Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico

Part 11

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Giulia, la bella viaggiatrice, l'antiquaria, l'artista, l'amica della libertà italiana, fu incantata di trovare tanta semplicità di costumi in quella buona gente e: "per me accetto volentieri la gentile vostra offerta--soggiunse--e siccome odo da voi che il padrino deve essere il capitano della nave lo consulterò e se consente, saremo a disposizione vostra".

Chiamato il capitano Thompson, Giulia spiegò la cosa al bravo marinaio, al che Thompson rise graziosamente e rispose con garbo alla sua signora che sarebbe ben onorato di poterla accompagnare tanto più colla prospettiva d'aver a diventare suo compare.

Detto fatto! Dopo che Thompson ebbe dato i suoi ordini al Muto(54) s'imbarcarono tutti, dirigendosi a Capo-Liberi,

(54) Secondo il comando.

Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta dell'invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!

La festa per essere più semplice che nella capitale non fu meno splendida e più lieta per la cordiale e patriarcale semplicità di quei buoni abitanti. Tutti parevan contenti e felici e il capitano Thompson, benché un po' confuso, era in un vero paradiso. Onorato del braccio di quella cara e bellissima creatura ora divenuta comare sua egli più nulla udiva, né vedeva, tanto che incespicò lungo la scabrosa via del villaggio che conduce alla chiesa e senza l'aiuto efficace del braccio di Giulia, egli certamente andava ad infrangere il suo bompresso(55) sul lastrico d'irregolari macigni che ivi formavano mosaico.

(55) Albero inclinato sul davanti della nave.

Per buona sorte Giulia non era confusa come il nuovo compare e col contegno suo freddo ma dignitoso, rimise alla via(56) l'andatura del capo marino il quale dappoi, temendo qualche nuova secca da prora(57) e per non ripetere il grottesco primitivo scappuccio contava camminando tutti i ciottoli della via. Così si giunse al tempio.

(56) Termine di mare. (57) Da prora, davanti.

Quivi Thompson fece buona figura: Un po' noiato dalle superflue cerimonie egli non dié segno d'impazienza e la noia in parte gli venne compensata dal piacere di sorreggere il suo nuovo figlioccio, un grosso e ben formato bimbo, che nelle robuste braccia del capitano sembrava però leggiero come una piuma.

Terminata la cerimonia, la brigata riprese la via della casa del compare, ove un lauto banchetto stava preparato e dove l'eccellente vino di Capo-Liberi era destinato a riportare i maggiori e ben meritati onori.

Il capitano Thompson si contentò di farne gli elogi perché dovendo ricondurre la signorina a bordo, e ricordandosi di quella tale inciampata, credette indispensabile il mantenersi moderatissimo.

Un altro motivo, diciamolo pure, trattenne il capitano Thompson da certe indulgenze che la professione sua qualche volta permette: ed era, il desiderio di piacere alla Aurelia. Quella buona signora, benché non più sul fiore degli anni, si manteneva abbastanza fresca e grassetta, poi piena di gratitudine alle attenzioni che il capitano le avea prodigate in quel finimondo di tempesta pareva corrispondere un po' ai segni di simpatia non cortigianeschi, ma leali ed aperti dell'inglese il quale ripeteva tra sé stesso un adagio spagnolo imparato a Cadice:

_Tiempo d'hambra no hai pan duro_(58).

(58) In tempo di fame non c'è pan duro.

E tutto andò perfettamente per i nostri quasi-naufraghi della _Clelia_, giacché, per lupo di mare che uno sia, la terra co' suoi divertimenti, ed i suoi agi è sempre preferibile ad una tempesta marittima. Giulia andava in estasi dinanzi alla semplicità antica di quegli eccellenti ospiti; Manlio, meditava il concetto di un gruppo in marmo per il suo arrivo in Roma, che rappresentasse la bellissima Giulia sostenente il suo compare barcollante e in procinto di dare del naso in terra. Aurelia e Thompson avean dimenticato la natura intiera tormentati da certo pizzicore, le cui espressioni erano occhiate incendiarie. Così retrocedevano a bordo, accompagnati dall'intiero villaggio con suoni ed evviva generali.

