Part 6
In ventiquattr'ore, grazie alle diramazioni della farmacia, superiori al telefono, tutta Grotticella fu debitamente informata che la bella Cecilia, la figlia del collare della Nunziata, aveva bisogno urgente di marito e per poco il sindaco non mandò al _Calopinace_ un dispaccio di quindici parole.
Nel pomeriggio, tre personaggi influenti, nella _Società dei sigari scelti_, affermavano che la ragazza aveva un milione di dote e forse più, senza pregiudizio dell'imminente eredità del babbo, non essendo cosa naturale che un uomo con quella barba avesse da campare ancora molti anni.
Tutte queste voci pervennero all'orecchio del principe indiano, il quale ebbe un'idea talmente luminosa, che gli parve napoleonica.
Enrico tornò d'improvviso al _Cervo d'oro_, indossò un abito nero, infilò un paio di guanti grigio-perla, e si fece annunziare al commendatore con una certa solennità.
Il commendatore Fabio Torcello rimase mezzo stordito davanti a tante cerimonie, ma più stordito ancora quando il principe indiano gli disse a bruciapelo:
--Signor commendatore illustrissimo: ho trentacinque anni e una salute di ferro: guadagno ottomila lire l'anno e tra poco dodici: vuol farmi l'onore di concedermi la mano di sua figlia?
No; la testa di Medusa non avrebbe fatto al commendatore l'effetto di quella bella testa di vetrina di barbiere!
Pur, bisognava rispondere qualche cosa. Il commendatore balbettò, ingrullito:
--Ma io.... non credo.... che Cecilia sia disposta al matrimonio.
--È dispostissima.
--E che ne sa?
--Me l'ha detto ella stessa.
--Ma lei....
--Io l'adoro.
--Ma essa....
--Ella mi adora.
--Evvia: presume un po' troppo--bofonchiò il commendatore, facendosi terreo.
--Ne ho lo prove.
--Quali prove?--gridò Fabio, sbarrando gli occhi.
Enrico Bertelli, malgrado la sua sfacciataggine di commesso viaggiatore in _bigiotterie_, rimase come sorpreso della propria audacia e non seppe che rispondere. Il commendatore profittò di quella pausa, per voltargli le spalle, dicendo asciutto asciutto:
--È inutile; non le concederò mai la mano di Cecilia!
--Ah no?--esclamò Enrico, con voce tremante di rabbia.
Indi, stette un momento soprappensieri: poi, come uomo deliberato a tutto, riprese:
--Ella non può a meno di dare il suo consenso al nostro matrimonio.
--Come sarebbe a dire?
--Sarebbe a dire che il nostro dev'essere un matrimonio di.... riparazione.
--Si spieghi!--urlò il commendatore.
--Un padre non può volere.... il disonore di sua figlia.
Fabio, cieco dall'ira, afferrò una seggiola.
Il principe indiano, a scanso d'una tragedia, si ritirò, gridando ancora nel corridoio:
--Oramai, siamo sposi dinanzi a Dio!
.... Fatto sta ed è che, nel mistero della notte, il commendatore e Cecilia partirono e non si seppe mai più nulla di loro, nè a Firenze, nè a Grotticella, nè altrove.
Matematiche assorbenti.
Il cavaliere Alberto Cencetti--non soltanto è terribilmente miope--ma professore di matematiche e dei migliori, senz'altro. Algebra, geometria, trigonometria sono i cardini della sua esistenza; assorto sempre nei problemi della scienza che adora con passione, con frenesia, tutto il resto gli è indifferente; egli non è un uomo, ma un organismo composto di formule, di logaritmi. In casa o fuori, egli non pensa che alle sue cifre, alle sue equazioni, alle sue radici quadrate, ai suoi binomii e trinomii; mentre passeggia, con le mani incrociate sul dorso e gli occhi imbambolati, non vede nulla, non sente nulla, non fa che ruminare i suoi quesiti e sarebbe rimasto più volte sotto i legni e i carri, se i passanti caritatevoli non l'avessero afferrato per un braccio.
