Chiose alla cantica dell'Inferno di Dante Alighieri pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica

Part 8

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¶ Per dimostrare il dì del cominciamento del presente cammino, in quel della passion di Cristo, così si conchiude; il quale fu, come nelle prime chiose si conta, nel mezzo marzo, intrante il sole in Ariete nella indizione del mille treciento, che così essere si segue, essendo presso al dì con cinque ore più oltre passando; per lo quale incominciamento di venerdì santo, figurativamente si ritrae l'esser tratto di lui della morta oscurità di vizij e prodotto nella chiara vita dell'umana felicità, si come per la morte e resurrezione di Cristo l'umana generazione di morte in vita divenne. ¶ Per la quale ressurrezione qui della bolgia seguente, cioè della epocrisia, d'alcuna sua rovina, vogliendo di così fatta colpa la propietà dimostrare, così si ragiona. Cioè, che per lei dalla passata alla seguente usanza, cotal colpa si dipartisse, si come per più propio processo, di lei, come in alcuna chiosa dell'undecimo canto pasato si canta; e simigliantemente per dimostrare che sanza sensibile introducimento di lei, si come d'alcune altre passate e seguenti, propiamente non si possa chiarire, la cui forma e allegoria nel suo canto pienamente procede.

_Comincia il XXII Capitolo_

Io vidi cavalier già muover campo E cominciare istormo e far lor mostra E tal volta partir per loro iscampo

Nel cominciamento di questo capitolo, procedendosi nella sopra detta colpa, alcune similitudini a' sopra detti suoi diavoli si propongono, per le quali il processo e il modo di così fatti voleri chiaramente s'intende, seguitando poi per tutto il canto l'essere di tale condizione con essempro di certi, che nelle seguenti chiose per cotal colpa son conti.

Lo duca mio gli s'accostò a lato Domandollo onde fosse, e quei rispuose: Io fui del regno di Navarra nato

¶ Qui per l'autore, favoleggiando d'alcun di Navarra, nella presente colpa si conta, a dimostrare che bello e utole sia in ciascuna condizione, quando bisognasse di sapere, ragionando, così compilare col quale di molti altri, che veramente di cotale qualità si vestirono introducendo ragiona come giù si contiene.

Chi fu colui, da cui mala partita Di' che faciesti per venire a proda? E que' rispuose: fu frate Gomita

¶ Frate Gomita fu alcuno di Sardegna, vicario e fattore del giudice Nino di Galura, il quale, avendo di suo donno[29] cioè di suo signore, alquanti nemici presi, per certa quantità di danari ricievuti da loro, gli dimise, per lo quale fallo, e per più altri, finalmente il detto suo signore per la gola impiccare lo fece.

Usa con esso donno Michel Zanche Di Logodoro; e a dire di Sardigna Le lingue lor non si senton stanche.

¶ Donno Michel Zanche fu alcuno altro dell'isola di Sardigna e d'una parte, che Logodoro si chiama; il quale, essendo fattore della madre del re Enzo, figliuolo dello 'mperadore Federigo, per sue rivenderìe in tanta ricchezza divenne, che dietro alla morte della detta donna, giudice, cioè signiore, del detto paese si fece; per le quali colpe così figurativamente qui si contiene.

NOTE:

[29] Varianti _dopno_.

_Comincia il XXIII Capitolo_

Taciti soli sanza compagnia N'andavan l'un dinanzi a l'altro dopo Come frati minor vanno per via

Dipartendosi dalla quinta bolgia, cioè qualità, la sesta in questo canto compiutamente si conchiude, cioè di coloro in cui all'onesta appresenza l'operazione non si segue, che volgarmente ipocrisia si chiama ab ipos quod e[st] supra et cresis quod e[st] aurum, cioè sopra dorata qualità non perfetta, la cui condizione qui così si figura, che così fatta gente in questa bolgia, cioè qualità, con gravissimi incappucciati amanti[30] di piombo sopra dorati, lamentandosi movea, a significare la chiarezza dell'onesto spirituale colore di fuori, falsato dentro dalla gravezza del peccato, tra' quali d'alquanti, per exempro nelle seguenti chiose si conta.

