Ciarle e macchiette

Part 10

Chapter 103,571 wordsPublic domain

Tra i molti e bei tipi di giocatori che conosco, uno dei più singolari è il commendatore Leopoldo Bonicelli, bolognese, capo-sezione ai ministero della guerra. Tutte le sere, dalle nove alle due dopo la mezzanotte, egli va a giocare in casa del generale Gandolfi, appassionato cultore anche lui del picchetto e dell'_écarté_. Quando finisce il gioco in casa Gandolfi, il commendatore Bonicelli, non ancora sazio, va a passare il resto della nottata al _Club nazionale_, con giocatori incorreggibili della sua specie e vi resta, certe volte, fino alle cinque del mattino.

L'iettatore è lo spavento segreto e continuo del commendator Bonicelli e i suoi amici, per farlo stranire, si divertono a mettergli intorno tutti quei tipi che gli sono antipatici e ch'egli ritiene capaci di iettatura. Quando fa un colpo cattivo o perde una partita, bestemmia tra i denti, dà un'occhiata torbida all'ingiro, dietro di sè, e appena vista una faccia nuova che a lui pare satura d'iettatura, esclama con sorriso pieno d'amara ironia:

--Sfido!

Poi, con affettazione di cortesia, ma con accento acre, si rivolge all'incognito:

--Perdoni: ha proprio bisogno di sedere vicino a me, lei? ma che le ho fatto? non potrebbe andare a sedere dall'altra parte?

* * * * *

Una notte, in casa Gandolfi, una disdetta inesorabile perseguitava il commendator Bonicelli che, malgrado la modestissima posta d'una liretta, già perdeva un cencinquanta lire all'_écarté_.

Era furioso e non sapeva su chi rovesciare la sua bile, tanto più che nessuno dei supposti iettatori si era messo dalla sua parte e stavano, invece, tutt'intorno alla sedia del generale.

Leopoldo sbuffava, borbottando:

--Devo averla addosso io, la iettatura!

A un tratto, sente qualche cosa che gli rotola sui piedi. Guarda e vede il figlio del generale, un bel ragazzino ricciuto, di nove anni, il quale si baloccava con un cagnolino maltese sopra il tappeto.

L'idea che quel ragazzino porti la iettatura attraversa subito il cervello del commendatore, il quale comincia a dire, con rabbia repressa:

--Che bel bambinone! guarda come si diverte! ah, mi fa tanto piacere, quando i ragazzini si spassano così! bravo, bravo!...

E rivolgendosi al generale:

--Perchè non lo fai mettere a letto?

--A momenti, a momenti!

Il commendatore ricomincia una partita col generale e la perde _tripla_. Allora guarda con occhio di terrore il ragazzo ricciuto, borbottando:

--Perdinci! figuriamoci quando sarà grande!

E poi risolutamente al generale:

--O tu mandi a letto tuo figlio, o io smetto di giuocare!

Il generale, che conosce il debole del commendatore, fa una risata, dà un bacio al figlio e lo manda a letto, mentre il Bonicelli dice:

--Bravo, bel ragazzino! va a letto, va a letto e.... mi raccomando.... piglia subito sonno. Buona notte!

Il ragazzino scompare; il commendatore rimescola le carte e comincia una nuova partita, esclamando:

--Mancomale!

Ma ecco che, questa volta, riperde ancora una partita e doppia.

--Fammi il piacere!--grida al generale--manda a vedere se tuo figlio dorme, se no è inutile!

Il generale, per compiacenza, manda la cameriera per informazioni....

Il figlio è già in un sonno profondo.

Il commendatore questa volta, pienamente rassicurato, ricomincia la partita e.... la perde tripla come il solito. Allora, butta le carte sul tappeto, gridando:

--È inutile! finchè quel macacco sarà in casa!...

* * * * *

Una notte, il commendatore perdeva più di trecento lire e vi lascio figurare lo stato de' suoi nervi. Volendo rifarsi, comincia a giocare di grosso e, in pochi minuti, perde altre duecento lire. A questo colpo, si alza e va attorno per il salotto, cercando qualche cosa che non trova.