CAPITOLO XLII

LA SOLITARIA

Nell'arcipelago italiano, che comincia al mezzogiorno colla Sicilia, e termina a tramontana colla Corsica, trovasi un'isola quasi deserta. Composta di puro granito, le sue sorgenti d'acqua dolce sono stupende benché non siano in estate abbondanti. L'isola è ricca di vegetazione, non d'alto fusto, non concedendolo le buffere, che la spazzan via senza misericordia. Il guaio dei venti quasi continui e troppo forti vi produce il beneficio della salubrità dell'aria. I cespugli surti nell'interstizio de' massi, sono tutti aromatici; e se ospite su questa terra deserta tu accendi il fuoco senti la fragranza dei rami bruciati imbalsamare l'aria.

Il poco bestiame che pascola, vagando per i dirupi, è basso di statura, ma robustissimo. Così i pochi suoi abitatori, i quali vivono non splendidamente ma in un'abbondante agiatezza, coi prodotti della pesca e della caccia, un po' coll'agricoltura, e molto mercé la generosa provvidenza d'amici che dal continente inviano il necessario.

Il numero ristretto degli abitanti rende superflui Governo e Polizia. L'assenza dei preti è la maggior benedizione dell'isola. Dio vi si adora come si deve, col culto dell'anima, senza sfarzo, nel grandioso tempio della natura che ha il cielo per volta e gli astri per luminari.

Il capo della famiglia, che primeggia in quell'isola, è un uomo come gli altri, colle sue fortune e i suoi malanni. Ebbe la sorte di servire qualche volta la causa dei popoli servi come qualunque mortale, ha la sua dose di difetti. Cosmopolita, egli ama però svisceratamente il suo paese, l'Italia, e Roma, con idolatria. Odia i preti, come istituzione menzognera e nociva, ma il giorno in cui spoglino il lor carattere, malignamente buffone, e tornino uomini, egli è pronto ad accoglierli e perdonare i loro errori passati. Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti, come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati malfattori, ladri e assassini; e considera i preti quali assassini dell'anima, peggiori degli altri.

Egli ha passato la sua vita colla speranza di vedere nobilitata la plebe e ne ha propugnato dovunque i diritti e sempre. Ma con rammarico confessa pure che egli è rimasto in parte deluso poiché il plebeo innalzato dalla fortuna a più alto stato, ha patteggiato col dispotismo ed è diventato peggiore forse del patrizio.

Per questo non dispera del miglioramento umano; si duole soltanto di vederlo progredire lentamente.

Per lui, i peggiori nemici della libertà dei popoli, sono i dottrinari democratici o repubblicani, che hanno predicato e predicano le rivoluzioni per mestiere e per avanzamento proprio e ritiene sian stati loro che hanno rovinato tutte le Repubbliche, non solo, ma screditato il sistema e il nome repubblicano. Cita ad esempio le grandi e gloriose Repubbliche Francesi, quella dell'ottantanove particolarmente, la cui memoria s'adopera dal despotismo come spauracchio contro coloro che predicano la bontà e l'eccellenza di una tal forma di reggimento.

Quanto a lui, crede che Repubblica sia: "il governo della gente onesta" e lo prova: accennando alla caduta delle Repubbliche quando i cittadini sprofondandosi nel vizio, hanno cessato di esser virtuosi. Non crede però alla durata del governo Repubblicano composto da cinquecento individui.

Egli è d'avviso che la libertà d'un popolo consista nella facoltà di eleggersi il proprio governo. Questo governo, secondo lui, dev'essere dittatoriale, cioè d'un uomo solo. A questa istituzione dovette la propria grandezza il più grande dei popoli della terra.

Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!

Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura, e solo in caso straordinario, come quello di Lincoln nell'ultima guerra degli Stati Uniti, consentirebbe la proroga. In nessun caso accorderebbe ereditario il potere.

Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del Governo veramente voluto dalla maggioranza della Nazione, qualunque esso sia, equivalga alla Repubblica, come avviene, per esempio, del Governo Inglese.

