Ciarle e macchiette

Part 9

Chapter 93,485 wordsPublic domain

--Dove mi ha mandato lei: al _Costanzi_.

--Ah! e t'hai goduto, dunque, tutto quanto lo spettacolo?

Menico quasi s'inginocchia:

--No!... mi perdoni, signor barone! ce n'era ancora un atto, ma son venuto via, perchè cascavo dal sonno.

* * * * *

Visto e considerato che l'idiotismo di Menico era cronico, il barone lo licenziò, ma il poveraccio lo assediò con tanti piagnistei, che il barone gli promise di trovargli un posto, e finì per trovargliene uno che gli parve adatto ai mezzi intellettuali del ciociaro.

Si trattava unicamente di stare nell'anticamera d'una signora elegantissima, che riceveva molte visite e che aveva una bellissima casa, senz'avere un casato, poichè sopra le sue carte di visita non si leggeva che questo nome biblico e laconico: _Sara_. Sara è una delle più piacevoli etére del _demimonde_ romano, di quelle che hanno un certo contegno e riescono perfino, nelle grandi riunioni, a intrufolarsi nella cosidetta buona società.

--Le tue funzioni,--aveva detto Sara a Menico,--sono semplicissime: devi rispondere a chi viene secondo gli ordini e le istruzioni che avrai: sopratutto, non devi vedere e non devi sentire che ciò ch'io voglio che tu veda o senta.

--Stia tranquilla.

Un'ora dopo, Sara si presenta in anticamera e chiama:

--Menico.

Menico la guarda, non si muove e non risponde.

Sara lo richiama e gli fa segno d'avvicinarsi.

--Non avevi sentito?

--Sissignora: ma siccome aveva detto _Menico_ a bassa voce, ho creduto che la signora non volesse che io udissi.

* * * * *

Sara, quasi tutti i giorni dalle dodici alle due, riceveva un dottorino giovane, biondo, bello e pieno di spirito. Era il suo dottore, ma nelle lunghe conversazioni la salute e l'igiene, per solito, non entravano per niente. Sapeva tante graziose storielle, il dottore biondo! E poi faceva la corte, con un garbo!

Un giorno, Menico bussa all'uscio della camera della padrona, che risponde dall'interno:

--Non si può.

--Sono io, Menico.

--Che vuoi?

--C'è il dottore....

--Non lo posso ricevere.

--E che gli devo dire?

--Digli.... quello che vuoi. Trova tu una scusa.

Menico torna in anticamera:

--Signor _dottore_, la padrona non lo può ricevere perchè.... è _malata_.

* * * * *

Licenziato da Sara, Menico fu, per qualche settimana, servitore in un albergo di quarta o quinta classe.

Suonano al n. 6 e Menico si presenta al forastiero.

Il forastiero è a letto e, appena giunto il cameriere, si cava un occhio di cristallo e dice:

--Mettilo con precauzione, sul comò.

Menico eseguisce, poi torna a piantarsi davanti al forastiere.

--Che fai?

--Aspetto l'altro.

* * * * *

Adesso, Menico--diventato il _chellerino_,--è addetto alla birreria del Tevere, ma le sue funzioni sono limitate a cambiare i piatti e le posate, nonchè a essere lo scaricatoio di tutte le bizze delle _chellerine_. Pure, certe volte ha la vanità di atteggiarsi a vero cameriere, e le _chellerine_ lo lasciano fare quando, nelle ultime ore della notte, non c'è più nulla in cucina, nè di caldo, nè di freddo: allora, anzi, mandano lui a sbrigarsela con l'avventore nottambulo, che per solito è nervoso e pien di malumori.

Menico si presenta col più amabile dei sorrisi.

--Il signore comanda?

--Che c'è di pronto?

--Vorrebbe una bistecca? una buona costoletta ai ferri? delle scaloppine....

--Dammi la bistecca.

--Mi rincresce.... ma il filetto è finito!

--Allora, dammi la costoletta.

--Oh, Dio!... l'ultima la ho servita dieci minuti fa.

--Oh corpo di...! vengano, almeno, le scaloppine.

--Si figuri se non gliele darei; ma in cucina non c'è più un solo boccone di carne.

--Dunque, non mi dai niente?

--Le potrei dare.... le posso dare....