--Che cerchi? Che vuoi?

--Un paio di forbici.

Un servitore gli porta un paio di cesoie: lui, allora, piglia una sedia, l'accosta alla parete, sale sopra la sedia e si mette.... a tagliare il naso d'una regina Ester dipinta a olio, grandezza naturale, dicendo furiosamente:

--Sono due ore che questo vigliacco d'un naso mi porta sfortuna!

* * * * *

Nei due mesi di luglio e agosto, il commendatore per solito è ai bagni di Civitavecchia e la sua manìa di giocare è talmente forte e invincibile, che si rassegna a giocare col primo che gli capita; così che certe volte gli succede di aver che fare, senza saperlo, con qualche figurotto, con qualche cavalier d'industria.

Un anno fa, egli aveva incontrato un intrepido giocatore d'_écarté_, che nessuno sapeva chi fosse, nè donde venisse; a ogni modo, il commendatore giocò, perdette e gli parve di accorgersi che il gioco del suo compagno non fosse così limpido, così leale, come avrebbe dovuto essere. Nondimeno, piuttosto che non giocare, si rassegnò a un compagno simile, ma sottoponendolo a un'incessante vigilanza.

A un certo punto d'una partita, il commendatore osservò bruscamente al compagno che segnava _quattro_, mentre non ne aveva che _tre_.

--Ah! è vero;--rispose tranquillamente il giocatore sospetto;--m'ingannavo.

--Domando scusa: non è voi, che ingannavate!...

* * * * *

Il Bonicelli, che aspira al grado di capitano nella territoriale, viene esaminato dal colonnello. Ma la sua mente è fissa all'_écarté_.

Il colonnello gli sottopone questo quesito:

--La vostra compagnia è a _pied'arm_ sulla piazza del Quirinale. Esce il re. E voi?

Lui, franco:

--Il re?... segno un punto.

Questi omacci.

Saloncino della marchesa di T****--luce discreta--caffè, biscotti, maldicenza, thè, bastoncini, di cioccolatte, _marrons glacés_--membri più autorevoli del _petit comité_: il commendatore (il quale è anche consigliere d'appello), la contessa Y**** (due bellissimi occhi, e--dicono le male lingue--uno per amante), l'abate (stile reggenza, con tendenze spiccate al nottambulismo), il cavaliere (addetto all'ambasciata e anche alla padrona di casa), altri personaggi interessanti, compresa la tappezzeria.

L'argomento è il divorzio chiesto dalla contessa H****.

LA MARCHESA.--Sono bigotta io? No: religiosa, ah! questo sì, perchè un po' di religione tutti ce l'hanno; ma bigotta, no. Eppure il vostro divorzio non mi va. Ma figuratevi un po' che razza di pasticci! che ne dite, abate mio?

L'ABATE.--Perdoni, signora marchesa; m'intendo così poco di queste cose....

LA MARCHESA.--Ma i canoni ecclesiastici?

L'ABATE.--Sacri, rispettabili, ma.... tanto noiosi!

LA MARCHESA.--Io ripeto che se piglia piede questa faccenda del divorzio, nasceranno troppi pasticci.

IL COMMENDATORE.--Già ce n'è tanti! io conosco la pratica per dovere d'ufficio; si figuri, marchesa, che 700 domande di separazione vennero presentate da coniugi che erano uniti solamente da un anno, anzi neppure.

LA MARCHESA.--Che cosa sono poi 700 domande?

IL COMMENDATORE.--Aspetti, marchesa, c'è dell'altro ancora; altre 1000 domande furono presentate dai soli mariti.

LA CONTESSINA.--Birboni!

IL COMMENDATORE.--Non tanto; altre 3500 domande furono presentate da entrambi i coniugi.

IL CAVALIERE.--Ma le cause?