Di fuor dorate son sì ch'egli abbaglia, E dentro è piombo tutto e gravi tanto Che Federigo le mettea di paglia

¶ Per comparazione della gravezza di cotali amanti di peso di paglia qui quegli dello imperadore Federigo si fanno, i quali, anticamente, per lui si faceano, che, dovendosi alcun malfattore giustiziare, così vestito di piombo in certo vaso era messo, di sotto al quale facendovisi fuoco, fondendo moriva.

Frati Godenti fummo, e Bolognesi, Io Catalano e questi Loderingo Nomati fummo e da tua terra presi

¶ Per conservamento d'alcuna pace che tra' Ghibellini e Guelfi di Firenze generalmente alcuna volta si fece, per due buoni uomeni cavalier godenti, di Bologna, l'un guelfo e l'altro ghibellino, per lo comune si richiese dando loro arbitrio e signoria, si come a potestà di ciascun reggimento, de' quali per guelfo fu frate Catalano d'i Catalani, e per ghibellino frate Loderingo d'i Carbonesi di Bologna, per le cui operazioni falsamente per parte insieme disposte il detto frate Loderigo con suoi seguaci, dal frate Catalano di fuor di Firenze, si come rubello, fu cacciato. Onde gli Uberti, principalmente, si come ghibellini, di tutte lor case furono disfatti, come d'intorno al Guardingo di Firenze si vede, delle quali operazioni loro essere in questa presente qualità si concede.

Fra Catalano che di ciò s'accorse Mi disse: quel confitto che tu miri Consigliò i Farisei che convenia Porre un uom per lo popolo a' martiri

¶ Per questo così confitto Caifas si considera, il quale essendo sommo pontefice sotto spirituale amanto, i Farisei e' sacerdoti a martoriare un uomo per [la] salute del popolo produsse, il qual martirio e morte in Cristo pervenne. Per la qual colpa, si come principio di lei e maggiore, qui così figurativamente rovesciato e confitto si pone, sostegnendo sopra se il processo di lui e simigliantemente Anna suo suocero con gli altri che tal concilio fermarono s'intende.

NOTE:

[30] ammanti.

_Comincia il XXIV Capitolo_

In quella parte del giovinetto anno Ch'el sole i crin sotto l'acquario tempra E già le notti a mezzo dì sen vanno

Principalmente nel cominciamento di questo capitolo a comperazione d'alcun sopradetto sembiante in alcun villano per simigliante così si conchiude, che nel giovinetto anno, cioè nel tempo che poco del suo cominciamento sia corso, siccome di febbraio, per le notturne brinate, così si lamenti, delle quali poco dura il sembiante per la vertù del sole, che già sotto l'Acquario tornando, verso la state col freddo emisperio si tempra; per lo quale si segue l'ombra della terra, cioè la notte in verso la meridionale parte cadere per l'opposito suo ch'a tramontana ritorna. E provedendosi poi dietro alla detta comperazione la qualità di coloro che furtivamente alla froda si danno, siccome ladroni, la cui continenza e allegoria nelle seguenti chiose del presente canto si mostra.

Tra questa cruda e tristissima copia Correvan gienti ignude spaventate Sanza spettar pertugio o ellitropia

¶ Veduta la qualità della sopradetta sesta bolgia, qui della settima, cioè di ladroni così si ragiona, e che da molti e diversi serpenti sia stimolata e trafitta, a significare, molti e diversi pensieri di coloro che di tale qualità sono operanti, colle quali serpi le mani dietro abbian legate, passando il capo e la coda per le reni, e dinanzi dal petto sè stesse annodate, a dimostrare che le dette tentazioni e pensieri affettuosamente per lo cuor loro trapassino, per la cui contraria operazione figurativamente le mani sono legate nel contrario di loro. La quale qualità per tre modi qui operata si pone. Delle quali la prima è di coloro che, non essendo continuamente di cotal vizio abituati, sanza alcun determinamento del si o del no abbattendosi acciò di subito il fanno, vergognandosi poi, e pentendosi dietro alla commessa operazione. ¶ Il secondo è di quegli che naturalmente e continuamente con diletto abituati ne sono. ¶ E 'l terzo, di coloro s'intende che no continuamente di ciò abituati con diterminato volere del si o del no, alcuna volta veggendosi il destro, con diletto si conducono a farlo. Le cui continenze ordinatamente nelle seguenti chiose figurativamente, partite si contegnono, seguitandosi di ciascuno di sua gravezza il dovere.

