Part 3
La prima viziosa dir provide, però che prima più ci prende e guida, e già Enea con Sibilla il vide. E questa i nove gradi fa partida, sempre di male in peggio, infino al fondo dov'el maggior peccato si rannida; Con propria allegoria formata in tondo, sempre scendendo e menomando il cerchio, come conviensi all'ordine del mondo. Sopra da questi nove per soperchio, sanza trattare di lor, fa dirisione di que' che sono nel mondo sanza merchio. Poscia nel primo, sanza altra ragione che d'ordine di fe, mostra dannati quei ch'ànno la innocente offensione, E quei che son più dal voler portati per lor disij che da ragione umana, son nel secondo per lei giudicati. Nel terzo quella colpa ci dispiana con propii segni ch'è del gusto inizio, da cui ogni misura istà lontana. E quelle due opposizioni in vizio nel quarto fa parer per giusto modo, che rifiutò il buon Roman Fabrizio. Nel quinto l'altre due che son nel nodo del mal incontanente, ci fa certi, con accidioso ed iracondo brodo. E quei che son dalla malizia esperti co lor credenze eretiche e fiammace nel sesto dona lor simili merti. Seguendo la bestial voglia fallace, nel settimo la pon, diviso in tree: la prima violenza in altrui face E la seconda offende pure a see, la terza verso Iddio porge dispregio e Soddoma e usura con essa ee Nell'ottavo conchiude il gran collegio della semplice froda, che non taglia però la carta al fedel privilegio. E questo in diece parti cerne e vaglia: ruffiani, lusinghieri e simonia e chi di far fatture si travaglia, Barattieri e ipocreta resia, ladroni e frodolenti consiglieri, scommetitori di scismatica via, Con quei che fanno scandal volentieri, falsator d'ogni cosa in fare e 'n dire, figurandogli a modo aspri e leggieri, Nel nono quella froda fa seguire che rompe fede ed in quattro il diparte: lo primo chiama Caym a tradire. Quei che la patria tradiscono o parte, nel secondo gli mette in Antenora; e nel terzo chi serve e fa tale arte, Chiamando Tolomea cotal dimora, e il quarto Giudecca, che riceve ciascun che trade chi 'l serve e onora. Quello il fondo d'ogni vizio greve de lei, chiamato inferno e figurato; e qui fo punto per parlar più breve.
Nella seconda parte fa beato, purgando per salir infino al sito che fu al nostro antico poco a grato. Ed à in otto parti ancor sortito cotal salir in forma d'un bel monte, ma fuor di loro in cinqu'è dipartito, Però che cinque cose turba il ponte over la scala da ire a purgarsi: cioè diletto, violenza ed onte. Onde convien di fuor da set[t]e starsi, con questi infino al termine lor posto i nigligenti o uffizial trovarsi. Nel primo ci dimostra esse[r] disposto prima a purgarsi sotto gravi pesi quel superbir che 'n noi s'accende tosto. E propiamente nel secondo à lesi gl'invidiosi con giusta vendetta, nel terzo gl'iracondi fa palesi, Nel quarto ristorar fa con gran fretta l'amor del bene iscemo, e dentro al quinto con gran sospiri gli avari saetta. E l'appetito nostro à si distinto quel che soperchia dentro al sesto giro, che 'l vero è quasi da tal forma vinto. Nell'infiammato settimo martiro ermafrodito, Sodoma e Gomorra cantar dimostra il lor aspro disiro. E poi di sopra, per ch'altri vi corra, della felicità dimostra segni a chi la sua scrittura non aborra. Ma ora, per seguire i suoi contegni dir mi conviene dell'opera divina, e voi assottigliate i vostri ingegni.
La terza parte con alta dottrina in nove parti figurando prende, simili al ben che da essi declina. La prima con quella vertù risplende che con freddezza d'animo a eccellenza, che carità di spirito s'intende. E la seconda celestial semenza al governo del mondo cura e guarda, secondo il senso de la sua sentenza. La terza par che in foco d'amore arda e la quarta risplenda tanta luce che sapienzia a suo rispetto è tarda. La quinta che feroce ardire adduce tanta vertute e forza corporale che solo il militar prende per duce D'ogni grandezza e animo reale La sesta par che al suo parere imprenti la mente dove sua vertute cale; E la settima par che si contenti a castitate in sacerdotal manto; e ciò dimostran bene suoi argomenti Diversamente d'ogni abito santo l'ottava, e d'ogni ben fa esser madre per la vertù ch'ell'à in sè cotanto; La nona in sè conchiude come padre mobile più ciascun moto celeste, e qui l'enchiude sincere e leggiadre. Poscia di sopra a tutte quante queste vede l'essenza del primo fattore, che l'universa macchina si veste. I' lei discerne del nostro colore, per dimostrar che sola nostra vista sensibil può vedere il suo amore Però vedete omai quanto s'aquista studiando l'alta fantasia profonda dalla qual Dante fu comico artista. Vedete ben come il suo dir si fonda nel bene universal per nostro exemplo, acciò che i' noi il mal voler confonda. Mettete l'affezione a tal contemplo, non vi smarrite per lo mal cammino che ci distoglie dall'etterno templo, Nel quale e' fu smarrito pellegrino, finchè dal ciel no gli fu dato aita, la qual gli venne per voler divino Nel mezzo del camin di nostra vita.