Spesso, per via Roma (l'ho visto io) finisce per battere la testa contro un fanale e--senz'avvedersi mai di che si tratti--lui si scansa, fa un leggiero inchino e mormora gentilmente:
--_Pardon._
Giorni fa, stava, meditabondo, sulla rotonda dei bagni a Sestri, seduto dietro una signora tutta vestita di bianco: una bella signora con certe spalle tornite come il torso di una statua fidiaca. A un certo punto, il professore alza gli occhi e li fissa sopra quelle giunonie spalle, tanto che io supponevo eccitassero in lui la dovuta ammirazione: ma invece cava di tasca un lapis e comincia a scrivere sulla vita della signora: 4 × 7 + 12 ÷ 4 + 11....
* * * * *
Per non essere disturbato dalla gente di casa, egli tiene due camere, a uso di studio, in piazza Nova e quando si dà il caso che deva escire da questo suo studiolo--ove spesso riceve visite d'alunni e di colleghi,--scrive sopra un pezzetto di lavagna l'ora in cui sarà di ritorno.
Un giorno, esce alle due e scrive sopra la lavagna:
_Cencetti è fuori: tornerà alle 4._
Un quarto d'ora prima delle tre, gli viene in mente che ha da far visita all'avvocato Roselli, per certa sua causa civile, e tosto si mette in cammino; ma strada facendo, viene a passare per piazza Nova e, senz'altro, infila le scale del suo portone e arriva davanti all'uscio del proprio studio.
I suoi occhi distratti si fermano sulla lavagna, poi cava l'orologio, borbottando:
--Perdio: non torna che alle quattro e sono appena le tre!... Pazienza, aspetterò.
E si mette a sedere sopra uno scalino, sciogliendo una equazione di terzo grado sopra il muro.
* * * * *
Una mattina, più distratto che mai, assisteva alla messa nuziale di una sua nipote, che ha sposato un consigliere di prefettura.
Finita la cerimonia, la folla degl'invitati muove per uscire e il professore Cencetti si lascia trascinare, estatico, dalla corrente.
Presso la porta, un parente della sposa gli si avvicina e gli dice:
--È stanco, professore?
--Un pochino: e lei?
--Così, così.
--Ah, io non ce la fo!
--Via si faccia coraggio.
--Ma lei.... va sino al cimitero?
* * * * *
Una volta stava sopra un sedile dei giardini pubblici, coprendo rapidamente di cifre indiavolate quel grosso taccuino che ha l'abitudine di portare sotto il braccio.
Un suo vecchio amico lo vede di lontano, gli corre incontro e gli stende affettuosamente la mano.
Il professore, senza levar gli occhi dai geroglifici, fruga in tasca, ne cava un soldo e lo depone in quella mano:
--Non ho che questo.
E continua i suoi scarabocchi.
* * * * *
Spesso accende un sigaro, poi butta il sigaro a terra e si mette il cerino in bocca; introduce i bottoni del soprabito nelle asole del gilè; s'infila due guanti a una stessa mano; imposta le lettere in uno sportello di carrozza....
A proposito di lettere. Doveva scrivere al professore Manassei e invece comincia:
_Caro professor Cencetti...._
Poi firma, scrive sulla busta: _Al professor Alberto Cencetti_ e porta alla posta.
Il domani, un amico lo incontra, esterrefatto, nei pressi dell'ufficio postale.
--Che hai?
--Ho.... che questa è curiosa, perdinci! ecco qua, capisci, un Cencetti che scrive a un altro Cencetti e.... non sono io.--
* * * * *
Nel guardare il calendario, vede che è l'onomastico del provveditore agli studi.
--Diamine!--pensa:--è necessario fargli una visita.
Il povero provveditore era morto la sera innanzi. Un vecchio servo malinconico apre l'uscio.
--C'è il signor provveditore?
Il vecchio servo, alzando gli occhi al cielo:
--È passato a miglior vita!
Lui:
--Oh, non voglio disturbarlo....
E consegnando una cartolina di visita:
--Cento di questi giorni!
I guitti.
Era il mese di luglio.