Nè _O_ nè _I_ si tosto mai si scrisse Com'ei s'accese e arse e in ciener tutto Convenne che cascando divinisse

¶ Delle sopradette tre qualitadi di ladroni, qui la prima così si figura, cioè in quella che sanza diterminamento di si o di no, con pentimenti s'aopera che da certi serpenti i suoi operanti in sul collo sien morsi e trafitti e finalmente ardendo di loro forma disfatti, ritornandosi di subito in lor primo stato a significar la subita tentazione, che nel luogo diterminato dell'appetito all'operare gli trafigge, e che partendosi dal dovere ragionevole, l'uomo è di sua forma compressionata disfatto, dalla qual cosa pentendosene e ravveggendosene nell'esser di lei poi si ritorna; nella quale alcun per simigliante, come nelle seguenti chiose si conta, così figurato si trova.

Erba ne biada in sua vita non pascie, Ma sol d'incenso e lagrime; d'amomo E nardo e mirra son l'ultime fascie

¶ Per exempro della presente qualità così dell'uccel Finicie, qui a simigliante si conta, il quale, secondo le novelle de' Savi, pare che solamente di lacrime, cioè di gomma d'incenso e d'amomo nel termine di cinquecento anni viva, revolvendosi poi sè medesimo in alcuna erba secca nominata nardo, da lui ragunata e con alcuna gomma d'albore, nominata mirra, sopra la quale sue ali battendo per lo moto di lor vento vivo fuoco nella detta erba sotto di lui s'accende, del quale, essendo arsa, la cenere in sè putrefacendosi, formandosi nel suo primo stato ritorna, la cui dimora nelle parti orientali d'India si crede.

Vita bestial mi piacque, non umana Si come a mul ch'io fue; son Vanni Fucci Bestia, e Pistoia mi fu degna tana

¶ Per simigliante qui d'alcuno Pistolese, nominato Vanni Fucci, così si ragiona, il quale, si come bastardo e reo alcuna volta i begli arredi e tesoro della sagrestia di Santo Jacopo di Pistoia a inbolar si mise, per lo quale furto finalmente alcuno altro, non colpevole, ne fu morto; dal quale, ragionando d'alcuna condizione di Firenze e di Pistoia che poi adivenne, così si predice, che alcuna setta di Pistoia, chiamata nera, da un altra nominata bianca, in prima alcuno oltraggio riceva, per lo quale oltraggio simigliantemente ne' Fiorentini prodotto col cominciamento de' marchesi Malispini di Val di Magra, cioè di Lunigiana, Marte, cioè pianeto producitore di guerre, sopra Campo Picceno, il quale sito Pistoia s'intende, scotendo sua piova produca, per la quale la parte nera ivi e in Firenze finalmente vittoriosa rimagna, e così, figurativamente, per lui nel mille treciento, cioè predicendosi, seguente poi adivienne.

_Comincia il XXV Capitolo_

Al fine delle sue parole il ladro Le mani alzò con amendue le fiche, Diciendo: togli Iddio, che a te le squadro

A dimostrare della superba e disperata ira del detto Vanni, propiamente così si figura, chiamandosi per lui verso la sua terra che per fuoco ardendo si risolva, da che pur in male operare il suo seme avanza. Il quale seme, cioè principio di lei si considera, che anticamente fosse Catellina Romano colla sua iniqua e disperata gente dietro alla fiesolana patria, secondo che nelle sue istorie si conta. Per le cui antiche maligne operazioni, i presenti suoi discendenti volgarmente così son tenuti approvandosi ancora per più crudele e disperato il sopradetto Vanni contro a Dio, che il re Capaneo, il quale, secondo che nelle chiose del quarto decimo canto passato si conta, dispregiando gli Dii sopra le mura di Tebe da una folgore caggiendo fu morto.

