Che cosa è l'amore?

Part 6

Chapter 63,750 wordsPublic domain

Il vecchio signore faceva: _up, là!_ sollevandosi ritmicamente sulle punte dei piedi, poi ricadendo sui talloni. Ad un tratto abbassò il vetro: un signore era uscito dall'ufficio del capostazione; agitava furibondo le braccia; dietro di lui erano altri signori furenti; dietro, due capo-aggiunti, ma avviliti, poveretti; la barba di tre giorni, i baffi in giù, il bavero in su, l'orgoglioso berretto color granata, pesto, avvilito anche lui. Quel signore aveva tutta la bocca aperta e le sue parole dovevano essere terribili: ma non si sentivano: ecco perchè il vecchio che faceva _up, là!_ aveva abbassato il vetro.

Allora si udì la voce di quell'energumeno che urlava:

--Ma dove è quel capostazione? Ha finito il suo turno ed è andato a casa? Già loro signori capi non sanno niente, loro non capiscono niente, tutto un giuoco a scaricabarile. Al telegrafo, al telegrafo! Mangiapani a tradimento. Vi concio io, ora! Un dispaccio al ministro.

Chi poteva essere quell'autorevole e furibondo personaggio?

Tutta la folla si volta, al galoppo, verso il telegrafo, e dietro corrono le lucerne di due carabinieri. Ma tornano tutti subito indietro. Una imprecazione collettiva, enorme: Il telegrafo non funziona più!

Ma che succede adesso? Un altro signore rompe la calca, affronta l'energumeno e strilla come un'aquila:

--Prima di tutto, lei che grida tanto, fuori il biglietto!

Era il più bello della scena, quando la dama, levando appena il dito, disse laconicamente:

--Prego, chiudere.

Il vecchio grasso gentiluomo udì, si voltò, guardò la dama. Ella diceva proprio a lui. Lui parve meditare: dopo tutto la signora di seconda classe era come sua ospite nel compartimento di prima.

--Prego chiudere--ripetè la signora in tono che non era affatto di preghiera.

Allora il signore alzò lentamente e come a malincuore il cristallo.

Intanto un lento moto avvertiva che il diretto, forse, stava per partire: uscì dalla tettoia, infatti. Allora brillò una gran luce: ma non dal cielo uniforme di piombo scendeva quella luce; ma dalla immensa candidezza della terra, e fuori di quel candore, tutto era ugualmente plumbeo: le fiumane, le piccole case, disperse, livide, sepolte: un paesaggio immobile, desolato, bianco su cui avanzava, quasi immersa, la linea nera del convoglio.

* * * * *

Però era oramai mezzogiorno e il signore si preparò a far colazione: l'apparecchio o viatico che levò da una cestina e dispose bene bene, rivelava l'esistenza di un cuoco di casa, o forse anche di una di quelle mogli rare e preziose che preparano tutto per il marito che viaggia. Quel viatico rivelava inoltre che egli era un buongustaio e anche uno stomaco solido. Guardò con occhio commosso un'anca di cappone a lesso; pallida, piena, gelatinosa, accuratamente priva di bordoni e di piume, oh non come sono le ali e le ànche scheletriche nei disingannevoli cestini da viaggio! Guardò un bellissimo, brunito, rosato, profumato arrosto di filetto, disposto in ordinate fette. Esitò: finalmente prese delicatamente una fetta d'arrosto, aperse la bocca, mise un po' fuori la lingua... In quel punto la dama fece una smorfia di supremo disgusto.

Il signore fissò: depose la fetta su le altre, non sulla lingua, e in tono di persona seccata disse:

--Oh, senta, cara signora, che lei mi voglia impedire di fumare, vada anche, benchè questo è scompartimento per fumatori; che non mi permetta di aprire il finestrino per un momento, sia pure; ma mangiare, ah, mangiare...

--Non parlare con voi.

--Allora io parlare con voi... oh, corpo di Bacco! E dire che quando noi andiamo all'estero, stiamo, si può dire, col cappello in mano; e questa razza prepotente quando viene in Italia...

Ma la signora con una mossa sdegnosa, appena detto «non parlare con voi», si era rifugiata nell'angolo opposto, e d'altra parte, quell'arrosto era così buono, così persuasivo che pareva dire: «Perchè ti vuoi guastare la digestione?» Le fette sparivano tranquillamente, alcuni panini scricchiolarono, una bottiglia nera versò una volta e due il suo contenuto luminoso giù per la gola dell'amabile signore. Non rimaneva che la frutta, e questa era rappresentata da grossi mandarini dalla buccia ben sciolta.