A Frascati, un vasto cortile scoperto, a furia di carta dipinta, di porte vecchie, d'assi tarlate e di stracci inverosimili, era stato ridotto a teatro per uso di una compagnia di _guitti_, i quali, nella giornata, per campare facevano qualche altro mestiere posticcio: il _primo attor giovine_, per esempio, pestava pepe in una drogheria e il _brillante_ s'ingegnava a raschiare i menti dei frascatani, in qualità di aggiunto straordinario nella bottega del barbiere.
Eppure, questi _guitti_, ogni sera, avevano un pubblico sceltissimo davvero: un _parterre de têtes couronnées_ come la Rachel, un pubblico straordinario, composto di belle signore, di ricche signore, di nobili signore, di gentiluomini e di letterati, di banchieri e di bellimbusti forti a quattrini e a vanità. Ci si andava con piacere, in quella stamberga indescrivibile, e per più motivi:
--Per passare un'oretta.
--Per pigliare il fresco.
--Per barattare quattro ciarle.
Ma sopratutto ci si andava perchè.... la platea, con quei quattro lampioncini a riverbero che parevano quattro cerini smarriti in una foresta, era completamente e comodamente al buio.
Si capisce! l'oscurità aveva il benefizio.... d'accrescere le illusioni del palcoscenico.
E, in verità, ce n'era bisogno.
Una sera, si rappresentava _Napoleone I all'Isola d'Elba_.
Napoleone I era vestito con una vecchia livrea di staffiere e un paio di mutande incartocciate in un magnifico par di stivali di cartone abilmente coperti di raso nero. Il grande imperatore teneva costantemente la mano destra infilata nel panciotto e in fondo alla schiena la mano sinistra, che stringeva un cannocchiale; un bel cannocchiale da campo che restava sempre a quel punto retrospettivo, per quanto durava l'azione, come se Napoleone I, al pari di Giano, avesse avuto la straordinaria facoltà di vedere da ogni parte.
* * * * *
Una sera, al punto culminante dell'azione drammatica, Napoleone I, seguìto dal generale, dal capitano, dall'aiutante--che formavano il suo numeroso e brillante stato maggiore--passeggiava con grande dignità sulla riva del mare.
Una tela sporca di blu di Prussia, agitata da quattro monelli di Frascati, che stavano sotto, doveva simulare, con rara illusione ottica, le onde infuriate dell'oceano.
Napoleone I, fedele alla sua parte, a un certo punto si volge solennemente al suo stato maggiore e dice:
--Non ho mai presenziato, in vita mia, una così terribile burrasca!
Ma il mare di blu di Prussia, invece di agitarsi furiosamente, rimase tranquillo come un lenzuolo che una lavandaia abbia sciorinato sul greto del fiume.
I quattro monelli, a cui non si dava che un soldo, mentre ne pretendevano due, si sono dunque dichiarati in isciopero?
Napoleone I comincia a stranirsi, ma, perchè il pubblico non rida, s'affretta a soggiungere di testa sua:
--Non v'illuda quell'apparente tranquillità.... ah! io conosco bene questo perfido mare; a momenti avremo una burrasca come non se ne videro mai in Europa.
E intanto pesta forte un piede e dice sottovoce:
--E fate le ondate grosse, birbaccioni!
Una vocina acuta al disotto della tela grida:
--Volete ondate da un soldo o da due soldi?
--Da un soldo!--bisbiglia irritato Napoleone I e poi rivolgendosi più solennemente ancora al suo stato maggiore:
--I sintomi della burrasca già cominciano.
Il generale, il capitano, l'aiutante fissano più che mai gli occhi sulla tela, come assistessero a un esperimento chimico.
La tela si muove appena.
Allora, Napoleone I, con accento olimpico, grida:
--Da due soldi!
E subito, il mare si leva in burrasca tremenda, come non se ne vide mai tra Scilla e Cariddi.
* * * * *
Intanto, l'azione prosegue e si arriva alla scena finale, alla scena d'_effetto_, nella quale deve giungere un granatiere per invitare Napoleone a tornare sul suolo francese.
Ma l'attore che faceva il granatiere e che doveva giungere, notate bene, inaspettato--per produrre il _colpo di scena_--è in ritardo, non si sa perchè.