E finge di pensare.

--Dunque? sentiamo!

--Le posso dare.... l'indirizzo di un'altra trattoria.

--Eh! va all'inferno.

--Se, però, il signore si contentasse di qualche cosa di freddo!...

--Cioè?

--Per esempio.... una granita di limone.

* * * * *

Uno degli avventori prese a proteggere Menico e a dargli qualche soldo di mancia.

Menico era pieno di riconoscenza, per questo suo benefattore, ch'egli non conosceva di nome, ma che sapeva essere cugino d'un altro avventore quotidiano: dell'avvocato Placidi.

E quando il suo mecenate giungeva in trattoria, Menico diceva alle _chellerine_:

--Presto, presto, ragazze: che c'è il cugino dell'avvocato Placidi.

Ma, sul principiare dell'autunno, il mecenate scomparve, con disperazione grande dell'infelice Menico, che non sapeva darsene pace e spesso esclamava a voce alta:

--Ma che ne sarà successo del cugino dell'avvocato Placidi?

Il mecenate ricomparve quattro mesi dopo, e Menico gli fece una festa da non descrivere.

--Come va che non s'è più visto?

--Ho viaggiato.

--Come! non sta più in Roma?

--No: non sto più a Roma.

--Ah, no?... ma lo è sempre cugino dell'avvocato Placidi?

L'avvocato Paolo Emilio Genuzio.

Ben pochi avvocati hanno avuto la fortuna di salire a quel grado di miseria e di celebrità cui è salito Paolo Emilio Genuzio.

Egli ha la specialità del cliente che non paga, ragion per cui è costretto a vivere di debiti, con un formidabile giro di cambiali in mano a strozzini d'infima categoria.

E a proposito di queste cambiali, egli suol dire:

--Le mie cause non producono che questi effetti!

Quand'egli fa conoscenza d'uno strozzino, la prima cosa che gli domanda è questa:

--Siete cattolico voi?

--Sissignore.

--E le vostre convinzioni religiose sono molto profonde?

--Profondissime; ma perchè questa domanda?

--Perchè io non amo affidare le mie cambiali a uomini di coscienza incerta, che oggi son cattolici e fra tre mesi.... _protestanti_!

E gli strozzini, bisogna dirlo, finiscono per avere una certa simpatia per l'avvocato Genuzio. Ce n'è uno, per esempio, che non manca mai alle udienze in cui l'avvocato ha la parola e, finita la difesa, corre a stringergli la mano e a fargli un sacco di complimenti. L'altra settimana, l'avvocato Genuzio difendeva con calore un cassiere accusato di truffa. Finita l'arringa, l'usuraio ammiratore si precipita verso l'oratore, gli stringe calorosamente la mano e gli dice:

--Stupendo.... stupendo discorso! l'assoluzione è certa e il vostro difeso vi farà certamente un bel regalo.

--Oh, grazie!

L'usuraio s'allontana.

Un collega domanda all'avvocato:

--Chi è quel signore che prende tanto interesse ai tuoi discorsi?

--Tanto? no, poveraccio: si contenta del 25 per cento.

* * * * *

Il cassiere fu assolto e, ringraziando con effusione l'avvocato, gli disse:

--Vorrei essere ricco per dimostrarle la mia riconoscenza; ma le spese di famiglia, il carcere preventivo mi hanno ridotto al verde assoluto, quindi....

--Ho capito! non fa nulla! già lo sapevo....--mormorò l'avvocato.

E l'altro:

--Ma verrà il giorno in cui potrò sdebitarmi; intanto mi permetta di dirle che la sua difesa è splendida, è commovente, è.... è.... come si dice?... è....

--Dica pure.... impagabile!

* * * * *

Lo studio dell'avvocato Genuzio, per giunta, è infestato dai contadini, che gli fanno perdere una quantità di tempo e di pagare non parlano mai. Qualche volta appena gli riesce di farsi pagare in natura, come dice lui, con ova, con formaggi, con bottiglie di vino, con canestre di frutta e d'ortaglie.

Ho visto, nel suo studio, fino a sei canestre di fichi primaticci.

--Ecco,--diceva--i frutti della mia professione!

Un contadino, non so per qual diabolico litigio, ebbe con lui una lunga conferenza, poi conchiuse: quanto le devo?

