Che cosa è l'amore?

Part 2

Chapter 23,657 wordsPublic domain

--Davvero non l'avete mai letto?--chiese socchiudendo maliziosamente le sue grandi pupille.

--Davvero!--e arrossivo anche di più.

Mutò discorso.

--Dunque il vostro caso è disperato?

--Sì, signora.

--Ma io non credo--disse ad un tratto assumendo un'aria ben strana di serietà.--Anzi è un affare rimediabile. Dunque il greco, voi dite, è molto difficile. E deve essere così! E voi assicurate che anche i professori si aiutano con le traduzioni?

--Sì, signora, con le traduzioni letterali dal francese. Io non dico che tutti i professori facciano così, ma il mio fa così.

--E voi gliel'avete detto?

--Pur troppo, signora--sospirai--, e magari potessi rimediare al malfatto!

--Semplice--disse.--Carta, penna e calamaio. Vi detto io.

* * * * *

Ora io non ricordo più come avvenne, ma so per certo che per trovare carta, penna e calamaio, io salii con lei, da lei, nel suo appartamento.

Venne ad aprire una cameriera. Non ricordo l'appartamento. Mi parve strano e diverso da quello di casa mia. Perchè diverso, non so.

La camera da letto dove mi introdusse, era misteriosamente elegante, con un lettuccio piccolo, grazioso, tutto a trine.

Ma non conservo percezioni nette; soltanto ricordo che un brivido morboso si veniva impadronendo di me, mentre ella con calma esacerbante si toglieva, allo specchio, tutti quegli strani armamenti della testa.

Mi pareva che qualcosa di inusitato, di enorme dovesse fra poco succedere.

--Ma sapete--disse--che l'abito nero dà un bel caldo! Deve essere caldo, oggi.

--Sì, caldo!--dissi, e ricordai non so quanti gradi di temperatura.

--Oh, anche di più!--disse ridendo.--Permettete?

Uscì. Rimasi solo. Rientrò poco dopo. Era uscita dalla guaina nera: era tutta vestita di una gran veste rosea. Mi parve più magnifica. Stupii come sotto quelle maniche dell'abito nero ci fossero state nascoste due braccia così bianche! Ebbi l'impressione di una energia occulta e deliziosa in quelle braccia nude.

--Oh, che cattiveria, che cattiveria, che cattiveria--disse ridendo e venendomi sempre più vicino, quasi rasente--tormentare col greco e con tutti quei libracci un povero bambino!--e così dicendo crollava la testa, e si appressava di più.

--Povero bamboccione--disse d'un tratto, e mi prese con le due mani adunche per i capelli ed accostò il mio volto alle sue grosse labbra.

Io impallidii. Ella parve godere del mio pallore. Non parlava più.

Probabilmente la mia faccia era diventata una mela o una pesca di luglio: una pesca sugosa e fresca che ben si morde.

* * * * *

--Ora, ragazzo, _s'il te plait_, torniamo alle Olimpiadi e al tuo professore--disse.

A me parve come di essere desto dal sogno in cui il Veglio della Montagna immergeva coloro che gli dovevano essere devoti sino alla morte.

Io non ne volevo più sapere nè di Olimpiadi, nè di scuole.

--Voi siete ben goloso, _mon petit_. Torniamo alle Olimpiadi.

In quell'ampia vestaglia ella si era rannicchiata in fondo ad una poltroncina.

--Mettetevi lì, e buono. Già bisognerà fare così!--Prese un tavolino e lo collocò fra la sua persona e la mia a guisa di bastione.--Posso offrirvi?

Mi porse una sigaretta: ne accese una per sè.

Devo confessare che la mia mente era così annebbiata che se colei mi avesse detto: «manda i padrini al tuo professore, e battiti a duello», io avrei trovato il consiglio naturalissimo.

Invece il suo consiglio fu molto savio e rivelò molto acume. Aggrottò le ciglia e disse:

--Tu capirai che lui dovrà pensarci due volte prima di formulare l'atto di accusa contro di te. In fondo è un atto di accusa contro di sè.

--To', è vero!

--Ma non basta: la sua rabbia è appunto in relazione alla impossibilità in cui l'hai messo di punirti...

--To', è vero! Ma può vendicarsi--aggiunsi.