A questo punto il treno, che già andava lento, rallentò: la macchina mandò un gran sbuffo, poi un sibilo flebile, lugubre, morente: il treno si fermò. Un silenzio profondo, poi un'agitazione paurosa per tutto il treno. Il treno era sotto la neve. Stazione vicina? No. In aperta campagna. Si sentivano sportelli e vetri aprirsi. Un individuo o due saltarono giù. Rimasero confitti come cialdoni nel lattemiele: la neve rasentava la banchina. Terrapieno, siepe, tutto era livellato in una desolazione bianca: la macchina--la si scorgeva in curva--era quasi tutta immersa. Nevicava ancora.

La signora si scosse.

--Cosa succede?--chiese voltando la testa verso il compagno di viaggio.

--Probabilmente bloccati.

--Ah! Verranno a sbloccare.

--Speriamo bene, signora.

Può fare sempre piacere ad un filosofo il constatare che la piccola graziosa neve ha forza di arrestare una macchina enorme e nera, simbolo del progresso; come la pudica acqua di affondare un transatlantico; come un microbio invisibile di uccidere un uomo: ma è bene non trovarci in simili casi.

La verità cruda non tardò a farsi strada: treno bloccato in aperta campagna: avanzare e retrocedere impossibile: segnalazioni insufficienti: telegrafo rotto: macchina spenta.

Prospettiva certa: cinque ore di blocco, almeno, cioè il tempo da permettere alle guardie di percorrere i venti chilometri lungo la linea sino ad arrivare alla stazione da cui erano partiti: poi aspettare la locomotiva liberatrice. Altra prospettiva molto più probabile: la notte in treno, senza calore e senza luce perchè la caldaia era già spenta.

Quando la signora seppe questo, fece anche lei come tutti nel treno: protestò: il treno era un coro di proteste. La signora aggiunse la sua voce esotica al coro, con speciale sintesi diffamatoria verso l'Italia.

--Viaggiato molto--diceva--ma mai visto qualche cosa così orribile. Russia, Norway, Svizzera, paesi avanzati avere _puf_, _uf_ (soffiava). Avere, come dicete voi? _Avere rotery-snow-plough_ per soffiare via neve.--E con la manina vorticosa faceva un molinello che buttava via tutta la neve.

--Vuol dire--spiegava il capotreno ai circostanti, un giovanotto quasi elegante--che all'estero adoperano un tipo nuovo di spazzaneve a ventilatore per liberare i binari. Qui siamo ancora al vecchio tipo che non è buono se non a buttare la neve da un binario sull'altro; e poi con una neve come questa non va.

La signora, dopo avere protestato, si dovette anche lei adattare al fatto reale; aspettare, pazientare, tacere.

Passava, interminabile, il tempo.

Quando la superba umanità intuisce una forza che non può vincere, con cui non può lottare, si abbatte avvilita, muta. I carrozzoni, specie quelli di terza classe, potevano richiamare in mente certi carri-bestiame, pieni di corpi immoti, attoniti.

Ma i bambini si udivano gemere: qualche donna piangeva. La fame! Qualche vigoroso, qualche ardito discese: dal casello vicino, da una cascina si potè avere un poco di pane: ma era una disputa feroce: la si intravvedeva nei vagoni di testa.

Calava la sera.

--Signora, posso offrire?

La signora pareva sofferente: era scossa come da brividi.

Il signore aveva tolto dalla grossa valigia di cuoio una fialetta di essenze.

--Veda, signora--disse--quando io viaggio, ho l'abitudine di prevedere tutto. Ecco qui, oltre al resto, una candela: è probabile che fra poco torni a proposito.

--Grazie, ma avere anch'io _petit flacon_. Piuttosto ho fame.

--Ah--fece il signore--e presa la cestina, ne trasse ancora quella deliziosa anca di cappone. Poi fissò la signora: sorrise dolcemente con i suoi denti bianchi nella faccia rubiconda, un po' ironica, e senza muoversi punto, appena movendo le labbra:--Sì--disse--ma pagare!