Lo mio maestro disse: questi è Caco Che sotto il sasso di Mont'Aventino Di sangue fecie spesse volte laco

¶ Siccome nelle chiose del duodecimo passato canto si conta, ciascuno avolterato dalla natura in appetito e abito bestiale, violente in altrui principalmente sopra gli altri centauro si chiama; onde con quella forma che figurativamente acciò si conviene qui in questa presente qualità d'alcuno nominato Caco siccome di centauro, così si ragiona, che trascorrendo figurativamente sopra se si porti molti e diversi serpenti, e specialmente un drago ardendo chiunque in lui si riscontri, per lo qual si considera l'ardente appetito pieno di malvagi pensieri che la mente altrui a cotale effetto produce e, per che la violenta sua froda occultamente per lui si fece, però co' suoi fratelli, cioè co' violenti sopradetti centauri non si concede, i quali sanza occulta froda violenza seguiro, come nel sopra detto capitolo si conta; la quale in cotal modo per lui fu usata, che, dimorando alcun tempo ad una sua tenuta in sul Tevero, nominata Monte Aventino, tra la marina e una terra, nominata Palantea, il cui sito al presente Roma si chiama, ispesse volte di persone e di bestie in alcuna caverna sotto il gran sasso che la rocca tenea, lago di sangue faceva, mangiando e vivendo occultamente di così fatta preda, e specialmente di quelle d'Ercole, il quale, tornando delle parti occidentali con grandisima preda di bestiame, avendo combattuto e sconfitto i' re Gerione nella campagna del detto Monte Aventino, per pasturarlo alquanto tempo soggiornando ristette; di che Ercole avedendosi più volte che 'l suo armento iscemava, a guardarlo d'intorno si mise, e così alcuna volta a piè delle grotte di monte Aventino e intorno passando, per lo mughiare del bestiame, che nella detta caverna era nascosto, del suo gran furto s'avide; nella quale finalmente entrando e trovandovi Caco, con una mazza animosamente l'uccise.

Com'io tenea levato in lor le ciglia, E un serpente con sei piè si lancia Dinanzi all'uno, e tutto a lui si piglia

¶ Dimostrata la prima qualità di ladroni, qui la seconda figurativamente così si contiene, cioè di coloro che continuamente con diletto di cotal vizio abituati sono, facendogli da certi serpenti esser compresi, come nel libro qui apertamente si conta, a significare i loro primi abituati pensieri, da' quali continuamente poi nell'operazione son guidati, tra' quali, per notizia e assempro degli altri, d'alcuno Fiorentino, nominato Agniolo d'i Brunelleschi, qui cotal si ragiona, e simigliantemente d'un cavaliere della detta terra, nominato Ciamfa Donati.

E quella parte, onde prima è preso Nostro alimento l'un di lor trafisse Poi cadde giuso innanzi lui disteso

¶ Procedendosi alle sopradette due qualità di ladroni, della terza e dell'ultima, qui così si contiene, cioè di coloro che, non essendo naturalmente abituati, per caso d'alcuna cupidità con diterminato volere a cotale operazione si producono, figurandogli da certi serpenti esser trafitti nel luogo prima disposto al vitale nutrimento, cioè nel bellico e alterando lor forme, come qui chiaramente nel libro si legge. Per la quale figura allegoricamente considerar si dee, che, siccome principalmente nella creatura umana l'accidentale nudrimento per lo bellico si porge, così l'accidentale appetito ad operazione qui trafiggendo gli punga, e che siccome cotal pensiero dell'umana nazione gli diparte, così usando, trasformato l'uno nell'altro divegna; tra' quali d'alquanti nelle infrascritte chiose si fa menzione.

Taccia Lucano omai là dove tocca Del misero Sabellio e di Nasidio Ed attenda a udir quel ch'or si scocca

¶ Vogliendosi dimostrare che per Lucano nè per Ovidio in alcune loro trasformazioni, non così propiamente, come nella presente si procedesse, verso di loro arditamente così si ragiona, le quali figura[te][31] in cotale modo ne' sopradetti Nasidio e Sabellio per loro favoleggiando si contano, come nelle loro iscritture si contiene.