Giudica il sistema presente Europeo un bordello e i Governi tutti colpevoli dello scandalo perché tutti, anzi che cercare la prosperità dei popoli non fanno altro che assicurarsi nella loro posizione di despotismo mascherato od aperto. Di qua gl'immensi eserciti stanziali di truppe, d'impiegati e di birri che divorano la produzione del paese senza faticare, con rinascente appetito e senza produrre altro che corruzione.

E la parte più improduttiva e prava della Nazione non si contenta di consumar per uno co' suoi vizi, le sue lussurie ed il suo sfarzo, ciascuno vuol consumare per cinquanta.

Così la parte laboriosa del popolo è caricata d'imposte e priva della miglior gioventù che si strappa dai campi e dagli opifizi per l'esercito col pretesto della difesa della patria, ma in realtà per sostenere un sistema di Governo mostruoso. Le campagne abbandonate e sterili e le popolazioni malcontente ed immiserite ne sono il finale risultato

Prova che l'Europa è scelleratamente governata, si è pure lo stato di guerra quasi continuo in cui essa si trova sotto uno od altro pretesto. Colpa e vergogna questa poiché se i popoli fossero ben governati non avrebbero bisogno di uccidersi reciprocamente per intendersi.

Date un'Unione europea delle nazioni con un rappresentante per ciascuna e uno statuto fondamentale il cui primo articolo suoni: "La guerra è impossibile" ed il secondo: "Ogni lite fra le Nazioni sarà liquidata dal Congresso". Ecco veramente la guerra, flagello e vergogna umana, divenuta impossibile. Allora non più eserciti permanenti ed i figli del popolo che si guidavano al macello, coi boriosi nomi di patriottismo e di gloria resi alle loro famiglie ed ai campi, che fecondati col lor sudore, contribuirebbero davvero a migliorare la condizione generale delle nazioni.

Ecco quali sono le credenze del _solitario_, e confesso anche la mia.

Quest'isola era il luogo di rifugio, che Giulia avea scelto, d'accordo con Manlio, per i fuggitivi suoi amici. Ma poiché erano rimaste Clelia e Silvia senza poter raggiungere lo Yacht, essa avea modificata tale decisione a questo modo: si visiterebbe cioè l'isoletta per prendervi parere ma si tornerebbe sul continente per aver notizia del resto della famiglia.

CAPITOLO XLIII

IL SOLITARIO

Era una di quelle aurore che ti fan dimenticare ogni miseria della vita per rivolgerti tutto intiero alle meraviglie colle quali il Creatore ha fregiato i mondi. L'alba primaverile che spuntava dall'orizzonte, così graziosamente tinta dei bellissimi colori dell'Iride, t'incantava. Gli astri minori impallidendo erano scomparsi nella brillante atmosfera di luce del grandissimo benefattore della natura, e l'aura mediterranea che appena increspava l'onde, ti dilatava il cuore.

Con tinta cenerognola usciva l'Isoletta dall'onda all'Occidente, e la Clelia spinta da leggerissima brezza da Levante, lentamente s'avvicinava.

Partito il giorno antecedente da Porto Longone lo Yacht aveva avuto un traversata felice e breve, con molta soddisfazione dei passeggieri romani in ispecie ed in quella bellissima mattinata primaverile esso spuntava dalla punta settentrionale dell'isola già a vista degli abitatori.

L'arrivo dello Yacht della bella Giulia era sempre una festa per gli abitanti della Solitaria, che già lo avevano veduto altre volte e lo conoscevano perfettamente. Tutti corsero alla marina festosi ad accogliere la cara ospite, seguiti pure dal vecchio capo della famiglia che per gli anni e i malanni divenuto lento seguiva da lontano la giovine e svelta brigata.

Giulia con Aurelio e Manlio scesero sulla spiaggia, ed ebbero oneste e liete accoglienze da ognuno. Giulia presentò ai suoi amici gli ospiti Romani e tutti insieme salirono verso l'abitato.

Giunti in casa--e dopo qualche riposo--il _Solitario_ impaziente chiese a Giulia:

"Ebbene, quali nuove dalla nostra Roma? Sono gli stranieri fuori? Ed i preti quando lasceranno respirare quelle infelici popolazioni che tormentano da tanti secoli?".

