Chiose Alla Cantica Dell Inferno Di Dante Alighieri Pubblicate
Chapter 2
Però lascia in disparte la descrizione dello stato delle anime dopo la morte, con i loro martìri, e le loro gioie, quale resulta dal senso letterale del testo; muove dal concetto che si debba ravvisar nel Poema un Trattato di filosofia morale in cui si dimostrano «le qualitadi della generazione umana»: la prima, quella de' viziosi mortali, chiamandola _Inferno_; la seconda quella dei penitenti, il _Purgatorio_; e la terza quella dei perfetti, il _Paradiso_ «a dimostrare la beatitudine loro e l'altezza dell'animo congiunta con la felicità, senza la quale non si discerne il Sommo Bene.»
Jacopo, dunque, reca tutto alla vita attuale e, astraendo dal magnifico dramma, dalle situazioni, dalle figure che il poeta ha scolpito sì di forza, suggeritegli dalle tradizioni popolari e chiesastiche, e considerandole quali mezzi atti a muovere la immaginazione, ci rivela il loro intimo significato, magistralmente nascosto dal poeta sotto il colore di una visione d'oltre tomba.
Gli orribili, tremendi castighi dell'_Inferno_ si riducono a sofferenze insite nei vizii stessi e derivanti dallo stato morboso in cui si trovano i contravventori alla legge divina: le consolazioni del _Purgatorio_ ad aspirazioni verso la libertà; le beatitudini del _Paradiso_ alle sodisfazioni del vivere in purezza e conforme a' dettami della celeste Bontà. Alle ardenti fantasie dantesche subentra un arido schema di filosofia morale: alle esaltazioni estetiche, procurateci dalle immortali bellezze del Poema, è sostituito lo scopo pratico di «dare correzione e lode a chi n'è degno.»
Il concetto di Jacopo ci ravviva e ravvalora la dichiarazione del soggetto del Poema, contenuta nella Epistola di Dante a Cangrande: _Homo prout, merendo aut demerendo per arbitrii libertatem justitiae praemianti aut punienti obnoxius est_ e, come causa finale, _removere viventes in haec vita de statu miseriae et producere ad statum felicitatis._
Simili concetti sono pur espressi nei Commenti di Pietro Alighieri e di Guido da Pisa: e l'uno e l'altro ne trasser forse l'ispirazione dalla lettera a Cangrande, ma nell'uno e nell'altro non con la continuità, la pertinacia onde Jacopo vi si attenne.
E vediamolo all'opera: scrutiamo nella sostanza del suo nuovo commento.
Dante, nell'età di trentatrè, o trentaquattro anni, si trovava smarrito nella selva oscura, o voglia dirsi smarrito tra le molte genti offuscate dalla ignoranza; già la sua mente era irradiata dal fulgore della intellettuale verità, quando fu affrontato dalle tre fiere: la lonza, il leone, la lupa: simboli de' tre vizii prevalenti, o fondamentali: lussuria, superbia e avarizia. Allo smarrito si para innanzi Virgilio, cioè l'effetto della umana ragione, che lo campa dalla lupa insaziabile e proferisce il vaticinio della prossima venuta del veltro, cioè d'una costellazione migliore della presente e onde sarà trasfusa la pace negli animi angustiati. Lo invita poi a seguirlo qual messaggero delle tre donne celesti: Beatrice, simbolo della Sacra Scrittura; la gentil donna interpretata la profonda mente della Deità; e Lucia, la grazia di Dio.
Il corto andar alla felicità non è possibile all'uomo, «attratto tanto dalla dolcezza de' vizii quanto dall'altezza delle virtù». Occorre prima avere una esatta conoscenza delle une e degli altri.... Riconosciuto poi, mercè la Ragione, che le allettative de' vizii hanno, in fondo, dell'amaro, l'uomo si deciderà a seguire le virtù, che gli assicurano vera felicità.
