Ciarle e macchiette

Part 5

Chapter 53,666 wordsPublic domain

Entrava nel saloncino, con tutta disinvoltura, andava alla finestra, guardava nel giardino, cinguettava qualche cosa, e poi si metteva a sedere, con seducente languore, sopra una poltroncina, fingendo dedicarsi a un lavoro all'uncinetto.

I miei puttini, frattanto, crescevano su proprio per amor di Dio, come vitelli allevati a minuzzoli di pane. Le mie facoltà intellettuali erano tutte assorte nella contemplazione della marchesina. Tanto è vero che il principale in breve si accorse che gli amorini venivano a costare due lire l'uno e perfino due lire e venticinque. Cosa naturalissima: l'amore in rialzo.

Il principale mi voleva un gran bene, ma ci teneva assai a non aumentare i prezzi di fabbrica. Messo in sull'avviso, mi sottopose a una muta sorveglianza, che in quei tempi non offendeva ancora la dignità di un libero cittadino. Ma l'occhio del padrone non ingrassò i miei puttini.

L'effetto del sotto in su è noto da secoli parecchi; ma non potete ideare l'effetto strano che produce una bella creatura, vista dal sopra in giù. La teoria degli scorci ha, sotto questo punto di vista, una grave lacuna.

E lei, la marchesina, s'era accorta della mia sordomuta ammirazione?

Bontà divina! chi è quella figlia d'Eva che non se ne avveda subito?

Le nostre occhiate s'incrociavano spesso, si chiappavano a volo, come i lepidotteri, e allora, mentre la marchesina abbassava le ciglia sul filondente, io, tutto rimminchionito, succhiavo il pennello, come si succhierebbe un bastoncino di cioccolatte.

E gli amorini salivano a lire 2,65 l'uno, come in tempi di assoluta carestia.

La sera d'un sabato, il principale, afflitto da un catarro che non mi prometteva niente di buono, mi diede la paga. Porgendomi le diciotto lire, che compendiavano i bisogni della vita, il brav'uomo mi disse con aria paterna:

--Caro mio, ce la dobbiamo discorrere un pochino.

Le mie gambe provarono un rilassamento molecolare, mentre il cuore si faceva piccino piccino.

--Che stupido!--fece il principale, con accento bonario, nello scorgere il mio imbarazzo.--Ma va via: non farmi quella faccia lì. O che c'è forse qualche cosa di male? sei o non sei un artista? che cosa diavolo sei? ma che ti pare che ci sia da vergognarsi? che razza di uomo! Ebbene, signor sì, tu ami la marchesina.

--Io?

--Sì, tu; o chi dunque? Io forse? Capisci bene che le son cose da non potersi nascondere. Gli è come una flussione di denti. Ho visto tutto, ho visto.

--Ma vi giuro.... parola d'onore....

--Ma che parola d'Egitto! Quando ti dico che ho visto! O vieni un po' qui e ragiona: che male c'è? L'artista, mio caro, può pretendere alla mano d'una regina. Michelangelo non ha forse sposato la principessa Buonarroti?

--Questo è vero!--risposi con maravigliosa sfrontatezza.

--O dunque?

--Ma io....

--Ma tu non sei che un ragazzo. Lascia fare a me. La marchesina è pazza per te!

--Oh questo poi!

--È pazza, ti dico. Capisco io il valore di certe occhiate. Lascia fare a me, ti ripeto. Sono intimo del marchese e se a te manca il coraggio, domanderò io la mano della marchesina.

--Ah questo no, principale, per amor di Dio!

--Va là! Dà retta a me; tu non t'impicciare di nulla. Parlerò io al marchese. Anzi, vedi, voglio andar subito da lui. Chi s'addormenta su certe cose, resta con un pugno di mosche. Il marchese lo conosco come il palmo della mano; oggi appunto è d'un umore eccellente.

--Sentite, principale!--gridai con voce straziante, afferrandolo per una manica;--oggi poi no!... davvero....

--Lasciami fare, lasciami fare. Sento che ho vocazione per queste cose. Tutto sta nel saper cogliere il momento, e il momento è questo. Tu resta qui, e a momenti sarai l'uomo più felice della terra!--e, così dicendo, liberatosi con una strappata, si slanciò nell'appartamento del marchese Soprani.

