Part 3
In quel punto, la voce dell'usciere Gaetano grida dall'alto della scala:
--Signori: Nervo ha finito; parla Minghetti.
Tutti si precipitano alla tribuna e Prospero Martucci resta solo come un cane, suda peggio di un facchino per liberarsi del tappeto e finalmente sale alla tribuna anche lui e si trova tra il redattore della _Tribuna_ e me.
Visto che io stavo scrivendo, si rivolge al collega della _Tribuna_ e gli domanda:
--Chi parla, adesso?
--Lanza.
--Oh!... io lo credevo morto.
--È il fratello.
--Quale?
--Quello delle candele steariche.
--Ah, ho capito! e quel signore grasso e calvo che sta al banco dei ministri chi è?--domanda, indicando l'onorevole Berti.
--Quello?... diavolo! quello è Brofferio.
--Scusi,--dice Martucci un po' risentito;--quanto a Brofferio, mi ricordo perfettamente di avere letto che è morto tanti anni fa.
--Ma tu, caro mio, confondi con Guerrazzi.
--Domando scusa: mi ricordo bene; il morto è proprio Brofferio.
--Hai ragione, perbacco; sono io che confondo. Quel ministro calvo allora è Guerrazzi.
--Ah, dicevo bene!
* * * * *
Verso la fine della seduta, il Martucci domanda al suo cicerone:
--Mi farebbe proprio un gran favore, se avesse la compiacenza di mostrarmi il duca di Sandonato.
--Vedi quell'omino con la barbetta nera?--dice il cicerone, indicando la figura sparuta dell'on. Barazzuoli, soprannominato _Agonia_;--ebbene: quello è il duca di Sandonato.
--Davvero?!... e pensare che me l'avevano dipinto come un omaccione cinque volte più grosso!
--Infatti, è appunto cinque volte più grosso; ma oggi quanti ne abbiamo del mese?
--Quindici.
--Ah, ecco, si spiega! Nei giorni dispari, invece, è così.
Gigi Micocci.
Si stava nel caffè principale d'Albano, giocando al biliardo e facendo dei _colmi_, tra tazze di birra e nugoli di mosche.
Gigi Micocci--un pittore che, a soli ventiquattr'anni, già è celebre.... come giocatore di _carolina_--aveva strappato due volte il panno e consumato, con incredibile cinismo, un _colmo_ di questo genere:
--Il _colmo_ dell'umiliazione da infliggere a un giocatore di prima forza?
Sgomento nell'uditorio.
Gigi Micocci, con sorriso idiota:
--Stracciargli il soprabito, per obbligarlo.... a farsi dare due punti.
La notoria ferocia di Gigi Micocci, in fatto di freddure, è tale che quanti discorrono con lui sono sempre in apprensione e cercano di scoprire il doppio senso delle frasi, anche quando doppio senso assolutamente non c'è.
Così, gli è accaduto un giorno di dire a un suo zio:
--Buongiorno, zio: come va la salute?
Lo zio rimase perplesso, mentalmente indagò quale freddura potesse nascondersi sotto tali parole e, dopo una pausa, conchiuse crollando la testa:
--Sarà bella, questa; ma io.... non la capisco.
--Ma non è freddura, caro zio! è la frase più semplice, più naturale di questo mondo.
Il buon uomo aggrotta i sopraccigli, ripensa daccapo e.... crolla di nuovo la testa, dicendo:
--È curiosa! non capisco neppure questa.
* * * * *
Gigi Micocci, sotto un urlo di esecrazione, dava il gesso alla stecca e preparava un altro _colmo_ più scellerato ancora, quand'ecco entra nel caffè il dottor Malachia Pelasquez e tutti gli corrono incontro, gridandogli tra il serio e il faceto:
--I nostri mirallegro!... un mondo di complimenti! se lo meritava, un uomo com'è lei.... davvero, davvero!
--Ma che gli è successo?--domanda Gigi Micocci.
--Non sai? lo hanno nominato commendatore.
--Oh, diavolo!
--Già, già!--dice il dottore, facendosi avanti e barattando strette di mano;--ho avuto la notizia proprio adesso.
--Come, adesso?--domanda Micocci.