«No, no denaro--disse fermando il gesto della signora.--Soltanto un piccolo bacino, qui!»

E indicò la punta del grosso naso.

--Ah!... _Fy, old satyr!_

--Niente, vecchio satiro, _madam_. Ho dato addio da tempo alla carne: non però alle ànche di cappone. Ma quest'oggi mi sento americano anch'io, cioè molto originale--e così dicendo fece atto di riporre la preziosa anca superstite.

Allora con un moto rapido, la dama si appressò: il signore sentì cose molli, profumate, deliziose appressarsi a lui: la lontra, le viole.

I labbruzzi di lei sfiorarono il suo grosso naso. Poi tutta si ritrasse indietro, coprendosi il volto per non vedere quella orribile cosa che aveva baciata.

* * * * *

--Dire--ruminava tra sè il signore allontanandosi nel corridoio, e riacceso un toscano per lasciare che la dama affondasse in pace i suoi dentini in quella anca rosata--dire che circa vent'anni fa questa triste avventura della neve poteva essere fra i più saporiti ricordi della vita!

Un mezzo toscano è spesso una grande consolazione, nella miseria.

GIACOMINUS GIACOMINI.

Quella volta la mamma, per quanto pietosa, non potè nascondere il grave fallo di Giacomino: il babbo venne, seppe, e quella sera grandinò.

Una grandine alla vigilia di Natale?

Sì, una grandine di busse, ma non sui campi: bensì sulla persona di Giacomo Giommi, ovvero Giacominus Giacomini, come lo chiamavano beffardamente i compagni di scuola, figlio legittimo ed unico del signor cav. Antonio e della signora Palmira, scolaro ginnasiale scioperatissimo.

La signora Palmira conosceva del non egregio suo Giacomino tutte le prodezze: dalla vendita della grammatica latina per acquistare il diritto di copiare i problemi, alle lezioni marinate con superba disinvoltura; sapeva perchè diminuiva lo zucchero ed aumentava in modo anormale la lista del calzolaio e del sarto. Il padre, cav. Antonio, ignorava tutte queste cose: prima perchè nessuno gli diceva niente, secondo perchè dalle sette del mattino--ora in cui si levava--a mezzanotte e anche all'una talvolta--ora in cui rincasava--non compariva nel domestico focolare che per le due ore del pranzo. Però se ignorava l'analisi, intuiva la sintesi:

--Quel ragazzo non ha voglia di far niente di bene!

--Ha ingegno, e farà bene--risponde la signora Palmira che più si avvicinava alle nozze d'argento e meno veniva dividendo le idee del marito.

--Ingegno a dir le bugie, ingegno a sgraffignare se trova, ingegno ad inventare tutte le scuse per faticare meno che si può e godersela più che può. Credete che io non me ne accorga?

--E anche in ciò si richiede ingegno--rispondeva la signora Palmira, la quale si riserbava almeno il diritto di parlare sempre per ultima.

Chi possedeva l'analisi e la sintesi sul conto di Giacomino era la donna di servizio: ella sapeva tutti i progressi fatti da lui nel _folklore_ delle ingiurie plebee ad una umile fantesca: da _servaccia_, _sguattera_ sino a certe parole che offendevano la dignità del sesso. Ella aveva anche imparato la differenza che passa tra l'impressione di una scarpa coi chiodi e un'altra senza chiodi: i modi con cui Giacomino comandava potevano ricordare un linguaggio non più ammesso dalla democrazia. Vero è che, quanto a termini ingiuriosi, la domestica disponeva di un vocabolario ricchissimo. In questi casi Giacomino, leso nel suo onore, riferiva alla mamma.

La mamma allora interveniva come giudice e diceva: «Mettiamo bene le cose a posto. Tu sei la serva e lui è il padroncino, tu sei una donna fatta e lui è un bambino ancora ingenuo.»

«Per me l'è un barabba!» diceva con profonda convinzione la donna, e allora Giacomino assisteva ad un'altra varietà di diverbio, quello fra la donna di servizio e la mamma: diverbio molto più clamoroso e lungo perchè la donna di servizio si credeva in diritto di pretendere per sè l'ultima parola.

Dunque quella antivigilia di Natale la signora Palmira aveva dovuto recarsi alla direzione del Ginnasio, chiamatavi d'urgenza da un laconico biglietto del signor Direttore.