Dipingervi l'orgasmo dell'animo mio sarebbe cosa impossibile. Rimasi lì, come Tenete, senza conoscenza del mondo e delle sue pompe. Le visioni più bizzarre mi s'affollarono al cervello. Vedevo un centinaio di Veroniche, un centinaio di marchese, un centinaio di marchesi che ballavano la sarabanda, un'insalata di Nanole, una frittata di principali, e poi una folla di fantasmi neri che sembravano uscieri o mignatte, e pignattini colmi di marenghi, e sfingi alate che andavano a passeggio coll'ombrello sotto il braccio, e gentiluomini tutti coperti d'oro, e scope, e amorini, e pantofole ricamate, e lumini da notte, e chitarre che piangevano, e perfino una resta di cipolle che, senza dir nulla si trasformava in tanti abatini bigi, colla testa di malachite e le fibbie d'argento. Ero scemo.

L'aria si abbrunava, e a poco a poco mi trovai nella più fitta oscurità. Mi sembrò, in allora, d'essere morto di meningite e di sorridere al maestro Rossini, che mi chiedeva gentilmente il permesso di scrivermi una _messa di requiem_. A un tratto parve per la stanza un brulicame di domestici in livrea che portavano in giro, su vassoi d'argento, i miei amorini paffuti, con tanto d'etichetta sulla pancia, che diceva: _Lire 50 l'uno_.

Ripiombavo di poi nelle tenebre, e agli sprazzi d'un lucignolo fumoso, il fantasma di mia nonna (non mi vergogno a dirlo) mi correggeva dolcemente, come a quei tempi felici in cui la sede dell'intelligenza nei ragazzi era a un livello alquanto più basso del midollo spinale.

Come Dio volle, un uscio si schiuse e un fiotto di luce balenò nella stanza. Era lui; era il principale.

--Vieni! vieni!--mi bisbigliò con voce soffocata dall'emozione;--il marchese acconsente.... anzi, n'è felicissimo. Ma vieni, dunque! e mi prese per mano.

Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il merito è del mio angelo custode.

Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani, che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone patriarcale, fasciato di cuoio giallo.

I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.

Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto, preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento supremo della vita.

Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi affettuosamente le mani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con tenerezza paterna e materna.

Ma, insomma--disse il marchese, scuotendomi la destra--ma, insomma, non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo, come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto tutto.

--Creda, illustrissimo signor marchese....

--Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti noi.

--Oh, signor marchese....

--Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?

--Io sono veramente confuso.... Non mi aspettavo.... E poi, capisce bene....

--Sì, sì; capisco perfettamente!... Sempre un po' orgogliosetti, questi artisti, e sta bene. Che bravo figliuolo! Permettete....--e così dicendo, scosse il campanello.

Un servitore accorse alla chiamata e sparì quasi subito, dopo che il marchese gli ebbe bisbigliato non so che cosa nell'orecchio.

In quel mentre, la marchesina Nanola fece una gaia irruzione nel gabinetto, correndo a dare un bacio a papà. Capii subito che quell'uscita era fatta con malizia e divorai, con uno sguardo di profonda riconoscenza, quella fanciulla che stava per diventare la mia fidanzata. Il principale ammiccò degli occhi, con un sorriso paterno, materno e celestiale.

Il marchese strinse la figlia tra le braccia, le appiccicò un bel bacione sulle guance, e le disse, con finta severità, piena di sottintesi:

--Signorina bella! noi, si parla d'affari e la mamma vi aspetta!

La marchesina diventò rossa rossa, come una fragola, susurrò qualche parola, fece un inchino spigliato, e con passo di lodola sparì dal gabinetto. Ma nel passarmi rasente, mi gettò una guardatina di sbieco, che m'andò dritta al core, come una stoccata.

Non m'ero per anco riavuto dallo stordimento di quell'occhiata, allorchè rientrò il servitore, portando un involto voluminoso, che consegnò al padrone.