--Appunto: discendevo dalla diligenza di porto d'Anzio, quando mi è venuto incontro il mio fattore, con la _Gazzetta ufficiale_....
--Allora, permetta!... mi rallegro tanto tanto anch'io: è un bell'onore!
--Sì.... sì.... ma, pure, mi ha fatto specie una cosa: nella lista dei nuovi commendatori, non ho visto che tre soli casati di gente nobile: il duca Sarteschi, il conte di Melissano e me.
--Voi?
--Io, sì!... ignorate dunque che io discendo, nientemeno, dai principi di Castiglia?
--Ma, allora, perchè un momento fa avete detto che discendevate.... dalla diligenza di porto d'Anzio?
Ninì.
Tranne il dormire, facevano tutto in comune. Parlo di due vecchi procuratori--Lucio Paglia e Alfonso Errera--i quali avevano saputo mettere da parte un bel po' di quattrini, tanto da godersi, nella pace beata dell'ozio, il resto della loro esistenza. Come avevano lavorato assieme per tanti anni, nello stesso studio, così adesso passeggiavano insieme, insieme leggevano, fumavano insieme, mangiavano insieme, insieme bevevano.... Anzi, bevevano fin troppo e si può dire che sei giorni della settimana si alzavano brilli da tavola; allora, gai e ciarlieri, accendevano i sigari e andavano a fare una passeggiata sul Corso. Era, per solito, in quell'oretta gioconda, che nel cervello di Alfonso Errera pullulavano bizzarrie originali, che tosto metteva in esecuzione, senza che il compagno gli si opponesse mai. Anzi, diventava il suo compare, il suo complice.
* * * * *
Certe volte, entrava in tutti i negozi d'orologiaio per chiedere:
--Scusi: ce l'avrebbe una ventina d'ore pomeridiane, magari usate, ma da spender poco?
Un'altra sera, con passo maestoso, s'introducevano in un caffè e, con un mazzo di chiavine, battevano fortemente sopra una tavola. Un cameriere accorreva di corsa e chiedeva a Lucio Paglia:
--Che cosa beve il signore?
--Io nulla.
E Alfonso Errera:
--A me pure: ma con acqua di Seltz.
* * * * *
Quando c'era molta gente e il tabaccaio era in gran faccende, l'Errera entrava in bottega, guardava sul banco, nelle vetrine, dentro le scatole magari e crollava la testa, ripetendo malinconicamente:
--Non ce n'ha!
E il Paglia stando sull'uscio:
--Ce n'ha?
--No: non ce n'ha.
Il tabaccaio, credendo cercassero qualche pipa di vera radica e qualche pacco di sigarette estere, piantava lì ogni altro negozio, esciva dal banco e chiedeva premurosamente all'Errera:
--Che cosa desidera?
--Eh, non ce ne avete!
--Dica: che cosa desidera?--insisteva il tabaccaio.
--Io niente: ma è quel mio amico là fuori che....
Il tabaccaio si dirigeva allora al Paglia:
--Il signore desiderava?...
--Ma se lui dice che non ce ne avete!
--Sentiamo che è, almeno, santo Dio!
--Ecco qua: mi si è rotto un bono da due lire e volevo un po' di margine di francobolli per attaccarlo.
* * * * *
Spesso l'Errera si divertiva a contraffare lo scemo, l'idiota, che si crede un bimbo di quattro o cinque anni.
Tutto dinoccolato e piagnucoloso, si avvicinava a qualche signore dall'apparenza ingenua, gli si appendeva al braccio e, con voce rotta dai singulti, cominciava a tartagliare:
--Ninì! Ninì bello! ha pe_d_duto sua mammà: _ci ci_, pe_d_duto mammà!... tu tanto bono, a_tt_ompagna povero Ninì, _t_asetta bella di mammà sua!
Quel povero signore, con occhi spaventati, guardava esterrefatto quel bimbo barbuto di sessant'anni. Allora l'Errera pestava i piedi e si avvicinava a Lucio Paglia per dire sottovoce all'incognito:
--Abbia pazienza! è un povero matto, che la sua famiglia lascia vagabondare, perchè assolutamente innocuo. Veda un po': abbia la bontà di ricondurlo a casa: abita a piazza di Spagna.... lo conoscon tutti. E non lo contraddica mai; prego. Sa come sono, 'sti poveri scemi!
