Part 8
--Sta zitto! In quel piede c'era tutto un poema. Una corrente di fluido magnetico percorse il bastone e mi serpeggiò per le vene, sottile, sottile....
--Come un bicchierino di _cognac_.
--Che bestia! Scusa, sai! Quel piede mi faceva provare sensazioni strane, voluttuose. Gli accordi dei violini mi giungevano agli orecchi come un debole, indistinto ronzìo. Il mio spirito vagava Dio sa dove. In quel momento dovevo avere (metterei la mano sul fuoco!) una faccia da idiota. La punta del piedino continuava a vellicare, a stuzzicare il bastone, conduttore del fluido. Quella era la musica!... A un tratto l'altra, la musica apocrifa, assurda, si arrestò bruscamente. Mi scossi di soprassalto. L'atto dell'opera era finito. Il piedino aveva operato una ritirata precipitosa. L'incantesimo era rotto, il fluido non correva più.
--Fatalità!
--Allora soltanto mi balenò l'idea di guardare in faccia la proprietaria legittima di quella pila voltaica, di quella bottiglia di Leyda.
--M'aspetto la catastrofe. Era una vecchia?
--Ma che! era una giovane.
--Brutta?
--Bellissima!
--Un angelo?
--Forse.
--Colle ali.... ai piedi!--e Moreni rise da solo come tre stupidi insieme.
--Era una donnina sui trent'anni, dalla carnagione perlata, dagli occhi profondi, fantasiosi, dai capelli neri che ombreggiavano la fronte con una cascatella di riccioli....
--Fa il piacere, di' ch'era una bella donna e che la sia finita.
--Bella donna, non basta. Voglio farvi capire ch'ella era affascinante a dirittura. Un bocchino, disegnato da Greuze, abbozzava sorrisetti indefinibili pieni di malizia e d'ingenuità. Una vita da vespa, da stringerla così: in una mano. E guanti a dieci bottoni, notate bene, guanti a dieci bottoni!
--I bottoni,--borbottò Aristide,--sono una prova apodittica dell'esistenza dell'anima.
--I nostri sguardi s'incrociarono.... Vi risparmio il resto. Finito lo spettacolo, m'avviai per uscire. Ella mi stava dietro.... sentivo il suo alito profumato.... _sentivo_ il suo sguardo; proprio così. Ritengo che il miglior modo di seguire una persona sia quello di precederla. Non si dà nell'occhio. Giunto nell'atrio, diedi una sbirciata indietro. Ella era scomparsa; era sgusciata non so dove. Figuratevi la mia disperazione!
--Ce la figuriamo; tira via.
--Passarono tre giorni.
--Tre anni?
--Tre secoli! Finalmente, un giorno, mentre passeggiavo per i giardini pubblici, m'imbattei nella bella sconosciuta. Era lontana venti passi da me. Ne avevo subito riconosciuto il piedino, quel piedino che m'era rimasto fotografato sul cuore.
--Oh, decadenza della fotografia!
--Anche lei m'aveva ravvisato, e mi guardava di traverso; mi faceva l'occhio di triglia, sorridendomi, al di sopra della spalla. E sempre con quel sorriso....
--Già ce l'hai dipinto; vai pure avanti.
--Tanto per darmi un po' di contegno, cavai di tasca un giornale. C'era un discorso di Gambetta; sei colonne di stampa minuta, minuta, me ne ricorderò finch'io viva. Ella si mosse lentamente e io dietro, fingendo di leggicchiare il discorso di Gambetta. Me lo perdoni l'illustre e compianto capo della maggioranza francese! Passo passo giungemmo in una viottola solitaria. Subivo una bizzarra allucinazione. I miei occhi s'erano smarriti tra le colonne del giornale.... tra una frase e l'altra del tribuno scorgevo un bastone e un piedino, un piedino e un bastone, un esercito di bastoni, un esercito di piedini.... Assorto in quella visione, non m'ero avvisto che la bella incognita s'era fermata e mi guardava sorridendo. Fui a un pelo di calpestarle lo strascico. Mi feci rosso come un gambero e borbottai non so che. Anch'ella arrossì.
--Perdinci!
--Sì, amici miei, ella arrossì e abbassò le ciglia....
--Lunghe e vellutate?
--Si sottintende. Il suo contegno era graziosamente impacciato; il mio, ridicolo a dirittura. Indovinate un po' come feci a cavarmela!
--Con un madrigale?