IL COMMENDATORE.--2000 per abbandono, o adulterio, che spesso è tutt'uno. Il resto per sevizie, per incompatibilità di carattere. Su 1200 casi, la domanda di separazione fu accolta con queste proporzioni: 800 per colpa del marito, 300 per colpa della moglie, 100 per colpa di tutti e due.

LA CONTESSINA.--Lo dicevo io guardate questi omacci.... ottocento ottocento!

IL COMMENDATORE.--Per carità, contessina bella! non facciamo quistione di sessi. Se un marito tradisce la moglie, la tradisce sempre.... con un'altra donna. È naturale! Vede dunque che le partite sono pareggiate. L'equilibrio è perfetto, gli uomini non tradirebbero, se le donne non li aiutassero a tradire.

LA MARCHESA.--Le vostre cifre non mi persuadono ancora. Già me lo figuro! si tratterà di giovanotti oziosi, scapati, farfallini, stufi della moglie, perchè vogliosi d'altri piaceri.

IL COMMENDATORE.--E anche viceversa.

LA MARCHESA.--Ammettiamo pure il _viceversa_. Ma io sostengo che, nella più gran parte dei casi, l'aver denari molti da sciupare, l'abitudine a una vita galante, di facili amori, l'ozio che produce la noia, sono le cause principali di queste separazioni. Guardate, invece, quali radici profonde abbia il sentimento della famiglia nella gente che vive di lavoro.

IL COMMENDATORE.--Domando scusa: le cifre dimostrano tutto il contrario: su 9000 domande di separazione, 4000 soltanto sono di possidenti, moltissimi dei quali piccoli possidenti; per le altre 5000 si tratta di gente che non possiede nulla, nulla affatto. Senza contare poi che, in questa categoria, molto spesso la domanda di separazione è sostituita da una coltellata, oppure gli sposi vivono separati soltanto dalla lunghezza d'un bastone.

LA CONTESSINA.--Con tutto questo, caro commendatore, sono sempre convinta che gli uomini.... Non mi parli degli uomini!... se ne sentono di quelle! C'è ora il caso della baronessa di N**** e una separazione, questa volta, è necessaria.

L'ABATE.--Ah! è vero: ho sentito raccontare la faccenda. Oh! è un caso molto curioso.

IL COMMENDATORE.--La baronessa di N****? quella bionda?... alta?... che va sempre vestita di nero?

LA CONTESSINA.--Appunto: poveretta! è una grande amica mia: è tanto cara!

LA MARCHESA.--Eppure, passa per noiosa.

LA CONTESSINA.--Un pochino lo è.... anzi lo è molto. Ma, Dio buono, non è una ragione!

IL CAVALIERE.--Ne ho sentito parlare anch'io, ma confusamente.

L'ABATE.--È un soggetto da farsa.

LA CONTESSINA.--Ma intanto lei ci piange, poverina.

LA MARCHESA.--Sentiamo: che cosa è successo?

L'ABATE E LA CONTESSINA.--Dovete sapere che il barone....

L'ABATE.--_Pardon_, narri lei, contessina.

LA CONTESSINA.--Si figuri! lei piuttosto. Conoscerà le cose con più precisione di me.

L'ABATE.--Dica lei, dica lei, parla tanto bene.

LA CONTESSINA.--Ma via, andiamo!

L'ABATE.--Ubbidisco. Il barone dunque non è mai stato un modello di fedeltà. Eppure si circondava di mille precauzioni. La baronessa era felice perchè non sapeva niente. In questi casi l'apparenza fa lo stesso effetto della realtà. Fra le principali precauzioni del barone c'era questa: egli pregava le donnine da lui corteggiate di non scrivergli mai, se non in caso d'assoluta necessità, in ogni modo di firmare sempre con un nome maschile. L'altra sera un fattorino porta una lettera al palazzo. Il barone era fuori, la lettera casca in mano alla baronessa. La busta la insospettisce. Capite? Le solite zampine di mosca. Questo non può essere che un carattere di donna, dice tra sè.... Lacera la busta e apre la lettera. Ecco che cosa legge:

_--Caro amico--Iersera non siete venuto! mostro! dalla rabbia ho rotto gli orecchini che mi avevi regalato. Pensa a provvedermene d'un altro paio. E pensa pure che c'è da pagare il conto del modisto. Se non vieni, guai. Il tuo affezionatissimo amico...._

_Margherito._

Ama il prossimo tuo.