--Manco male!--pensò il Genuzio;--questo non è dei soliti.

Poi a voce alta:

--Fate voi.

--No, signor avvocato: dica lei.... desidero sapere quanto le devo, perchè lì per lì non lo potrei pagare.

--Oh, diavolo! datemi almeno qualche cosa per cominciare.

--Eh, se, in acconto, lei volesse pigliare un lepre?...

--Sicuro che lo piglierei.

--Eh! se lo pigli pure.... se le riesce. Sarà più bravo del mio cane che ha corso tutta la notte, senza prendere nulla.

* * * * *

Alcune arringhe dell'avvocato Paolo Emilio Genuzio in materia criminale sono rimaste celebri, nei corridoi della corte.

Si trattava d'una rissa seguìta da omicidio.

L'avvocato Genuzio si alza e grida, rivolgendosi ai giudici:

--Voi siete tante bestie!

Poi, rivolgendosi con gesto energico ai giurati:

--E voi siete una massa di canaglia!

Abbassando d'un tono la voce:

--Così, secondo le deposizioni dei testimoni, cominciò la rissa funesta, che....

* * * * *

Uno dei più potenti mezzi oratorii dell'avvocato Genuzio è quello di far piangere l'accusato, richiamandogli alla memoria il periodo onesto della sua vita anteriore alla colpa.

Ma, un giorno, al momento d'impiegare questo mezzo oratorio, di molta efficacia davanti ai signori giurati, l'avvocato Genuzio si trovò imbarazzatissimo, poichè si trattava d'un recidivo incorreggibile che, dagli otto anni in poi, ne aveva commesso d'ogni risma e colore.

Bisognava dunque risalire molto innanzi nell'esistenza dell'accusato, per trovare uno stadio di purità; ma l'avvocato Genuzio non si sgomentò e prese a dire, con voce patetica:

--Sì, sì! ricordatevi i bei giorni che passavate.... tra le braccia della vostra nutrice, sobrio, morigerato, senza altri bisogni che quelli della natura!... l'idea di sopprimere il vostro simile, per procurarvi godimenti sfrenati, non pullulava ancora nel vostro innocente cervello! Ah.... perchè non rimaneste così?...

* * * * *

Un altro artifizio oratorio a cui ricorre spesso il Genuzio è quello di dipingere il suo cliente come un mostro d'ingenuità facendo risaltare insieme l'ignoranza delle leggi a cui avrebbe inconsapevolmente contravvenuto....

--Egli,--diceva d'un tale, accusato d'aver fatto a pezzi una donna,--egli, o signori, è forastiero: egli ignorava.... le suscettibilità della legislazione italiana!

Così pure in una causa di bigamia, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio così concludeva:

--No, o signori: voi non condannerete quest'uomo così semplice di modi, proprio nel momento in cui una legislazione più umana prepara, in altra aula, la legge sul divorzio! Ma che dico? L'accusato, nella sua semplicità, la credeva già votata.

E volgendosi verso l'accusato:

--Non è vero che avevate l'intenzione di divorziare con una delle vostre mogli?

L'accusato con voce rauca:

--Oh!... con tutt'e due!

* * * * *

Poche volte, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio ha ricorso alla _forza irresistibile_, ma quelle poche volte son rimaste famose, una su tutte.

Ecco il fatto.

Un povero diavolo, nel trasportare una gelosia, sulle palafitte d'uno stabilimento di bagni, scivola, apre le braccia, la gelosia gli casca dalle spalle, urta contro un parapetto, balza in mare, colpisce un bagnante alla testa e lo uccide sulla botta.

Quel poveromo viene tradotto sul banco dei rei, sotto l'accusa d'omicidio involontario.

L'avvocato Genuzio, naturalmente, fa una calorosa e commovente difesa del disgraziato; tutto in un momento, con grande meraviglia di tutti, esce fuori con l'argomento della _forza irresistibile_.

Il pubblico ministero non può frenare un sorriso di compassione.

L'avvocato:

--C'è poco da ridere, signor pubblico ministero! chi vorrà negare la _forza irresistibile_ in un fatto avvenuto durante un.... trasporto di gelosia?

Il dottor Claudio Gemelli.

