Ciarle e macchiette

Part 2

Chapter 23,746 wordsPublic domain

--Ma questo è un abominio; questa è una calunnia! io ti posso provare che non c'è niente di vero, che non c'è mai stata neppur l'ombra di una relazione fra me e lui.

E qui la bella e stordita marchesa di Santelmo si mette a sciorinare, dirò così, tutti i documenti umani secondo i quali resta assodata la purità della sua condotta.

La contessa ascolta freddamente questa apologia con un sorrisetto di scetticismo.

--Non sei dunque persuasa?--conchiude la marchesa.

--No: per niente.

--Ma in base a che ti ostini a credere ch'egli sia stato amante mio?

--In base a che?!...ma se, mia cara, sei proprio tu che me lo hai detto!

--Davvero?

--Davvero.

--Guarda un po'! me n'ero scordata.

Alla ricerca dell'infelicità.

--È inutile! più mi ci provo, a farmi un po' di coraggio, e più sento d'avere una paura maledetta di questa epidemia.

--Carissimo Macario!--soggiunse il dottore, alzando le spalle,--io non so davvero che razza di consiglio darvi: siete troppo affezionato alla vita, voi!... se non foste così fortunato, così felice, la morte, vicina o lontana, non vi farebbe tanto spavento: credete a me.

--Dunque: contro la paura non c'è rimedio?

--Oh sì: ce ne sarebbe uno: ma non so se il rimedio sia preferibile alla malattia.

--Dite pure: io non tremo, davanti alle medicine: la paura.... mi darà un coraggio di leone. Che devo fare?

--Una cosa dolorosa, ma facilissima.

--Sentiamo.

--Procurarvi.... molta infelicità....

Macario Tuccimei fece un par d'occhi bovini e guardò fisso la faccia pallida e canzonatrice del dottor Giulio Sottani, come per chiedere:

--Da burla o sul serio!

Il dottore sorrise e continuò, con la sua voce flemmatica:

--Siate molto infelice, Macario mio, se volete essere meno infelice di quel che siete adesso. Quando vi sarete convinto che la vita è un soffrire continuo, poco più vi premerà morire di colera o di tubercolosi....

--E dite queste cose voi? un medico!

--Appunto. Più vado innanzi e più mi persuado che anche la vita è una malattia. Forse è la sola da cui si possa guarire.... col tempo.

L'onesto Macario Tuccimei escì, pensoso, dalla casa del dottore.

--E se, poi, avesse ragione lui? pure è curiosa che un uomo, per essere tranquillo, si deva procurare una certa dose d'infelicità!... e se mi ci provassi?

L'eccellente Macario Tuccimei passò, mentalmente, in rassegna le fonti principali della propria felicità: una salute di ferro, un solido patrimonio, una moglie virtuosa e adorabile.

Mentre andava ruminando, fu fermato da suo cugino Augusto Marinelli, libero ma ozioso cittadino, scioperato, pieno di debiti e di vizi.

--Senti, Macario mio: mi dovresti fare un gran favore: ho giocato e ho perso sulla parola....

--Non mi parlare di queste faccende!

--Se non m'aiuti, parola, mi brucio le cervella.

Macario pensò:

--E se, per cominciare, buttassi via dei quattrini?

Poi, come uno che prenda una risoluzione, chiese al cugino:

--Meno ciarle: quanto t'abbisogna?

--Diecimila lire.

--Corbezzoli!

--Ma ti giuro che, dentro il mese, te le renderò.

Macario Tuccimei andò, col cugino, dal suo banchiere e gli fece consegnare dieci biglietti da mille: poi, quando rimase solo, esclamò:

--È come se m'avesse strappato un pezzo di cuore. Quanto mi fa piacere d'essere così scontento di quello che ho fatto!

Così, mentre adagino adagino tornava a casa, Macario s'abbandonava alle più dolci riflessioni.

--Adesso dirò a Celestina che ho prestato diecimila lire ad Augusto, e son sicuro che mi farà una scena terribile!--e si stropicciava le mani:--sarà la prima volta, ma son certo che, appena lei lo sa, mi carica di improperi. Ci tiene tanto al denaro!