Così Dante, guidato dalla Ragione, si avvia alla contemplazione de' viziosi: e prima si abbatte ne' vili, ma _guarda e passa_, non si curando di loro che non fanno al suo proposito. Son morsi, punzecchiati da vili insetti, simboleggianti la nullaggine, l'acuta inanità del loro pettegolezzo, della disutile loro ciarla: e corron dietro ad una insegna, senza che ad alcun di loro dia il cuore di sopravanzar gli altri. È la turba de' meschini, nè buoni, nè rei, senza valore per la contemplazione de' vizii, cui vuol darsi il poeta.
Discende poi il primo de nove gradi, ond'è composto l'_Inferno_, dove son allogati coloro, che non ebber battesimo e gli antichi valorosi, che vivono _senza speme, in disìo_, come dice Jacopo, per il loro non colpevole difetto.
Comincia dal secondo grado dell'_Inferno_ la caterva dei viziosi, che si estende dal secondo al quinto, ove han posto gl'incontinenti. E, mentre nel primo le anime sono imbarcate dal demonio Caron, del secondo troviamo guai motore e giudice il demonio Minos. Il continuo agitarsi dei lussuriosi corrisponde alle inquietudini amorose, perchè come dice Jacopo, l'effetto di ogni peccato è degnamente pena dell'operante.
Terzo grado: i golosi. Motore il demonio Cerbero, le cui tre bocche simboleggiano i tre appetiti. Pena: le infermità, le gotte, le podagre, che si accumulano in siffatti peccatori. E, sia detto qui di volo, nel suo tipo del goloso, in Ciacco, il poeta raffigura uno tra gli uomini cui attribuisce la maggiore intelligenza nel suo tempo, e lo interroga con curiosità, poichè molto si aspetta dal dire di quell'uomo raffinatissimo, in cui riconosce somma autorità e previdenza dell'avvenire.
Quarto grado: Avari e prodighi. Motore, il demonio Pluto (posto qui da Dante probabilmente per la somiglianza tra Pluto e il vocabolo greco _Plutos_). Pena: infinito affaticare così nel ritenere come nello sparnazzare.
Quinto grado: Iracondia e Accidia. Motore, il demonio Flegias. Pena: la affuocata irruenza degl'iracondi e degli accidiosi, la occulta e finta irata voglia.
Arriva al sesto grado, cioè al peccato della malizia: la eresia, protetta dalle Furie, che raffigurano il «malo pensamento» il _dischiesto_ (sconveniente) parlare, come dice Jacopo e la malvagia e infuriata operazione. La città è chiusa in mura, che sembran di ferro, per la segretezza della eresia. È impossibile avervi adito senza la esperienza della mente che, simboleggiata dal messo del cielo, gli vien in aiuto, aprendogli le porte. Le Furie son cinte di serpenti, a indicar il trascorrere d'un pensiero in altro e per la proprietà di fredda e velenosa malizia degli eretici. Per la gran diversità delle eresie, diverse arche tramischiate di fiamme per dimostrare l'ardente fermezza degli eretici nelle loro credenze.
Col settimo grado i bestiali: motore il Minotauro: o, come si scrive in certe rubriche, _Hominotauro_: qualità umana unita alla bestiale.
I bestiali sono compartiti in tre classi:
1.ª Quelli che fanno forza, violenza altrui in cosa o in persona. I centauri raffigurano i correnti pensieri bestiali.
2.ª Quelli che se stessi offendono personalmente, o realmente. Personalmente i suicidï, trasformati in sterpi, poichè de' tre animati: vegetabile, razionale e sensitivo loro è rimasto soltanto il primo. Le Arpie raffigurano le tristi ricordanze. Realmente, gli scialacquatori, sparnazzatori delle loro sostanze. Ignudi, perchè si spogliavano delle loro sostanze: perseguitati da nere e bramose cagne, a indicare la oscurità, i triboli della indigenza.
3.ª Coloro che sforzano la natura, cioè Iddio, e la lor qualità è suddivisa in tre classi: quelli che bestemmiano Iddio; quelli che peccano in lussuria contro la natura; gli usurai.
Ottavo grado: i fraudolenti. Motore, Gerione che accoglie in sè tre qualità: uomo, serpente e scorpione.
Dieci bolgie: i lusinghieri, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, mali consiglieri, seminatori di scandalo, falsari. I simoniaci han volto le piante de' piedi in su per lo ritroso loro affetto, sommettendo le spirituali dovizie della misericordia alle terrestri ricchezze.