_LIBRO PRIMO_
_Chiose_
_d'Jacopo, figliuolo di Dante Alighieri sopra alla "Commedia"_
A ciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo e poeta Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende sanza scientifica apprensione, io Iacopo suo figliuolo per maternale prosa dimostrare intendo parte del suo profondo e autentico intendimento, incominciando in prima a quello che ragionevolmente pare che si convegnia, cioè che suo titol sia, e come partito, e la qualità delle parti, procedendo poi ordinatamente la disposizione di lui, secondando il testo. Il cui ordine brievemente così comincio che, secondo quello che ciertamente appare in quattro stili ogni autentico parlare si conchiude, de' quali: ¶ Il primo tragedia è chiamato, sotto 'l quale, particularmente d'architettoniche magnificenze si tratta, si come Lucano e Virgilio, nell'Eneidos. ¶ Il secondo, commedia, sotto il quale generalmente, e universalmente si tratta di tutte le cose, e quindi il titol del presente volume procede. ¶ Il terzo, satira, sotto il quale si tratta in modo di riprensione, siccome Orazio. ¶ Il quarto, e ultimo, elegia, sotto il quale d'alcuna miseria si tratta, si come Boezio. La cui divisione procedendo in cotale modo permane, che principalmente si divide in tre parti, delle quali la prima figurativamente Inferno si chiama, la seconda Purgatorio, e la terza e l'ultima Paradiso. La prima in nove parti, cioè gradi, si divide, de' quali il settimo in tre; l'ottavo in diecie e 'l nono in quattro. ¶ Ancor si divide la seconda in sette gradi ordinati, e in due extraordinati, l'uno superiore, e l'altro inferiore si divide. Il quale inferiore in cinque parti ancora è diviso. La terza e l'ultima in due[7] sanz'altra divisione si divide, delle quali generalmente l'allegorica qualità avegniachè per più propio secondo l'ordine del volume recitare si convegna, non di meno quì per questo proemio dichiarerò parte de' suoi principii per abbreviarmi più nelle seguenti cose, dicendo ch'el principio delle intenzioni del presente autore è di dimostrare di sotto alegorico colore le tre qualitadi dell'umana generazione. ¶ Delle quali la prima considera de' viziosi mortali, chiamandola Inferno, a dimostrare che 'l mortale vizio opposito alla altezza della vertù siccome suo contrario sia. Onde chiaramente s'intende che il luogo determinato de' rei è detto Inferno, per lo più basso luogo e rimosso[8] dal cielo. ¶ La seconda considera di quegli che si partono da' vizi per procedere nelle virtudi, chiamandola Purgatorio, a mostrare la passione dell'animo che si purga nel tempo ch'è mezzo dall'uno operare all'altro. E perchè dal partirsi dalle vertù a l'entrar ne' vizî spazio non ha di tempo, però no gli si oppone opposita qualità, chè sanza mezzo di tempo è fatto vizioso chi si parte da virtù per procedere ne' vizij, chè dove non è tempo non è passione. ¶ La terza e l'ultima considera degli uomini perfetti, chiamandola Paradiso, a dimostrare la beatitudine loro, e l'altezza dell'animo congiunto con la felicità, sanza la quale non si discerne il Sommo Bene. E così figurando per le parti sopradette, come conviensi, sua intenzione procede, la quale per più chiarezza simigliantemente mi conviene seguitare, dichiarando, dove bisognia quella parte del libro prendendo per titolo che a ciò si conviene. Nel quale incominciando così procedo:
NOTE:
[7] Il cod. B e il Parigino _nove_: lezione forse preferibile.
[8] Cod. B _remoto_.