Preso da un senso di viva compassione, la vittima consentiva pietosamente a fingersi la bambinaia dell'Errera e spingeva la bontà fino a dirgli:
--Vieni, vieni, Ninuccio bello, che andiamo da mammina tua.
L'Errera si faceva trascinare, tutto pendoloni, poi si fermava, inevitabilmente, davanti le vetrine di Cagiati e non c'era più verso di smuoverlo:
--Voglio un pulcinella: _t_ompera un bel pulcinella a Ninì!
A scanso di piagnistei, il signore gli comperava un pulcinella da venti soldi; poi l'Errera s'arrestava davanti a un pasticciere:
--Voglio una _t_aramella! Ninì vuole tante _t_aramelle! _T_ómpramene tante tante!
E il signore comprava un'incartata di paste o di biscotti e l'offriva al vecchio bambinone, che si metteva a piangere mugolando:
--Ninì tanta sete! voglio un _t_affè e latte!
E il paziente signore lo faceva entrare nel caffè più vicino; ma proprio, quando erano in mezzo alla gente che li guardava, l'Errera si portava le mani alla pancia, pestava i piedi e gridava:
--Ah, tanto male qui! non ne posso più! Ninì vuol fare la....
Il cordone sanitario.
Quando le dissero che la casa era cinta da un cordone militare, Amalia fece una grossa risata, rovesciandosi come una matta sulla seggiola a sdraio: non così Mario, la cui faccia s'abbuiò, come se un dispaccio della borsa di Parigi gli avesse annunciato essere la rendita calata di tre _punti_.
--Accidenti ai cordoni!--borbottò, buttando via, con aria di stizza, la sigaretta.
--Ed io ci ho gusto, invece.
--Bel gusto! già, era meglio che non venissi, questa sera: qualche cosa mi diceva che mi sarebbe successo un guaio.
--Ma sai, caro, che sei d'una sgarberia unica?
--Oh: non mi seccare!
--Quand'è così... ci ho gusto due volte. Domenica scorsa m'avevi promesso di passar due giorni interi con me e invece poi, al solito, ti sei squagliato. Vedi: è l'amore che si vendica.
--Chi sa in che impicci mi vado a trovare adesso!
--Sì, che ora c'è da spaccarsi la testa contro il muro. Affari non ne hai....
--E che ne sai, te?
--Oh, bella! m'hai detto, sì o no, che in borsa non fai più nulla da un mese in qua? Tua moglie è lontana...
--Ma che lontana! in Arenzano: non c'è che un'oretta di ferrovia.
--Insomma: a casa tua sei solo...
--Niente affatto, perchè c'è il servitore.
--È forse tuo zio, tuo suocero, tuo tutore? con cinque lire, dirà quello che vorrai e ciao.
--Sta bene: ma mia moglie può tornare da un momento all'altro... sabato sera m'aspetta.... tutti i giorni le devo mandare un dispaccio sulla mia salute...
--Il cordone non t'impedisce mica di spedire quanti dispacci vuoi.
--Sì, ma io conosco bene Giacinta: se sabato sera non mi vede, sta pur sicura che domenica mattina, alle sette e nove minuti, ecco che arriva a Genova. Eh, la conosco, io.
--Anche a questo c'è rimedio: perchè non fingi una partenza improvvisa? un viaggio?
--Ci avevo pensato: ma lei, se le dico che sono andato, mettiamo il caso, a Milano, aspetterà i miei dispacci quotidiani da Milano; capisci?
--Ma che sei diventato? un mammalucco? e ci vuol tanto a scrivere a un amico a Milano che spedisca dispacci a nome tuo? non ce l'hai un amico a Milano?
--Sicuro, che ce l'ho: per esempio.... il prefetto. Ma ti pare che mi possa rivolgere a una persona così seria, per una faccenda di questo genere? Ci sarebbe Augusto, ma....
--Chi? Augusto Tebaldi? benissimo: sarebbe quello che fa proprio al caso nostro.
--Lo so: ma è un giovanotto sventato, capace di giocarmi un tiro.