Appena deposto il cappello e consegnato alla moglie il bastone di bambù, Macario prese un aspetto contrito e cominciò:

--Sai, moglie mia: mezz'ora fa ho commesso una corbelleria tale....

E le raccontò il caso; poi, conchiuse:

--Sì: a quello scioperato d'Augusto, che non potrà restituirmele mai più.

E abbassò il capo, aspettando la tempesta.

Celestina, invece, gli si buttò al collo, tutta intenerita:

--Che cuore che hai! dopo tutto, bisogna aiutarli, i propri parenti!...

Il giorno appresso, Augusto Marinelli, con un dispaccio in mano, entrò come una bomba in casa Tuccimei e gridò a Macario:

--È morto di colèra alla Spezia lo zio Luciano e m'ha lasciato ventimila lire di rendita. Che fortuna! che fortuna!

Poi, correggendo:

--E che tremenda, irreparabile disgrazia!

Tre giorni dopo, Augusto restituiva le diecimila lire al cugino, più--a titolo di regalo--due magnifici anelli di brillanti, che facevano parte dell'asse ereditario.

--Scommetto,--pensava il povero Macario,--che, se butto in mare centomila lire, il giorno dopo il cuoco me le riporta a casa dentro un pesce. E sia! non ci pensiamo più....

Poi, guardando Celestina, che ricamava un orrendo paio di pantofole:

--E se mi procurassi delle infelicità coniugali? che idea!... Ma intendiamoci! non già che lei.... io piuttosto potrei.... sicuro! perchè no?...

Andò nello studio e, alterando un poco la calligrafia, fece una mezza dozzina di lettere amorose dirette a sè medesimo, le firmò _Clorinda_ e le pose nella tasca interna del soprabito, che poi appese all'attaccapanni.

Sulla fine del pranzo, disse a Celestina:

--Vedi un po' nella tasca interna del mio soprabito: ci devo avere dei sigari.

--Dove sta?

--Sta appeso nello studio.

Celestina, premurosa, andò e tornò subito.

--Nella tasca interna, hai detto?

--Sì.

--Non c'è niente.

--Come: non c'è niente!

--Non ci hai che una quantità di carte.... mi son parse lettere....

--Spero che non le avrai lette?--gridò Macario, fingendo quasi terrore.

--Ma ti pare!

La sera, Macario provò a lasciare quelle lettere sparse sul comò; ma la mattina, Celestina stessa le radunò, guardandosi bene dall'aprirle, ne fece un bel pacchetto, che legò con un nastrino, e lo presentò al marito, dicendo:

--Hai scordato queste carte sul comò: ti servono o le devo riporre?

--Buttale magari via!--rispose Macario, profondamente deluso.--Arriverò fino all'eroismo!--pensò il desolato Tuccimei--esporrò Celestina alle seduzioni della colpa.... L'esperimento è doloroso, ma necessario!

Eh, a dirlo ci vuol poco! ma come si fa? non è mica facile fermare un amico o il primo venuto per dirgli: mi farebbe il piacere di?...

Tra l'altro il salotto di casa Tuccimei era frequentato da pochissime persone e tutta gente matura che aveva altro per la testa.

Mediante un processo d'eliminazione, Macario arrivò a conchiudere che, tra tutti gli amici di casa, non ce n'era che uno solo capace di rendergli quel servizio: vale a dire Cesare Marchini, non tanto bello, poco spiritoso, ma non antipatico: oltre a ciò robusto e giovane ancora, poichè non aveva, a sentir lui, che trentasei anni. Tuccimei lo aveva conosciuto assai prima del matrimonio e tra di loro c'era intimità. Quando Celestina entrò in casa Tuccimei, l'amico Cesare Marchini fu, per così dire, il convitato abituale, ch'era a pranzo o a cena un giorno sì e l'altro no, giocando poi a tarocchi con Macario e tre volte la settimana facendo--gratuitamente, si capisce--lezione di pianoforte a Celestina, che aveva pur troppo delle tendenze organiche alle romanze per camera.