--Che! tutt'altro. Con un disgraziato e prosaico: _Come sta?_ a cui rispose uno scroscio di risa.
--Sfido!
--Le son cose che non sì dicono neanche a una suocera.
--Eppure è così. A ogni modo, mi feci un coraggio da Quinto Curzio e presi una risoluzione: risi anch'io.
--E in tanto riso?
--La signora non desiderava di meglio che darmi piena e intera assoluzione.
--Coll'_indulgenza_?
--Con molta indulgenza. Ci separammo, con una stretta di mano, che valeva tutte le sei colonne del discorso di Gambetta.
--Che scena commovente!
--Un vero idillio.
--Raffaello, ti regalerò una zampogna.
--Aspettate. Non siamo che al principio....
--Della fine?
--Precisamente. L'indomani ero qui, nello studio, sdraiato come adesso, affumicando il tempo, a furia di sigari, per affrettare l'ora della passeggiata. Tutto in un momento odo un fruscìo di seta, su per le scale, e due colpetti all'uscio....
--Era lei?
--Era lei. Potete figurarvi....
--Ci figuriamo, ci figuriamo!--borbottò Aristide, strozzando in fasce uno sbadiglio.
--Ella entra, tutta tremante, come una cervetta spaurita; chiudo l'uscio e casca nelle mie braccia.
--L'uscio?
--Lei. Questa volta non le domando come sta, ma le appiccico un bel bacio sui ricci d'ebano e rincaro la dose, fino.... a guarigione completa. Trascorso un minuto, ella, con le sue manine affusolate, si stropiccia gli occhi ed esclama: _Sogno, o son desta?_
L'avvocato Ludovico Bianchini si scosse di soprassalto.
--_È una realtà, bella come un sogno!_--io le dissi, con accento patetico. Successe una pausa. Indi la bella incognita si ristropicciò gli occhi, e ripetè, con un'intonazione differente:
--_Ma, sogno, o son desta?_
L'avvocato Ludovico Bianchini si agitò sulla sedia, coi segni dello stupore più manifesto.
--Con tutti quei sogni,--proseguì Raffaello,--ero lì lì per cavarci i numeri del lotto. Ma, dopo tutto, le passai un braccio intorno alla vita e la feci sedere accanto a me.
--Furfante!--gridò Aristide, con una smorfia di vecchio satiro.
--Ella riaperse le sue labbra divine, e sospirò: _Sogno, o son desta?_ Questa frase era evidentemente un vizio organico di quella leggiadra, ma imperfetta creatura.
--Ma sì, ma sì, proprio un vizio organico!--gridò l'avvocato Bianchini, levandosi in piedi;--è una cosa che fa orrore!
--Ha però il suo lato poetico.
--Ripeto; è una cosa che fa orrore. Ti posso ridire anche tutti gli altri intercalari di quella signora.
--Come! la conosceresti?
--Se la conosco.... Dio dei cieli! È da due mesi che io la sento dire: _Sogno, o son desta?_ È da oltre due mesi che io la sento ripetere: _È un oblìo di me stessa!_ Oppure: _Io vivo d'illusioni!_
--È vero, perdinci! e anche di frequente: _Una donna che ha avuto tanti dispiaceri...._
--Sì!... _ha diritto di cercare qualche conforto!_ Le so tutte a memoria, come un buon dervis conosce tutti i versetti del Corano. Ho imparato la prima edizione, io.
--Ed io la seconda. Ah, quest'è curiosa!
--È magnifica!
--È stupenda, è sbalorditoia: non ho mai sentito nulla di simile in vita mia!--urlò Aristide.
--Insomma--soggiunse Marchetti--da due mesi e mezzo sto studiando quella donna per farle un ritratto....
--Insomma--conchiuse Ludovico--da due mesi e mezzo sto studiando il tuo modello, allo scopo di capire qualche cosa in una lite di successione, che mi ha voluto affidare per forza. Figurati che gusto!
--Successione di chi?
--Del fu suo marito.
--È dunque vedova?
--All'incirca; credo bene sia così.
--Ma via,--gridò Aristide col suo vocione,--poichè s'è scoperto, dirò così, questo binario, fuori il nome!
--Io so appena che si chiama Natalina,--disse Raffaello, accendendo un fiammifero.
Aristide trasalì.
--Natalina Galimberti,--aggiunse l'avvocato.