Napoleone I, il generale, il capitano, l'aiutante hanno esaurito la loro parte e guardano, inquieti, tra le quinte.
Nessun indizio di granatiere.
Allora, il grande imperatore, per non compromettere la situazione, si volge verso il generale e, additando il mare, dice con accento malinconico:
--Questo mare mi ricorda il più bel giorno della mia vita. E a voi, generale?
Il generale, confuso, imbarazzato, risponde:
--Anche a me, maestà.
--E a voi, capitano?
--Anche a me, maestà.
Il pubblico comincia a ridere. Qualcuno, dalla platea, grida:
--Anche a me!
Il grande imperatore guarda tra due quinte e dice:
--La solitudine è.... deserta. Eppure il cuore mi diceva che qualcuno sarebbe venuto. Che ne dite, generale?
Il generale, sopra pensiero, risponde:
--Maestà, può essere che venga, forse, dalla parte opposta.
--Avete ragione, generale!--conchiude l'Imperatore e riattraversa la scena.
Ma il granatiere non appare per niente.
* * * * *
In ultimo, Napoleone I si ferma di fronte al generale e gli dice:
--Io mi ritiro: se arrivasse un granatiere, avvertitemi tosto.
E con passo tragico va via. Lo stato maggiore resta lì, a guardarsi uno con l'altro, come tanti scemi. Alla fine, il generale dice al capitano:
--Io mi ritiro; se arrivasse il granatiere, prevenitemi, per avvertirne l'imperatore.
E rientra fra le quinte anche lui.
Il capitano, a sua volta, sfodera la spada e grida all'aiutante:
--Il mio dovere mi chiama: se giunge il granatiere, avvisatemi subito.
E via.
* * * * *
Il vero è che il granatiere tanto aspettato, briaco fradicio, senza che nessuno ne sapesse niente, dormiva come una marmotta sotto il palcoscenico.
L'aiutante, pensoso, tra i mormorii e le risate del pubblico, passeggia un po' su e giù, davanti alla buca del suggeritore, poi si batte la fronte, come colpito da un'ispirazione, s'avvicina a una quinta e grida:
--Olà! corpo di guardia! presto un granatiere vada da sua maestà l'imperatore.... passando per la via sotterranea.
In questo mentre Napoleone I, che non ha afferrato simile trovata d'ingegno, rientra in scena, seguito dal suo generale, e dice con aspetto trionfale:
--Il granatiere che aspettavo era di là e mi ha recato la notizia che la Francia mi aspetta, la mia bella Francia!...
L'aiutante, esterrefatto, si riavvicina alla quinta e grida:
--Che il granatiere non si muova! oramai.... _la sua missione è compiuta!_
Celeste Spada in Barbosio.
Glielo dicevano tutti:
--Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....
E Pasquale Barbosio, incaponito:
--Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso, e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la Celeste è così ingenua!
--Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.
Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottone di rosa, fiera de' suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.
La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio. Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.
La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina; ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.
--Maria:--diceva la padrona, con un fare di grande importanza:--avete lavato l'insalata?
--Signora no: non ho avuto tempo.
--Io sola trovo tempo a tutto.
Pasquale:
--Sei un portento.
--Laverò io l'insalata!... _datemi qua il sapone_.
* * * * *
Poi, Celeste si stancò di far la massaia: la cucina le sciupava le mani: Pasquale si rannuvolò: allora lei diventò fastidiosa, bisbetica, seccata e seccantissima.
--Non sono mica la vostra serva.
Maria, un'ignorantona di prima qualità, mandava tutto a male, colazione e pranzo: Pasquale si sentiva offeso nel cuore e sopratutto nello stomaco. Ma Celeste non si volle impicciare di nulla e chiamò la madre, donna arcigna e strillona, a dirigere Maria con annessi e connessi. Pasquale ne fu infelicissimo: quella suocera era insopportabile, un vero demonio.
Il povero Barbosio incontra un antico suo collega nella guardia nazionale.
--Sai! ho preso moglie.
--Anch'io;--dice Pasquale.