--Sicuro!--pensò il buon Tuccimei, a guisa di corollario:--se Cesare si prestasse!... ma come faccio io a introdurli in.... questa corrente d'idee? sono due anime così pure, così ingenue!

A ogni modo, volle tentare e fece del suo meglio. Certe volte, tra la moglie e l'amico, faceva certi discorsi che pareva.... cerco un paragone possibile!... pareva (l'ho trovato) un suocero intento a gonfiare ben bene il suo futuro genero: quando, poi, si trovava solo con Cesare, si lasciava andare a certe descrizioni curiose così da rammentare quel re di Lidia che, a furia di vantare all'amico Gige le belle qualità della consorte, si fece togliere la moglie, il trono e la vita.

Ma Celestina era sempre la stessa donna insignificante e Cesare non capiva niente.

A pranzo, faceva bere molto vino spumante a lei e a lui, poi li lasciava soli, con un pretesto qualunque, dicendo magari che doveva partire per un giorno o due: tornava invece d'improvviso dopo un par d'orette, e li trovava seri, composti, accigliati, come sempre, seduti davanti al pianoforte, con l'eterna romanza _Vorrei morir_ sopra il leggìo.

--Dopo tutto--pensava--non sarò infelice, poichè Dio non vuole; ma è una cosa che tocca proprio il core. Oh, la felicità, l'amicizia non sono vane parole!

E abbracciava Celestina con tenerezza e stringeva caldamente la mano a Cesare.

Una sera, nell'alzare la tenda per entrare nel salotto, Macario si fermò.

Celestina stava sopra un sofà e Cesare ai suoi piedi....

Ridevano tutti e due, ridevano forte.

--Che fanno?--e Macario stette nella penombra ad osservare, poi rise anche lui silenziosamente dentro di sè.

Cesare non faceva che allacciarle innocentemente il cappio delle scarpine, che s'era snodato.

--Son due fanciulloni!--pensò Macario, dolcemente commosso:--ma, adesso, voglio fare una bella burletta.

E inoltrandosi con passo tragico nel salotto, incrociò formidabilmente le braccia sul petto e tuonò con voce stentorea:

--Ah! vi ho sorpreso, finalmente!

Cesare si alzò pallido, esterrefatto, e mormorò:

--Potresti uccidermi, lo so: ma non fare scandali.... sono ai tuoi ordini!

--Come!?..

Macario sentì un tuffo al cervello, gli si annebbiarono gli occhi, gli si piegarono le gambe e cadde sopra una sedia.

--E pensare che sono stato io! io!

Poi, a Celestina, che si nascondeva la faccia:

--No: la colpa è mia! non ho diritto di vendicarmi: non temere.... ma voglio una confessione schietta, schietta. Da quanto è che?..

Celestina, singhiozzando:

--Da cinque anni.

--Da cinque anni??..

Il dottor Giulio Sottani incontrò Macario Tuccimei con la valigia, alla stazione.

--Come va la vita, carissimo Macario?

--La vita?.. la vita è una malattia da cui si guarisce col tempo.

--Oh, diamine! e siete di partenza?

Macario, con voce sepolcrale, al bigliettaro:

--Un biglietto di prima classe.

Il bigliettaro, brusco brusco:

--Ma dove va?

--Vado all'inferno. Che ha da sapere, lei?

L'avaro fastoso.

Pochi hanno conosciuto il marchese Attilio Pancaro, pochissimi sanno come egli fosse d'una fenomenale avarizia; e questo peccato capitale, forse a lui trasmesso per atavismo, poichè suo nonno era un arpagone di prima forza, era continuamente in conflitto con la sua educazione di gentiluomo, col suo spirito di persona colta, coi suoi medesimi istinti un tantino epicurei.

L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere singolare del marchese Attilio Pancaro.

Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il modo di vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto.... che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza, ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:

_lunedì_:--n. 1 al piede destro--n. 2 al sinistro.

_martedì_:--n. 2 al piede sinistro--n. 3 al destro.

_mercoledì_:--n. 3 al piede destro--n. 1 al sinistro....

e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe gli duravano, per lo meno, come due paia.

Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe, allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di programma di questo genere:

_lunedì_:--calzoni grigi--gilè e soprabito caffè.

_martedì_:--gilè e calzoni grigi--soprabito caffè.

_mercoledì_:.--calzoni caffè--gilè e soprabito grigi.

_giovedì_:--gilè e calzoni caffè--soprabito grigio.... ecc.

Era amico intimo di sei nobili famiglie, presso ciascuna delle quali, commensale amabile e ricercato, godeva di un pranzo ebdomadario, così che era provvisto per sei giorni; il settimo, che spesso era domenica, pranzava in un'osteriaccia suburbana, ma prendeva il caffè nel primo _restaurant_ della città.

Abitava in un quartiere elegante, che costava tremila lire d'affitto, ma ne subaffittava due terzi per duemila seicento lire. Il figlio del portiere, per dieci lire il mese, fingeva d'essere il suo domestico, ma non poteva indossare la livrea che in caso di qualche visita, caso del resto rarissimo, perchè il marchese passava fuori tutta la giornata. Viveva da scapolo, ma era vedovo; la marchesa, una brava figliuola, era morta dopo un anno di matrimonio e lui, bisogna dire la verità, l'aveva pianta assai; ma, quando gli portarono la nota delle spese per i funerali, che ascendevano a più di quattromila lire, esclamò:

--Quattromila! quattromila!... perdinci: avrei preferito che non fosse morta!--

* * * * *

Non c'era caso che gli venisse l'idea di dare un soldo a un povero; pure, qualche volta, trovandosi insieme con persone di riguardo, se un mendicante si accostava, era capace perfino di lasciar cadere nel cappellaccio una moneta da due soldi. Ma con che strazio!

Un giorno, passeggiava con un amico intimo, quando al cantone d'una via, una voce querula disse:

--Fate la carità al povero orbo.--

L'amico diede al cieco cinque o sei soldi; il marchese fece finta di non darsene per inteso, tanto più che l'amico era una persona così di confidenza, che non gli dava soggezione di sorta.

--Ma perchè,--. gli osservò l'amico,--non dài un soldino a quel povero diavolo? un signore come te?

--Che vuoi,--rispose;--io seguo i precetti del Vangelo.

--Come?

--Già, non fare agli altri quel che non vorresti.... eccetera. Ora siccome io non vorrei che nessuno mi facesse la limosina....--

* * * * *

Pure, come ho detto, davanti al pubblico amava passare per un uomo piuttosto filantropico. Ricordo che, quando si fece la gran fiera degli inondati del Veneto, il marchese passeggiava cautamente tra i banchi, carico di oggettini, di ninnoli, che aveva portato da casa, ma per fingere d'avere fatto di grandi acquisti: e con tutti quei curiosi impiccetti tra le mani, si pavoneggiava, tra il professore Massei e l'avvocato Bonfigli, il quale era appunto uno dei pochi che sapessero dell'avarizia del marchese.

S'accosta la bella contessina Manayra, con un bussolotto e grida, agitandolo:

--Per i poveri inondati!--

L'avvocato e il professore si mettono la mano in tasca e danno cinque lire.

Il marchese, con meraviglia grande dell'avvocato Bonfigli, cava solennemente il portafogli e getta nel bussolotto un biglietto da dieci lire.

La contessina ringrazia e va via.

Fatti pochi passi, ecco la contessa madre, anche lei armata di bussolotto....

--Per i poveri inondati.

--Ho già dato;--le risponde cortesemente il marchese.

--Non ho visto;--dice la contessa inchinandosi;--ma lo credo.

--E io--borbotta l'avvocato--ho visto.... ma non lo credo.--

La sera, facendo il resoconto cumulativo, si trovò un biglietto di dieci lire falso.

* * * * *

Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture segrete e inenarrabili.

Col pretesto di "godere un po' di fresco e di verde"--era la metà del maggio--il marchese portò il parente a desinare in una osteria suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera detestabile.

Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.

Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiate facendo le boccaccie, ma il marchese si ostina a dirgli:

--Come ti pare questo brodo?

--Oh, eccellente!

--Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!

Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più duro del medesimo.

--Adesso, faremo fare due buone costolette!

Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.

Il povero convitato, internamente, moriva di fame e di rabbia.

--Caro mio!--gli dice, in ultimo, il marchese;--ti piace una bella bistecca ai ferri, con patate; ma proprio una bistecca di filetto?

--Perdinci!--esclama il convitato, che sente rinascere la speranza;--è la mia passione.

--Benissimo;--soggiunse freddamente il marchese;--tornando in città, ti farò vedere un macellaio che vende il primo filetto dell'universo. Non c'è che quello!

La tribuna della stampa.

Tanto era noiosa, quella seduta della Camera, che non ricordo più affatto su che diavolo di soggetto l'onorevole Nervo infliggesse all'umanità uno del suoi più splendidi discorsi.

Un giornalista solo, martire del dovere, faceva quattro righe di resoconto, seminato di sbadigli eroici e di sbagli d'ortografia; gli altri dormicchiavano, sdraiati alla meglio sui cuscini di cuoio.

In mezzo a quella monotonia, ecco, si spalanca l'uscio con una certa solennità e appare la faccia onesta e sorridente dell'usciere Gaetano, che precede un cosetto vestito di nero, una specie di Leopardi in preparazione, un giovanottino un po' gobbo, paffutello e giallognolo, con piccoli occhi e grandi occhiali, con due labbra infantili, senza ombra di baffi, col mento rotondetto affondato in un solino magistrale, corredato di enorme cravatta nera; soprabito di panno abbottonato, stile del risorgimento nazionale: un tipo: un _nuovo_.

--Scusi,--dice con voce commossa all'usciere,--dove mi posso sedere?

--Si metta pure dove crede lei, chè tanto, a queste sedute, non viene quasi nessuno.

--Grazie.

--Di niente, s'immagini.

Il neofita, con due orecchi rossi come due pomodori, guarda con la coda dell'occhio a destra e a sinistra, e non vede che individui sdraiati comodamente, i quali lo fissano con curiosità e con un fare leggermente canzonatorio.

Dopo aver meditato a lungo e arrossito parecchie volte, finalmente si decide e, a piccoli passi fatti con cautela straordinaria, quasi camminasse sulle ova, si accosta al primo banco e siede vicino a me, non prima d'avermi detto, con fare cerimonioso:

--Scusi tanto: posso sedere a questo posto?

--Se non hai male alle reni, si, figlio mio!--gli risponde con paterna e incoraggiante bonomia.

Lui si rifà rosso, si mette a sedere e cava fuori un quinternino di carta da lettere e un lapis Faber numero 2. Tanto per darsi un po' di contegno guarda giù nell'aula, con occhi maravigliati, finge di prendere qualche appuntino, poi mi domanda, con voce velata da un leggero tremolìo:

--Perdoni, se la disturbo.... mi farebbe il favore di dirmi chi parla in questo momento?

--Parla il compianto P. C. Boggio.

--Boggio!--esclama lui, esterrefatto;--ma non dicevano che è morto a Lissa?

--Eh, caro mio, si diceva in provincia;--ma se tu badi ai discorsi della gente!...

* * * * *

Il neofita fa sforzi enormi per capire almeno una frase dell'arringa dell'on. Nervo, ma non c'è caso; alla fine, si rivolge nuovamente a me:

--Dirà che sono seccante.... mi fa il piacere di dirmi il soggetto della discussione?

--Ma tu chi sei?

--Sono Prospero Martucci, corrispondente della _Campana_ di Valdinievole, organo del comizio agrario di Pescia....

--Non mi confondere la testa! è una campana o un organo?

--_Campana, Campana!_

--Ma tu fai il giornalista per campare, o semplicemente per _campanare_?

--Ecco: io sono studente di liceo qui, a Roma; ma siccome mi diletto a scrivere, mando una corrispondenza al mese alla _Campana_: il direttore mi ha scritto di occuparmi anche di politica, e io le confesserò schiettamente che non me ne intendo: vengo qui a _formarmi_; intende? se lei fosse tanto buono....