Aristide stralunò gli occhi, aperse la bocca, allargò le braccia, come un uomo assalito da reminiscenze apopletiche. Un grido rauco gli uscì, sibilando dalla strozza:
--È la mia futura sposa!
Fece alcuni passi barcollando e infilò l'uscio dello studio.
Lodovico e Raffaello si guardarono in faccia, per due o tre minuti, senza trovar parola. Finalmente, l'avvocato si strinse nelle spalle e ruppe in uno scroscio di risa sardonico, esclamando:
--Peggio per lui!
Il giorno appresso, Aristide Morelli, con aspetto ilare e bonaccione, rientrava nello studio Marchetti.
--So tutto, so tutto!--esclamava il proprietario di calli e di latifondi, stringendo all'inglese la mano di Raffaello.--Natalina mi ha svelato ogni cosa. Che burloni!... Ah, l'avete concertata graziosa, ah! ah! potete vantarvene.... ah! ah!... Cara, quella storia del piedino: ben ideata!... e quel birbaccione d'avvocato! che muso duro, quello lì!... Natalina, poi, è nata apposta per immaginare farsette di questo genere!... E io, imbecille, che ci son cascato!...
--Sicuro; tu, imbecille, che.... ah! ah!
Raffaello non sapeva che diavolo rispondere e rideva anche lui d'un riso da scimunito.
Calmata la rumorosa ilarità, Aristide ripigliò:
--Ma ora parliamo sul serio. Tra poco, si conchiuderà il matrimonio e io voglio che tu, per quell'epoca, mi consegni il ritratto di Natalina. Sai? voleva farmene una sorpresa!... Ma ora è inutile, già.
--Lascia fare a me,--balbettò Raffaello.
--Ora, poi, corro subito da Bianchini, affinchè solleciti la lite della successione. Non voglio impicci, io. Addio; stammi allegro! Ricordati che hai da essere uno de' miei testimoni. E anche Lodovico, quel caro matto!... A rivederci.
Un mese dopo, il sindaco di M.... univa in matrimonio Aristide Moreni e Natalina Galimberti, alla presenza di Raffaello Marchetti, pittore, e Lodovico Bianchini, avvocato, nati e domiciliati in quella città.
La sposa, entrando nella camera nuziale, si abbandonò tra le braccia del marito, si stropicciò gli occhi e mormorò languidamente:
--Sogno, o son desta?
Il bilancio dell'interno.
Saloncino in casa dell'onorevole Erasmo commendatore Scacchetti, deputato di centro sinistro, rappresentante il collegio di Corpuscoli, nell'Emilia, giovanotto di quarantadue anni, confessati nell'espansione della gioia, il giorno in cui la Sinistra è andata al potere. Il quartiere è pulito, in via Frattina, ma è sempre un quartiere affittato con mobili, vale a dire una raccolta informe di stonature acquistate nei pubblici incanti, un'accozzaglia di oggetti provenienti dalle più disparate e strane regioni. Un seggiolone _rococò_ a grandi intagli quasi dorati, con spalliera enorme e velluto cremisi spelato, esce certamente dal vecchio palazzo polveroso di un cardinale. La poltroncina accanto, in stoffa gialla, proviene di certo dalla casa elegante d'una donnina equivoca. Il tappeto, rappezzato in vari punti, non ha niente che fare coi mobili, nè coi cortinaggi, nè con la tappezzeria. I _capricci_, sopra le tendine, sono di forma indescrivibile, e fanno terribilmente a pugni con tutto il resto.
Un orologio, con base d'alabastro ingiallito, sopra cui si vede una scena arcadica veramente stomachevole, segna le undici e un quarto.
Il commendatore Erasmo Scacchetti, già vestito per uscire, dissuggella, con mano nervosa, le tre ultime lettere delle cinquantasei che ha ricevuto in giornata dai suoi elettori, il più modesto dei quali non gli domanda che un'esattoria per sè, tre posti gratuiti in un buon collegio per i figli, collocamento di una donna di servizio, cugina alla larga, partita dal circondario di Corpuscoli per la capitale.
La signora Diodata Magistri negli Scacchetti, donna di sesto acuto, d'animo retto e d'intelligenza ottusa, passeggia lentamente per il salotto, facendo, con moto febbrile, un lavoro all'uncinetto, assai bello, per coprire tutto un sofà di magnifico broccato antico, tanto antico che è una vera sudiceria.