--Perfettamente. Ma tu prendi dal «secrétaire» carta e busta e scrivi. Scrivi: detto io. No, quel foglio lì.--Guardai il foglio. Vi era impresso in azzurro, «Olympie».

Oh, Olimpia, dolce pingue nome! Tutto azzurro, tutto fresco come la grande acqua del mare.

--Su, andiamo, scrivi! Eri così «savio» poco fa.

Io scrissi: «Signor Professore, in un momento di vera aberrazione mentale ho osato formulare contro di lei un'accusa che tanto più mi tormenta di rimorso quanto più riconosco la sua dottrina e il suo sapere. Come posso rimediare se non facendo piena dichiarazione della mia colpa e supplicandola di volermi perdonare?»

--È tutta una bugia--dissi.

--E la bugia si trova dentro la vita o fuori della vita?--mi chiese l'adorabile Olimpia.

È vero: la menzogna è nella vita. E allora perchè soffrire per combattere quello che è nella vita, che è la vita?

Guardò l'orologio.

--Presto, pòrtala subito al tuo professore.

* * * * *

O me, miserabile! Mi feci quasi scacciare da quella stanza da cui non volevo più uscire.

* * * * *

Il giorno dopo il professore annunziò la mia lettera alla scolaresca; la lesse anzi; poi pronunciò un discorso di elogio alla mia persona. Ma io rimasi molto indifferente.

* * * * *

Dopo due mesi ero in possesso della licenza, ma senza troppo studiare. Me ne era andata via la voglia di studiare. Mio padre forse se ne accorse, specialmente quando gli manifestai la intenzione di darmi a tutt'altri studi che quelli classici.

Abbandonai le Olimpiadi per sempre e tutti i secoli di cultura classica prima di Cristo e tutti quelli dopo Cristo, fino ai tempi nostri.

Bisogna conquistare la vita, e non servire ai morti.

E se i Greci avessero dovuto studiare il greco, e i Romani studiare il latino, quei due popoli non sarebbero stati i grandi popoli che furono.

Di questa semplice verità io devo la conoscenza alla signorina Olimpia, artista di caffè-concerto e stella di prima grandezza.

ABITO NERO ED ABITO BIANCO.

--Ecco, veda, io non domando di far carriera: io domando, prima che questa barba diventi grigia, di poter respirare un poco d'aria igienica.

E il signor Foresti mi presentava sul dorso della mano, dall'alto della sua statura atletica, la sua barba, dove il grigio già minacciava una invasione generale: ed io credo che fosse questo grigio, in aumento, combinato con la speranza, sempre più in diminuzione, di potere respirare «un poco d'aria igienica», che rendeva il signor Foresti piuttosto irritabile, anzi molto irritabile, nel suo ufficio di capo-stazione della piccola stazione di S... Egli era capace di avvertire dal suo buco di distribuzione dei biglietti: «Questa bottega è diversa dalle altre: meno avventori vengono, più piacere mi fanno!»; era capace di dire, percorrendo il treno con le braccia aperte e con un sorriso tremendamente ironico: «Ma quei baci, ma quei saluti, ma se li distribuiscano prima!» Capace, nella spedizione delle merci, di attaccarsi a tutti i rampini di quei regolamenti che odiava di un odio così profondo.

Un orco! La più docile ed umile pasta di questo mondo: tanto è vero che non aveva fatto carriera. Certo, in quei momenti, era bene non avvicinarlo, non parlargli.

Ma io avevo trovato un mezzo per esasperarlo in modo soave ed atroce. Chiudevo le pupille dolcemente, dicevo con voce sentimentale:

--Ecco qui il suo piccolo giardino, i garofani, l'insalata; ecco la sua piccola stazione, beata come un eremo, baciata dal primo raggio del sole e salutata dalle rondini... Ah, se io fossi come lei, capo-stazione, come lo terrei coltivato, inaffiato, fiorito, il piccolo giardino: e come ci farei una capannetta per leggere, per istudiare...

--Badi bene come parla, sa! Non si prenda mica giuoco di me!...

--Scusi, capo, io dico sul serio. Per me, costretto a vivere in una grande città, questa vita idillica sarebbe l'ideale... Lei qui, intanto, è padrone assoluto...