Dei distratti ne ho conosciuti parecchi--dal Dondini che si dimenticava del suo casato al Desanctis che si scordava d'essere ministro--ma non ho incontrato mai un distratto perfezionato quanto il dottore Claudio Gemelli, mio compagno di studi, nel senso che non si studiava nessuno dei due.

Presa la laurea, egli elesse domicilio in una graziosa città della riviera, ove i forastieri andati a male cercano, attratti dal dolce clima, un qualche ristoro alla propria salute.

Il dottore Claudio Gemelli non è un'aquila, non è un'arca di scienza....

Anzi ricordo che, a un esame, il professore gli chiese:

--Che cosa è un'ombra?

E lui pensando a tutt'altro:

--L'ombra è.... un raggio di luce, che potrebbe attraversare un corpo, se questo non ci fosse.

* * * * *

Dicevo, dunque, che il dottore Claudio Gemelli non è una celebrità, ma è tanto simpatico e provvisto di tale buon senso, che potrebbe guadagnare, in capo all'anno, un sacco di quattrini, se non fosse il guaio di quelle distrazioni, che compromettono la sua serietà professionale.

Non c'è caso ch'egli badi a quanto gli esce di bocca e certe volte ne dice di quelle da far saltare i sassi.

Una sera, lo chiamano all'ospedale, per curare un povero muratore, al quale un'asta di ferro era penetrata nella spalla, quasi passandolo da parte a parte.

Il dottor Gemelli esamina la mostruosa ferita, poi dice al malato:

--Fate veder la lingua.

Il malato mostra la lingua. Il dottore, pensando a Dio sa che cosa, soggiunge macchinalmente:

--Nella vostra famiglia.... andate soggetti a queste malattie?

* * * * *

I poveri malati dell'ospedale avevano quasi terrore di questo medico distratto e non senza ragione. Un giorno, visita il malato giacente al letto N. 12 e borbotta:

--Un vescicante basterà.

Poi, chiede al malato:

--Che numero siete, voi?

--Numero 12.

E il dottore scrive:

--Numero.... 12 vescicanti al N. 1.

* * * * *

Un amico ha la moglie ch'è incinta di sette mesi e che, appunto per trovarsi in quello stato interessante, soffre qualche disturbo; per ciò, manda a chiamare il dottor Gemelli.

Il dottore s'avvicina alla sposa, che sta seduta sopra una poltrona, la guarda con occhio gentile, ma indagatore, poi le tasta il polso e le dice:

--Va bene, va bene! sarà cosa di poco: ora mi dica esattamente.... in quali circostanze si è potuto sviluppare il fatto di cui è vittima.

* * * * *

Due mesi dopo, nasce un maschietto di complessione delicata che, appena giunto all'età d'un anno, poverino, soffre di convulsioni.

Il dottor Gemelli vien chiamato a consulto e constata una nevrosi pronunciata; suggerisce qualche rimedio, poi si mette a ciarlare d'altre cose di famiglia e, infine, guardando il bimbo che stava in culla, si alza e conclude:

--Dunque, mi raccomando! evitare le preoccupazioni di qualunque genere; abbandonare il caffè e i liquori alcoolici; cercare distrazioni nei teatri e nei viaggi; sopratutto, fumare con moderazione.

* * * * *

La moglie del sottoprefetto s'ammala di bronchite.

Era una signora tanto carina, di curve molto pronunciate e provocanti.

Il sottoprefetto manda, di buon mattino, a cercare in fretta del dottor Gemelli, che aveva perso la notte al circolo, al gioco del faraoncino, ch'era la sua perdizione.

Il dottore si veste in fretta e, ancora stropicciandosi gli occhi, accorre alla sottoprefettura.

La moglie del sottoprefetto sta, naturalmente, a letto e il marito, ansioso, assiste alla visita del medico.

Dopo i soliti preliminari, il dottore dice:

--Non sarà nulla di serio; ma per essere più sicuri, bisognerà procedere a una diligente auscultazione.

--Faccia.... faccia pure!--dice il sottoprefetto.

Il dottore, rivolgendosi alla bella malata:

--Abbia la bontà di voltarmi le spalle: così.... e ora faccia il favore di togliersi la veste da camera.

--Davvero?--chiede la signora, arrossendo.

--È necessario.

La signora eseguisce.