"Le loro miserie non son finite ancora",--rispose la bella Inglese--"e chi sa quando lo saranno! Gli stranieri si sono ritirati veramente, ma altri stranieri peggiori dei primi si assoldano ed il Governo del vostro paese spudoratamente si accinge a sostituire soldati italiani a soldati stranieri nell'infame incarico di mantenere nel servaggio del prete gli infelici Romani".

E riprendendo, Giulia continuava: "io, Inglese di nascita, ma italiana di cuore, mi vergogno nel dirvelo: Roma non sarà più capitale d'Italia! Il governo vi rinuncia ed il Parlamento sancisce quest'atto nefando per compiacere alle voglie liberticide del Bonaparte".

"Oh! vituperio dell'età moderna--esclamò il _Solitario_--Italia! un dì emporio di tutte le glorie! oggi di tutte le vergogne! Giardino del mondo un giorno, oggi cloaca! Oh! Giulia! un popolo disonorato è popolo morto! Io quasi dispero dell'avvenire di tal gente!". Ed una lagrima rigava la guancia arrugata del vecchio avanzo di molte patrie battaglie.

CAPITOLO XLIV

IL 30 APRILE

Sull'albeggiare del 30 Aprile 1848 un sergente straniero era condotto in prigione alla presenza del comandante il Gianicolo. Caduto in un'imboscata di romani, durante la notte, quel soldato, cui i preti avevano dato ad intendere che i difensori di Roma eran tanti assassini, giunto che fu alla presenza del capo s'inginocchiò, e chiese la vita per amore di Dio(59).

(59) Storico.

Il comandante porse la destra al giovine straniero e lo sollevò di terra, lo confortò amorevolmente, quindi "Buon augurio!" esclamò il guerriero italiano, rivolto ai circostanti. "Buon augurio! la burbanza straniera prostrata davanti alla maestà romana, è indizio certo di vittoria!".

E veramente, quell'esercito straniero, che sbarcato a Civitavecchia, se ne era con fraude impadronito, e col fallace titolo d'amico, s'avanzava su Roma, beffandosi della credulità come della bravura del nostro popolo, ben caramente ebbe a pagare le sue millanterie, e rotto in fuga dai militi cittadini della Metropoli, dovette ripigliare vergognoso la via del mare.

Il 30 Aprile, giorno glorioso per Roma, non era dimenticato sui sette colli ma come festeggiarlo in presenza di tanta sbirraglia? Né in Roma soltanto, ma in tutte le città ancora soggette al Papa, rinasceva costante il desiderio di festeggiare l'anniversario della propria liberazione. A Viterbo, dove sappiamo che al tempo del nostro racconto non c'erano truppe, la popolazione avea divisato di festeggiare il 30 Aprile, come anniversario della cacciata dello straniero, e preparativi acconci furono fatti. Ma, se non v'eran truppe, non mancavano spie ed il Governo di Roma fu informato d'ogni cosa.

Il Comitato Viterbese per la festa avea fissato un programma che stabiliva: dopo il meriggio i lavori fossero sospesi, la gioventù in abito di gala si riunisse sulla piazza della Cattedrale con nastro tricolore al braccio sinistro, di là movesse in processione verso la porta Romana, per ivi dare un saluto alla vecchia matrona dell'orbe ricordando il valore de' suoi cittadini in quel giorno glorioso.

Il governo di Roma, spaventato dalla notizia di tale avvenimento, diede ordini ad un corpo di nuovi soldati stranieri, da poco tempo al soldo dei preti, di marciare in fretta su Viterbo, per reprimere la dimostrazione a qualunque costo.

Or, mentre il paese festoso, quasi dimentico del lungo servaggio, si abbandonava alla gioia, e la gioventù dopo aver fatto solenne saluto di porta Romana, a dispetto delle autorità pretine passeggiava in buon ordine preceduta dalla banda che suonava inni patriottici; mentre le signore, sempre più ardenti degli uomini quando si tratta d'atti generosi, acclamavano dai balconi, e sventolavano graziosamente fazzoletti tricolori ai passanti; mentre infine la città intiera, che i preti come tutte le altre avean tenuta nel lutto, si destava alla gioia di un ricordo glorioso dalla stessa porta Romana, spuntava la testa di colonna del corpo straniero, e con baionetta in canna, e a passo di carica invadeva la via principale della città, ove ancora si trovavano viterbesi festanti.

