Che cosa è l'amore?

Part 7

Chapter 73,788 wordsPublic domain

Le posate sono al loro posto: sul canterano sono gli involti intatti dei doni di Natale.

Giacomino sbircia: la mamma, seduta su la poltrona, legge il giornale.

E il babbo?

È andato via anche quella sera che è l'antivigilia del Natale? Io non saprei proprio dire se Giacomino ebbe la visione dolorosa di tante belle serate con dolci, castagne, panna levata e cialdoni, forse anche con teatro, andate maledettamente a male per colpa del direttore; certo ebbe il sentimento che nessuno più del babbo soffriva per la sua mancanza.

* * * * *

C'era il lume nella stanza da letto. Giacomino spinse l'uscio. È il babbo che va a letto.

Giacomino non si ricorda più--perchè adesso è diventato un giovanotto serio e bravo--non si ricorda più quello che disse, però si ricorda che il babbo, quando lo vide con quelle disposizioni, fu molto buono con lui: lo perdonò subito subito e diceva:--Non mi darai più dispiaceri, vero?--e lui Giacomino rispondeva di no! con una convinzione insolita, e il babbo non gli diede nessun bacio, ma con la mano gli toccava i capelli, e ciò gli faceva un gran piacere, e quando il babbo gli disse: «Adesso va a mangiare, che avrai fame!» Giacomino non andò a mangiare, ma prima andò nella sua stanza e acceso certo suo candeliere, cominciò a scrivere una lettera al babbo. La lettera fu tanto lunga che nessun compito raggiunse mai, a memoria di Giacomino, una così spontanea prolissità.

Scritta la lettera, Giacomino la collocò in luogo tale che il babbo al mattino la scorse prima di ogni altra cosa.

Di fatto il babbo la scorse, la aprì, la lesse e riconobbe che il suo Giacomino ha cominciato a pensare. Ah, se il signor Antonio sapesse il latino, come si rallegrerebbe ripetendo il motto di Cartesio: _cogito ergo sum_, cioè non più Giacomino birichino, ma _homo sum!_

COME LA LINGUA DELLA SIGNORA SI CALMÒ.

La signora entrò in casa, si gettò sul sofà, tacque, cioè no; si preparò a parlare: invocò il nome di Dio--riservato così spesso, ohimè! per gli attacchi d'emicrania--si levò di scatto, spalancò due o tre porte a vetri, e si precipitò, cioè scoppiò nello studio di suo marito.

--Io non ne posso più, più, più! Capisci tu? intendi? fai il sordo? l'oca? lo stupido? il superuomo? Io soffro, ho dei dolori atroci, mi sento come svenire; non mangio più, non dormo più, non digerisco più. Sono diminuita di tre chili e mezzo. Capisci tu cosa vuol dire diminuita di tre chili e mezzo? Ho delle vampe, delle fiamme; poi un gran freddo, un gran gelo; poi tutto un formicolìo; il cuore si ferma, dà dei colpi, poi mi sfugge, non lo sento più, lo sento in gola: mi chiude, mi soffoca! Ho un vizio di circolazione, l'arteriosclerosi, capisci? È orribile l'arteriosclerosi, capisci? Orribile! E quest'uomo, questo marito, questo esseraccio spregevole che si chiama marito, si riempie l'epa, beve come un facchino, dorme come una talpa, va a spasso, digerisce stupendamente e non s'accorge d'una povera donna che soffre, che sta male, che muore; una donna tanto gentile, elegante, fine, buona, intelligente, sì, intelligente per un uomo che mi sappia intendere, una donna che avrebbe fatta la felicità di qualunque altro che non si chiamasse Marx Giraldi! Ah, la mia personalità, il mio io, ah, questo voi vorreste distruggere, annientare, calpestare; voi mi vorreste ridurre alla moglie che bada al soffritto e sorveglia i buchi delle vostre calze e serve per gli usi intimi! L'avete trovata, il mio uomo, la donna che si lascia calpestare! Vendicatevi, ora, fate la mummia, il papa di gesso, l'indifferente. Vi sveglierò io, vi sveglierò! Mi voglio distrarre, capite? Distrarre! Aspettate, aspettate che stia un po' meglio! Intanto fuori i soldi: cento lire! Chi rompe paga. Domani altra visita. Il professor Marchi non visita per meno. Se mi volete accompagnare, è al Grande Hôtel, se pure non riparte stasera.