Il dottore scansa un pochino la camicia, applica l'orecchio su quel dorso bianco e ben modellato, ascolta qualche minuto, poi si alza e dice:

--Non è nulla d'inquietante: ma ora, per maggior precauzione, ascolteremo per davanti; si rimetta pure supina e respiri naturalmente, ma con un po' di forza.

E il dottore, scostando un pochino i merletti della camicia di batista, applica l'orecchio sul seno abbondante della moglie del sottoprefetto.

Ma, questa volta, il dottore ascolta sì a lungo, che la signora con gli occhi ammicca a suo marito, come per dirgli:

--Ma che cosa fa? mi pare che si fermi un po' più del necessario.

Il sottoprefetto fa un passo innanzi, ma il medico prosegue a restare immobile, con la testa appoggiata sul seno della bella ammalata.

Il sottoprefetto abbassa il naso e osserva....

Il dottore s'era addormentato.

* * * * *

Le sue distrazioni gli procurarono anche altre noie, fuori della professione, come la rottura della sua amicizia con l'assessore anziano del comune.

Nel calore d'una discussione di caffè, Claudio dice al suo vecchio amico:

--Sei uno stupido!

L'assessore se ne offende: gli amici si mettono in mezzo e danno torto a Claudio, che ne pare stupefatto.

--Ma, infine, che cosa gli ho detto d'offensivo?

--Sfido? gli hai dato dello _stupido_.

--Dello _stupido_? oh, diavolo; perdona tanto;--grida correndogli incontro e porgendogli la mano;--te ne chiedo mille e mille scuse; l'ho detto senza badarci; e poi.... credevo che tu lo sapessi.

* * * * *

È lui, che incontrando una signora di sua conoscenza, vestita a lutto per la morte del marito, le chiede, con accento di viva compassione:

--Vedova?

--Sì! il povero Tommaso è morto.

E Claudio, con voce malinconica:

--E non aveva che quello, di maschi?

Martino Cianchetti.

Pochi artisti comici hanno avuto più miseria del povero Martino Cianchetti che, dopo avere tante volte indossato un'assisa di maresciallo, un manto reale, oggi è ridotto a fare il conduttore sopra una linea di tranvai.

L'ho conosciuto nei suoi momenti di gloria, quando possedeva perfino un paio di stivaloni alla scudiera, quando fumava cinque _virginia_ al giorno, quando non pagava ma prendeva, ogni sera, un _punch_ nel primo caffè del circondario.

La disdetta lo aveva perseguitato fin dalla serata in cui, trepidante di emozione, aveva esordito sulle scene d'una arena plebea di Rifredi, nella parte d'un paggio che doveva pronunciare nient'altro che questi due monosillabi:

--Il re.

Aveva provato tutta una settimana; inoltre, passeggiava spesso per vie solitarie, dicendo a voce alta, per trovare l'intonazione giusta:

--Il re! il re! il re!

Una sera, così gridando, dalla via deserta, sbucò, senza pensarci, sulla piazza del mercato, e quel suo grido bastò per metterlo alla testa d'una pubblica dimostrazione, che fu sciolta da un delegato di pubblica sicurezza davanti al portone del sottoprefetto.

Viene la serata fatale del _debutto_.

Martino, nel suo abito di paggio, si fa pallido e rosso, di cinque in cinque minuti; il cuore gli batte; il momento s'avvicina....

Il direttore della compagnia gli dà uno spintone; lui esce dalle quinte traballando, corre fino alla ribalta e grida con voce acutissima:

--Il re!

Una voce di loggione:

--E io tre assi!

* * * * *

La seconda parte affidata a Martino fu di una importanza che quasi lo sgomentò, poichè si trattava di dodici parole di seguito.

Studiò come un martire, ma la lingua doveva infamemente tradirlo.

Alla metà del terz'atto, egli entra in scena e il primo attore, come vuole la parte, gli domanda:

--Hai visto Roberto?

--Sì: appunto in questo momento: stava seduto sulla _pipa_, fumando la _porta_.

* * * * *

Poi, ebbe a sostenere una particina di secondo amoroso, un tipo cordialmente antipatico, che doveva assediare la prima donna con galanterie stupide e importune.

A un certo punto, Martino, sotto le spoglie del suo personaggio, dice con passione:

--Dite una parola, una sola parola, o io morrò di dolore!