Commentando il ventesimo Canto della prima _canzon_ dei «sommersi» Jacopo espone che gl'indovini hanno ritroso il viso per la loro ritrosa operazione. Gl'ipocriti della sesta bolgia portan cappe dorate di fuori per una singolare etimologia della parola «ipocrisia»: da _ipo (hippo!) quod est supra_ e _kresis (chrepsos): quod est aurum_.
Eccoci a' ladroni della settima bolgia: essi sono spartiti in tre categorie: quelli che non ne hanno l'abito continuo, senza alcun determinamento del sì o del no; subito fanno e si pentono dopo: quelli che di continuo sono adusati ad arraffare: e, infine, quelli che non continuamente rubano, con determinato volere del sì o del no, ma soltanto parandosi la occasione ne prendon diletto.
La nona bolgia è spartita in due: gli scismatici e i seminatori di scandali. I falsatori dell'ultima bolgia son compartiti in tre classi: realmente, personalmente e quelli che falsificano le monete.
Eccoci al nono grado che accoglie i traditori, e vi son posti a guardia i giganti, simboli della «iniqua superbia nella qualità frodolenta». Come la «superbia passa oltre il dovere della natura, così i giganti oltre il dovere di grandezza e di possa.» I traditori son divisi in quattro classi: Caina, quelli che tradiscono i loro carnali e parenti, e sono raffigurati nell'algore di ghiacci, a significare la freddezza dell'animo loro, privo d'ogni naturale calore: Antenora, color che tradiscono lor genti in patria: Tolomea, quelli che servono e tradiscono chi li adopera.
E abbiam negletto, nel nostro riassunto, altre allegorie delle pene assegnate ai peccatori; allegorie tutte aggiustate su la medesima traccia già esposta, poichè vi si riflettono sempre le naturali conseguenze caratteristiche per ogni specie di viziosi.
Non sembra che Jacopo abbia mai esteso ad altra Cantica del Poema il suo Commento, sebbene verso la fine delle Chiose si legga: «Siccome nelle chiose del seguente libro si conta».
E non accadrebbe dire che il Luiso cita un passo, riferentesi al _Paradiso_, e che dal chiaro erudito è tenuto per un brano del Commento della Seconda Cantica. Ma quel brano non è del figliuolo di Dante: non è altro, se non una delle rubriche, onde son preceduti i singoli Canti delle Tre Parti della _Commedia_, e si trovano, ora in latino, ora in volgare in numerosissimi manoscritti, che furono eziandio divulgati più volte per la stampa.
Le Chiose di Jacopo non recano alcuna data e, per questo rispetto, non si può, neppure approssimativamente, accertare il tempo in cui furono scritte.
L'unico modo a scuoprir il posto, che loro spetta nella ermeneutica dantesca, è da ottenersi nello scrupoloso esame del loro contenuto, in un paziente raffronto fra esse e altri Commenti sincroni. Tali raffronti lunghi e minuziosi, non entrerebbero però ne' termini imposti a questa _Prefazione_.
Ma ci contenteremo di qualche osservazione succinta.
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Dal passo sul veltro si ricava che Jacopo confuta l'opinione di altri, che vollero vedere nel veltro, o un personaggio di nazione gentile, o anche di bassa estrazione. Egli l'una e l'altra ipotesi ribatte come non conformi alla intenzione del poeta. E pur sembra che, nel parlar di Alberigo dei Manfredi, si rivolga contro altri, i quali allegarono che l'anima del frate non poteva essere posta nell'inferno, essendo egli ancora vivo.
Abbiamo già accennato agli scarsi studi d'Jacopo e a' pochi mezzi, ch'egli possedeva per risalir direttamente alle fonti, valersi di materiali utili alla erudita interpetrazione del poema.