--Ah, questo poi no: siete tanto amici!
--Tanto amici! tanto amici!--ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando i sopraccigli:--l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte a Giacinta!
--Sul serio?
--Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere le sue visite troppo assidue.
--Ah, dunque sei geloso?
--Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete! in casa mia. Capirai che...
--Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.
--Eh, ci penso, sì: ma non trovo.
A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per dirgli press'a poco così:--l'autorità, per misure igieniche, che il diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a nuovo avviso, le manderai un dispaccio _sui generis_, sempre a nome mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine, ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di dispacci a questo indirizzo: _Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva_. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!
Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli le istruzioni necessarie, casomai.
Così aggiustate alla meglio le proprie faccende, Mario smise un po' il broncio, e disse alla divina Amalia:
--Se, intanto, si cenasse?
Al tocco dopo la mezzanotte arrivò un dispaccio, in cui non si leggeva altro che questo:
_Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova._
--BIRBONE!
_Augusto Tebaldi._
Dopo tutto, Mario si rassegnò facilmente al suo destino. Giovane, ricco, spensierato, quella quarantena, insieme con una donnina adorabile, come la Trevisan, non era poi un supplizio tanto spaventevole. Un demonio, quell'Amalia! Non la conoscete? Ma che: l'avrete vista cento volte a spasso per via Roma, con l'ombrellino giallognolo guernito in pizzo di Venezia, o nelle poltrone del Politeama, sorridente sotto un gran cappellone d'una forma singolare, che a lei sola sta bene tanto e non può essere portato che da lei.
Tutti dicono che Mario ci abbia speso di gran quattrini e sarà: è giusto che egli faccia dimenticare l'avarizia del padre, che in mezzo ai milioni è morto di miseria. E poi, Mario non è un minchione: sa spendere e sa guadagnare, poichè, a sentire gli amici, nessuno ha come lui un colpo d'occhio sicuro, nei giuochi di borsa.
Così ci avesse pure un po' più di esperienza nei giochi del matrimonio! Invece, ha il torto di trascurare troppo la signora Giacinta, sua moglie; una creatura che, se la vedeste, pare proprio venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.
Le male lingue dicono ch'è un po' civetta, ma quando s'ha un marito scapato come il Ricciarelli, sfido!
Il domani, per tempo, la signora Giacinta, nel suo villino d'Arenzano, ricevette questo dispaccio:
_Giacinta Ricciarelli_
_Arenzano_.
_--Sono arrivato ottima salute--Augusto fecemi accoglienza cordialissima.--Spero sbrigare affari prestissimo--mandami tue notizie._
MARIO.
La sera, Mario--o piuttosto Amalia per lui--non ricevette nessun dispaccio dall'amico di Milano, Augusto Tebaldi.
--È strano--pensò.
Il dispaccio atteso arrivò invece la mattina appresso, in casa Trevisan, ma non era precisamente quello che Mario aspettava, poichè, non senza un brividìo per le vene, lesse quanto segue:
_--Giacinta, impaurita inoltrarsi epidemia, ebbe idea recarsi teco Svizzera. Malgrado molti dispacci firmati nome tuo tentassi dissuaderla, ella venne Milano; trovasi attualmente in casa mia. Dissile tu eri andato Bologna affari urgenti; torneresti presto. Rispose aspetteratti. Come devo regolarmi? Telegrafa. O piuttosto: vieni appena puoi!_
AUGUSTO.
Non è possibile descrivere l'effetto psicologico prodotto nell'animo di Mario da quelle due tremende parole: _Rispose aspetteratti_, quasi eco crudele a quelle anteriori: _trovasi attualmente in casa mia!_
Amalia gli volgeva le spalle per sorridere con malignità; lui si mordeva i baffi e, bestemmiando sottovoce, dava di gran pugni sulla scrivania.
--Oh, questa è grossa! e come si fa, ora? potessi calarmi da una finestra senza esser visto! ma chi è quel porco che ha inventato i cordoni sanitari?
Telegrafare a quel galeotto d'Augusto? ma che cosa telegrafargli? che il diavolo se lo porti via?