In verità, in verità, era un reclusorio quella piccola stazione: e lui, il capo, un coatto, costretto a vivere fra un disco al nord e un disco al sud; giacchè l'amministrazione lo aveva bensì elevato al grado di signore assoluto, essendo egli, bigliettaio, spedizioniere, telegrafista; ma non aveva chi lo sostituisse o lo aiutasse fuorchè uno scambista e un facchino.

--Quanto ai libri da leggere, eccoli qui!--e prese un ammasso enorme di libri e carte. Io temetti che me li scaraventasse sulla testa: si accontentò di accatastarmeli davanti: erano regolamenti, circolari, istruzioni.

--Questa è la mia letteratura!--Aveva gli occhi feroci.--Creda--mi diceva poi acquietandosi con la subitaneità della sua indole buona--io odio questo sole, io odio quest'aria balsamica; io, democratico, considero questa sudicia umanità di campagna come una razza inferiore. Persino le donne, capisce lei? persino le donne non mi sembrano donne!

L'aria balsamica, l'aria igienica pel signor capo era quella che si respira nel fondo di quei pozzi grigi che sono le vie, le piazze di una grande città.

«Ah, a mezzanotte--sospirava--un teatro illuminato! per le vie lucide dei tram lucidi! uomini col colletto pulito, donne all'ultima moda; donne autentiche, lavate; _bars_, _buvettes_, scintillanti di luce elettrica, vetrine messe con gusto: lavorare sì anche, ma almeno potere un'ora al giorno sedere entro un caffè, godere lo spettacolo dell'umanità che passa davanti al vostro tavolino, al vostro calice di birra autentica! Macchè sole, macchè mare, macchè alberi, fiori, verdura, insalata, garofani!»

Oh, allora sì, il signor capo si sarebbe «arrangiata» la barba che oramai diventava grigia, ed avrebbe speso allegramente il capitale esuberante della salute che rifioriva nel suo corpo.

Da anni ed anni tempestava la direzione per un trasferimento in una città grande: era lì, rimaneva lì, e non aveva più altra speranza che quella di ammalarsi sul serio e poter ottenere un congedo.

Ma come fare ad ammalarsi? In quella piccola stazione dall'aria balsamica, la gente ci veniva per salute all'estate, ed egli aveva la soddisfazione di vedere bensì in quel tempo aumentato il suo lavoro, ma senza potere avere la consolazione di ammalarsi.

* * * * *

Una mattina di luglio, una ben calda e serena mattina, io presenziavo l'arrivo di un piccolo treno, che usurpa il nome di diretto.

Il signor Capo, tra spedizione merci e spedizione viaggiatori, ne aveva sino oltre al berretto paonazzo. Tempo di villeggiatura per la restante umanità! Un piccolo rossore alla fronte, un parlar secco allo sportello dei biglietti, un saluto glaciale a me, mi avevano fatto capire che quella mattina la caldaia cerebrale del signor Capo era in uno stato di ebollizione pericolosa.

Il treno si era appena fermato che un piccolo signore, da uno scompartimento di prima classe, si era affrettato a chiamare:

--Aprite, presto, presto!--Poi si era calato da sè, come se la carrozza fosse in fiamme: ma un po' impediva il ventre che sporgeva dagli svolazzi di un giacchetto di _orléans_ nero; un poco era colpa delle gambine esili, che non riuscivano a toccare il predellino.--Dove sono i carabinieri? i due carabinieri regolamentari?

Le guardie del treno, la gente si affollò subito d'intorno a quel signore, invocante l'intervento di quegli uomini neri e rossi, i quali, benchè siano da alcuni considerati come un arcaismo nella società moderna, tuttavia costituiscono la più visibile manifestazione della giustizia umana. Essi però erano assenti.

--Ma non si faccia compatire; ma non faccia ridere il pubblico--gli gridava dal treno, come dall'alto di una tribuna, un giovane signore, tutto vestito di bianco che pareva un sorbetto vanigliato.

--Lei ha violato la mia personalità! Quel signore ha violato la mia personalità!--denunciava il piccolo signore nero con gli occhi fuori dalla testa, con una voce così irosa, che guai per l'elegante giovinotto se il vecchiotto avesse avuto il resto del suo fisico così bellicoso come la voce.

Un professionista del furto nei treni? Mai più! L'elegantissimo giovane scese anche lui per dare spiegazione al pubblico che si affollava.

