Che cosa è l'amore?

Part 5

Chapter 53,794 wordsPublic domain

Mentre il treno correva, lo scultore Taliedo faceva passare con vertiginosa rapidità le ultime imagini di sua moglie: «Cara, brava, buona, virtuosa, tutto quello che volete: ma è strano come con l'apparire delle virtù morali, siano scomparse le virtù corporali. Poverina, non è colpa sua, ma è troppo lunga, troppo affilata: troppe cartilagini visibili.»

Lo scultore Taliedo era pienamente giustificato davanti ai suoi occhi se lasciava il lago e correva a Genova in un treno diretto.

--Mia moglie--proseguiva dal delizioso angolo ove stava rincantucciato--andrebbe bene come modello per Maria Vergine! Ma non se ne fanno più ordinazioni di Marie Vergini in questi tempi sacrileghi; e quei positivisti di parroci le comprano già bell'e fatte, inverniciate e vestite, dalle case di commercio. Ah, poveri artisti!

Però l'idea di modellare sua moglie con Irma in braccio lo seduceva: una visione soave. Irma che ride, pargoletta, dalle braccia materne: una visione secolare: la maternità e il figlio o la figlia, cioè il germe della vita!

È il grande motivo dell'arte che fu. E Taliedo vide, nel corso dei secoli, artefici canuti e barbuti che gareggiavano nell'esprimere sulla tela o con la creta il tema meraviglioso della Donna vergine e madre; e di mano in mano che creavano, adoravano la loro creazione.

Sì, ma erano tutte cose che si potevano fare al tempo di Giotto e del Beato Angelico, perchè è un fatto che nell'evo medio a Venere erano riusciti a dare una bella batosta. Un po' con l'_asperges_, un po' col _vade retro, Satana_, l'avevano spaventata, povera Venere! Ah, l'evo medio aveva ridotto Venere in uno stato ben deplorevole. Una età senza bagni in casa, senza calze di seta, senza saponi, senza tela batista. Imaginare Beatrice con una camicia storica color Isabella; Laura con un paio di calze di bigello affezionate alle gambe per delle settimane; madonna Isotta con le unghie non spazzolate! Che orrore! La voluttà era allora condita in salsa naturale, come quella che gli offriva sua moglie.

* * * * *

La dama che lo attendeva a Genova pareva invece avere la specialità delle salse più rare e raffinate. Non le aveva ancora assaggiate, è vero: ma se il treno fosse arrivato a Genova, tutto, tutto dava a credere che le avrebbe assaggiate.

Era una dama americana. Gli era stata presentata ad un grande albergo in Roma. Lui le era stato di guida in qualche gita artistica ed ella si era persuasa che lui solo aveva le qualità richieste per eseguire il busto del suo defunto marito, da collocare onoratamente nel cimitero di***. A Genova, diceva lei di avere alcuni ritratti del morto: ripassando per Genova avrebbe telegrafato a Taliedo. Così avvenne: così egli era partito.

Dopo tutto Taliedo non aveva mentito a sua moglie che nel genere: un'americana, invece di un americano.

Il treno arrivò.

La dama attendeva.

Anch'ella era magra come sua moglie, ma di una magrezza diversa e provocata da ben altro genere di sofferenze.

Si parlò molto del defunto marito: un uomo pieno di capacità e di ragionevolezza, come dimostravano i suoi ritratti. Egli aveva provato tutte le gioie del matrimonio e perciò Dio lo aveva fatto morire a tempo. Non era stato un re dell'ottone, o del ferro, o del grano; ma un onorevole vassallo al servizio di un re del petrolio: tuttavia un uomo di grande valore. Si trattava di far rilevare, nel monumento funebre, i simboli del suo commercio.

--Sempre felice con lui: mai divorziata--ella diceva.

Anche questo doveva apparire dal monumento.

--Come, voi non avete ancora legge del divorzio in Italy?--ella chiese.

Taliedo atteggiò il volto alla più infantile meraviglia: non conoscendo il matrimonio, come poteva conoscere il divorzio?

Così conversando del defunto marito, quella dama magra e ardente gli si era venuta accostando, da buona compagna, lì, sul sofà.

La sua _toilette_ da casa era in quel caldo giorno il perfetto contrario dell'infagottamento rigoroso e sudicio in cui erano imprigionate le Laure, le Beatrici e le Isotte del tempo antico.