Qui si fermò, e allora una voce rispose dietro i cumuli delle carte della scrivania:

--Io credo che cinquanta lire siano sufficienti.

--Le figure grette, meschine, esose, le lascio tutte a voi.

Allora si udì una chiavetta aprire un cassetto ed una mano porse un biglietto da cento lire.

--Imbecille!--e la mano della signora prese il biglietto e rovesciò tutte le carte.

Dietro di esse apparve un uomo di mezza età, barbuto, con la fronte posata in calma sulla mano: il marito.

La signora uscì sbattendo l'uscio.

Allora, dietro una specie di paravento, venne fuori un omarino mezzo spelato e con barbetta caprina, il quale subito si rivelava come appartenente alla nobile, antica classe degli scrivani, che le macchine da scrivere e le dattilografe vanno distruggendo in modo spietato.

Pareva abituato a questa specie di cicloni familiari, perchè si mise senz'altro a raccogliere le carte e i libri.

--Per un uomo d'affari però--osservava--è grave questo modo di sfogarsi con le carte. Pare, vero signor Giraldi? che vi sia nella signora una specie di crescendo. Ogni parola si accumula con l'altra, come in una pila elettrica, finchè avviene l'esplosione.

--State buono--rispose il signore, aiutando anche lui a raccogliere le carte--oggi è andata abbastanza bene. È quando comincia dalle origini, dai tempi precedenti il matrimonio, quando prende a rivangare i vivi ed i morti. A proposito, cos'ha nominato? il prof. Marchi? Grande Hôtel? Che sia il Marchi, professore dell'Università di...? Voi che avete la specialità dei nomi, ve ne ricordate?

--Sì, certo: Gian Franco Marchi, specialista per le malattie del cervello. Deve essere venuto qui apposta per un consulto al senatore X***. Sarà una visita _in extremis_, ma era d'obbligo.

--Allora--disse il signore--noi ci siamo conosciuti, e molto bene, in collegio. Egli era di due corsi avanti di me. Un giovane di valore, ricordo benissimo: uno dei pochi che si son fatti strada senza ciarlataneria. Sapete, amico mio, che è una cosa curiosa?--e pareva un po' rasserenato.--Noi nella vita moderna ci perdiamo spesso di vista, di nome, di tutto, peggio che nel deserto. Accade poi, un bel giorno, di vedere nel giornale un necrologio e allora diciamo: Io l'ho conosciuto quell'uomo! Ma non siamo più a tempo per andare a stringergli la mano.

--Lo dica a me che sono rimasto solo come un fungo...; e non me ne pento ormai più--sorrise fra sè l'omarino.

--Vi dispiacerebbe di portare, ma subito, un biglietto al Grande Hôtel? Se il Marchi non c'è, aspettate. Se domattina presto non può, mi fissi a che ora vuole, stasera, un appuntamento.

Il signore si mise a scrivere.

L'omarino si levò la manica di lustrino e andò ad infilare il vecchio pastrano a pipistrello e ad avvolgere il collo, le orecchie, la nuca nella fascia di lana.

--Si trova da per tutto quest'accidente! io domando come si fa a non avere male di testa con quest'accidente!

Lo prese con delicatezza, come fosse stata una macchina infernale, diabolica.

--Un chilo e mezzo deve pesare!

Era il cappello della signora.

* * * * *

Alle ore undici, nel Grande Hôtel, il prof. Gian Franco Marchi parlava ancora con la signora Giraldi. La signora si veniva riallacciando l'abito con mano tremante. Era una cosa terribilmente piena di mortificazione per la signora: quell'uomo, il prof. Marchi, gelido, meccanico, irreprensibile nel vestito, aveva esercitato su di lei un'impressione di paura, di soggezione e di ammirazione insieme. Eppure quell'uomo aveva parlato sempre con una voce soavissima, musicale, con un bellissimo accento italiano: appena, appena una sfumatura di amabile ironia. Aveva trattato con la verecondia di un asceta, con la delicatezza di una suora di carità. Oh, nulla di brutale, come certi medici; e nulla nemmeno di manierato, di dolcificato come altri medici alla moda. La signora Giraldi ne aveva fatti passare ormai parecchi di medici, e invano! Ma era quella specie di gelidezza interiore ad ogni influsso di passione, che la soggiogava.