Amalia, tacita, sorrideva nella penombra del saloncino e Mario si torceva furiosamente i baffi. Poi, preso il cappello, se lo ficcò in testa e s'avviò verso l'uscio, borbottando:
--In qualche modo, perdinci, escirò.
Amalia lo lasciò andar via, senza dirgli nulla.
Mario scese le scale e sul portone si trovò davanti a due guardie municipali sì, ma inesorabili.
--Arrivo un momento dal tabaccaio e torno.
--Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?
--E quanto durerà questo cordone maledetto?
--Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in libertà.
Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia, buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.
--Perchè,--gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento canzonatorio--perchè non telegrafi a Tebaldi?
--Eh, non mi rompere l'anima anche te!
Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.
Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo treno, sebbene fosse _omnibus_, partì per Milano. Ne masticò della bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli aprì una cameriera belloccia, col naso in su.
--Chi cerca?
--Cerco... mia moglie.
--Ah, lei è dunque il signor... come si chiama... di Genova: è vero?
--Sì, son io.
--C'è una lettera per lei.
--Una lettera?
Mario rimase lì come la statua d'un viaggiatore con la valigia in mano, mentre la cameriera, svelta svelta, spariva e tornava con una busta verdognola. Mario, macchinalmente, la prese e guardò la soprascritta.
MARIO RICCIARELLI
_S. P. M._
Era il carattere d'Augusto.
L'infelice strappò l'involucro, coi sudori freddi e lesse:
--_Tu m'hai messo in un pasticcio tale che non so come uscirne. Per aver detto a tua moglie che sei all'_Hôtel d'Italie, _ella ti ha mandato a Bologna tre dispacci, senza avere, naturalmente, risposta. Allora, ha voluto a ogni costo partire per Bologna, e io devo fare il sacrifizio d'accompagnarla, per impedire una tragedia. Vieni subito a Bologna. In qualche modo, vedremo di aggiustarla._
AUGUSTO.
La data era quella del giorno avanti.
--Sacr....
--Che ha? si sente male?
--Eh, ho.... un gran mal di testa!
--S'accomodi.
--Ma che accomodarmi! son già bello e accomodato....
E giù, senz'altro aspettare, giù a precipizio per le scale; un _fiacre_ e via di corsa alla stazione.
Ecco Mario sul treno di Bologna: anche questa volta, naturalmente, un treno _omnibus_, che non arrivava mai.... mai!
Dall'_omnibus_ ferroviario, lo sciagurato Ricciarelli salì su quello dell'_Hôtel d'Italie_ e--non sapendo dominare le sue smanie--chiese al conduttore:
--Scusate: c'è all'albergo un signore e una signora, così e così?
--Ah, lei è dunque il signor.... come si chiama?... vien da Genova, lei?
--Sì, son io; ma quel signore e quella signora?
--Sono partiti questa mattina.
--Partiti!
--Ma hanno lasciata una lettera per lei.
Povero Mario! gli parve di sentire in sè, più che la collera, i sintomi del colera fulminante.
L'_omnibus_ giunse all'_hôtel_ e il conduttore gridò al segretario:
--C'è qua quel signore....
Quel signore!
Il segretario accorse con una letterina, che Mario appena ebbe forza di leggere:
--_Ma che fai? dove sei? appena giunti a Bologna, mi misi d'accordo con l'albergatore, perchè dicesse che tu eri andato a Firenze per ventiquattr'ore. Non abbiamo passato che una notte a Bologna. Spirate le ventiquattr'ore, Giacinta volle partire per Firenze. Vieni, ci troverai alloggiati, all'_Hôtel Washington.
AUGUSTO.
--_Ci_ troverai!...
--Vuol riposare?--chiese cortesemente il segretario;--sono ancora libere io camere dei suoi amici: il 14 e il 15. Quale desidera?
--I miei amici!--ripetè Mario, con voce sepolcrale:--no.... non sono stanco e poi devo ripartire adesso, adesso: fate venire un legno.
Questa volta, lo sventurato Mario acchiappò il _diretto_ e giunse a Firenze alle nove e venti di sera; alle dieci, le sue gambe, tremanti sotto un corpo affranto, salivano le scale dell'_Hôtel Washington_.