_Comincia il Primo Capitolo_
Nel mezzo del camin di nostra vita Mi ritrovai per una selva iscura Chè la diritta via era ismarrita
In questo cominciamento del libro, siccome proemio, significa l'autore la quantità del tempo suo nel quale egli era quando il lume della verità gli cominciò prima a raggiare nella mente, avendo infino allora dormito col sonno della notte continua, cioè nell'oscurità della ignoranza, mostrando che fosse nel mezzo del camin di nostra vita; per lo quale si considera il vivere di trentatre, o vero di trentaquattro anni, secondo quello che del più e del meno e del comunale appare e simigliantemente quel c'appare del vivere[9] e del morire di Cristo, il quale, per essere perfetto in tutte sue operazioni il mezzo comprese. Nel quale essendo s'avide ch'egli era in una oscura selva, dove la dritta via era smarrita. Per la quale, figurativamente, si considera la molta gente che nella oscurità dell'ignoranza permane, con la quale è impossibile di procedere per la via dell'umana felicità, chiamandola selva, a dimostrare che differenza non sia da loro sensibile e razional suggietto al vegetabile solo. Onde propriamente di cotal gente selva d'uomini si può dire come selva di vegetabili piante.
Tanta e amara che poco è più morte Ma per trattar del ben ch'io vi trovai Dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte.
¶ Per questo bene di che egli trattare intende il dichiarare al mondo la passione de' rei e la gloria de' buoni si considera, la qualità loro secondando per dare correzione e lode a chi n'è degnio.
Io non so ben ridir com'io v'entrai, Tant'era pien di sonno in su quel punto Che la verace via abbandonai.
¶ Naturalmente a ciascuno è gnoto della detta selva l'entrata per lo principio puerile, nel quale si dorme l'affetto di ciascuna inpressione.
Ma quando fu' a pie' d'un colle giunto, Là dove terminava quella valle, Che m'avea di paura il cor conpunto.
¶ Essendosi raveduto dell'essere istato nella bassezza della detta ignoranza, la quale figurativamente quì valle si chiama, l'animo suo al pie' d'un colle incontanente pervenne, per lo quale l'altezza dell'umana felicità si considera, la quale coll'intelletto de' raggi del sole coperta la vide, cioè della chiarezza dell'intellettuale verità, con la quale dirittamente si guida chi co' lei si rimira.
Allor fu la paura un poco queta Che nel lago del cor m'era durata La notte ch'io passai con tanta pieta.
¶ Ritrovandosi nel cominciamento di cotanto bene, la paura della notte ch'avea passato, cioè del tempo in che nella ignoranza era stato, alquanto gli fu sollevata per la speranza che già nell'intelletto la sopradetta chiarezza gli dava.
Così l'animo mio, ch'ancor fuggiva Si volse in dietro a rimirar lo passo Che no lasciò già mai anima viva.[10]
¶ Per questo passo, al quale egli qui si rivolse la sopra detta viziosa e ignorante vita, figurativamente si considera, la qual non lascia aver vita d'alcuna vertuosa fama dietro a la morte, a chi di lei fia impresa.
Ecco quasi al cominciar dell'erta Una lonza legier e presta molto Che di pel maculata era coperta.
¶ Cominciando coll'animo a salire su pe la detta altezza, mostra che tre bestie gli si parassero dinanzi per isturbarlo, per le quali figurativamente si conprendono i principali tre vizii più contrarii a bene operare dell'animo, de' quali il primo è lussuria, formandola in lonza, però che come lei è macchiata di molti e diversi colori, sì come di molti e diversi piaceri e di simigliante umidità e superflua caldezza disposta. ¶ Il secondo superbia in forma di leone figurata, la cui significazione apertamente si vede. ¶ Il terzo avarizia, formata in lupa, a significazione di sua bramosa e infinita voglia, sì come per lei tra gli altri animali di ciò golosamente sembianza vede e di ciascuna mostrando a cotale salire come grande è l'offesa.
Tempo era del principio del mattino E 'l sol montava su con quelle stelle Ch'eran co lui, quando l'amor divino Mosse di prima quelle cose belle.
¶ Essendo occupato nell'animo da' sopradetti vizii alcuna cagione di speranza, l'ora del tempo gli dava e la dolce stagione e della fiera la _gaetta_[11] pelle, immaginando che la chiarezza del felice lume gli avea incominciato a raggiare nella mente nel principio del dì sì come in principio di luce e fine d'oscurità, essendo il sole in compagnia colle stelle dell'ariete, con le quali, secondo la divina scrittura era acconpagnato, quando in prima ebber moto, però che si vedeva con l'universo in uno medesimo tempo accordante: Per lo quale si segue che fosse di primavera ne' dì del suo mezzo Marzo. E simigliantemente, immaginando alla vaghezza della gaetta pelle, pensando che la naturale par che conceda, che dove più è valore più cotal fuoco s'accenda, avegna che ciò non si debba accettare se non come vizio.