Piazza dell'Indipendenza, nel comune di Pignattelli-a-mare, con sottoprefettura e liceo.--A destra: il _Caffè nazionale_, con quattro tavolini fuori, sei dentro; bicchieri d'acqua fresca; cameriere col cimurro.--A sinistra: la _Farmacia Nottolini_, centro attivo delle migliori intelligenze della comunità. Segue la tabella:

SAVERIO NOTTOLINI: farmacista, nano misterioso, calvo, panciuto, sempre nascosto dietro gli occhiali, sempre avvolto in una specie di toga nera, il cui tessuto è fortemente saturo di tutte le droghe di farmacia, con deposito speciale di pomate e d'unguenti sopra la manica sinistra.

TOMASO PITTAFORMI: laureato in medicina, chirurgia, _briscola_ e _scopa_, calzoni gialli, soprabito nero, coscienza analoga, cravatta azzurra, occhiali verdognoli, naso violaceo; gesto vibrato, secco; parola umida, per ortografia di sputi, a getto circolare e continuo.

GREGORIO SALISCENDI: forma sferoidale, mani pelose, bocca postale, vestito anteriore all'alba del risorgimento nazionale, camicia ebdomadaria, cappello a cencio, sorriso perpetuo con leggera tinta d'ironia e di tabacco: tutt'insieme un grosso proprietario di calli barometrici e di latifondi seminativi liberi d'ipoteca.

OTTAVIO MENANDREI: giovane giureconsulto, giovane giocatore di _carolina_, giovane giornalista, giovane candidato a qualche cosa, giovane conquistatore, giovane debitore, giovane di nessuna speranza, di poca fede, di molta vanità.

TEOBALDO BAGHER DEI NOBILI LEONNIS: capitano in ritiro, perpetuamente afflitto da discordie intestine, complicate da ipocondria e da gotta ereditaria; del resto, vasta erudizione, concentrata in una pipa puzzolente e nera, cui sono annesse tradizioni fantastiche d'imprese immaginarie.

NOTTOLINI sta dietro il banco, manipolando abilmente un purgante destinato all'assessore anziano del comune.

MENANDREI fa, sull'uscio, il colosso di Rodi, con le mani sui fianchi e la ciambella infissa nell'occhio destro.

PITTAFORMI, rannicchiato in un cantone, sopra un vecchio seggiolone di cuoio, s'incretinisce sulla terza pagina dell'_Avvenire di Pignattelli_.

SALISCENDI si dondola sopra uno sgabellotto, asciugandosi il sudore e pronunciando monosillabi privi di senso comune. TEOBALDO BAGHER DEI NOBILI LEONNIS giocherella col bastone, ponendo a repentaglio un infame Ippocrate di gesso, che forma l'orgoglio della dinastia Nottolini.

MENANDREI.--Ah! eccola qui: sempre alla stessa ora (_guardando l'orologio_) come? le undici e sei minuti? il mio orologio va male; devono essere le undici: ella esce sempre all'ora precisa, oh! questa regolarità è indizio di una vita molto irregolare.

TEOBALDO BAGHER (_avvicinandosi all'avvocato_).--Che cos'hai visto?

MENANDREI.--La moglie del comandante dei pompieri. Bel pezzo di donnina! tutt'i giorni.... tutt'i giorni alle undici precise esce di casa. Gatta ci cova.

BAGHER.--Mi pare impossibile! Sono ancora nella luna di miele.