--Sei felice?
--Lo sarei, se non fosse per la suocera.... Una suocera impossibile.
--Tutti gli amici ammogliati si lagnano della suocera!
--Ciò prova....
--Prova che siete una massa d'imbecilli, che non sapete fare.
--E tu come hai fatto?
--Ah! io non ho voluto nessuna suocera.
--Ma che dici?
--Niente di più semplice: ho sposato un'orfana.
* * * * *
Dopo cinque mesi di matrimonio, Celeste, arcistufa di Pasquale, cercava distrazioni, frequentando assai la società e ricevendo in casa molti amici d'ambo i sessi. Il più assiduo era un cugino, Rodolfo Maggi, bel pezzo di giovanotto, con due baffi marziali e due occhi birboni. Cominciò a far visite un giorno sì e l'altro no: poi tutti i giorni; poi due volte al giorno.
Pasquale masticava in silenzio la sua gelosia e aumentava di premure intorno a Celeste, che non gli nascondeva una ripugnanza invincibile.
Quando usciva, le diceva:
--Me lo dai un bacio?
--Con quella barbaccia ispida? perchè non porti soltanto i baffi? guarda Rodolfo come sta meglio di te.
Pasquale, per istrada, pensa di fare un'improvvisata alla moglie; entra da un barbiere, e tagliata la barba, si fa appuntare i baffi, come quelli di Rodolfo, tal quale.
Torna a casa e suona.
Sua moglie gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e lo copre di baci.
--Ah, dunque, ti piaccio di più, coi baffi.
--Dio mio!--esclama Celeste:--non t'avevo mica riconosciuto!
* * * * *
A lungo andare, Pasquale si persuase d'essere.... quello che gli amici avevano vaticinato; ma soffriva in silenzio, per non farsi canzonare e per paura di peggio.
Pure, non potè a meno di fare uno sfogo con un amico intimo, dicendogli:
--Ah, caro mio, sono molto malcontento di mia moglie!
--T'avrebbe fatto dei nuovi torti?
--Oh, no! non lo soffrirei: ma.... sono sempre gli stessi che si rinnovano.
* * * * *
Stanco delle amarezze continue, Pasquale stava lontano il più possibile dal domicilio coniugale e, per distrarsi, si era dato alla vita del circolo e del caffè, cercando le compagnie più scapigliate; ma invece di spassarsi, non faceva che litigi continui, poichè gli amici lo burlavano spietatamente sulle sue sventure coniugali; lui s'inquietava, voleva fare il rogantino, ingiuriava i canzonatori, e finiva sempre per pigliarsi qualche calcio e qualche schiaffo.
Celeste lo seppe e cominciò a fargli delle scene, rimproverandolo di buttar via quattrini e fare delle figuraccie.
Una sera, mogio mogio, Pasquale entra in casa.
--Dove sei stato tutto il santo giorno?
--Alla.... biblioteca.
La moglie, sospettosa, gira intorno a Pasquale e vede.... la forma d'una suola di stivale sulle falde del soprabito.
--Bugiardo! sei stato di nuovo _a divertirti_ coi tuoi amici!
* * * * *
Dio fu misericordioso.
Visto Pasquale tra una suocera e una moglie di quel genere, gli mandò una buona flussione di petto che, in capo a pochi giorni, lo sbrigò.
Fece testamento e lasciò erede universale sua moglie, sotto condizione di rimaritarsi al più presto.
--Non voglio,--disse,--che continui a far chiasso col nome mio.
Eppure, la signora Celeste continuò e continua a chiamarsi Barbosio, poichè, passati appena quattro mesi, sposò il fratello di Pasquale, uomo fresco, robusto e piacevole.
Al banchetto di nozze, uno del testimoni vide appeso al muro un ritratto di Pasquale, buon'anima, ch'egli non aveva conosciuto e chiese alla sposa:
--È di qualche suo parente, quel ritratto?
--Sì--rispose Celeste, sospirando--è quello del.... mio povero cognato.
Cocò.
La duchessa non voleva confessare che moriva di noia e invece andava dicendo che aveva i suoi nervi, che so io!... l'emicrania.