Ridendo gaiamente delle virtù del defunto marito, le parti molli del suo lungo corpo, parevano sussultare di gioia. I denti erano lupigni. Un braccio pallido, terminava in una deliziosa mano rapace. Taliedo se lo sentì svolgere dietro le sue spalle: apparire dall'altra parte della sua testa, dietro la spalliera del divano.

Che enorme caldo! Egli era assai pallido, come avviene nei casi di insolazione. Era il momento di reagire: egli lo intuì.

Mosse per levare il fazzoletto di tasca ad asciugarsi il sudore gelido.

--Oh, Taliedo, cosa avete lì?

--Dove lì?

--In vostra tasca.

Taliedo non ebbe il tempo di guardare che cosa avesse in tasca, che la dama con l'altra sua mano rapace gli aveva estratto, per la testolina sporgente, una piccola bambola.

Essa, la pupa, non era scostumatamente in camicia, come sogliono essere le pupe che si espongono e si fanno comperare nei negozi; ma era rigorosamente e virtuosamente vestita come le Laure, le Isotte antiche.

Aveva le calze, le scarpe, le doppie sottane con la cintura, un giubboncino: tutto in regola.

Era la pupa di Irma che Taliedo si era messa in tasca quando aveva elevata la sua mimma al terzo piano.

Si era dimenticato di renderla alla mimma: gli era rimasta in tasca.

--Oh, _a little doll!_--fece la dama accostandola molto da vicino ai suoi grandi occhi miopi.

--Date qui--disse Taliedo di scatto--è un piccolo regalo, un piccolo modello...

--Oh no!--disse la dama come non rispondendo a lui,--oh no!

--Molto _pretty, very pretty_--diceva intanto lei, gravemente.

--Già, molto _pretty_. Piccolo modello artistico.

--Oh, no.

--Dico di sì, modello artistico. Date qua, via.

--Niente dare qua, niente modello, niente via.

--Giuro!

Ella fece una brutta, severa smorfia a quel «giuro».

--Avete visto? Vi piace? Adesso datemi il mio piccolo modello.

--No, non dare.

--Io non capisco cosa vi troviate di straordinario...

Ella guardava ora non più la pupa, ma gli abiti, le cuciture: le faceva passare al contatto delle sue lucide unghie crudeli.

--Dove vendono in Italy le _poupées_ così vestite?--domandò, seccamente.

--In tutti i magazzini.

--Falso!

--Giuro.

--Falso!

Taliedo comprese che il suo volto tradiva che realmente egli diceva il falso: infatti la vestizione della pupa era stata opera paziente di sua moglie, sotto le più precise ed esigenti indicazioni di Irma.

--A me non piacere uomini maritati: uomini senza dedizione assoluta--disse ella infine come ritraendosi, come rimettendosi nella credenza tutte le salse che aveva preparato, compresa la deliziosa mano rapace.

--Ma io non capisco, scusate.

--Voi capite benissimo.

--No!

--Voi avere moglie e _little baby_.

--Giuro di no!

--Allora lasciate fare così!

Prese la pupa e fece atto di collocarla sotto il nero, americano tallone della perfetta sua scarpa.

--Ah, no!--fece Taliedo balzando.

--Non bambola italiana io: donna americana--disse la dama levandosi in piedi e restituendo la pupa con disprezzo.

* * * * *

E fu così che, per colpa di quella malaugurata pupa, dimenticata lì in tasca, Taliedo perdette l'occasione di guadagnare una bella somma facendo il monumento a Mister George Paddy, mercante defunto di petrolio, e anche--ciò che gli lasciò una grande amarezza, un vuoto strano--l'occasione di gustare quella salsa esotica di cui aveva gran desiderio.

VUOI SAPERE COME HO FATTO IL MILIONE?

Eravamo nel palco: io, Ballesio, l'universale Ballesio, il famoso Ballesio il cui nome è da per tutto, il cui ritratto onora persino le scatole dei cerini, la cui _réclame_ splende, scintilla dalle quarte pagine dei giornali alle proiezioni luminose sui tetti; e con noi c'era il colonnello, personaggio assai decorativo, e infine la signora dell'immortale Ballesio.

La signora dell'immortale Ballesio sedeva al parapetto con la guardia d'onore del colonnello.