MENANDREI.--L'ultimo quarto, mio caro, una luna con due corna. Io non so nulla, veh! per conto mio, è la più onesta donna del mondo, ma perchè questa uscita solitaria a ora fissa?

NOTTOLINI (_agitando il purgante_).--Glielo ha ordinato il medico: esercizio ginnastico.

SALISCENDI.--Ha fatto senso anche a me; benchè io non m'impicci per niente nei fatti degli altri. Mia moglie, ch'è amica sua, un giorno le ha detto: _Come va?_ e lei: _ah! quanto sono felice, ci vogliamo tutti e due un bene dell'anima_. Dice mia moglie: _pure te ne vai spesso a passeggio senza di lui_. E lei: _Povero Nenuccio mio! ha tanto da fare.... e poi lo voglio abituare a vedermi escir sola.... non si sa mai_. Capite? lo vuole abituare.

MENANDREI.--Ho paura che lo abbia già abituato; me ne voglio sincerare.... Aspettate: io sono destro, peggio di un poliziotto; adesso le tengo dietro, e poi verrò a informarvi di tutto quanto. Vogliamo ridere assai.

(_Menandrei esce a passi lenti, e fermandosi un poco davanti a tutte le botteghe._)

SALISCENDI.--Che mariuolo quest'avvocato: che naso fino! ha una gran bella intelligenza, quel ragazzo.

BAGHER (_succiando il pomo del bastone_).--Bellissima, splendida intelligenza.

NOTTOLINI (_agitando il purgante_).--È una delle prime intelligenze del paese.

PITTAFORMI (_solfeggiando uno sbadiglio_).--Se fosse un pochino più serio, se ne potrebbe fare un deputato. A lui, del resto, converrebbe: tanto qui non trova a far niente. È vero che, come avvocato, è un po' somaro.

BAGHER (_succiando il pomo_).--Oh! molto somaro.

SALISCENDI.--Pieno di debiti.

NOTTOLINI.--Indebitatissimo. Ha chiodi da per tutto. Anzi, per questo lato, la sua condotta è alquanto sporca.

PITTAFORMI.--Del resto, non fa che seguire le pedate del padre.

SALISCENDI.--Che ha schivato la prigione per miracolo.

BAGHER.--State zitti, chè ritorna. (_a Menandrei, che rientra_) Ebbene?

MENANDREI.--Ella è entrata al numero 46 di via delle Cornacchie, la casa con due uscite; ci vorrebbe adesso un altro che facesse la guardia dal vicolo del Pozzetto.

BAGHER.--Vengo io: lascia fare a me. (_Escono tutti e due._)

NOTTOLINI (_facendo un pacco di pastiglie anticatarrali_).--Stanno freschi! ci vuol altro, per dar la caccia alle donne.

SALISCENDI.--Lasciate fare al capitano: egli se n'intende assai.

PITTAFORMI.--Sicuro! un bel furbo, lui! avrebbe fatto meglio a sorvegliare sua moglie: tante gliene ha messe che non si contano più.

NOTTOLINI (_ballottando nella polvere di licopodio le pillole anti-biliose_).--Mi ricordo ancora, io, quando ella faceva all'amore con l'impiegato postale.

SALISCENDI.--Ditelo a me! e le passeggiate romantiche col giovane del barbiere?

PITTAFORMI.--E il pittore tedesco?

SALISCENDI.--E il commesso di Comparetti?

NOTTOLINI.--Povero Bagher! mi fa compassione: un uomo così prode, così leale, così nobile!

SALISCENDI.--Ah, sì, un bravo soldato che ha versato il sangue per il suo paese.

PITTAFORMI.--Non esageriamo: egli non ha versato nulla.

SALISCENDI.--Ma le battaglie che ci racconta?

NOTTOLINI.--Non le ha mai viste, questo lo so io positivo, perchè in quell'epoca mio cugino era al campo. Il Bagher è sempre stato all'Intendenza, dietro i carri dei foraggi.

SALISCENDI.--Ma.... insomma, o dietro o davanti, è un nobile, un gentiluomo.