Mentre ch'io ruinava in basso loco Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco
¶ Ritornando con l'animo nell'usato luogo, cioè nell'ignoranza per la forza de' detti tre vizi, l'effetto dell'umana ragione dinanzi agli occhi della mente gli apparve, dal quale è compreso indizio e forza di procedere per la via dell'umana felicità; il quale effetto, figurativamente, nel detto luogo ingnorante, in forma di colui che più nella ragione umana poetando si stese, compone cioè di Vergilio, dal quale per tutto il cammino che a lei s'appartiene figurativamente sì come da essa, per questo libro prende sua guida.
Molti son gli animali a cui s'ammoglia, E più saranno ancor in fin ch'el veltro Verrà che la farà morir con doglia[12]
¶ Con ciò sia cosa che, per volere di Dio, ciascuno animale da' corpi celestiali, cioè dalle stelle, abito[13] e forma comprenda; però il loro effetto così qui è da entrare che, secondo quello che visibilmente appare, la presente umana età più della cupidità dell'avarizia che d'altra impressione aver mostra e questo è quello che nelle presenti parole se tocca, diciendo che pur crescier debbia infin che suo corso trascorra e poi venir meno ragionevolmente sì come ella comincia per la continua e velocissima variazione delle stelle. ¶ Per la quale definizione, che figurativamente qui veltro si chiama, la seguente impressione di lei si considera, la quale esser conviene virtudiosa, perchè dala presente ciascun vizio dipende, chiamandola veltro per contrario della presente, ch'è lupa. La cui nazione serra tra feltro e feltro, considerando cioè tra cielo e cielo. Ver è che per certi diversa intenzione sopra ciò si contiene, dicendo che 'l detto veltro debbia essere alcuno virtudioso che per suo valore da cotal vizio rimova la gente approvando ch'altro che di gentil nazione non possa essere. ¶ Onde per abbattere cotale opinione, cioè che così di vile come di gentile non possa essere, qui per contrario solamente tra feltro e feltro così si consente, si come tra vile e vile, però ch'è drapo di vile condizione, avegnia che la intenzione del presente autore a questa ultima però non consente.
NOTE:
[9] Dalla parola _che_ alla parola _vivere_ togliamo dal codice B.
[10] Il cod. B legge _persona_.
[11] Il cod. L _gaeta_, il cod. B _gaecta_.
[12] Il cod. B legge invece di _con, di doglia_.
[13] Il cod. B _animo_.
_Comincia il II Capitolo_
Lo giorno se n'andava, e l'aire bruno Toglieva gli animai che sono in terra Dalle fatiche loro e io sol uno
Essendosi esaminato e provveduto con la ragione umana, cioè con Virgilio, qui in questo principio del secondo capitolo si fa cominciamento d'entrare nella sopradetta qualità prima degli uomini, cioè nell'inferno, significando che fosse nella fine del dì, e nel cominciamento dela notte, a figurare la scurità dell'ignoranza, la quale prima ragionevolmente gli conviene mostrare, però che prima e più all'umana generazione è accostante.
Tu dici che di Silvio il parente Corrutibile ancora ad immortale Secolo andò e fu sensibilmente
¶ Temendosi di non potere fornire quel che già cominciato era nell'animo suo con Virgilio di quel che tratta nell'Eneide del padre di Silvio, cioè di Enea, si ragiona non vogliendo simigliante operazione agguagliare a lui, si come dell'andata che figurativamente con Sibilla per lui all'inferno si fece, pensando all'effetto del suo gran processo, si come principio e padre di Roma, nel quale la Chiesa e l'Imperio inizio fece, e simigliantemente al vas d'eletione, cioè a san Paolo, il qual poi per cotal modo, figurativamente per l'inferno si mise per dar conforto e correzione alla cristiana fedel gente. Onde a così grande due cagioni considerando, la sua imposibile quasi gli pare.
Io son Beatrice che ti faccio andare Vegnio del luogo ove tornar desìo Amor mi mosse che mi fa parlare
¶ Per conforto della detta temenza qui per Virgilio la cagion che lui mosse si conta, di Beatrice dicendo la qual per tutto questo libro la divina scrittura s'intende, si come perfetta e beata.