Io non conosco di preciso l'età della signora Ballesio, ma certamente fra i quaranta ed i cinquanta: però si può dire di lei «è ancora una bella donna». Ma il cav. Ballesio afferma invece che la sua signora è, tuttora, la più bella donna della città. Esagerazioni! Certo è che a teatro tutti gli occhi girano, e poi si fermano su di lei. Perchè? Perchè è la moglie dell'immortale Ballesio? Perchè osa esporre, contro la maldicenza, uno scollato autentico ed inaudito in un teatro di provincia? Perchè i due solitari che le adornano gli orecchi sono calcolati a lire diecimila l'uno?

Il cav. Ballesio mi disse piano:

--Senti: ho sonno, e poi mi annoio. Sono stanco di _Vedova allegra_. Vieni con me a prendere un altro caffè? Permetti, cara?--chiese alla signora.

--Sì, caro.

E ci allontanammo.

--Questa sera tua moglie è, come dire?, superlativa,--dissi versando il caffè all'amico.

--Questa sera? Puoi dire «sempre», mia moglie, la Trebbiatrice.

--Perchè la chiami così?

--È un vezzeggiativo. Non hai mai visto le trebbiatrici? Ingoiano tutto. Così mia moglie, in fine d'anno, ha il coraggio di trebbiare dalle venti alle trentamila lire per le sue spese personali. A Parigi, a New York sarebbe un'inezia; ma qui in provincia, bada che ci vuol del genio per trebbiare trentamila lire l'anno! Mia moglie è straordinaria! Ma come fai ad ingoiare tanti biglietti da mille? le domando. È un suo segreto! Capisci tu? Ma sta sicuro che li ingoia.

L'immortale Ballesio, quando ha mangiato e bevuto bene--quella sera egli aveva onorato il colonnello con un magnifico desinare--non si riconosce più: non è più la solita mutria: parla, ha dello spirito. Capace poi, domani, di negare villanamente tutto quello che si è lasciato sfuggire: ma per quella volta, parla.

--Così che, così che--chiesi io--la tua casa privata ti porta ad una spesa equivalente ad un milione circa di capitale. Non è così?

--Un piccolo milionario--rispose Ballesio--un modesto milionario... Il milione, vedi, sarà in avvenire come quel tale pollastro che quel Re di Francia voleva nella pentola dei più poveri fra i suoi sudditi. L'avvenire della società è sbalorditivo...

--E tu intanto principi...

--Bisogna ben dare l'esempio...

--A parte gli scherzi--dissi,--ma spiegami come va questa faccenda; come va che tu che sei un modello di esosità, spendi, senza protestare, ventimila lire e più per la tua signora...

--Mettiamo le cose a posto: prima di tutto, modello sì, ma non di esosità. Quanto alla mia signora, è evidente; io devo tutta a lei la mia fortuna. Lei non lo sa, ma è così!

--Ma se non ti ha portato un centesimo di dote!...

--Ti sbagli: mi portò il padre, la madre e quattro fratelli da mantenere, che oggi sono tutti impiegati nell'azienda.

--E allora?

--È un problema psicologico. Tutti i problemi umani hanno un fondamento psicologico occulto. Senti il mio: ma prima di tutto guardami bene in faccia: non quale mi vedi nelle fotografie, nei quadri, nei _tablò_; ma quale sono realmente: sono bello o brutto?

Esitai.

--Di' pure brutto, piccolo, rincagnato, pelato fino dalle origini, e senza l'onor del mento. Ma devi aggiungere che a ventidue anni, quando la sposai, ero anche più brutto: lo dico io, e mi puoi credere. Mi sono fatto un po' bello in seguito. Immagina invece che cosa doveva essere mia moglie allora! Tu dirai: Una dea! Io aggiungo: Una carica di cavalleria! Dopo la quale tu non sapevi più in che mondo eri. Sono cose che a dirle non ci si crede. Bisogna provarle.

--Provare per credere--dissi io--come per le tue pillole.