Il duca, almeno, sdraiato in un cantone, con un giornale che gli copriva la faccia, si sfogava schiettamente in lunghi sbadigli, socchiudendo gli occhi.
Per essere alla fine d'agosto, era una giornataccia impossibile, con rovescioni di pioggia che facevan paura, accompagnati da un ventaccio uggioso, che non permetteva neppure di tener le finestre aperte.
Andare allo stabilimento dei bagni, manco a pensarci. Già: non c'era un'anima!
Inoltre, nulla da leggere, tranne due o tre giornali insipidi e infarciti di quei _fatti diversi_ che poi son sempre gli stessi.
Oh, i nervi della duchessa!
Il duca non represse abbastanza un nuovo sbadiglio, che sonoramente echeggiò nel salone.
--Eh, finiscila un po'!--gridò la duchessa infastidita:--non sai far altro!
--E che ho da fare?--gemette il duca, dal fondo della sua poltrona.
--Potresti ben dire quattro parole, mi pare!
--Su che? non saprei.
--Su che, su che! si parla, ecco!
--Eh, non son mica il pappagallo della baronessa, io!
--Così tu lo fossi! è tanto carino!... Sa dire delle coserelle tanto graziose!
Nel suo impeto d'entusiasmo per il pappagallo, la duchessa appoggiò la mano sul campanello a scatto e comparve tosto il domestico.
--Giacomo, andate subito dalla baronessa Collis e pregatela di mandarmi, per un'oretta, il suo _Cocò_. Badate a portarlo con tutte le precauzioni possibili e presto: avete capito?
Giacomo s'inchinò e sparì, con la faccia non di chi abbia ricevuto un ordine, ma di un credente colpito dalla scomunica. Che idea! fargli fare un'ora di strada, nel fango, con quel tempaccio, per portare un pappagallo.
La baronessa oppose qualche difficoltà, ma Giacomo fu insistentissimo, per paura che la padrona lo avesse da rimandare una seconda volta: tanto che il povero _Cocò_ fu messo nella gabbia, che venne coperta con un panno qualunque e legata con uno spago, attorno attorno.
--Ve lo raccomando!--gridò la baronessa con accento materno.
--Non dubiti!
Appena uscito dal villino, Giacomo sbatacchiò rabbiosamente la gabbia, come faceva Renzo co' suoi capponi; al punto che l'infelice _Cocò_, sparnazzando le ali, suppose fosse il finimondo e rimase in guardia e sopratutto in ascolto.
Tutte le volte che scivolava in una fangaia e metteva il piede entro le pozze d'acqua, Giacomo bestemmiava come un turco e mandava un sacco d'accidenti all'illustrissima signora duchessa, che per un uccellaccio d'inferno faceva infradiciare un cristiano a quel modo con un tempo simile.
_Cocò_ ascoltava.
Giunto presso il palazzo, Giacomo fece sforzi enormi per cambiare la sua fisonomia scombuiata con quella impassibile e corretta di un servo fedele; si pulì ben bene gli stivali sullo stuoino, indi entrò solennemente nel salone dicendo:
--Signora duchessa, ecco il pappagallo.
Tosto ella fece uscire _Cocò_ dalla sua prigione, accogliendolo con un mondo di carezze e di moinerie, che il pennuto accettava con un grave dimenare della sua testa intelligente e bonaria.
--Come sta la tua padrona, _Cocò_ bello? dimmi qualche cosa, _Cocò_ bello!
E _Cocò_ dopo un momento di aspettativa e di silenzio:
--Son diventato peggio d'una pozzanghera, e tutto per quella vecchia strega di duchessa! accid....
--Ma che dici, _Cocò_?
E _Cocò_ dopo una nuova pausa:
--Che il diavolo si porti via la duchessa col suo grugno tinto! Guarda mo' se c'è umanità a mandare un povero servitore per un pappagallo. E che ne fa del pappagallo quella brutta birbona? Non le basta quel cornutaccio di suo marito?
La duchessa, verdognola, sonando il campanello:
--Portate via _Cocò_!
Il signor Quiproquo.