Non siamo sicuri che pur dove accenna, in termini generali, alle sue fonti, citando nomi d'autori, egli li abbia veramente consultati. Così non può aver trovato nella Bibbia certi ragguagli, che asserisce; come pure non può aver letto «in Ovidio, o negli altri poeti» che Cerbero era «alcuno così nominato che più in cotal vizio (la golosità) si resse»; nè in Omero che Chirone «fu crudelissimo e bestiale in tutte sue operazioni, ecc.». Abbiam pur menzionato il fatto che per due chiose allegoriche dove Jacopo non cita alcun nome, e che son di Lattanzio e Isidoro, da altro commentatore sincrono, non pur son richiamati i nomi degli autori, ma riprodotte le lor testuali parole.
A ridurla a oro, è evidente che Jacopo si serviva di altre esposizioni del poema ove trovava materiali a lui acconci. Non si può, dunque, consentire col ch. Rocca, che volle metter le Chiose a capo di tutti i commenti, supponendole scritte nel 1325, anteriori, quindi, d'un anno al Commento di Ser Graziolo, cancelliere bolognese, il più antico sin ora conosciuto.
Il Rocca basa la sua ipotesi, specialmente, su le identità della Chiosa allegorica circa le tre bocche di Cerbero.
E noi crediamo pregio dell'opera il riprodurre integralmente la Chiosa di Ser Graziolo e quella di Jacopo.
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SER GRAZIOLO: «Questo Cierbero è uno demonio preposto in questo terzo Cerchio a tormentare l'anime; il quale, siccome si truova, è uno cane infernale, e ha tre teste; e neentemeno in questo presente capitolo punisce il vizio della gola. Per questo Cierbero che ha tre teste propriamente si figura l'appetito della gola, il quale si divide in tre parti: in qualità, in quantità e in quanto continovo. L'appetito della qualità si è desiderare buoni cibi e non curare della quantità d'essi; l'appetito della quantità si è desiderare molti cibi e molto mangiare, e non curare della qualitade d'essi. L'appetito del quanto continovo si divide in quanto contiovo e quanto partito (discreto). L'appetito del quanto contivo si è desiderare continovamente di mangiare; l'appetito del quanto partito si è desiderare per spazii di tempi.»
JACOPO DI DANTE: «Per lo detto demonio l'appetito della gola si considera, che in ciò gl'induce; il quale con tre gole figurativamente è formato, siccome per tre modi cotale appetito per loro si possiede: de' quali l'uno è di quantità, l'altro è di qualità, il terzo è di quanto continovamente. In quel di quantità comunalmente d'ogni cibo assai si desidera gustare; in quel di qualità particularmente di cose elette, non curandosi di quantità. Il terzo, il quanto continovo, in due modi diviso si contiene: cioè il quanto continovo e il quanto discreto. Il quanto contiovo è continovo esser goloso, e il quanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere.»
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Or si dice, ma non è un bene apporsi, che la Chiosa è bene a suo luogo nel Commento di Jacopo, poichè essenzialmente allegorico: dà stupore nella esposizione di Graziolo che non contiene se non rarissime allegorie.
L'argomento sta proprio a martello? E non poteva Jacopo, che già aveva tolto a presto chiose allegoriche da Guido da Pisa, averne preso un'altra, che gli andava a genio, a Ser Graziolo? Il singolare è che tal chiosa contiene un errore, in cui son caduti e l'uno e l'altro scrittore. Chè, mentre gli appetiti, simboleggiati dalle tre bocche di Cerbero, dovrebbero essere tre, in realtà vi si parla di quattro. I due primi sono la qualità e quantità dei cibi, cioè mangiar bene e mangiar molto e tu supporresti, di leggeri, che terza dovesse essere la qualità con la quantità riunita, cioè mangiar bene e molto. Ma non così divisavano gli antichi commentatori, mettendo come terzo appetito un «quanto continuo». Ed ecco qui è ora l'errore.
Questo «quanto continuo» si suddivide, alla sua volta, in «quanto continuo» e «quanto discreto»: cioè «quanto partito» come traduce le parole di Ser Graziolo un volgarizzatore trecentista del Commento del bolognese.