Un delegato di polizia, che con alcuni birri precedeva i mercenarii impose al popolo di ritirarsi. A quell'intimazione risposero fischi solenni ed alcune pietre ben dirette fecero fuggire il delegato ed i suoi compagni, che rannicchiandosi fra la soldatesca, gridavano a squarciagola: "caricate quella canaglia! Fate fuoco per Dio!". Il comandante di quella ciurmaglia, che voleva guadagnarsi qualche cindolo e sapeva che facendo macello del popolo si metteva sulla vera via per ottenerlo, persuaso ancora che giovasse aizzare i suoi cagnotti contro i cittadini, acciò che l'odio reciproco tra loro non si raffreddasse, ordinò tosto la carica alla baionetta.

I Viterbesi, che come tutte le popolazioni Romane, avevano ordine dai comitati rivoluzionari di non muoversi e quindi non eran preparati alla pugna. Si dispersero per le vie traverse, il che venne loro facilitato dalla incipiente oscurità della sera, e dal subitaneo spegner dei lumi, che le donne come per incanto, eseguirono dovunque.

La carica dei mercenarii non ebbe sfogo che contro alcuni cani e somarelli di campagna che si ritiravano a casa e non s'udiva altro che un grande abbaiare dei primi ed un urlar dei secondi, perseguiti colle baionette alle reni dai valorosi campioni delle sottane.

Eran circa le 10 della sera e tutto era tranquillo in Viterbo. La truppa aveva formato i fasci sulla piazza principale, riposandosi sugli allori dalle fatiche e vittorie del giorno. Dei cittadini, ritirati nelle loro case, non se ne incontrava uno solo per le strade. Al grande Albergo della Luna il campanello chiamava a raccolta i commensali alla gran tavola rotonda. Circa cinquanta posti erano preparati, con quel lusso che nelle odierne locande si suole spiegare.

Verso l'istessa ora, una carrozza a quattro cavalli giungeva alla porta della locanda, e vi scendeva una donna in abito da viaggio, che alla sveltezza del passo e alla scioltezza d'ogni movimento si scorgeva essere giovane. Il maestro di casa, dopo aver introdotto in una delle più eleganti camere dell'albergo la forestiera, le chiese se desiderava rifocillarsi senza uscire di stanza; ed essa rispose che volentieri sarebbe scesa alla tavola rotonda, non piacendole di pranzar sola.

La sala era già affollata, e la maggior parte degli astanti erano ufficiali stranieri del corpo recentemente arrivato. Il resto erano forestieri italiani e cittadini di Viterbo.

All'apparire della viaggiatrice, tutti gli occhi si rivolsero su lei con ammirazione ed era veramente ammirabile in quella sera la nostra Giulia, perocché la nuova venuta era lei.

Tutti fecero largo quando traversò la sala, gli italiani assunsero un'aria di gentile stupore, gli ufficiali affilarono i baffi, dilatarono il collo e rigonfiarono il torace in aria di conquistatori.

A capo della tavola s'assise il padrone di casa, elegantemente vestito, e pregò la bella inglese di sedersi alla sua destra. Gli ufficiali sollecitamente si affollarono verso il capo della tavola per mettersi accanto alla signorina e così i primi posti in un batter d'occhio furono occupati da loro. Giulia vedendosi un mercenario alla destra, si pentì di avere accettato l'offerta, ma era già troppo tardi e, mentre con aria contrita, girava lo sguardo sui commensali, i suoi occhi s'incontrarono con due occhi, che la colpirono come folgore. Erano gli occhi di Muzio! di Muzio che si trovava all'altra estremità della mensa, collocato fra Attilio ed Orazio niente meno!