L'onorevole Scacchetti straccia le ultime lettere e le butta, come le altre, nel cestino, borbottando tra sè:
--Di questo passo sarò costretto a stipendiare un uomo robustissimo, per dar la saliva ai francobolli.
LA SIGNORA (_con sarcasmo_).--_Il faut payer sa gloire._
IL COMMENDATORE (_allargando le braccia_).--Fammi il piacere, Diodata mia, non mi seccare anche te. È pronta la colazione?
LA SIGNORA.--Che pronta d'Egitto! La donna non ha potuto uscire che alle dieci e mezzo: lo sai bene!
IL COMMENDATORE (_con tremolìo convulso alla gamba destra, e occhi alzati al soffitto_).--Sempre così. Non c'è caso che mi si voglia capire. Quando dico le undici, intendo dire le undici: se comando la colazione per le undici, è proprio per le undici che voglio fare colazione. Come parlo? parlo turco? parlo indiano?
LA SIGNORA.--Dopo tutto, non sono che le undici e venti, sai.
IL COMMENDATORE.--Sì, ma la colazione non sarà pronta che a mezzogiorno; un'altra volta che dico alle undici, e non si dà proprio alle undici, vado alla trattoria.
LA SIGNORA.--Già: il signore fa presto: lui se ne va alla trattoria. La moglie non gli viene neppure in mente. Si capisce!
IL COMMENDATORE.--Ti ho mai fatto morir di fame? e dunque? che cosa strilli?
LA SIGNORA.--E tu, di che strilli?
IL COMMENDATORE.--Strillo perchè ci ho ragione di strillare. Alle dodici in punto, devo essere alla Camera, se no Morana si stranisce e mi fa il muso.
LA SIGNORA.--E che mi preme del tuo Morana?
IL COMMENDATORE.--Preme a me, se non a te: oggi appunto devo raccomandare il tetto della casa penale di Corpuscoli, articolo 78 del bilancio. Il tetto sarà rifatto ugualmente, ma importa che gli elettori lo credano rifatto per merito mio.
LA SIGNORA (_smettendo di lavorare_).--La vera casa penale è questa, sì signore: è questa: e io sono la povera e unica condannata alla casa penale. La mattina (_contando sulle dita_) ti svegli di malumore, brontoli e te ne vai via. Dici che vai agli uffizi. Sarà. Il marito di Lilla non va mai mai agli uffizi, eppure è più deputato e più commendatore di te. Alle due ci hai la seduta, anzi, adesso c'è quest'altra bella novità delle commissioni. Fino alle sei, dici tu, stai alla Camera. Io sono stata cinque o sei volte alla tribuna (con biglietto che mi ha dato Pullè, perchè tu non ci pensi) e non ti ho visto mai, mai....
IL COMMENDATORE (_arrossendo_).--Ero nel seno....
LA SIGNORA.--.... d'una commissione, lo so.... m'hai sempre detto così. Vieni a casa alle sei.... altro brontolìo. Il pranzo non ti va. Tutto è cucinato male. Ti domando come si passa la serata, e tu mi dici che hai la riunione della maggioranza alla Minerva, o che so io. Io ti chiedo se si va al teatro, e tu mi dici che c'è la riunione del tuo gruppo. Ti prego d'accompagnarmi in casa Serafini, e tu mi dici che hai da chiedere schiarimenti d'urgenza al ministro d'industria e commercio. Ma è possibile ch'io continui questa vitaccia d'inferno?
IL COMMENDATORE (_con voce glaciale_).--Diodata mia: questo discorso, oramai, lo so a memoria, come quelli dell'amico Guala sulla provincia di Vercelli. Tu hai ragione, ma io non ho torto. La politica mi assorbe. Il bilancio dell'interno.... capisci? porterà con sè una discussione vitale. Si tratta dei più gravi argomenti. Figurati ch'io devo prendere la parola sull'articolo 12: _Ricompense per azioni generose_, sul quale ho molte idee.... Un vero programma sociale....
LA SIGNORA.--Dovresti avere piuttosto qualche idea sulle mie azioni generose e ricompensarle. In premio delle mie tribolazioni, t'ho chiesto un mantello di pelliccia e tu niente! Tutte le mie amiche hanno un mantello di pelliccia: io sola....
IL COMMENDATORE.--L'inverno e così mite a Roma, che una pelliccia sarebbe un'offesa per il municipio. Te la comprerai un altro anno, purchè faccia freddo, cosa che non è possibile. Guarda, piuttosto, se la colazione sia pronta. Io, intanto, darò un'occhiata alle cartelle del mio discorso sulla _sanità interna_. Non si spende neppure un milione e mezzo.