Ed oltre alla contradizione de' quattro appetiti corrispondenti alle tre bocche di Cerbero, vi è ancora un'altra difficoltà, poichè appar evidente che il «quanto discreto» non potrà essere una suddivisione del «quanto continuo». Quindi, a fil di logica, suppone il valoroso Rocca si debba correggere in modo che la quantità si divida in due parti, cioè la quantità discreta e la quantità continua, secondo ben afferma, del resto, Ser Graziolo, poichè la «quantità discreta» è mangiar molto per spazii di tempi _(per intervalla temporum)_ e la «quantità continua» è l'aver sempre l'appetito desto e trovarsi disposto al mangiare.
E l'errore nel testo latino di Ser Graziolo si spiega facilmente così: che invece di scrivere _appetitus quantitatis_ abbia ripetuto _appetitus quanti continui_, che aveva scritto poco discosto, mentre non si spiega nel testo di Jacopo, che dice: _il terzo, cioè il quanto continovo_.
Ma la questione si ingarbuglia sempre più. Guido da Pisa, che aveva trovato la Chiosa nel Commento di Ser Graziolo, fraintendendo le parole _per intervalla temporum_, cioè «per spazii di tempi» aveva difformato l'ultimo inciso così: _Quantum vero discretum est et aliquando multum et aliquando parum et procurare et comedere._
A ciò sono in tutto rispondenti le parole di Jacopo: «Alquanto discreto è _alquanto_ esser goloso e _alquanto_ non essere». Per il vocabolo _alquanto_, traduzione dal latino _aliquando_ è evidente che Jacopo deriva la sua Chiosa dalla esposizione di Guido da Pisa, che l'aveva trovata nel Commento di Ser Graziolo. E la serie cronologica di questi Commenti è forse da porsi in tal modo:
1.º Ser Graziolo (1324).
2.º Guido da Pisa (fra il 1325 e 26).
3.º Jacopo Alighieri (dopo il 1326).
Tutti e tre non vanno col loro Commento oltre la Cantica dell'_Inferno_. Solo Jacopo sembra avesse in intendimento di chiosare anche la Cantica del Purgatorio, ma non si ha notizia, fin ora, che il recasse in atto.
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Concludiamo: noi non abbiamo risparmiato cure in questa pubblicazione e crediamo aver gettato ampia luce su un punto, sì controverso, della nostra storia letteraria.
Nelle indagini, nella cura del testo, nel raffronto dei varii codici, fu a noi guida sapiente il dott. Fr. Roediger, maestro nella più eletta erudizione della nostra letteratura e fra i pochissimi stranieri assolutamente padroni del linguaggio nostro.
E chiunque vorrà far paragone della nostra edizione con la precedente, scarsa di notizie, e tanto errata nel testo, e pur da tempo esaurita, potrà ben dire che queste _Chiose_ potean, sin ora, considerarsi come inedite. E la lode de' buoni, e discreti, sarà il massimo guiderdone alla nostra non lieve fatica.
JARRO.
NOTE:
[1] Guerrini e Ricci.
[2] Il codice che contiene la notizia: _Jacobe, facias declarationem_ è il laurenziano XLII, 15.
[3] La storia di Amfiarao è riportata da Stazio nel 7-8 libro.
[4] Il maggior numero de' codici offre la lezione _materiale_. Volendola sostenere sarebbe da immaginare ch'egli contrapponga alla forma poetica della sua _Divisione_ e ad altre sue dichiarazioni in versi del Poema le sue Chiose scritte in prosa _materiale_.
[5] Aggiunge, di solito: _favoleggiando_; vocabolo che adopera anche per la Bibbia e nel parlar di Elia e di Eliseo.
_SONETTO_
_di Jacopo di Dante a Guido da Polenta._
Acciò che le bellezze, signor mio, Che mia sorella nel suo lume porta, Abbian d'agevolezza alcuna scorta Più in color in cui porgon disìo,
Questa Divisïon presente invio, La qual di tal piacer ciascun conforta; Ma non a quelli c'han la luce morta, Chè 'l ricordar a lor serìa oblìo.
Però a voi, ch'avete sue fattezze Per natural prudenza abituate, Prima la mando che la correggiate,
E s'ella è digna, che la commendiate: Ch'altri non è che di cotai bellezze Abbia, sì come voi, vere chiarezze.