Semplicemente uno che voleva chiuso il finestrino. Invece il vecchio signore lo voleva aperto.

--Soffro d'asma!--diceva, e questo era evidente, chè pareva minacciato da una congestione.

--E se soffre d'asma? Io non posso mica sacrificare il mio vestito e il mio panama (il panama che il giovane aveva in testa era veramente bellissimo ed immacolato) alla sua asma!

Così si riaccese la disputa lì sul marciapiede, con l'intervento giuridico dei signori ferrovieri e dei signori viaggiatori. La questione giuridica sui finestrini aperti o chiusi fu dibattuta con quell'entusiasmo del tutto italico per le questioni bizantine. «Esiste un articolo del regolamento...!» «Non esiste niente, invece! Chi è immediatamente vicino al finestrino, è padrone del medesimo». «Sì, ma i finestrini laterali sono piombati. Esiste solo il finestrino di mezzo. Quello di mezzo è collettivo!» «Ma nel caso specifico erano due soli nello scompartimento e perciò non si poteva invocare l'appello alla collettività.» «Esisteva però sotto la vecchia Mediterranea un articolo che dava diritto di chiudere dalla parte del vento!» «Ma oggi la Mediterranea è scomparsa: non esiste che lo Stato.» «Le ferrovie di Stato hanno creato un subbisso di regolamenti: ma nessuna regola specifica oggi esiste in relazione ai finestrini aperti o chiusi.»

L'elegantissimo giovane con calma imperturbabile dimostrava la assoluta inferiorità delle ferrovie di Stato italiane, rispetto alle ferrovie estere. «Chi ha viaggiato all'estero, sa che nei vagoni-_salons_ è diffusa l'abitudine di tenere chiusi i finestrini in qualunque stagione; e se quel signore non sa fare a viaggiare...» «Io non so fare a viaggiare? È il mio mestiere viaggiare...--fremeva il vecchio signore.--Del resto, qui è unicamente questione di essere gentiluomini o mascalzoni».

--Be'--disse il capo-stazione intervenendo--a che punto siamo? Sciocchezze, sciocchezze! Capo-treno, dia la partenza.

--Io rimango--disse il vecchio, immobile, lì, coi suoi occhietti irosi fissi sull'avversario.

--Io parto--disse il giovane, arrampicandosi, ma con la testa rivolta all'avversario.--Del resto, sa, se vuole riparazione...

Squillò la cornetta; e il treno si mosse; e il vecchio signore già emetteva, con tutto il suo fiato disponibile: «Prepotente!», quando l'elegante giovane signore fu colto da un fremito di spavento. Che era accaduto?

Il suo abito candido, il suo cappello splendido non erano più bianchi che davanti.

L'uomo era diventato bicromatico.

Durante la sosta e la disputa, la macchina, seccata, aveva fumato vigorosamente, e tutto il fumo aveva investito in modo irreparabile l'abito bianco.

Non era il giovane signore più presentabile alla prossima stazione balnearia, dove era diretto e dove probabilmente gli stava a cuore di giungere perfettamente candido.

Già il treno era in moto, ed egli, aperto lo sportello, era balzato a terra con la sua valigetta.

Il vecchio signore, all'improvvisa discesa del suo avversario, galoppò, come potè veloce, nella sala d'aspetto. Senonchè il giovane non lo inseguì. Affrontò alteramente il capo-stazione Foresti, dicendo:

--Favorisca presentarmi il libro dei Reclami.

--Cosa vuol reclamare?--domandò il Capo, con un certo fare un po' bonario, un po' canzonatorio all'aspetto bicromatico del signore.--Io piuttosto potrei reclamare contro di lei che è sceso dal treno in moto.

--La sua macchina mi ha rovinato!--esclamò il giovane con voce esasperata.

Il capo-stazione lo guardò: le sue labbra sorrisero, tutta la barba sorrise.

--Infatti--disse--è un pochino sudicio.

--E lo dice in questo tono?

--Pretende forse che mi metta a piangere?

--Pretendo che lei faccia il suo dovere. Intendo elevare formale reclamo contro la sua macchina, intendo domandare risarcimento del danno subìto... Esiste un articolo del regolamento ferroviario che vieta alle macchine di fare fumo...