LA SIGNORA.--Io ti ho detto di spendere un centinaio di lire, in due piccole stufe, chè queste camere, con tutto il tuo inverno mite, sono una Siberia. Quando te ne parlo, dici sempre: _domani_. Non potresti fare un discorso sulla _salute interna_ di casa tua?
IL COMMENDATORE.--Tu non hai bisogno di stufa. Ti basta il calore della discussione.
LA SIGNORA.--E con chi devo discutere? col gatto? In casa, tu non ci sei mai! Certe volte, mi tocca aspettarti fino alle due dopo mezzanotte. Vergogna! E mi muoio dal freddo.
IL COMMENDATORE.--Ma scusa, non potresti invece ardere d'impazienza? Senti, come scotto. Io ardo, adesso, per la colazione. Sono già le undici e cinquanta. E io, sciagurato, alle dodici e mezzo devo fare un discorso negli uffizi sulle _spese segrete_.
LA SIGNORA (_diventando verde_).--Te lo farò io, un discorso sulle spese segrete! ah tu credi proprio ch'io sia una stupida? che non veda niente? Che non m'accorga di niente? Lunedì tu avevi tremila lire, nel tuo portafoglio; ieri, non ci avevi più che mille e settecento lire.
IL COMMENDATORE (_turbato_).--Moglie mia, abbiamo deciso alla Minerva di non far quistioni di portafogli.
LA SIGNORA.--Che ne hai fatto di 1300 lire in ventiquattr'ore? (_con amarezza_) Le hai forse versate nel seno della tua famosa commissione? mi hai comprato di nascosto la pelliccia? hai acquistato di nascosto ventisei stufe, per l'appartamento? Rispondi: che cosa ne hai fatto?
IL COMMENDATORE (_balbettando_).--Prima di tutto.... ho prestate quindici lire a un amico.
LA SIGNORA.--Ah! benissimo. La signora non ha pelliccia, ma il signore, presta quindici lire a un amico. La moglie non ha mai un palco, ma il signore presta quindici lire a un amico. Da due anni mi devo fare un abitino di raso nero, chè quello che ci ho è una cosa impossibile, ma il signore presta quindici lire a un amico. In casa si manca di tutto, non c'è neppure una macchinetta per l'acqua di Seltz, ma il signore presta quindici lire a un amico. Dovevo andare al concerto della Cognetti, e non ci sono andata, ma il signore presta quindici lire a un amico; l'ho pregato di portarmi all'esposizione di Torino, e non mi ci ha portato, ma il signore presta.... Ma poi, quindici lire sono quindici lire. Mancano ancora 1285 lire. Spero bene che non avrete dato tante quindici lire a un centinaio d'amici.
IL COMMENDATORE (_prendendo il cappello_).--Senti: farò colazione questa sera. Morana mi aspetta.
LA SIGNORA.--Ma le 1285 lire?
IL COMMENDATORE (_scappando_).--Le ho mandate agli Asili d'infanzia.
LA SIGNORA (_cavando con gesto drammatico un biglietto_).--E l'autrice di questo biglietto in cui vi scrive che le 1300 lire non bastano.... questa Elvira Codarelli, che manca d'ortografia, è forse un Asilo d'infanzia?
_Tableau!_
Miserere mei.
Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango, prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite, e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi verso _campo de' Fiori_.
Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende per _via del Governo Vecchio_, come una processione di fantasmi, muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia, si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle carrozze, con le grida dei venditori di _pizza_, e degli strilloni dei giornali.
Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda del convoglio.
--.... _Magnam misericordiam tuam_. Aspetta un po': fammi accendere la torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.
--_Ab iniquitate mea_.... Com'è che hai fatto così tardi?
--_Amplius lava me_.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per darle due sganassoni in faccia.... _et a peccato meo munda me_.
--.... _Quoniam iniquitatem meam ego cognosco_..... Per crist....allo! mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio una giornata carina, per farsi seppellire.
--_Tibi soli peccavi_.... Sai niente tu chi fosse questo sor Menichetti? m'hanno detto che faceva il droghiere a San Carlo a' Catinari.... _et malum coram_....