Ch'io non ne scorgessi ben Puccio Isciancato L'altro era quel che sol di tre compagni Che venner prima, non era mutato. L'altro era quel che tu Gaville piagni

¶ Ancora di due Fiorentini per simiglianti nella presente qualità si fa ricordanza, de' quali l'un fu de' Galigari, nominato Puccio Isciancato, l'altro de' Cavalcanti, nominato messer Guercio, il quale dagli uomini d'un castello di Firenze, nominato Gaville, finalmente fu morto; per la cui vendetta molti del detto castello da que' di casa sua procedendo poi ne son morti, onde cotal pianto procede.

NOTE:

[31] V. P. _figurate_.

_Comincia il XXVI Capitolo_

Godi Firenze, poi che se' si grande Che per mare e per terra batti l'ali E per lo 'nferno tuo nome si spande

Seguitandosi le dimostrazioni delle frodolenti colpe dietro alla settima nel presente canto, l'ottava si segue, nella qual bolgia, figurativamente, la qualità di coloro che frodolentemente consigliano altrui si dimostra, occultamente, formandogli in certe fiamme di fuochi, a dimostrare la caldezza dell'animo loro che acciò gli produce con palese effetto e occulto volere, tra' quali nelle seguenti chiose per simiglianti d'alquanti l'esser si conta[32].

Quale colui che si vengiò cogli orsi Vide il carro d'Elia al dipartire Quando i cavalli a cielo erti levorsi

¶ Per essempro delle presenti fiamme d'alcuna istoria qui a comperazione di loro si ragiona, la quale favoleggiando in cotal modo permane, che essendo alcuna volta un profeta, nominato Liseo, con un altro profeta suo compagno, nominato Lia, in certa parte camminato e arrivato alla riva d'un fiume che un carro di fuoco loro apparisse, il quale col detto Lia per l'aria celandolo nelle parti dond'eran venuti, velocemente con lui si ritornasse; per la qual partita ancora vivo essere si crede. Onde rimanendo Eliseo, e riguardandogli dietro alle dette presenti fiamme così si figura; il qual finalmente in tanta vecchiezza pervenne, che da' fanciulli del paese, dov'era rimaso, grandissima noia prendea. Per la quale, pregandone Iddio che di ciò vendetta per lui ne facesse, cotale addivenne che subitamente di grandissima moltitudine d'orsi nel paese appariti, divorandogli eran morti, e così con gli orsi sua vendetta si fece.

Chi è in quel fuoco che vien sì diviso Di sopra, che par surger della pira Dov'Eteocle col fratel fu miso?

¶ Anticamente, ciascun corpo morto, per usanza, in certe legne s'ardea, nelle quali dal più prossimano suo parente il fuoco era messo, ricogliendo cotale cenere poi e in alcuno vaso sepolto; i quali fuochi volgarmente chiamati erano pire, tra le quali, essendosi insieme in sul campo morti Teocle e Polinice, fratelli e re di Tebe, per la division del dominio che tra loro era stato, come in alcuna passata chiosa si conta, quella dove finalmente insieme dalle lor donne fur messi, ardendo due fiamme divise faceva a figurare la carnale divisione che infino a morte tra loro era stata, la quale per essenpro di due grandi della presente colpa così figurativamente qui uniti si piglia, la cui continenza giù si contiene.

Rispose a me: là entro si martira Ulisse e Diomede e così insieme A la vendetta vanno com'a l'ira