--Infatti--disse il signor Capo--articolo decimo, paragrafo sesto delle _Istruzioni pel servizio dei macchinisti e fuochisti_: _«i macchinisti devono astenersi da qualsiasi operazione che possa produrre fumo, o, comunque, riuscire molesta od incomoda ai viaggiatori, come...»_

--Perfettamente, e allora perchè lei rifiuta di accogliere il mio reclamo?

--Perchè è stupido--disse il capo-stazione accendendo in tutta pace una sigaretta.

--Ma chi, stupido?

--Il reclamo, il regolamento, la causa per il risarcimento dei danni... Il mondo è pieno di cose stupide...

--Ma io le posso citare--disse il giovane signore eccitandosi visibilmente--il caso del barone Y..., segretario dell'ambasciata germanica, mio buon amico, che fece causa ed ottenne un risarcimento dignitoso dallo Stato perchè una macchina aveva, come nel caso mio, rovinato una _toilette_ della sua signora...

--Ma cosa vuole che me ne importi del suo barone, della _toilette_ di quella signora? Bella novità che lo Stato paga! Non paga mica, però, chi dovrebbe essere pagato! Oh, vada a farsi benedire e favorisca di lasciarmi libero...

Il giovane signore, invece, gli sbarrò il passo e con voce insolente esclamò:

--E chi crede di essere lei? Un tirapiedi del Governo, forse?

La parola «tirapiedi» ebbe la virtù di trasformare il signor Foresti.

--Le pare che io abbia una faccia di tirapiedi?

Si era drizzato sulla persona, aveva buttato via la sigaretta.

--Tirapiedi del Governo,--confermò il giovane signore andandogli col viso contro il viso--la metterò io a posto!

--Ma non lo dica neanche per ridere!...--e proferendo queste parole, distese quella sua larga mano, prese tutto il disgraziato signore per l'abito e con violenza inaudita lo tirò a sè; poi lo allontanò usando del braccio come fosse stato un'asta di stantuffo; quindi lo proiettò sconciamente lontano.

Per sua mala sorte lì presso c'era un carretto delle merci, e il giovane vi urtò in malo modo, cadendo.

Sanguinava.

Il facchino accorse e lo rizzò a stento.

Fu condotto al pozzo: rimase lì un po', fra un secchio d'acqua e un asciugamano.

--La caserma dei carabinieri? dov'è la caserma dei carabinieri?--domandava angosciosamente.

Gli fu indicata. Due chilometri di distanza.

Il signor Capo, intanto, aveva riaccesa la sigaretta: andava fra un disco e l'altro: la sua galera.

--Ci rivedremo in tribunale!--gli disse il gentiluomo salendo in una carrozzella.

Il Capo non voltò nemmeno la testa. Ma vide me che attendevo, e allora, un po' ridendo, un po' fremendo:

--Bel mestiere il capo-stazione!--disse.

--Bravo Capo! Bel colpo! Ma lei ha una forza...

--Da facchino, caro. Doveva vedermi dieci anni fa! Povero giovane, mi dispiace, ma che vuole? Ho perso il lume degli occhi. Mi poteva dire tutte le brutte parole che voleva: è un corollario del mestiere: non ci bado più. Andò proprio a trovare quella parola _tirapiedi_. Io tirapiedi del Governo! Io che per dire a tutti, superiori e inferiori, quello che va detto, ho fatto questa bella carriera dopo venti anni di servizio! Adesso il meno che mi possa capitare è una sospensione.

* * * * *

Ma non fu propriamente così.

Mezz'ora dopo, il signor Capo stava consumando la sua modesta colazione fra un treno e l'altro, in una piccola osteria, vicina al disco, quando precipitò nella stanzetta quel signore vestito di nero. Il suo aspetto era esilarante, luccicante: saltellava sulle piccole gambe.

--Ah, finalmente la ritrovo! Ma dove è il signor Capo, quell'egregio signor Capo, quel grande uomo del signor Capo? ho chiesto e mi hanno indicato qui. Permetta che io stringa quella valorosa mano! Lei è la perla dei funzionari dello Stato!

--Grazie--disse il signor Capo, Foresti--è la prima volta che mi sento fare un simile elogio. Peccato che lei non sia un ispettore dello Stato.

Il piccolo signore sorrideva con aria olimpica; volle nelle sue piccole mani prendere la grossa mano del signor Foresti; la voltò, la rivoltò, la esaminò.