PITTAFORMI.--Ma che nobile d'Egitto! Io ho conosciuto tutta la sua famiglia. È inutile che sulle carte di visita metta tanto di Nobile Leonnis! Suo padre, Bartolomeo Leoni e non Leonnis--ditelo a me--faceva il calzolaio, a piazza de' Santi Nazaro e Celso; poi s'è messo a fare il barocciaio e non si sa bene il come il quando, è riuscito a fare un po' di quattrini. Era (vi posso dire anche la data precisa) era nel 31.... 32.... 33, quando, insomma, ogni tanto s'udiva parlare di persone svaligiate, sulla via maestra.

SALISCENDI (_guardando l'orologio_).--To'! le undici e mezzo, e ancora non sono tornati.

PITTAFORMI.--Le undici e mezzo? Accidempoli, lasciami andare, che c'è un banchiere che m'aspetta per morire. (_Prende il cappello e infila l'uscio._)

NOTTOLINI (_passando al filtro una tintura madre, con profumi d'assa fetida_).--Un banchiere? chiamano proprio lui, i banchieri! a sentirlo, pare che tasti il polso a tutta l'aristocrazia; ma io ci vedo bene; qui, con ricette sue non vengono che straccioni cui non riesco a cavare dieci soldi neanche se li ammazzo.

SALISCENDI.--Pure è uno dei primi medici.... ha studiato assai.

NOTTOLINI.--Ha studiato, sì, ma non capisce niente. Mi spedisce certe ricette che fanno pietà. Sono obbligato a correggerle io, capite, se no, passerebbe per il primo somaro dell'universo.

SALISCENDI.--Quanto a questo avete ragione. A rivederci, Nottolini mio: vado a vedere i listini.

NOTTOLINI.--Buoni affari.

SALISCENDI.--Eh! brutti tempi, per i galantuomini.

(_Esce sospirando_).

NOTTOLINI (_allineando, metodicamente, dodici cartine d'ipecacuana_).--Quand'è così, non possono essere brutti per lui: uno strozzino, e che strozzino! Quanti ne ha rovinati! Eppure, la sua famiglia, poveraccia, muore di fame. Ah! se Dio misericordioso lo facesse curare da quell'asino di Pittaformi!

L'uccello del malaugurio.

Mauro Mortori, degno del suo nome, è ipocondriaco e vede tutto in nero cupo. Anzichè nella camera da letto, egli dormirebbe più volentieri in una camera ardente. Il suo discorso è lugubre, i suoi gesti sono sepolcrali, la sua barba è funerea, il suo temperamento è cadaverico. Per via, se incontra un amico, gli domanda:

--Che hai? ti senti qualche cosa?

--Niente: sto benone.

--Eppure, mi sembri smagrito assai.... e poi, sei giallo, giallo.... si direbbe che stai per aver l'itterizia.

--Ma va un po' all'inferno te e l'itterizia!

--Dà retta a me: un buon purgante.... due oncie di sale inglese....

* * * * *

In questi tempi di casi sospetti, Mauro è nel suo elemento.

--Credete a me,--dice,--muoiono come tante mosche.

E fa un certo movimento con le dita adunche quasi avesse in pugno una manata di moribondi da spargere al vento.

Appena entra nella trattoria, è uno sgomento generale di tutte le sue conoscenze: poichè egli fa il giro delle tavole, guarda i piatti, e poi esce a dire:

--Come! lei, signor Paolo, osa mangiare dei cardi al burro? ma se ne guardi bene! iersera, un giovane, più robusto di lei, ha mangiato i cardi al burro e stamane gli davano l'olio santo.

Oppure:

--Dell'arigusta! scommetto cento lire che vi resta sullo stomaco.

* * * * *

Se va in teatro, sparge tosto l'inquietudine tra i vicini, cominciando a manifestare gravi dubbi sulla solidità delle corde che reggono l'enorme lampadario e assicurando poi che un architetto ha visto dei larghi crepacci nel soffitto.