Veramente il biglietto era per il padre e non per lei.

Il signor Direttore, anzitutto rilevata questa sostituzione, accolse la signora Palmira con un contegno così solenne ed enigmatico che la detta signora perdette la sua abituale sicurezza.

--Abbia ad ogni modo la bontà di accomodarsi.

«Non avrà mica ammazzato qualcuno!» pensò la signora Palmira.

Il signor Direttore torna a sedere sul suo seggiolone: preme il bottone elettrico: compare il bidello: ordine di far comparire Giacomino Giommi, e Giacomino compare.

«Povero figlio mio--palpitò la signora Palmira come lo vide con un aspetto così compunto come mai gli era accaduto--questa volta ne hai fatto una grossa!»

Il Direttore con una crudele lentezza estrasse un foglietto e lo presentò alla signora.

--È questo--domandò--il carattere del suo signor consorte?

--Veramente...--disse la signora.

--Questo è un falso; ieri il suo signor figliuolo ha presentata questa giustificazione. Del resto guardi--e col dito fulminò lo scolaro--_habemus confitentem reum!_--Per tutto questo ed altro io desidero la presenza del padre.

--Ma...--obbiettò la signora Palmira.

--Assolutamente: intanto la avverto che il suo figliuolo, per deliberato consiglio dei professori, è sospeso dalle lezioni. Questo come preavviso: il resto verrà poi!

Il signor Direttore fece capire che non aveva altro da esporre, almeno a lei, signora Palmira.

La signora Palmira inchinò, uscì, con Giacomino dietro.

«Si può essere più imbecilli? E si può essere più villani con una signora? Un falso! a quell'età!» e rideva verde: tuttavia come giunse a casa, ordinò con un cenno al rampollo di seguirla. La signora elevò il _tu_ alla potenza del _lei_.

--Ha inteso, bel signorino?

--È stato Finotti...!--rispose Giacomino con un tono che non avrebbe per nulla indicato quel nobile sentimento «che fa l'uom di perdon talvolta degno»: indi dirotto pianto, ma di rabbia.

--Finotti a far che? a scriver la lettera?

--No, a dirmi come si doveva fare _la scusa_. La fanno tutti, mica io soltanto! Il direttore l'ha su con me, e mi castiga solamente me--così rispose Giacomino.

--Va bene: lei vada intanto nella sua stanza.

Giacomino non domandava di meglio e si rifugiò nella sua stanza dove tutto serbava traccia delle sue imprese: la tappezzeria stracciata per ornare il palazzo della regina nel teatrino dei burattini: le sedie adattate a biciclette e ad automobile: il lume meccanicamente contorto per costituire il fanale della detta automobile: le quali cose insieme a molte altre, se davano alla stanza un disordinatissimo aspetto, provavano le disposizioni congenite del giovanetto alla meccanica.

Ma quel triste vespero Giacomino entrò assai turbato nella sua stanza: il gatto che lo vide--al rumor della porta aveva levato la pupilla dal suo vigile sonno--come saetta fuggì: negli esperimenti meccanici di Giacomino, o nelle rappresentazioni dei burattini, egli--onesto micio--era forzato a fare delle parti repugnanti alla sua indole tranquilla.

* * * * *

Proprio in quell'ora il signor cav. Antonio tornava a casa.

L'abitudine nei _paterfamilias_ è così forte che essi ricasano anche quando la dimora non è più asilo di pace.

Il signor Antonio era bensì cavaliere per ragione del suo grado ufficiale, ma viceversa doveva sgobbare come un somiere. Giacchè se lo stipendio governativo era sufficiente per una famiglia di abitudini modeste, diveniva inadatto a sopperire al treno di casa quale era imposto dall'esempio delle altre famiglie e dalla filosofia della signora Palmira, la quale soleva dire: «Si vive una volta sola e perchè ci dovremo privare di qualche piccolo benessere?» Per soddisfare questo _piccolo benessere_, il cav. Antonio doveva «arrotondare» il suo stipendio.

Questa necessità dell'arrotondare degli stipendi spesso rappresenta uno sgonfiamento del denaro pubblico, e qualche volta ha il suo epilogo nelle aule dei tribunali. Ma è proprio vero che il signor Antonio _arrotondava_ onestamente, cioè lavorando di più col tenere alcune amministrazioni private.