La signora, nei preliminari della visita, aveva cercato, come soleva, di celiare un po'. Bella donna, elegante, donna di spirito, poteva concedersi questo privilegio. «Non so, come chiedere: Lei ha moglie, dottore? ha provato mai questi incomodi? ha avuto casi consimili?» Ma poi le si congelò la voce e si trovò paurosamente nello stato di materia inerte nelle mani del prof. Gian Franco Marchi.

La signora si veniva, dunque, riallacciando. Le stanze dell'Hôtel scintillavano di lampadine elettriche, perchè il sole esisteva forse ancora, benchè vedendo la città fasciata tuttora dalla caligine del dicembre, se ne potesse dubitare.

Il dottore aveva escluso in modo assoluto l'arteriosclerosi, il vizio valvolare, il diabete, l'appendicite, il verme solitario ed altri mali proposti dalla signora.

--Isterismo allora, come dice mio marito?

Il dottore fece un nobile gesto per allontanare questa parola, «isterismo» ed anche «marito».

--Ma allora cos'è il male che io ho? Almeno sapere il male che io ho. Perchè io sono ammalata, vero?

Il dottore si fece serio, terribilmente serio.

--Non mi guardi così! no! Mi fa paura! Devo forse morire?

Finalmente il dottore domandò con voce lenta:

--La signora ha paura di morire?

La signora impallidì...

--Quando penso che anch'io dovrò, molto probabilmente, morire... Ah, no, signore! E lei ride?...

--Sorrido, signora.

--Agli Stati Uniti--disse la signora--i medici vietano assolutamente di pensare a morte, a disgrazie, a malattie; ma assolutamente. Ecco perchè le Americane sono sempre belle, allegre, piene di vitalità.

--E invecchiare, signora, è anche questo un pensiero che la turba?--domandò ancora il dottore, senza tener conto dell'America.

Un fremito scosse la signora:

--Mi pare impossibile di dovere invecchiare! Ogni sera, a letto, mi viene questo pensiero; ed allora il cuore comincia a precipitare. Faccio la luce: prego,--noti bene, prego--mio marito di sentirmi il cuore. Si rifiuta! Un brutale, mio marito!

--I mariti sono quasi sempre brutali--sentenziò gravemente il dottore.

--Ah, ecco un medico che capisce!--esclamò la signora.

--Lei, invece--proseguì il dottore--è di indole dolce, amabile, ma ha la sua personalità...

--Il mio io... Certamente!

--Ella vede, per esempio, suo marito che divora beato una bistecca, mentre lei non può digerire, e allora in un impeto di giustificabile rivolta, scaglia la tovaglia per terra...

--Come fa a saperlo?

--Il suo male, signora--disse blandamente il dottore, e proseguì:--Lei deve possedere una memoria di ferro e quindi deve ricordare, enumerare tutti i torti di suo marito. Questo elenco, fatto quasi ogni giorno, supponiamo, porta all'autosuggestione, all'esacerbazione della voce, agli atti--diremo così--incoscienti. Poi segue un abbattimento, nausee, palpiti, cefalee...

--Ah, sì, mio marito è la causa di tutto!--esclamò la signora.--Oh, come capisce, dottore! Ecco, bisognerebbe che lui si sopprimesse.

--È un consiglio che non so se vorrà accettare, ed intanto veda, osservi gli effetti di questa iperestesia del suo «io subcosciente».

--Ha detto?...

--Oh, non importa che lei impari il nome! Osservi gli effetti! La pupilla ha già acquistato una disposizione strabica; le corde laringee per lo sforzo abnorme della voce, stanno producendo le matasse del collo; il quinto paio nervoso stira le labbra fuori della linea normale e produce le così dette rughe; la digestione, resa impossibile, genera macchie, acni, rossori.