--Ancora un po' che piova--soggiunge--e casca giù a pezzi e bocconi; se poi casca intero di schianto, com'è probabile, felicissima notte!

A sipario alzato:

--Ma guarda dove han messo quei candelabri! a momenti dàn fuoco alla quinta.... è tutta carta.... farebbe un lampo come un barile di polvere.

E se ciò non basta, ha cura di chiedere ogni cinque minuti:

--Scusate, signori: non vi sembra di sentire una gran puzza di gaz?

* * * * *

Peggio poi se viaggia in ferrovia: non parla che di disastri, di scontri, di frane che hanno sepolto interi convogli; sì che i compagni, specie poi se donne, si sentono venir la pelle di cappone. Se si dà il caso ch'egli abbia a traversare la galleria dei Giovi, non si dimentica di dire, appena entrati nel _tunnel_:

--Se la facciamo franca, possiamo portare un voto alla madonna.

Quando il treno rallenta, avvicinandosi a una stazione, Mauro s'affaccia allo sportello, e poi dice ai compagni:

--Dio ce la mandi buona!

--Che c'è?--

--Il treno va piano, perchè si sta per passare un ponte che minaccia rovina.--

* * * * *

Ierlaltro, vede in galleria un amico d'infanzia, gli corre incontro e lo abbraccia, dicendogli:

--Vivo! tu sei vivo!

--Eh.... pare di sì.

--Oh Dio! m'avevano detto ch'eri morto di pleurite. Dev'essere stato un equivoco.

--Probabilmente.

--Ah, non ti puoi figurare il dolore che ho provato; ho pianto tutta la notte.

--Grazie, di tanta amicizia!

--Oh di niente!... sarà per un'altra volta.--

Un vizio di educazione.

Ginesio, da che campa, è vittima della sua cortesia. Se fosse maleducato, a quest'ora saprebbe Dio sa che. Invece, la sua famiglia lo ha dotato d'un'educazione talmente squisita ch'egli è diventato un essere sventurato e insopportabile. I cinesi d'antico stampo, i quali fanno sette inchini, prima di dare il buongiorno, in confronto di lui, son peggio dei visigoti e dei vandali.

Ancora mi ricordo dei tempi in cui Ginesio era mio compagno d'accademia, curvi entrambi sullo stesso banco e sudanti sopra i cinque ordini d'architettura del Vignola, tra le modanature e i triglifi, tra le volute e i moduli.

Ogni tanto, Ginesio perdeva il proprio lapis e mi diceva con la sua vocina giulebbata:

--Scusi.... perdoni.... mi farebbe l'immenso favore di prestarmi il suo signor lapis?

E così a proposito di qualunque oggetto.

--Mi scusi tanto.... prego!... Avrebbe l'insigne cortesia di prestarmi il suo riverito compasso?

Io lo ricambiavo dolcemente, tutte le volte che avevo da riaccendere la sigaretta, dicendogli:

--Dammi un po' la tua signora scatola di riveriti fiammiferi.--

Nell'uscire salutava, non solo il professore, ma tutte le statue, tutti i bassorilievi, tutti i gruppi di gesso, da _Ettore e Patroclo_ al _Gladiatore ferito_ e riserbava l'ultima scappellata per il portinaio.

Un giorno era a dirittura superbo, raggiante. Finalmente era riescito ad abbonarsi a un teatro di prosa per un mese. Ma proprio la prima sera, gli si ammalò una zia e lui non osò uscir di casa. La seconda sera, finalmente, fu padrone di sè stesso! Andò al teatro, s'introdusse nel vestibolo, s'inchinò profondamente ai bollettinai, dicendo:

--Abbiano la bontà di scusarmi.... iersera non ho potuto venire a questo bellissimo teatro, poichè la mia signora zia era malata.

Un bollettinaio lo guardò serio serio e:

--Va bene! passi pure: ma.... che sia l'ultima volta.--

* * * * *