Donna è gentil nel ciel che si compiange Di questo impedimento ov'io ti mando Si che duro giudicio lassù frange
¶ Figurativamente per questa gentil donna la profonda mente della deità si considera, della quale ogni essere procede; per lo quale suo rotto giudicio che qui si ragiona, il trarre l'abito mortale dell'ignorante giudicio per farlo de vertù grazioso s'intende, chiamando cotale grazia Lucia si come grazia di dio, la quale per suo volere si move al soccorso di ciascuno che dall'ignoranza si parte.
Lucia nimica di ciascun crudele Si mosse e venne al luogo dov'io era Che ivi sedea con l'antica Rachele.
¶ Si come nella Bibbia si contien Jacob pare che due sirocchie insieme per sue mogli avesse, cioè Lia e Rachele, per la cui continenza figurate sono alla vita attiva e alla contemplativa; delle quali per la contemplativa la seconda, cioè Rachele si considera. Onde per la contemplatione della teologia, cioè della divina scrittura, allato di lei, si come simile permanendo si pone.
Non odi tu la pietà del suo pianto, Non vedi tu la morte ch'el combatte Sulla fiumana onde il mar non à vanto
¶ Per questa fiumana la viziosa e ignorante operazione del mondo s'intende, la quale Acheronte si chiama, cioè sanza allegrezza interpetrata, si come principale fiume de' quattro infernali che nelle infrascritte chiose si contano.
E venni a te così com'ella volse; Dinanzi a quella fiera ti levai Che del bel monte il corto andar ti tolse
¶ Qui si consideri che non sia possibile a salire all'umana felicità a niuno, cosi l'effetto de' vizi, come delle virtudi ignorante, avendo solamente alcuno indizio di virtù; però che tanto di sopra detti vizi è l'amara dolcezza, e specialmente dell'avarizia che di ciò lo sturba, onde sanza operarlo ciascun vizio come le virtudi conoscere si dee. Per la quale cosa, figurativamente, il presente autore a dimostrare le virtudi e' vizii s'induce, per dare al mondo correzione ed esempio.
_Comincia il III Capitolo_
Per me si va nella città dolente, Per me si va nell'eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente
In questo cominciamento del capitolo il prencipio dell'entrare ne' vizi si significa, trovandosi sanza serrame una porta, sopra la quale le proposte parole si contengono. Per la quale la vaghezza puerile, più tosto disposta sanza serrame alla viziosa dolcezza che alla chiarezza delle virtudi si considera. Ma più propio parlando il cominciamento d'ogni vizioso operare della gente significa, nel quale conservandosi ogni speranza di vedere il sommo bene, cioè Iddio, lasciar si conviene, chiamandosi cotale essere città dolente per propietà de' suoi posseditori; la quale dolore eterno si può dire si come opposito del paradiso ch'è vita eterna. ¶ E perchè la natura del mondo, cioè Iddio perfine di vedere lui all'umana generazione ha dato, però è perduta la presente qualità del suo essere chiama, si come nemica e fallace del proposito del suo circustante fattore.
Ed egli a me: questo misero modo Tegniono le anime triste di coloro Che visser sanza fama e sanza lodo
¶ In tre qualitadi convien di necessità essere disposta e divisa l'umana generazione, l'una ad essere buona e l'altra rea, e la terza a non esser buona ne rea. Tra le quali questa ultima, si come nemica delle virtù e de' vizij dentro alla detta porta e fuori delle nove parti cioè gradi nell'inferno sortiti, si pone con numero e quantità infinita per dimostrare che l'altre due nel mondo di numero vinca e ch'ella da mosconi e da vespe e da simiglianti animali sia trafitta, a dimostrare i suoi vilissimi e piccioli intendimenti, i quali finalmente di vilissimi effetti siccome vermini poi sono ricolti. E ch'ella dietro a certa insegna velocissima corra a dimostrare la miseria comune di lei che la guida, però che niun di lei particolarmente a tanto cuore che sopra agli altri s'inducesse, sarebbe. E così questa innumerabile qualità figurativamente per se sola si pone.
Poscia ch'io n'ebbi alcun riconosciuto Vidi e conobbi l'ombra di colui Che fecie per viltà il gran rifiuto
Per più conoscenza qui d'alcuno della presente qualità si ragiona, il quale essendo papa di Roma, e nominato Cilestrino, per viltà di cuore temendo altrui rifiutò il grande ufficio apostolico di Roma.
Ed ecco verso noi venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo Gridando: guai a voi, anime prave