¶ De' sopradetti due Greci qui per simiglianti così si ragiona, de' quali l'un fu chiamato Ulisse, l'altro Diomede, figurandogli insieme a modo della sopradetta pira nelle presenti fiamme, a dimostrare la gran compagnia che di cotali operazioni tra loro si ritenne, tra le quali d'alquante ordinatamente qui per ricordanza si danno, incominciandosi a quella dell'agguato del cavallo, col quale Troia da' Greci finalmente fu tolta. La quale brevemente così si contiene, che essendo grandissimo tempo, per cagione della tolta Elena, l'esercito de' Greci intorno da Troia dimorato, al principale di loro, cioè a' re Menelao, per loro cotale consiglio ordinatamente si diede, che falsamente una statua grandissima d'un cavallo fosse fatta, nella quale certa quantità di gente armata si nascondessi, facendo poi celatamente l'esercito partire, e in certo luogo riporre: con la quale alcun rimanesse mostrandosi di non essere partito, e che, lasciandosi pigliare a' Troiani dovesse loro dire che cotale istatua a sacrificio e a laude di Pallada e di tutti gli Dii, e che così sola fosse lasciata a ciò che gli Troiani la disfacessono. Per la quale essendo guasta, da loro si doveva avere Troia. ¶ Onde così per loro ordinato e fatto, uscendo i Troiani fuori, e disaminando la detta guardia, il quale Sinone avea nome, per non perdere la terra contro alla falsa opinione sacrificandolo nella terra il tirarono. Per la cui grandezza non possendo per la porta essere messo, per loro gran parte del muro della terra, disfacendolo, s'aperse. Per la quale entrata essendosi vinta la terra e corsa da' traditori ch'eran dentro coll'agguato di Greci che nel cavallo permanea, Enea Troiano con molti altri gran cittadini per campare fuggendo si misero, dietro alla quale partita, secondo che per Virgilio si tratta nel suo Eneidos, in Italia pervennero, d'i cui discendenti finalmente Roma si fece.

Piangevis'entro l'arte per che morta Deydamia ancor si duol d'Achille E del Palladio pena vi si porta

¶ Ancor di lor seguaci operazioni qui contra Deidamia così operando seguiro, che essendo l'esercito de' Greci, com'è detto, a Troia, alcuna volta rivelato fu loro dagli dii che per loro non s'avrebbe vittoria sanza il figliuolo de' re Peleo nominato Achille. Onde a grandissima cierca i detti Greci per trovarlo si misero, tra' quali finalmente Ulisse e Diomede ciercandone, l'esser d'alcuno re dell'isola d'Aschiro, nominato Nicomede, sentito, siccome di molti e di diversi paesi avea damigelle per compagnia di sua figliuola Deidamia, immaginandosi che tra loro, siccome fanciulla isconosciutamente Achille esser potesse, il quale dalla madre sua, essendo i' re Peleo [morto] in forma di fanciulla femina per sua guardia al detto re fu fuggito;[33] ond'egli per femmina ricevendolo, a conpagnia di sua figliuola il lasciava, colla quale crescendo, l'un dell'altro innamorati s'aviddero, usando insieme carnalmente più volte. E pervenne il detto Ulisse e Diomede alla detta isola [e] vogliendo delle dette damigelle fare prova, nobilissimi arredi da donne e da uomini per donargli loro, insieme mischiati, portarono, si come di cinture e di ghirlande, e di borse e di coltella e di spade, immaginandosi che nel prendere de' doni naturalmente ciò si vedesse. Tra le quali, essendo alla prova, e tuttavia ragionando de' fatti de' Greci, e prendendo, con volontà de' re, delle dette gioie, al suo diletto, ciascuna: per Achille una spada si prese. Per la quale così conosciuto, incontanente da Ulisse e da Diomede amorevolmente fu preso, certificandosi[34] di lui col detto re Nicomede, e significandogli la cagione che convenia che nell'oste de' Greci tornasse. Del quale, così partendosi, la detta Deidamia grossa, per l'usanza che co lui avea fatta, d'uno figliuolo maschio rimase, il quale nominato fu Pirro. Per lo quale Achille nell'esercito di Troia permanendo, a grandissima vittoria finalmente si venne, e a nobilissimi fatti, secondo che nelle sue storie si conta. Onde per cotale isconsolazione e inganno che Deidamia per Achille da loro ricevette, qui così si ragiona e simigliantemente per la tolta di Pallade, idolo de' Troiani, cioè Iddio di sapienza, che per loro sagacitadi e malizie si fece, sanza qual tolta la detta terra pei Greci acquistare non si potea, in istatua d'oro nella rocca d'Ilion di Troia permanendo, con fattura d'alquanti cittadini traditori finalmente tra le mani de' Greci pervenne, per cui diserta e abbassata incontanente fu Troia [in] ogni grandezza, secondo che nelle sue istorie si legge.

Mi diparti' da Circie, che sottrasse Me più d'un anno là sopra Gaeta Prima che sì Enea la nominasse