Solitario e l'ho lasciato in florida salute colla promessa di recargli presto notizie vostre".

"E qual è l'opinione del _Solitario_ circa alle cose di Roma?" chiese Attilio.

"Egli,--rispose Giulia--, approva il nobile contegno dei pochi romani che mantengono il decoro del paese molestando il Governo dei preti e protestando dinanzi al mondo: che quell'abbominazione non è più possibile, né con temporale né con morale autorità. Egli applaude alla longanimità con cui avete sin'ora sofferto e taciuto per non turbare l'andamento dell'unità nazionale e non dare agli stranieri pretesto a creare degli imbarazzi. Nello stesso tempo egli è dell'opinione che, ove il Governo Italiano continui a stare in ginocchio ai piedi del despota della Francia e si ostini per fargli piacere a rinnegare la capitale d'Italia e mantenervi i preti tocchi a voi a decidere la questione colle armi, persuaso che ogni uomo di cuore in Italia vi debba sostenere".

"Sì--disse Muzio, che ruminava tra i denti da un pezzo la parola longanimità.--Si! la pazienza è la virtù del somaro e noi Romani per averne avuto troppa siamo stati e siamo bastonati. Ed è una vergogna avere tollerato per tanto tempo la più degradante delle caste! e d'averla tollerata padrona!".

"Ed è lontana quell'isola solitaria? Non ci potremmo andare noi stessi a passare alcuni giorni?" disse la buona Silvia ricordando il caro compagno della sua vita e solleticata forse da un geloso pizzicore rispetto all'Aurelia.

"Niente di più facile", rispose Giulia, a cui era diretta la domanda. "Vicini alla frontiera come siamo noi potremo varcarla, dirigerci a Livorno ove stanzia la _Clelia_ e di là veleggiare per l'isola che non è lontana.

"Io devo parteciparvi poi" (e questo riuscì gradito alla Silvia) "il matrimonio del capitano Thompson con Aurelia celebratosi nella Solitaria con semplice e patriarcale cerimonia perché là non vi son preti".

"Per la grazia di Dio!" interruppe Orazio, come in un soliloquio; poi sollevandosi su tutta l'atletica persona gettò lo sguardo verso l'estremità del bosco dal lato di ponente ed esclamò: "ma qui abbiamo gente nuova". E veramente si vedeva avanzare verso il loro gruppo un agile e robusto giovane, accompagnato da una donna a un di presso dell'età sua ma sulla cui fisionomia, malinconicamente bella, scorgevansi le traccie di patite sventure.

I nuovi arrivati eran Silvio e la sua Camilla. Il nostro cacciatore, dopo che la banda decise d'abbandonare la campagna Romana per passare a tramontana della Metropoli, volle dare un ultimo addio all'infelice sua donna che egli non poteva ristarsi dall'amare. Tornò dunque alla casa Marcello, fu accolto al solito da Fido e da Marcellino e trovò ancora la Camilla inginocchiata sulla tomba del genitore.

"Un delitto altrui può dunque così precipitare nell'afflizione per tutta la vita una povera creatura?" pensava tra sé Silvio addolorato, contemplando la prostrata giovane. "Oh Dio! rendimi la stella della mia vita!" quasi istintivamente egli esclamava fissando lo sguardo al cielo; e lei volgendosi all'esclamazione che fece vibrare le più intime fibre dell'anima sua fu in un momento nelle braccia di Silvio. Ambedue col volto nascosto nel seno l'uno dell'altra, piansero dirottissimamente ed a lungo senza poter scambiare una parola.

CAPITOLO XLVII

L'ONORE DELLA BANDIERA

I nuovi arrivati furono accolti amorevolmente e le donne che conoscevano le sventure della giovane la colmarono di carezze.

Camilla conservava ancora qualche cosa di solenne, resto dello stato di demenza in cui era rimasta tanto tempo, ma pure era tornata in senno. Un rivolgimento miracoloso, operato dall'apparizione subitanea dell'uomo del suo cuore, quell'esclamazione di Silvio a cui accennammo sopra, e finalmente quella piena di commozioni e d'affetti risentita nell'amoroso abbracciamento, avean trasformato in un essere nuovo e risanata la povera giovane.

"Io sono passato per Viterbo" disse finalmente Silvio ad Orazio, "e vi ho veduto un finimondo, che è impossibile esattamente descrivervi: I cittadini che gli affari o la necessità fanno uscire di casa non camminano più, ma vanno correndo per le strade, e cercano rifugio quando s'imbattono nella soldatesca. Le truppe, rinforzate da forte distaccamento venuto da Roma, hanno smessa la paura che li trasportò fuggendo dalla selva Ciminìa e vogliono infilzare quanti italiani vi sono sulla superficie della terra. Per attuare il loro bellicoso disegno, hanno cominciato a saccheggiare alcune botteghe e magazzini di vino ove si sono ubbriacati a morte. Le autorità pretine che volevano arginare quel torrente di canaglie furono prese a calci di fucile e fugate verso Roma coi loro sgherri che non torneranno per un pezzo"

"I nuovi rinforzi arrivati, gridano: che l'onore della bandiera è stato macchiato e che bisogna lavarlo".

L'onore della bandiera! ciò mi ricorda la velleità di certa nostra vicina Repubblica, che dopo aver violato infamemente il nostro territorio, impadronitasi per inganno del principale nostro porto di mare, attaccata proditoriamente la nostra capitale e ricevute delle meravigliose botte, gridava: al tradimento! ed al macchiato onore della bandiera!

"Infine,--ripigliava Silvio--: quel tramestio mi ha facilitato il poter indagare innosservato ogni cosa e il potermela svignare verso di voi. Soltanto, aggiungeva, mi è successo un episodio curioso e che ben poteva impedire la mia venuta. Mentre passavo davanti all'Albergo della Luna, da una carrozza scendevano alcuni ufficiali nuovamente arrivati da Roma ed in tanta confusione non trovando domestici per portare il loro bagaglio uno di loro venne a me e gridandomi: _coquin!_ e non so che altro mi prese per il petto e voleva trascinarmi verso la vettura.

Per fortuna, io avevo fatto un segno a Camilla di precedermi. Il primo pensiero, fu quello di metter mano al pugnale. Ma mi trattenni e, strappando la sua mano dal mio petto, gli aggiustai sul muso tale un pugno che andò a ruzzolare tra le ruote del veicolo senza più articolar parola. Come ben capite, io non rimasi a raccogliere gli allori della vittoria e con quel passo che ben conoscete raggiunsi la mia compagna e senza voltarmi indietro presi la via della selva".

L'ilarità dell'uditorio e qualche "bravo, Silvio!" fecero eco al racconto del cacciatore, che riprese ancora dicendo:

"Badate che non dobbiamo rimaner qui con troppa sicurezza, giacché non dubito che domani al più tardi avremo sulle braccia la intiera masnada degli stranieri".

"Qui in questa selva--disse Orazio--noi terremo testa all'intero esercito del Papa. Qui gli antichi Etruschi dopo essere stati disfatti in battaglia campale dai Romani nella pianura, fecero fronte per molto tempo ancora alle legioni vittoriose.

Non pensano certo gli assalitori,--egli soggiunse--: che non siamo più in pochi, e che abbiamo giù le nostre donne da proteggere!".

"Ehi!? che donne da proteggere?--esclamò Irene con ironia--avete scordato presto, signor Rodomonte che queste stesse donne oggi hanno protetto voi!".

E lì uno scoppio di risa ed un affettuoso bacio sulla mano della sua cara dal coraggioso sovrano della foresta.