Però con questa vita da bue lavoratore portare il titolo di cavaliere, è una ironia! Ma il cavalier Antonio non si accorgeva oramai più di questa ironia: il mondo era divenuto per lui un immenso cartafaccio con colonne di numeri lunghe lunghe da sommare, e non finivano mai, e non lo avrebbero mai abbandonato: lui sì avrebbe abbandonate le formiche delle cifre il dì della morte, ed esse--le cifre--sarebbero state prese sotto tutela da qualche altro: ma suo figliuolo--Giacomino--sarebbe divenuto non un impiegato, ma un libero professionista! ed ecco perchè Giacomino era entrato in Ginnasio e nella casa del cav. Antonio era entrato _Rosa Rosæ_, _genitivo_ e _dativo_, _Fedro_ e la _grammatica dello Schultz:_ arnesi di pensieri, dei quali il più domestico e perito era, a tutto dire, _Giacominus ipse!_

Il povero signor Antonio si confortava di respirare la libertà futura che avrebbe goduta il suo figliuolo, dottore, ingegnere, avvocato! Di altre soddisfazioni non ne aveva. Il _thè_ che la sua signora offriva alle amiche nel giorno di ricevimento, aveva per lui un sapore di amarezza stantìa: e quanto al buon gusto della sua signora nel vestire egli era forse il solo a non apprezzarne tutta la finezza. Tuttavia anche lui aveva le sue oasi, rappresentate dalle rare e necessarie vacanze, e fra queste la più dilettosa e lunga era quella del Natale. «Tre giorni di pace in casa!»--pensava il signor Antonio rincasando--e passando dal pasticcere ha ordinato un dolce di vaste proporzioni: dal pollivendolo un tacchino, due capponi e tre dozzine di uova, dal droghiere, marsala e liquori. Con queste liete disposizioni di spirito il cav. Antonio entra nel lare domestico.

--Oimè! cos'è quest'aria di mistero? Perchè tutti si rimpiattano? dove è Giacomino?

* * * * *

La signora deve pur raccontare.

Il volto del cav. Antonio si offusca: insolitamente balena e lampeggia. La signora Palmira non ha mai assistito ad una burrasca di suo marito più improvvisa di quella. «Oh! come diventano neurastenici questi uomini! e poi chiamano isteriche, noi, donne!»

Il cav. Antonio entra nella stanza di Giacomino.

Giacomino lo sbircia.

Svelto come uno scoiattolo, ha presentito la caccia e la tempesta. Cerca di fuggire, ma la porta è chiusa.

Caccia, nella stanza, all'uomo, anzi a Giacomino!

Giacomino salta sul letto, s'appiatta, s'arrampica. Ma il terrore di quell'uomo che non ha mai visto così adirato, paralizza la velocità delle sue gambe.

Giacomino, infine, come un volgare malfattore, è preso da quell'uomo e per qualche tempo una grandine di pugni cade su di lui senza riguardo ad una parte piuttosto che ad un'altra della sua persona.

Finalmente la grandine cessò.

Al molto rumore di grida e di mobili smossi è successa una gran calma.

Il bruciore dei pugni passò in breve. Giacomino mette fuori la punta di un occhio: sbircia, e torna ancora a nascondere la testa fra le braccia. Sì, perchè quell'uomo è ancor lì, anzi era lui--quell'uomo--che faceva quel curioso rumore--e non sapeva prima quello che fosse--col fiato. Giacomino non si muoveva perchè aspettava che quell'uomo andasse via; e torna a sbirciare con la coda dell'occhio: guarda meglio, e lo vede finalmente alzarsi, e andar via.

Ma dietro la porta chiusa c'era la mamma che invano aveva forzato di aprire. E come i due si incontrarono, si appiccicarono: e Giacomino sentì che si dicevano fra loro quelle brutte parole che a lui erano interdette e per cui--per l'appunto--la serva lo chiamava barabba.

Ma il babbo, a differenza della mamma e della serva, non ci doveva tenere al diritto della parola per ultimo, perchè poco dopo fu un gran silenzio e non si mosse più nulla.

Però qualche piccola, impercettibile cosa si mosse. Dove? Dentro di Giacomino.

La mamma aveva detto che lui, quell'uomo, lo voleva ammazzare con tante busse, ma Giacomino non ne sentiva più nemmeno l'indolitura.