--Precisamente--disse con gravità Ballesio.--Senonchè Mariuccia allora non era Giunone; era Ebe; Giunone, quale tu la ammiri adesso, diventò un poco per volta. Ebbene io, a differenza di molti uomini, inconsapevoli della verità, intuii subito che avrei fatta una deplorevole fine nella mia qualità di marito. Bada bene però, e vedi di non confondere: mia moglie era, come è adesso, l'esemplare delle mogli; ma tu devi sapere che le facoltà ragionative della donna non hanno sempre la stessa sede di quelle dell'uomo. Supponi, per modo di dire, che in mia moglie le facoltà ragionative risiedano nell'epidermide, e che la sua epidermide dicesse allora: «io ho bisogno di vestirmi--quando mi vesto--di seta e di pietre preziose», e poi di' quale doveva essere la mia sorte che non potevo comperarle che un abito di cotonina! Io sentivo la necessità di diventare ricco appunto per non diventare un marito, come dire? infelice. Ma come si faceva a diventare ricco? Lo sai tu?

Io sospirai.

L'immortale Ballesio mi spiegò e disse:

--La donna è la glandola della ricchezza. Pare un assurdo, ma è così. La donna è come la pituitaria, la tiroide, la surrenale, glandole superflue in apparenza. Ma tu portale via, e l'uomo diventa l'ombra di un uomo. Sopprimi la donna, e tu hai l'uomo che ritorna allo stato selvaggio e cretino.

Dopo ciò Ballesio bevve un cognac, e seguitò:

--A quei tempi io reggevo una farmacia a Montefalco. Guarda che per andare giovane di farmacia in quel paese bisogna essere morti di fame. In una settimana tu non fai cinque lire di banco. Il mio predecessore era scappato via per disperazione, portando con sè quel po' di chinino che c'era e una mezza dozzina di barattoli antichi.

Io, appena arrivato lassù, avevo messo fuori un gran cartello: _Farmacia uso Roma_. Sai tu cosa vuol dire _farmacia uso Roma_? Io no. Probabilmente era uno sfogo di quel genio della _réclame_ che mi si sviluppò in seguito. Una sera d'inverno, dopo l'avemaria, stavo al buio pensando al mio avvenire di marito infelice. Sentivo nella stanza di sopra, ogni tanto, il passo di Mariuccia. Ella bubbolava dal freddo, poverina! e doveva tenere sotto le sue adorabili sottane un vile scaldino di carbonella. Sai tu quali orrendi pensieri devono passare per la mente di una bella giovane costretta a bubbolare dal freddo in un paese come Montefalco? Io sentivo già i brividi sul mio capo. O Mariuccia--esclamai--o io morirò, o tu avrai un camino grande come una fornace; e quando vorrai andare a spasso, avrai una carrozza con quattro cavalli che ti tireranno dove vuoi. Allora, capirai, di automobili non si parlava dalle nostre parti; non esistevano le mie pillole; il termosifone era una cosa sconosciuta.

Ed ecco che un Marcantonio di montanaro, grosso e alto come la bottega, mi spalanca la vetrina, entra e butta sul banco una cosa, e dice con disprezzo:

--Questa tientela per te.

Guardo. Era una carta senapata.

--Non ha fatto effetto, galantuomo?--dico io.

--E che effetto vuoi tu che abbia fatto?--mi dice. Non mi ha grattato nemmeno la pelle.--Ora, prosegue l'ineffabile Ballesio, tu sai la storia dell'uovo di Colombo, della lampada di Galileo, del pomo fradicio di Newton! Ebbene, quell'uomo è stato la mia lampada, il mio uovo, il mio pomo marcio. Sentii, come farti capire? una luce trapassare la mia mente, un lampo; ma avevo trovato!

--Amico--dissi con effusione a quel villano--vieni fra due ore e avrai, ti giuro, il cerotto che tu vuoi e che ti guarirà.

Due giorni dopo l'uomo tornò. Mi mostrò la sua schiena che era tutta una piaga; ma lui era esultante: era guarito!

Io avevo inventato il famoso cerotto di Sant'Antonio. Nelle nostre campagne chi non conosce adesso il cerotto di Sant'Antonio? I farmacisti delle città avevano dimenticato la esistenza dei forti lavoratori della terra, la cui epidermide, perchè sa--come si dice oggi--il lavoro dei campi, è insensibile ai comuni revulsivi. Avevano dimenticato questa elementare psicologia della medicina popolare che un farmaco è creduto tanto più efficace quanto più si sente e fa male.

--Ma tu dici delle bestialità, Ballesio.