--Signore!--risponde la prima donna,--io sono stanca del vostro contegno.

--Anch'io! anch'io!--gridano gli spettatori dalla platea e Martino è costretto a ritirarsi, senza poter esaurire le sue battute.

* * * * *

Si diede alle parti di generico; ma sempre particine di poca importanza e di pochissime parole: eppure, quelle poche parole erano sufficienti a fargli dire cinque o sei bestialità. Una sera, faceva una parte di giudice istruttore, in un dramma giudiziario a forti tinte e nel momento più spettacoloso dell'azione, si rivolge all'eroina, per chiederle quanti anni aveva quando rimase orfana, e invece domanda:

--Dite, Silvia: che età avevate, quando vostra madre si _maritò_?

L'attrice resta interdetta.

Martino s'accorge della papera, e cerca di correggere.

--Scusate,--dice,--non mi sono espresso bene. Vorrei sapere quant'anni avevate, alla _nascita_ di vostra madre.

_Silvia_, più trasognata che mai, balbetta:

--Eccellenza! ero tanto piccina che non me ne ricordo più.

* * * * *

Nello scambio delle parole, poveraccio, era terribile. Non c'era spettacolo in cui non facesse due o tre sbagli di questo genere:

--Sciagurato! il _beleno vevesti_?

--Signor conte: il _tranzo_ è in _pavola_.

--Allora, io lo afferro per un braccio e gli dico: traditore? se ti sfugge un _morto_, sei _motto_!

Ma il più famoso e stato questo:

In un dramma a base di suicidio, Martino faceva la parte di un "servo devoto".

Al quart'atto, il primo attore giovane usciva dalla scena, annunciando che andava a suicidarsi nella camera vicina. Il servo fedele gli correva appresso, per deviare il colpo e poi tornava in scena a rassicurare la madre con queste parole:

--Calmatevi: è salvo!

Così, infatti, procede l'azione.

Il primo attor giovine rientra fra le quinte, con gesti disperati.

La madre e la fidanzata restano sulla scena, in preda a contorcimenti strazianti.

S'ode uno sparo.

--Ah!--grida la madre--Arturo s'è ucciso!

E cade in ginocchio.

Martino si presenta sulla porta e grida con gioia:

--_Salmatevi_.... egli è _calvo_!

* * * * *

Costretto a lasciare le scene, prima di darsi alla professione di conduttore sul _tranvai_, Martino tentò di diventare autore comico e compose una farsetta, che volle, a tutti i costi, leggere al brillante d'una compagnia primaria.

Il brillante fece di tutto per evitare questa rottura di scatole: ma un giorno in cui, per la centesima volta, Martino gli rimetteva il suo manoscritto alla gola, decise di farla finita e gli disse:

--Sia pure: leggetela. Ma v'avverto che, secondo me, la lettura d'una farsa non deve durare più di quel che duri un sigaro. Perciò, accendo questo sigaro e, se avrete finito di leggere quando lo butto via, accetto la farsa, se no....

Il brillante fuma e Martino legge rapidamente; ma tale è la rapidità della lettura e tanta la confusione, che tartaglia sempre in modo incredibile. A misura che il sigaro si consuma, egli aumenta la velocità e tartaglia più che mai.

Il brillante aspira l'ultima boccata di fumo e Martino finisce l'ultima scena. Poi con un certo fare di aspettazione e di trionfo, domanda:

--Ebbene: che ne dice?

--Sì!--risponde il brillante;--c'è una buona trovata: quel padre, quella madre, quella figlia, quell'amoroso, quella cameriera che tartagliano tutti è un'idea abbastanza originale e mi piace.

--Ma scusi, non son mica i personaggi che tartagliano.... sono io.

--Ma allora, caro mio, non vale più niente!

Gioco e iettatura.

Tra le classi sociali che credono fermamente nella iettatura, dopo gli artisti di canto, vien certamente quella dei giocatori.

Il giocatore, il vero giocatore, il giocatore di buona razza non può ammettere mai d'avere perduto per le combinazioni del gioco o per l'abilità dell'avversario; no, egli ha perduto unicamente per influenza d'una cosa o d'una persona che ha proiettato su lui tutto il fluido nefasto della iettatura.