--Orribile! Ma quale il rimedio?

--La calma assoluta e perciò il silenzio, signora. L'assoluto silenzio.

--Allora, abolito l'«io», la personalità, la volontà, la libertà, tutto ... In politica, in morale, in arte, nell'economia della casa non dovrò più avere le mie idee?

--Sì, signora. Ma noi ne modifichiamo semplicemente le manifestazioni. Per esempio, invece di dire: Il giornale! il giornale! il giornale! lei dice: Favorisci il giornale? Invece di ricordare i torti passati di suo marito, lei ricorda soltanto i torti presenti. Anzi, faccia di meglio: glieli presenti in iscritto. Invece di dire: Voglio andare a teatro, lei dice: Avresti voglia questa sera, amico mio, di condurmi a teatro?

--Anche «amico mio?»

--Ma sì! Dopo tutto lo fa per la sua salute. Invece di domandare al cameriere: C'è lui? lei domanda: Mio marito, oppure Giulio, Jacopo, come si chiama?

--Marx... pur troppo!

--Ebbene, lei chiede: Marx è in casa? Invece di dire: «Ah, lo hanno impiccato quell'infame di... Così dovrebbero fare anche di te!» Lei si limita alla prima frase. Quanto alla politica, non se ne preoccupi. Io, per esempio, non me ne occupo affatto.

--Allora tutta grazia, tutta gentilezza con un rospaccio, con un istrice, con un orso, un villanaccio di quella sorta.

--Ecco, veda, troppe parole! rospetto, villanello tutt'al più. Si guardi come subito le rughe tirano in giù il labbro. Che cosa è la vecchiezza? Sono gli anni? Mai più! Sono i nervi che subiscono una lenta, irreparabile alterazione.

--Allora io dovrò essere una moglie come una di quelle che esistevano prima della proclamazione dei diritti della donna?

--Ecco, lei provi: e pensi che lo fa per suo bene e non per riguardo al marito: ma silenzio, assoluto silenzio. E come cura, moto, aria aperta, passeggiate in campagna, alla buona. Lei dice: Marx, mi conduci a spasso?

--Ma se non è buono di cogliere un fiore, di aiutare a passare un fosso...

--Glielo insegni, signora. La donna in queste cose è nata maestra.

Sommessamente intanto il paggetto dell'hôtel aveva avvertito che l'automobile era pronta. Pian piano, garbatamente, giù per le belle scale di marmo, l'illustre dottore accompagnò la signora sino al vestibolo, assicurando la più completa guarigione. Fuori rombava l'automobile.

La signora estrasse la busta col denaro.

--Sì, va bene--disse il dottore--ma faremo tutto un conto. Io devo ripassare fra un mese; e respinse la busta con gesto che non ammetteva replica.

* * * * *

Alla stazione, sotto la tettoia, era un grigio che mal si vedeva d'intorno: le macchine vi immettevano getti di fumo come nell'ultimo atto della _Valchiria_. Il dottore, in piedi, presso il montatoio di una vettura a letto, pareva in attesa di qualcuno.

Un uomo si precipitò.

--Ebbene?

--Niente di grave, caro Giraldi; vizio organico nessuno: si tratta di difetti funzionali dovuti a forme isteriche, tipiche, ma di cui io ne so quanto te. Bada però che il non sapere o il non trovare noi, così detti scienziati, la causa del male, non vuol dire esclusione del male: il male esiste, ricordatene!

--Allora i più grandi oratori--disse il signor Giraldi--devono essere stati tutti degli isterici perchè l'eloquenza di mia moglie è senza limiti.

--Lascia le facezie: anzi abolisci assolutamente con tua moglie ogni genere di facezia, di ironia, sopra tutto abolisci il silenzio; parlale molto, molto, di molte cose buone ed allegre. È donna, cioè un essere meravigliosamente fine e complesso, che noi altri uomini, occupati negli studi o negli affari, giudichiamo spesso con una semplicità di criteri che ci fa veramente torto. Tienti a mente questa cosa, caro Giraldi: tu essendo freddo, sgarbato con tua moglie, commetti il delitto medesimo che molti commettono essendo crudeli verso i bambini, così detti cattivi. Sono bambini infermi! E non dimenticarti anche questo: la donna è un'infante di cui possiamo avere bisogno supremo. Il nostro orgoglio maschile ci nasconde questa verità. Ma se tale sventura dovesse avvenire, tu baceresti piangendo quella mano che ora allontani da te.