--Mai più! È affare di autosuggestione. Il villano si sente bruciare e pensa: «ecco, io guarisco!» Pensare di guarire spesso vuol dire guarire. Aggiungi poi dietro il cerotto l'imagine di Sant'Antonio, del grande taumaturgo, e tu hai la spiegazione dell'immenso successo del mio specifico. Devi poi notare che nelle nostre campagne c'è ancora un po' di religione e i parroci, con una piccola percentuale sulle vendite, hanno fatto una _réclame_ strepitosa a questo revulsivo che cura sciatiche, lombaggini, raffreddori e, dopo usato per l'uomo, tu non lo butti via, ma ne incolli la immagine nelle stalle per la protezione delle bestie.

Dopo il cerotto di Sant'Antonio, la via era aperta. Un giorno contemplando la mia signora che si svestiva allo specchio, esclamai: «Dio, che tesori! ma perchè devono esistere fanciulle clorotiche, smunte, senza l'onore di quel seno e perciò prive della venerazione degli uomini e della santa gioia della maternità?» Pensare questo ed inventare le mie pillole fu un attimo. Ah, tu ridi? saresti buono anche tu di far le mie pillole, eh? Ma di persuadere l'umanità che con le mie pillole si guarisce, fui capace io solo.

E Ballesio assunse la sua aria di grand'uomo. E aggiunse gravemente:

--Al bene di tutte le classi sociali io ho provveduto: ai neurastenici, agli stitici, agli ipocondriaci; e poi mi chiamano--qui in quest'idiota paese--avaro, esoso, tirchio; imbecille mi chiamano anche! pucinella politico, perchè, ora--dicono loro--sto coi preti, ora sto coi socialisti. Io sto con chi soffre, e il mio nome è universale: _Vos omnes qui laboratis et «ammalati» estis, venite ad me!_ Questa è la mia divisa. Non vi sono che i medici ed i preti che preferiscono la percentuale sui miei specifici agli specifici medesimi: ma si tratta di una classe, direi quasi cinica, senza fede, destinata a scomparire. Ma tutto il resto del mondo è basato sulla fede! Come ha progredito il Cristianesimo? Con la fede. Come progredisce il Socialismo? Con la fede. Che cosa è il _sole dell'avvenire_ che gli increduli deridono? Una forma allotropica della fede. Come si diffondono per il mondo le mie boccettine, le mie scatoline? Con la fede. La fede è l'ossigeno della vita. La fede genera il dogma: il categorico imperativo di Massimiliano Kant. Chi non crede al dogma, _anathema sit!_ Scomunicò la Chiesa, quando potè! Scomunico io chi non crede a me! Ti pare? Senza fede, che cosa hai? Hai la ribellione, hai la critica, hai individui pallidi, stitici, dolorosi, senza vigore di volontà; hai degli irregolari della vita. Ora--sta bene attento--dall'incontro di un atomo di fede negli altri con un atomo di genio tuo, si ottiene il protoplasma intorno a cui si verrà poi innucleando il milione. Hai capito adesso come si fa a diventare milionari?

--Ma tu hai fede nei tuoi specifici?--chiesi io.

--Immensa! Essi valgono quello che valgono gli altri specifici. Tieni bene a mente: nel campo terapeutico, tranne l'olio di ricino, il chinino per la malaria, il bicarbonato pel bruciore di stomaco, tu non hai che dei medicamenti illusori: bastoncini di carta su cui l'ammalato si appoggia disperatamente per passare dallo stato egrotante a quello di sanità. La sola terapia vera è l'igiene, l'aria, il sole e, moralmente, essere un poco bestia. Ma che colpa ne ho io se l'uomo non può e non potrà mai essere uomo igienico? se la sua anima non è sempre bestiale?

* * * * *

E quell'imbecille di Ballesio chi sa per quanto avrebbe durato, se in quel punto il rumore del pubblico non avesse avvertito che la _Vedova allegra_ era finita.

Ballesio corse a prendere la sua signora: giacchè questo onore egli non lo cede a nessuno.

Sarà ridicolo questo minuscolo uomo, in grande sparato bianco, dare maestosamente il braccio alla giunonica sua signora; ma è uno spettacolo che tutti ammirano.

Quella sera la signora aveva un manto di ermellino arrivato da Parigi.

Si può chiamarlo imbecille finchè si vuole, ma bisogna fargli largo. La sua automobile ha l'ordine di rombare spaventosamente, ed i suoi fari devono essere i più luminosi. La luce ed il suono tengono viva la fede. Ammirabile uomo, dopo tutto, che conserva inalterabile, assoluta la fede, anche nella sua signora.