Il marchese, sempre affabile e sorridente, sotto i baffoni grigi, mi venne incontro, mi pose l'involto tra le mani e mi disse:

--Per ora non c'è che questo, giovanotto. Tra poco, ce ne avrò anche delle migliori. Addio, ragazzo bello! Venite--soggiunse, rivolgendosi al principale;--andiamo a fare i conti.

E uscirono dal gabinetto.

Io spiegazzai, con atto convulso, i giornali che costituivano l'involucro, e con un batticuore inesplicabile, apersi il pacco misterioso.

C'erano tre paia di scarpe usate!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il principale aveva pregato il marchese di regalarmi le sue scarpe smesse, dicendogli che io non riuscivo a introdurre la spesa della calzatura nel mio _budget_ particolare.

Da quel giorno in poi, il listino della Borsa segnò gli amorini a settantacinque centesimi cadauno. C'era anche uno sparagno, sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.

I drammi del mare.

Tutto era pronto a Grotticella per degnamente accogliere la colonia estiva. Non mancava più che non una cosa soltanto: la colonia.

Ma la colonia dei bagnanti non poteva mancare: basti, dire che l'albergatore all'insegna del _Cervo d'oro_ avea inserito persino un pomposo annuncio sulla quarta pagina del _Calopinace_, annunzio che terminava con una frase nuova e destinata a produrre sensazione profonda:

--_Il servizio inappuntabile e la modicità nei prezzi fanno sperare al sottoscritto un numeroso concorso._

Il sindaco di Grotticella, stornando parte dei fondi destinati all'istruzione pubblica s'era deciso a vestire in tela di Russia le guardie, i concertisti municipali e finalmente anche l'unico accalappiacani, affinchè--diceva il sindaco--facesse bella simmetria, non si sa bene a che.

Il _Circolo marittimo_--volgarmente detto _Società dei sigari scelti_--nel quale si riuniva, in quotidiano idiotismo, l'elemento più giovane e cospicuo di Grotticella, dopo discussioni turbolenti in assemblea generale, aveva deliberato di cambiare il titolo in quello esotico e pomposo di _Club International_, in omaggio ai forastieri che sarebbero venuti dalle quattro parti del mondo, specialmente in occasione delle feste di Sant'Elmo, che duravano tre giorni, con messa cantata, corsa nei sacchi e fuochi artificiali appositamente manifatturati dal famoso pirotecnico Gerolamo Forcella, premiato con menzione onorevole al concorso di Poggibonsi.

Sulla spiaggia incantevole, lungo la dolce insenatura di rena finissima e morbida, sorgevano due dozzine di baracche in tela gialla a liste turchine, allo scopo di rappresentare l'illusione di uno stabilimento di bagni. Le baracche erano sorte per iniziativa municipale e per sottoscrizione pubblica: inaugurate come un monumento, al suono dell'inno reale e con un discorso del primo magistrato che conchiuse tra i più vivi applausi:

--E così, in questo giorno solenne, o padiglioni balnearii, a cui è legato il prospero avvenire della nostra città, vi dichiaro ufficialmente inaugurati e, a nome dell'intera cittadinanza, vi stringo fraternamente la mano e vi dò l'estremo saluto, in attesa di tempi migliori.

Ma i tempi migliori si facevano attendere un po' al di là del confine permesso alla gente per bene. Il mese di luglio era quasi per finire e l'albergatore del _Cervo d'oro_, il quale s'era arrischiato all'impresa con capitali molto meschini, si sentì alla vigilia del fallimento. E le minaccie del fornitore dei mobili presto si tradussero in atto. Un giorno il giovane Eligio Nasica, vicepresidente dei _sigari scelti_, andò al _Cervo d'oro_, più per incoraggiare l'industria paesana che per far colazione, e chiese a quell'unico cameriere cui era commesso il _servizio inappuntabile_:

--Avete dell'aragosta?

--No.

--Del rosbiffe?

--No.

--Del caciocavallo almeno?

--Neppure.

--Ma allora che roba avete?

--Abbiamo.... due uscieri che mettono i sigilli.

E precisamente in quel giorno, per amarissima ironia della fatalità, giunse a Grotticella il primo bagnante.