--_Te feci_. Pare fosse un galantuomo, proprio una brava persona e che abbia messo da parte un po' di quattrini. La Nena m'ha detto, che, anni addietro, faceva anche lo strozzino, ma dopo tutto, pur di vivere onestamente, ognuno ha il diritto di fare il comodo suo.... _iniquitatibus conceptus sum_....
--_Et in peccatis concepit me mater mea_.... lascia famiglia?
--_Incerta et occulta sapientia_.... una moglie bella e giovane con due figli.
--Figùrati, la povera signora, che dispiacere.... _lavabis me, et super nivem_.
--Poveretta! si sa che un marito fa sempre dispiacere.... _et exultabunt ossa humiliata_! ma troverà modo, credi a me, di consolarsi. Si racconta che quella lì n'abbia avuto parecchi a farle la corte.
--_Et omnes iniquitates meas dele_.... Ne ho conosciuto delle civette, ma come le donne!
--_Cor mundum crea in me Deus_.... prima ancora che si maritasse, la gente la vedeva sempre insieme con quel biondo, che fabbrica liquori.... Sai, quello che ha sposato Paolina, la bustara di Borgo. _Redde mihi laetitiam_....
--Ah, sì: me ne ricordo sicuro! anche la Paolina, un gran pezzo di.... _Docebo iniquos vias tuas_.
--Dimmi, hai fatto colazione tu?
--_Domine, labia mea aperies_.... Senti? all'osteria di Bartolomeo, c'è un arrostino d'abbacchio....
--Sta zitto, se no pianto il morto.... _ut aedificentur muri Jerusalem_....
--_Requiem aeternam!_ (a un birichino che vorrebbe staccare la sgocciolatura della torcia). _Va a morì ammazzato!_
Il chellerino.
Nella birreria del Tevere--con servizio di _chellerine_--c'è un cameriere che si chiamerebbe Menico se gli avventori non preferissero chiamarlo con un nome di nuovo conio: il _chellerino_.
E in verità, a furia di strofinarsi con le gonnelle delle _chellerine_, alla melensaggine, al noto cretinismo di Menico, s'è aggiunto adesso un certo fare sdolcinato, mellifluo, quasi muliebre, che giustifica a sufficienza il nomignolo di _chellerino_, ormai passato nel sacro dominio della storia.
Son molti anni che conosco il _chellerino_, poichè l'ho conosciuto anche nei tempi in cui si chiamava Menico. Era appena venuto di ciociaria e s'era adattato al servizio del barone di Cerami, passando alternativamente dalle funzioni di mozzo di stalla a quelle d'aiuto al cameriere di servizio alla tavola, quando a pranzo c'era più gente del solito.
Circa il servizio da tavola, Menico ha esordito in una maniera splendidissima.
Era un giovedì e nella bella sala da pranzo del barone di Cerami, coi mobili di noce intagliati e i grandi piatti arabo-siculi appesi alle pareti, c'era una decina di convitati, quasi tutti, per via della Camera o del Senato, appartenenti alla politica.
Prima d'andare in tavola, il barone chiama Menico davanti a una credenza e gli dice:
--Tu non avrai altro da fare che servire i vini. Sai leggere, nevvero?
--Sissignore.
--Bene: queste bottiglie hanno ciascuna la relativa etichetta. Vedi? questo è _Saint-Julien_, questo è _Pomard_, quest'altro è _Chambertin_, eccetera, eccetera. Tu prendi la bottiglia, ti avvicini alla destra d'ogni convitato, senza urtargli il braccio o la sedia, versi piano piano e, mentre versi, gli dici sotto voce il nome. Hai capito?
--Non dubiti.
Ci mettiamo a tavola e il pranzo comincia. Menico afferra una bottiglia, s'avvicina al deputato Colaianni, versa del vino e, nel versare, invece di dire: _Saint-Julien_, si curva all'orecchio del deputato e gli bisbiglia:
--Onorevole Colaianni!
L'on. Colaianni si volta e gli risponde:
--Che vuoi?
Ma Menico è già passato all'altro convitato e, nel mescere, gli susurra all'orecchio:
--Onorevole Sidney Sonnino!...
* * * * *
Una sera, verso le otto e mezzo, mentre si versava il caffè, fumando una sigaretta, il barone lo chiama e gli dice:
--Menico: vai un po' a vedere che cosa fanno stasera al _Costanzi_.
Menico sparisce e non rincasa che.... verso la mezzanotte.
--Dove diavolo sei stato?--gli domanda il barone.