UN PICCOLO BACIO, QUI!

--Riservato per dame?--domandò la dama al conduttore indicando l'interno di uno scompartimento di seconda classe, dove otto corpi di grosso sesso maschile si stavano pigiati.

--Viaggiamo in condizioni eccezionali, signora.

--Ah!--fece la dama--e le sue pupille grige sotto il velo rialzato, e che scendeva giù da una gran falda di cappello, fulminarono gli otto grossi corpi; fulminarono il conduttore, e con lui il suo colletto un pochino lercio, le sue mani quasi nere; fulminarono il treno in disordine, la stazione in disordine; e, più largamente, fulminarono l'Italia e le ferrovie in disordine: anzi in quel giorno in completa disorganizzazione per effetto della neve; una neve enorme, paurosa, strana, la quale pareva avesse un suo linguaggio di morte, come dire: io ti voglio coprire, congelare, vecchio mondo!

--Venga con me, signora: la metterò in prima--disse il conduttore, e precedette la dama attraverso un ingombro immenso del treno: bagagli, gente.

--Qui è interamente vuoto--disse infine, indicando uno scompartimento di prima classe.

--Se permette, ci sono io--disse al conduttore un signore che era lì, in piedi, nel corridoio; ed indicò il suo grosso sciallo buttato nell'angolo.

* * * * *

Questo signore era piccolo, anzianotto, sbarbato e fiorito nel volto: però aveva un bellissimo naso grosso, ed un bellissimo ventre, sporgente da un bellissimo pastrano da viaggio. La sua testa pelata era difesa da un cupolino di seta. Egli stava a guardare dietro la grossa lastra di cristallo ciò che avveniva nella stazione, e con una mano grassoccia, adorna di un pesante anello, fumava un vile toscano: da che si poteva arguire che quel signore era italiano, non straniero.

All'avvicinarsi della dama egli ritirò con bel garbo il ventre, e la dama passò; passò perchè era sottile, ma la si contorse come per evitare il contatto di quel ventre, di quel naso, di quel puzzo di vile toscano. Ma per entrare, la sua alterezza dovette piegarsi da una banda perchè il cappello non entrava.

Tranne il cappello, che fra veli e piume e spilloni, era di una complicazione ammirabile, tutto il resto era semplice: una gonna nera, un'ampia giacca di lontra, nel cui mezzo era posato un cespuglio di violette finte: finte, ma non importa! Tutta la leggiadra creatura odorava di viva viola, di fresco mughetto, di pura lavanda. Ma le narici del suo nasetto impertinente si dilatarono e parvero aspirare in quello scompartimento come un malvagio odore: le delicatissime labbra si storsero: poi si sedette come rassegnata. Lentamente, con due sottili mani inguantate, alti i cubiti, si toglieva veli, spilloni, cappello, come fosse una funzione sacra. Apparve allora una leggiadra testa dai capelli cinerei. Con un rapido moto trasse poi da una borsetta uno zendado, vi ravvolse in un attimo il capo nella foggia languida in cui è effigiata Beatrice Cenci; distese sul velluto un gran lino bianco; vi si adagiò con la testa; vi si immobilizzò: forse dormiva se non fosse stato un piccolo piede a dichiarare che ella era pur desta.

Il grosso signore si rivoltò ancora, lui e il suo naso, contro la stazione. Era interessante guardare quello che vi succedeva. Un grigio enorme, un umidore intenso, una folla sconvolta era sotto la tettoia: ogni tanto passava qualche macchina fumida, gemebonda che trainava vagoni lenti grondanti da una impellicciatura mostruosa di neve: dentro si vedeva sfilare un ingombro di umanità.

Si va? si sta? cosa si fa? chi lo sa? Dall'interno del treno immobile, dal di fuori giungeva un ininterrotto suono di voci:

«Ritardo di due, sei, dieci ore! La neve! macchè la neve: il «sabotaggio». Ci vuole un ferroviere impiccato per ogni stazione! Ma si impicchi lei per primo! Le ferrovie ai ferrovieri! Alle società private le ferrovie. Senti il compare! È un deputato forse lei? Vi sono delle donne, dei bambini nelle sale d'aspetto che strillano, che si disperano, che hanno fame.»