Era un uomo alto, robusto, miope, vestito con una certa eleganza vistosa, con una spilla di diamanti sulla cravatta, con una grossa catena d'oro, che gli ciondolava sulla sottoveste, e con bottoni enormi d'oro massiccio, foggiati a ferro di cavallo, sui manichini della camicia. Il suo bagaglio era composto di ben sei casse, tutte borchiate d'ottone, di forma alquanto singolare e chiuse con lusso straordinario di complicati congegni. Tal che, per cura dell'albergatore del _Cervo d'oro_, si sparse la voce essere il bagnante un principe indiano che tornava dal giubileo della regina Vittoria e che quelle sei casse erano certamente il suo seguito.

La voce in breve prese tale consistenza, fu talmente accreditata in Grotticella, che bastò a sospendere persino l'applicazione dei sigilli e indusse i membri della _Società dei sigari scelti_ a deliberare d'urgenza una festa da ballo in onore della "colonia forastiera".

Ma il bagnante, nella sua sincerità, si affrettò a distruggere le illusioni dell'albergatore declinando le proprie generalità: _Enrico Bertelli, commesso viaggiatore_ in _bigiotterie_ reduce da Milano, diretto a Napoli.

--Si fermerà molti giorni?

--Dipende: se riescirò a far qualche cosa!....

--Creda alla mia esperienza! in questa settimana, non c'è nulla da concludere: ma tra dieci giorni, non si saprà più, a Grotticella, dove alloggiare i forastieri, tanti ne verranno, e allora lei farà Indie. Intanto, qui lei starà come un principe. Con quattro lire al giorno, lei è spesato di tutto, comprese le mancie. Senza contare che lei può fare il suo bravo bagno di mare. Abbiamo uno stabilimento che non ne trova un compagno neppure a Livorno!

I patti economici, l'idea del bagno di mare, sedussero talmente Enrico Bertelli, che l'albergatore del _Cervo d'oro_, giusto premio ai suoi eloquenti lenocinii, vide il commesso viaggiatore di _bigiotterie_ trasformarsi in un vero e proprio bagnante. Le persone cospicue di Grotticella serbarono cautamente il silenzio sulla professione del nuovo arrivato, che personificava la sospirata colonia, e che fu ricevuto nel _Club International_ con onori veramente principeschi, tanto che il cameriere dell'albergo, gli inservienti del circolo e il bagnino gli davano dell'_eccellenza_ a tutto pasto, come a quei _re di Prussia_ incogniti che passeggiano abbottonati lungo i cinque atti dei drammi del Federici.

Tre giorni dopo, la sorpresa e la felicità dell'albergatore del _Cervo d'oro_ erano al colmo. Due veri bagnanti, due bagnanti autentici, nonchè di sesso diverso, si presentavano a chiedere alloggio all'albergo e per tutta la stagione. La sera stessa, il sindaco di Grotticella, a spese dell'erario comunale, mandò al _Calopinace_ un dispaccio di quindici parole, in cui con ingegnoso laconismo si dipingeva la fiorente colonia e la città festante, non senza le debite lodi alla banda e alle sue scelte melodie.

Sì: veri bagnanti, senza alcun sospetto di nascoste _bigiotterie_.

Egli era un vecchio d'aspetto venerando: diritto ancora e di sana complessione, malgrado una lunga barba gialliccia che lo faceva parere più maturo, anzi caschereccio, di quel che fosse in realtà. Aveva l'aspetto e i modi d'un signore che vive, e bene, del suo.

Quanto a lei, era quel che si dice un bel pezzo di ragazza, alta, formosa, coi capelli folti e nerissimi, con occhi grandi irrequieti e scintillanti sotto i lunghi sopraccigli: con un busto degno.... di figurare al Pincio assai meglio di qualche grand'uomo: un insieme d'energia e di grazia, di vitalità e di languore, pieno di seduzioni. Quando le sue ciglia si abbassavano e il bel viso pallido e ovale prendeva un'espressione pensosa, ricordava certe voluttuose madonne del Gian. Bellini, che destano i pensieri più pagani nei cervelli della cristianità.

I due bagnanti chiesero all'albergatore se avesse un quartierino per bene.