Assuefatta a vedere il suo diletto col mantello, poco abituata alla fisionomia d'Orazio che aveva veduto un sol momento armato da capo a piedi nella selva, e d'Attilio, che in Roma usava il semplice vestito dell'artista, rimase incerta ed esitante e vedendoli tutti e tre in cilindro, e con abito da viaggiatori stranieri, veramente sulle prime non li riconobbe. Quando fu ben sicura che erano loro, proprio loro, rimase mortificata di trovarsi accanto a tal vicino. Ma come fare? Come alzarsi, avvicinarsi, chieder loro mille cose che essa bramava sapere senza destare sospetti, senza comprometterli, mentre sovr'essa lampeggiavano cinquanta sguardi d'uomini affascinati dall'incantatore suo volto?

E Muzio! il medico, il capo della contropolizia Romana, l'uomo che come il suo omonimo(60) avrebbe posto per Giulia, non la mano, ma la testa sui carboni ardenti; Muzio, vedeva l'astro della sua vita lì, accanto ad un soldato straniero, che egli odiava come vile strumento della tirannide. Lì! la sua Dea! il suo tutto! obbligata ad accettare le gentilezze d'una mano contaminata o da contaminarsi forse nel sangue de' suoi concittadini.

(60) Muzio Scevola.

Oh, voi! innamorato d'una donna, avete mai pensato, mai compreso quanto valete alla sua presenza, quando un profano tenta di rapirtene il possesso? Voi, se in quell'atto non valete dieci uomini, se in quell'atto non siete capace di dar dieci vite siete un codardo e la donna di codardi non ne vuol sapere!

Siate pur delinquente! Essa vi perdonerà; ma la donna non perdona che ai prodi! E Muzio era degno dell'amore della britanna vergine e guai allo straniero! Se Muzio avesse dato ascolto alla sua smania di vendetta! Quegli avrebbe veduto una lingua di fuoco lampeggiare nell'aria, avrebbe sentito la fredda lama di un pugnale penetrargli nelle viscere!

Giulia avea letto nell'occhio dell'amante la tempesta del suo cuore e lo sguardo di lei, indovinato da lui solo, placava l'anima vulcanica del Romano.

Fra una portata e l'altra, com'è naturale, gli ufficiali stranieri non mancavano d'intavolare discorsi sulle faccende di Roma e della giornata: e come al solito con poco rispetto per il popolo Romano, che erano avvezzi a disprezzare.

Giulia, infastidita dall'indecorosa conversazione, s'alzò con contegno altero e dimandò di ritirarsi. I nostri tre amici, che Dio sa quanto erano bramosi di baciarle la mano, s'erano già mossi per alzarsi anche loro quando uno scoppio di risa generale degli ufficiali stranieri li tenne curiosamente fermi al loro posto.

Era stata cagione della risata una facezia insolente d'uno di essi sul fatto della giornata che suonava così: "Io credevo di venire a Viterbo per menare le mani contro degli uomini e invece vi abbiam trovato conigli, che si son rintanati al solo nostro apparire. Ove diavolo si sono appiattati questi liberali che menan tanto romore?".

L'ultima frase aveva fatto ripigliare i loro posti ai tre proscritti e, fatto un gruppo dei tre guanti, Attilio con piglio sdegnoso lo scaglia contro il viso del maldicente, senza articolare parola.

"Oh! Oh!--esclamò il provocato--che affare è questo!" e pigliando il gruppo dei guanti li sciolse e continuò: "dunque sono sfidato da tre!... bravi! ecco un nuovo saggio del valore italiano: tre contro uno! tre contro uno!" e se la rideva sgangheratamente insieme coi compagni.

I tre lasciarono passare il nuovo clamore e quando fu finito Muzio con voce stentorea gridò: "Tre contro tutti! signori insolenti!".

L'effetto di queste parole fu magico, poiché all'accento di Muzio i tre amici s'erano alzati fulminando coi loro sguardi or l'uno or l'altro ufficiale e presentando nelle loro teste scoperte quell'insieme alla Michelangelo che abbiam descritto, quel bello e marziale aspetto che natura qualche volta prodiga ad un individuo colla sua capricciosa e maestra mano: capriccio, forse ingiustizia relativamente ai molti che non ricevono tale favore, ma dono che noi ammiriamo sempre con piacere nella persona amata, con odio, nel caso contrario.