Sul primo ripiano c'era Augusto con le braccia aperte: dalla ringhiera, al secondo ripiano, si spenzolava Giacinta, che gridava con tenerezza:
--Mario! Mariuccio!
Augusto abbracciò fortemente l'amico e gli bisbigliò all'orecchio:
--Bada: che lei crede che tu arrivi da Orvieto.
--Grazie!--mormorò Mario, coi denti stretti, e salì ancora.
Giacinta gli buttò le braccia al collo, baciucchiando quella faccia smunta e intrisa di fuliggine.
--Cattivaccio!--gli disse, poi--ne ho passato delle inquietudini!... se non era per Augusto che cercava distrarmi!... son finiti o no, questi affari benedetti? Io, poi, t'ho da raccontare tante cose....
--Ah, sì?
--Quel che è successo, in questi giorni!... figurati che, quando siamo arrivati a Bologna, ci hanno preso per marito e moglie....
--Ah, questa è graziosa tanto,--esclamò Mario, con un riso cadaverico.
Non si è mai abbastanza ignoranti.
Fra i cavalieri della corona d'Italia, Ignazio Cipicchia era il più infelice di tutti, a causa del suo matrimonio con Felicetta Cobianchi, per quanto lei, poveraccia, osservasse scrupolosamente i suoi doveri di donna, di cittadina, di sposa e di futura madre di famiglia.
Il cavaliere Ignazio Cipicchia, deponendo le sue sofferenze morali nel gilé d'un amico d'infanzia, gemeva con accento malinconico:
--Ho sposato un'oca, credi, una vera oca.... ma che dico? Le oche hanno un'intelligenza qualsiasi, hanno perfino un posto nella storia.... Felicetta, invece, non è nemmeno un'oca.... io non ho il diritto di classificare questa santa donna in nessuna specie del regno animale, nè tra i vertebrati, nè tra gl'invertebrati....
--Ma che fa, tutta la giornata, in casa? non fa niente? non sa far nulla?
--Al contrario: purtroppo, ella sa far tutto: dalle calze allo stufatino d'agnello, dai più ignobili lavori all'uncinetto fino ai senapismi.... ma ella non sa dire quattro parole sopra un argomento qualsiasi, che non abbia relazione colle faccende domestiche. Tutto ciò che eleva lo spirito, per lei non esiste affatto. Vuoi escire? (le ho detto ieri) andremo alla _Società orchestrale_. Sai che mi ha risposto? (_contraffacendo la voce_): "Grazie! preferisco restare a casa a far la pulizia delle camere". Si direbbe, quasi, che lo scopo della sua esistenza, invece di uno scopo, non sia che una scopa....
--Ma, caro mio, dopo tutto, mi pare una buona moglie.
--Ecco, dove tu sbagli. Non è una moglie, quella è una serva, una serva eccellente, una serva inarrivabile, ma infine una serva. Credevo di sposare una signorina e invece ho sposato una cuoca. Invece di una luna, m'è toccata, amico mio, una frittata di miele. Io avrei voluto dare a Felicetta tutto il mio tesoro d'affetti; volevo aprirle il mio cuore, e invece lei non sa aprire che la credenza. In casa mia c'è una lindura, un ordine, atroci, detestabili. I pranzi sono regolati con una spaventosa regolarità. Alle otto di sera Felicetta sbadiglia: alle nove ha sonno: alle nove e un quarto dorme e russa. Ah, non ne posso più!
--Perchè non la porti a teatro?
--Ci ho pensato: ma s'addormenta lo stesso, alla metà del prim'atto. Non la posso neanche portare in società, perchè mi ci faccio rosso per lei. Figurati: non sa dire altro che _come sta?... grazie, altrettanto_.... Vedi? a certi momenti, preferirei quasi che non fosse tanto virtuosa, ma un po' meno bestia, perdinci!
Questo intimo sfogo del cavaliere Ignazio Cipicchia, basta a spiegare, se non a giustificare, l'entusiasmo con cui, una sera, in casa Menichelli, fece conoscenza con la signora Eleonora Barbetti, vedova del sempre compianto professore Lorenzo Barbetti, che in suo vivente stampò dottissimi opuscoli, non conosciuti, come al solito, che in Germania.