I pugni che pigliava talvolta, come incerto delle sue monellerie, da qualche condiscepolo, più robusto ed anziano, lasciavano un'impressione molto, oh molto più durevole. Eppure il babbo è molto più grosso di coloro!

E allora perchè? Perchè ha meno forza? E perchè ha meno forza? perchè ha la barba quasi bianca? Sono i vecchi che hanno la barba quasi bianca.

Dunque il babbo è vecchio!

* * * * *

In quel punto la stanza si illuminò ma nessuno aveva portato il lume: era la lampada nella strada e la stanza appariva chiara, più chiara che mai, perchè oltre alla luce della lampada c'era la luce del tramonto, un tramonto di una luminosità trasparente e grande come suole d'inverno talvolta, con dei riflessi azzurrini.

Le altre volte che Giacomino era stato messo agli arresti di rigore nella sua stanza, come si era fatto certo di esser ben solo, obliava il suo fallo, obliava il rimprovero, obliava la lieve percossa ricevuta, e levati alcuni ferri dal comodino, si sfogava esercitando l'arte del meccanico con ingiuria dei mobili, ovvero insegnava la parte di elefante al gattuccio quando doveva comparire su la scena dei burattini. Così operando, tutto facilmente obliava.

Ma quella sera i mobili godettero della loro pace, e il micio--prudente--non c'era. In vece Giacomino pensò.

Che cosa pensasse, non è facile a dire: ma qualche cosa pensò: non alla mancanza della scuola, oh no davvero!

Ma il babbo, quell'uomo che vedeva così di rado; quell'uomo che per aver dato pochi pugni leggeri leggeri, tirava il fiato sul letto, poco fa; quell'uomo che la mattina si alzava col lume, e via; che la sera col boccone ancora in bocca, pioggia o bel tempo, inverno o estate, neve o afa, si alzava e via; quell'uomo che poco fa aveva detto «vergogna!» gli stava davanti: penosamente davanti.

Oh, bella! anche il direttore aveva fatto la voce terribile e aveva detto a Giacomino «vergogna!» eppure quella stessa parola «vergogna!» detta dal babbo gli faceva un altro effetto: gli faceva un'impressione più dolorosa che i pugni che aveva presi.

Giacomino voleva un gran bene alla sua mamma, mentre col babbo non aveva avuto mai gran relazione. Se ne riconosceva l'autorità, ciò era per il fatto che doveva dire «buon giorno, buona sera», per il fatto che era lui che metteva fuori i denari, era lui che per fare certe spese tirava fuori dal portafogli certi biglietti grossi che Giacomino avrebbe mutato così volentieri in tanti dolciumi; era lui, sempre lui.

Se non che la gran differenza tra prima e adesso era questa: prima gli pareva una cosa naturale che tutto ciò dovesse avvenire per parte del babbo, nel modo medesimo che è naturale che colui il quale ha sete va al caffè e ordina il gelato: chi ha fame va al ristorante e ordina un bel piatto di maccheroni: chi ha freddo va presso alla stufa: chi vuol fare un viaggio monta in treno: chi vuol vivere in montagna, prende in affitto una villetta sui monti nel tempo dell'estate, ecc. Ora tutte queste cose così naturali e così semplici, anzi così abituali, erano abituali semplici e naturali perchè c'era quell'uomo che vi pensava: quell'uomo che si alzava al mattino col lume, che la sera andava via col boccone in bocca, che poco fa ansimava per aver dato a lui Giacomino, due piccoli pugni, che avea detto «vergogna!» e avea la barba quasi bianca.

* * * * *

Congiunte queste due cose che prima erano disgiunte, Giacomino capì che aveva fatto male, molto male! Male a far la firma falsa? No. Ma se lo fanno tutti! Male a fare una cosa che dava dispiacere al babbo.

E siccome questo dispiacere che dava dispiacere al babbo, dava anche un certo non so che a Giacomino che gli faceva venire la voglia di piangere, così Giacomino si mosse in punta di piedi alla ricerca del babbo. Giacomino sa camminare, quando vuole, con la prudenza di un pellirosso: esce di stanza, fiuta e, naturalmente, s'avanza verso il tinello. No, il babbo e la mamma non pranzano, come credeva. La tavola è bensì apparecchiata, anzi c'è in mezzo la zuppiera. Ma nessuno dei due l'ha toccata.