--Ma quella spaventosa eloquenza..., quella lingua che non tace mai!...

--Credo di averla curata o, almeno, mi lusingo. Basta, tu me ne scriverai...

In quel punto il diretto si mise in moto.

--Dimenticavo una cosa--aggiunse il dottore sforzando la voce,--se la conduci a spasso in campagna, misura il tuo passo col suo e qualche volta prendila per la vita; e se di notte vuol farti sentire il suo cuore, e tu sentilo. Esiste realmente un po' di cardiopalmo.

LA MORTE DI UN RE.

Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo simbolicamente le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose: giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de' miei piaceri.

Allora non era convinto amico della Società per la Pace e gli istinti atavici parlavano potentemente in me: ma forse più che atavici erano malvagi istinti naturali, che troviamo in tutti i bambini.

I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore ed ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra, e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.

Ma in simili casi la concione avrebbe potuto durare delle giornate, tanti erano gli argomenti che il trionfatore avea a sua disposizione per ischiacciare e vilipendere il vinto re! Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!

Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche belligere in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano a punto a quelli che non si facevano a casa mia, ma erano bensì nel mio desiderio. Sua maestà di cartone era un principe molto vendicativo, ma era anche un goloso eminente.

* * * * *

Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco; un falchetto.

Ora quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e illuminava la nera foresta sonora; e i palafreni bardati scalpitavano e i mastini odoravano la caccia.

Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso, evidentemente doveva provenire da questo: cioè che ora possedevo un re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catene e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.

* * * * *

Li avea visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.

Nel cielo lucido del mattino aveva visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo: poi si libravano in alto e disparivano nella superba profondità dell'azzurro. Ne avea chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga:--Son falchi!--dicevano,--tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassù, non vedrai altri uccelli volare e cantare.

Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprire il segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, grosso come una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.

Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.

--Dico a lei, signor falco, ha inteso? le ho detto che lei è un piccolo, anzi ridicolo re!--e siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulminee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovessero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita; il dosso della mano portava l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità immobile come prima: solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alveoli.

I suoi occhietti gialli, tondi, si movevano solo essi, e seguivano ogni mio gesto, come l'immagine nello specchio segue chi vi si affaccia, e col muover delle pupille si moveva un becco breve ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisionomia un aspetto grifagno.

Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettate.

Pensieri di rappresaglia si agitavano nel mio cervello.--Io ti punirò di morte,--dissi con voce di giudice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nello stanzone melanconico, ma era una voce dolce la mia: egli invece mi aveva colpito senza emettere un suono.

Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti:--Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti i quali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini! Gran perfidia fu la vostra, signor falco, ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.

Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.

Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo e magnifico con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi dei re e le pupille perforanti saettarono un senso:--Vile!

Ed io non lo percossi.

* * * * *

Come la mia piccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo essermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma sopra tutto un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quella sua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.

--Ti faccio grazia della vita per ora, e ti porterò da mangiare,--gli dissi.

E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce con l'archibugio e con le panie, e gli richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.

--Cuore e fegato,--mi fu risposto.

Cuore e fegato ebbe, e ben lo seppero i polli della cucina che in quel giorno vennero trovati privi delle interiora, con gran dispetto della fantesca e sorpresa del gatto--un onestissimo e moderatissimo gatto--che mi guardava con le sue fosforescenti pupille come a dire:--ecco un altro che usurpa il mio mestiere di rubare!

Corsi in soffitta e presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.

Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi.--Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete berrai,--dissi allora.

* * * * *

Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzi. Ma il falco aveva abbassato sulle terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!

Piano piano, me gli accostai.--Povero falco,--dissi,--vuoi la libertà?--e feci per lisciarlo.