--Ho appunto ciò che conviene a lor signori: due magnifiche stanze, al primo piano, con un saloncino in mezzo che, garantisco, è un amore.

E mentre i viaggiatori, visitavano l'alloggio, l'albergatore linguacciuto continuava:

--Guardino che vista! Sembra d'avere il mare in camera. E poi, pare un quartierino fatto apposta per loro. Il numero 1 è la sua camera--soggiungeva l'albergatore, rivolgendosi al vecchio--e vi starà benone; non dia retta che vi sia la zanzariera, è messa per lusso, chè non c'è una zanzara a pagarla un marengo. L'altra camera è il numero 3 e la sua signora figlia, creda, vi si troverà come in casa sua. C'è anche una loggetta piena di garofani.

I due viaggiatori sorrisero e il vecchio, dopo avere scritto il nome sul registro, congedò l'albergatore, per essere in libertà.

L'albergatore, disceso al pianterreno lesse:

--_Commendatore Fabio Torcello, da Firenze, e fam._

E tosto andò di corsa in piazza, per dare al sindaco in persona la notizia che l'_Albergo del Cervo d'oro_ aveva l'onore d'ospitare un collare della Nunziata.

Quella sera, per festeggiare l'inaudito avvenimento, si fece allo stabilimento la prima luminaria, con ventiquattro palloncini alla veneziana, dodici dei quali ornati dai colori nazionali e con la scritta trasparente

W. L'ITALIA.

Quando i due bagnanti autentici si trovarono soli nel saloncino, occupati a slacciare le valigie, il commendatore Fabio Torcello andava dicendo con voce monotona e cadenzata, quasi parlando tra sè:

--Hai inteso, Cecilia?.... eccoti, dunque, bell'e battezzata per figlia mia! Eh, non ha poi tutti i torti, l'albergatore. Tra noi due c'è una differenza di diciannove anni e tre mesi: ma in apparenza ho almeno trent'anni più di te. E l'apparenza, in questa faccenda, è tutto!--aggiungeva, sospirando:--e qualche volta.... è anche la sostanza!

--Se ci siamo sposati--lo interruppe Cecilia, mentre rassettava certe sue vesti elegantuccie--vuol dire che mi piaci così e che non amo col calendario alla mano. Ti rincresce forse che l'albergatore?....

--Eh.... piacere non me l'ha fatto di certo! pure è un'idea.... forse una buonissima idea. Ci siamo rifugiati in questa cittaduzza ignota appunto per iscansare tutte le noie e tutto il pettegolume della società e dei miei parenti che non hanno accolto il nostro matrimonio, diciamolo pure, con entusiasmo. Ecco, dunque, un'occasione eccellente per vivere due mesetti in pace, nel più perfetto incognito....

--Capisco: ma non sarà molto divertente Grotticella!

--Oh, non dico già d'isolarci, di chiuderci come due orsi: anzi, ho una certa curiosità di conoscere questo bocconcino di mondo nuovo. Ma per evitare.... m'intendo io!.... non darò una smentita a quel buon diavolo d'albergatore. Noi, per i grotticellini, saremo padre e figlia.

--Che idea!

--Lascia fare.... vedrai che ci divertiremo quanto a una commedia. Bada però a sostenere bene la tua parte!

Cecilia diede in una forte risata argentina, ma poi si fece seria e si lasciò sfuggire una lieve mossetta dispettosa, quasi pensando:

--Eh, tu piuttosto farai anche troppo bene la tua!

Da quel giorno in poi, per mutuo consenso, in tutta Grotticella e dintorni Fabio Torcello fu conosciuto per "il commendatore e sua figlia".

Del resto, le regole della buona società, in Grotticella, erano state assai modificate dagli usi e dai bisogni locali. Invece di farsi presentare ai notabili, ai probiviri, alle celebrità mandamentali del paese, il commendatore Fabio Torcello non ebbe altro disturbo che quello di ricevere: tutti facevano a gara per presentarsi a vicenda: e nel saloncino del _Cervo d'oro_ era una continua sfilata di assessori, di capitani di lungo corso, di farmacisti, di dottori, di notai, di ricevitori del registro.