_Factus fuit per Jacobum filium Dantis et per ipsum missus ad magnificum et sapientem militem Dominum Guidonem de Polenta, anno millesimo trecentesimo vigesimo secundo die primo mensis Aprilis[6]._
NOTE:
[6] Così nel Cod. Parig. it. 538 (De Batines, N. 414). Il Trivulziano XVI: «Sonectus iste cum divisione predicta missus fuit per Jacobum filium Dantis Allaghierij ad magnificum et sapientem militem Dominum de Polenta, anno domini MCCCXXIJ, indictione die prima mensis Madij», cf. il Cod. Grumelli di Bergamo: «Questo canto fece il figliuolo di Dante, contiene tutta la materia della Commedia e mandato a Messer Matteo da Polenta», e il Cod. Cavriani, (De Batines, 244).
CODICI
1.--=Cod. Laurenziano XL. 10=, del 300, scritto a 2 colonne. Contiene in principio il testo del Poema, con la rubrica in rosso: «Inchomincia la chomedia di dante allighieri di firenze, nella quale tratta delle peni (sic) e punimenti de vizij e de meriti et premij de la virtu. Comincia il chanto primo de la prima parte, la quale si chiama inferno; nel quale capitolo fa l'autore proemio a tutta l'opera». Finito il Poema, la sottoscrizione: «Qui finisce la chonmedia di dante alleghieri di fiorenza. Lode e grazie n'abbi iddio.» Segue il Capitolo di Busone da Gubbio, e quindi il «Proemio di achopo figluolo di dante aleghieri sopra la Commedia». (È il noto Capitolo, ossia la _Divisione_).
Finalmente il Commento: «Libro primo. Chiose di achopo figluolo di dante Allighieri sopra alla chommedia». Terminato il Commento: «Conpiute sono le chiose de l'ynferno di achopo di dante». Per essere discretamente corretto, mi sono servito di questo manoscritto per il testo. In caso di lacune o di lezioni evidentemente erronee abbiamo ricorso ai codici che indichiamo, come pure ad altri manoscritti che recano qualche brano delle nostre Chiose, come, per es., il codice Poggiali 313 e l'Ashburnham. 832.
2.--=Il Codice Poggiali Vernon=, della fine del 300, che oltre ai Commenti di ser Graziolo, Guido da Pisa, Benvenuto da Imola, racchiude anche le Chiose di Jacopo. Esso servì alla prima stampa del Commento, sebbene scorretto per modo che moltissimi passi rimangono a dirittura privi di senso. L'editore aggiunse, a piè di pagina, le varianti del Laurenziano XL, 10, ma con parecchie inesattezze.
3.--_Il frammento Barberiniano-Vaticano XLV, 101_ (ant. 1729), di sole 4 carte, aggiunte al Commento latino di Pietro di Dante. È anche esso del 300. Lo pubblicò il Crocioni nel _Bullettino della Società filologica romana_, N.º IIII, p. 70 e sgg., dove si legge pure il testo del
4.--=Frammento= di una sola carta, inserito nel =cod. Riccardiano 1414=, e scoperto dal Morpurgo. Contiene pochi passi dei Capit. XIV e XV. È del 300.
Questi codici sono ben diversi l'uno dall'altro, ciascuno di essi offre lacune che non si riscontrano negli altri. Una certa parentela si nota fra il Laur. XL, 10 e il codice Vernon-Poggiali. Rimane però escluso che l'uno possa esser copiato dall'altro.
_PROEMIO_
_D'Jacopo Figliuolo di Dante Aleghieri sopra la Commedia_
O voi che siete nel verace lume alquanto illuminati nella mente, ch'è sommo frutto de l'alto volume, Perchè vostra natura sia possente più nel veder l'esser dell'universo, guardate all'alta commedia presente Ella il dimostra, e 'l simile e 'l diverso dell'onesto piacere, il nostro oprare e la cagione che 'l fa o bianco o perso. Ma perchè più vi debbia dilettare della sua intenzione entrar nel senso, come è divisa in sè vi vo mostrare. Tutta la qualità del suo immenso o vero intendimento si divide prima in tre parti senz'altro dispenso.