--Non seccarmi l'anima con questo _lei_; alla tribuna della stampa, per tua regola, non si usa che il _tu_.

--Sa; io non conosco nessuno....

--E io neppure: tutti questi colleghi che dormono, li vedo oggi per la prima volta, poichè tutti i giorni qui si cambia personale. Del resto, le conoscenze alla tribuna son presto fatte. Vieni abbasso, nel salottino ove si fuma, e conoscerai subito una ventina di colleghi.

Lo presi per mano, lo trascinai nel salottino dove si faceva un baccano d'inferno e, intimando silenzio, dissi:

--Signori: ho l'onore di presentarvi un chiarissimo nostro collega, l'illustre scrittore... Scusa: come ti chiami?

--Prospero Martucci.

--Diciamo, dunque, Martucci, corrispondente della _Campana_ di Valdinievole.

A queste parole, tutti gli si precipitano addosso, gli stringono le mani fino a storpiarle, lo abbracciano, gli si appendono al collo, lo baciano sugli occhiali, lo soffocano letteralmente di dimostrazioni d'affetto, di tenerezze, l'assordano con un diluvio di esclamazioni di questo genere:

--Ma dunque è proprio lei, Prospero Martucci?

--Così giovane e già così Martucci!

--Noi tutti non leggiamo altro che la _Campana_! è il nostro vangelo!

--Che splendido giornale! io sono così abbonato che non cesserò mai di abbonarmi finchè non sarò abbo.... morto.

--Ma perchè.... perchè non fa cinque o sei _campane_ il giorno?

* * * * *

Il Martucci, intontito, baciucchiato, ballottato dall'uno all'altro, con un sorriso idiota sulle labbra, risponde a monosillabi, mentre uno gli strappa il cappello di mano, dicendogli:

--Dia qua: non stia con quell'impiccio tra le mani.

--Fa tanto caldo!--grida un altro:--si levi pure anche il soprabito.

E in tre o quattro lo sbottonano e lo mettono in maniche di camicia.

--Dica la verità: si sente meglio?

--S'accomodi.

--Facciamolo sedere.

--Dategli un seggiolone d'onore.

Due lo pigliano sotto le ascelle e lo buttano di peso sopra una poltrona.

--Ma no, su quella!--grida un redattore della _Gazzetta ufficiale del regno_;--è una poltrona che ha le molle rotte: fatelo sedere invece sul sofà.

--Ma io garantisco che sto benissimo....

--Non fare complimenti, pagliaccio!

E lo ripigliano di peso, in due o tre, e lo gettano a sedere sul sofà.

--Non vedete, che resta tra due correnti d'aria? Starai meglio su questa sediolina, invece, qui nel cantone.

--Ma no; prego.... su questo sofà si....

È inutile: vien tolto di peso dal sofà e portato sulla sediolina.

--Stai bene?

--Benone.

--Ma avrai un po' di freddo?

--Per niente.

--Ridategli il soprabito.

Gli rimettono, con premura, il soprabito alla rovescia e poi gli domandano:

--Hai ancora freddo?

--No, davvero.

--Ma sì, che hai freddo! non vedete che ha già le scarpe violacee?... bisogna mettergli un tappeto sui ginocchi.

E tosto metà della figura di Martucci sparisce sotto un tappeto, così che, a una certa distanza pare un idolo egizio.

* * * * *

Succede un po' di calma relativa, in cui Martucci ci scambia ancora qualche stretta di mano, balbettando:

--Ma loro mi confondono di cortesie, ma loro....

--Sta zitto;--interrompe il cronista della _Riforma_;--e invece di far dei complimenti stupidi narra la tua biografia.

--Non saprei.

--Come!--esclama un redattore della _Tribuna_,--tu non hai una biografia?

E tutti gli altri--sull'aria _Egli non ha parrucca bionda!_ della _Figlia di M. Angot_--in coro:

_Egli non ha biografia!_

--Te ne faremo una!--ripiglia il redattore della _Tribuna_, e volgendosi gravemente all'uditorio comincia:

--Signori! egli nacque da poveri ma onesti genitori e fin dalla più tenera infanzia....