Per un momento fu eclissato lo splendore del principe indiano, reduce dal giubileo della regina Vittoria. Tutti gli omaggi, tutte le feste erano per la nuova effettiva colonia: il collare della Nunziata e la figlia del collare medesimo.

Anzi, il sindaco mandò al _Calopinace_ una cartolina d'ufficio, in forma di corrispondenza balneare, in cui leggevasi:

--Le nostre spiagge sono ormai gremite di bagnanti. L'altra sera vi fu brillantissimo ricevimento, sino a notte inoltrata, nelle sfolgoranti sale del nostro _Club International_. La colonia dei bagnanti era _au grand complet_ e primeggiava un alto dignitario dello Stato, il commendator F. T*** con la bella e gentilissima figliola, ch'è il sospiro di tutta la nostra gioventù elegante.

Fu appunto in tale ricevimento che, con intervento del sindaco, in forma diplomatica, fu fatta la presentazione del principe indiano al collare della Nunziata. Pareva il convegno di due potentati europei.

Enrico Bertelli, convien dirlo a sua lode, non piacque al commendatore Fabio: viceversa, riescì molto simpatico a Cecilia. Dal canto suo, per tutta la serata, il commesso viaggiatore in bigiotterie non ebbe occhi e parole che per Cecilia. In meno d'un'ora, discorrevano così confidenzialmente, che parevano amici da vent'anni.

Quella notte, il commendatore rientrò di malumore al _Cervo d'oro_, senza capirne, o piuttosto senza osar di capirne il perchè.

Eppure, Enrico Bertelli, che aveva dato il braccio a Cecilia fin nella sala terrena dell'albergo, s'era mostrato d'una cortesia squisita, quasi stomachevole.

Maledetti i principi indiani!

Da quel giorno, Enrico, dimenticate del tutto le _bigiotterie_, si dedicò totalmente alla _signorina_ Cecilia.

Il commendatore gli usava, in ogni occasione, un sacco di sgarbi, ma il commesso viaggiatore non se ne dava per inteso: egli sapeva far l'indiano se non il principe, e si sentiva largamente compensato dai frequenti sorrisi dell'incantevole Cecilia.

E quel ch'è peggio, il mare si faceva complice di quel duetto, poichè al commendatore erano interdetti i bagni d'acqua salsa e doveva contentarsi di sorvegliare, accigliato, dalla spiaggia, le abbominevoli manovre di Enrico, fingendo di leggere un giornale.

Cecilia frattanto s'illanguidiva e smagriva a vista d'occhio.

Il commendatore, in un odioso accesso d'egoismo, si compiacque di tal deperimento. Era evidente che i bagni di mare facevan danno a Cecilia: bisognava smettere. Ma come darle da intendere che....? Fin dalle prime parole, Cecilia recisamente dichiarò che i bagni le facevano benissimo e che, privandosene, si sarebbe ammalata sul serio. Il commendatore non s'arrese e, nella speranza d'essere assecondato dalla scienza, pensò d'insistere sulla necessità d'un consulto.

Subito dopo il bagno, fu chiamato all'albergo il dottore Elia Scalaberni, uno dei luminari della città, il quale aveva persino stampato una memoria sui _Micrococchi_.

Il dottore, dopo avere aspirato un'autorevole presa di tabacco, tastò il polso a Cecilia, si fece, mostrar la lingua, scosse alquanto la testa, poi le chiese:

--Soffre d'insonnia?

--Al contrario: dormo profondamente.

--Bene, bene! e dica: sente dei dolorini per la vita?

--Affatto.

--Bene, bene! naturalmente mangia pochino?

--Al contrario: mangio di buon appetito.

--Bene, bene! e.... ogni tanto ha dei capogiri? delle nausee?

--Mai; assolutamente mai!

--Bene, bene! allora le darò certe polverine che le faranno passar tutto questo.

Congedatosi da Cecilia, il dottore Scalaberni chiamò in disparte Fabio Torcello e gli disse, a bassa voce, in un orecchio:

--Non ho che un solo consiglio per lei, ma molto serio: commendatore, dia marito a sua figlia e più presto che può.