--Una mano simile--disse con profonda convinzione--vale tutto un codice di legislazione sociale. Pensi che questa mano mi ha risparmiato un mezzo accidente. Io schiattavo dalla bile. Pensi che in treno quel prepotente si è permesso di fermarmi il braccio che voleva tirare il campanello di allarme: il suo vestito bianco gli premeva più della mia soffocazione! Io voglio proporre per una ricompensa quell'egregio macchinista che alimentava così vigorosamente il fuoco, che usava con tanta opportunità il soffiante... Ma lei, lei poi come ha risposto bene, che dignità, che correttezza! Oh, se tutti i funzionari dello Stato sentissero la responsabilità del proprio ufficio; considerassero lo Stato come, come dire? come la rocca Capitolina delle istituzioni sociali, e non come la vacca da mungere...! Ma che cosa posso fare io per lei? Mi esprima un suo desiderio, io sarei ben lieto, ben onorato...

Il signor Capo aveva smesso di levare la pelle a certe infami fette di mortadella e fissava il suo interlocutore. Il suo aspetto era molto autorevole.

--Oh, io--disse quell'incognito autorevole signore--proporrò per prima cosa tutto un regolamento sull'uso dei finestrini: infatti la legislazione delle ferrovie dello Stato è muta a questo proposito. E lei, scusi, mi viene un'idea splendida, possederebbe per caso una qualche laurea in legge? No? Peccato! Io la proponevo subito all'Ufficio centrale per le contestazioni legali...

--Ma scusi--fece molto turbato il capostazione Foresti--lei chi è?

--Chi sono? Ah, sì, chi sono?--e trasse e presentò al capo-stazione il suo biglietto da visita: _Cav. Comm. X. Y.--Ispettore capo delle Ferrovie dello Stato._

* * * * *

E fu così che il signor capo-stazione Foresti fu trasferito in una grande città, dove potè respirare l'aria balsamica dei grandi corsi, l'aria igienica dei teatri scintillanti, dei caffè-concerto; dove i suoi occhi poterono contemplare delle donne pulite, autentiche, all'ultima moda; dove potè consumare tutto il suo capitale di salute prima che la barba diventasse totalmente grigia.

LE MOSCHE E LA POLONIA.

Non mi accusate di essere positivista, scettico o come meglio vi piace chiamarmi. Io, alla vostra età--parlavo con un giovane amico--ero terribilmente romantico ed idealista. Combattere per la infelice Polonia era il mio sogno...

--Non per il Proletariato?

--No, mio giovane amico; allora non era ancora di moda quella cosa che voi dite.

--Non c'era il Socialismo ai vostri tempi?

--Sì, c'era; ma era--come dire?--ancora a balia: un grosso, tozzo marmocchio di una voracità incredibile che lasciava indovinare uno sviluppo prodigioso: un po' bruttino, sia espresso col dovuto rispetto, ma marmocchio ancora, come vi dicevo. Ah, morire con una palla in fronte e il sole polacco davanti agli occhi, centuplicava l'ebbrezza della mia gioventù! La mia gioventù è fiorita agli ultimi bagliori del Romanticismo. Ma anche senza Romanticismo, sta il fatto che pei giovani la Morte spesso si presenta come una forma eroica di Vita. Se la natura non ci usasse questo lugubre scherzo, le guerre sarebbero finite da un pezzo! Ma io non voglio tediarvi con la filosofia. Vi dirò, dunque, che allora vi erano comitati per la Polonia, conferenziere polacche, come oggi vi sono le suffragette. Sapete chi mi ha guarito della mia malattia romantica? Le mosche!

--Le mosche?

--Sì, come ho il piacere di dirvi: se non c'erano le mosche, io sarei rimasto--forse--ancora romantico ed idealista, e non avrei fatto la discreta carriera politica che voi, bontà vostra, esaltavate poco fa. Quel lurido e petulante animale mi ha inoculato il _virus_ del positivismo. Una reazione, quasi fulminea, è sopravvenuta, ed improvvisamente la mia vita ha deviato come un treno, a cui lo scambista toglie, con un colpo di leva, la direzione: dà un sobbalzo e poi fila, precipita verso nord invece che verso sud. Vi può interessare?

Il mio giovane amico rispose gentilmente:

--Moltissimo.