Part 1
Produced by Valentina, Rory OConor, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
CHE COSA È L'AMORE?
CHE COSA È L'AMORE?
Novelle di ALFREDO PANZINI
MILANO Società Editoriale Italiana
Diritti letterari ed artistici riservati per tutti i paesi alla SOCIETÀ EDITORIALE ITALIANA--MILANO
Copyright 1912, by SOCIETÀ EDITORIALE ITALIANA--Milano.
=A Titiritì=
INDICE
I.--Che cosa è l'amore? Pag. 9
II.--Le olimpiadi e la signorina Olimpia » 21
III.--Abito nero e abito bianco » 33
IV.--Le mosche e la Polonia » 47
V.--La busecca » 59
VI.--Ahi, quel povero colonnello! » 71
VII.--La bambola fatale » 85
VIII.--Vuoi sapere come ho fatto il milione? » 97
IX.--Un piccolo bacio, qui! » 107
X.--Giacominus Giacomini » 119
XI.--Come la lingua della signora si calmò » 133
XII.--La morte di un re » 145
CHE COSA È L'AMORE?
Il signor Aurelio, uomo di abitudini mentali alquanto filosofiche, e perciò mediocre accumulatore di denaro, viaggiava in uno scompartimento di terza classe.
D'estate si viaggia meglio in terza classe che in prima, specialmente oggi che la democrazia ha attaccato dei carrozzoni belli e inverniciati di terza ai diretti, così che poveri e ricchi hanno la soddisfazione fraterna di trovarsi a breve distanza, trascinati dalla stessa forza; e più specialmente si viaggia bene in terza classe quando non si gode di nessun diritto a biglietti gratuiti, come era il caso del signor Aurelio.
La campagna, verde e rosea, fuggiva davanti al finestrino, e quel movimento di tutte le cose suggeriva al signor Aurelio quest'idea peregrina: «tutto è mobile in questo mondo.» Ma poi considerando che gli oggetti si movevano soltanto nell'apparenza, meditò quest'altra idea, anche più peregrina: «tutto è stabile ed immobile in questo mondo. Dormi, Pina, Pinuccia bella! sì, il _lacu_...»
Il signor Aurelio non viaggiava solo, ma con una sua bambina, gracilina e bionda come l'oro. L'aveva posta a giacere sopra un cuscino: aveva steso un lenzuoletto candido per evitare il contatto coi microbi: ma la non voleva dormire. Oltre che gracilina, nervosa, eccitabile! Dio, che disgrazia essere nati da un padre di abitudini filosofiche!
«Sì, cara, il _lacu_!» Ella aveva un suo linguaggio, tutto fatto di strane analogie, che lui solo, il padre, intendeva. Ogni corso d'acqua era _lacu_, cioè, lago. Ogni oggetto, fuori del finestrino, destava in lei enorme meraviglia. «Eppure un poco di ricchezza e di proprietà per queste povere creaturine, non è mica un delitto!» (Il signor Aurelio già pensava alle teorie collettiviste che oggi sono così in vista sull'orizzonte umano, e per le quali egli simpatizzava un giorno sì, e un altro giorno no).
* * * * *
Cadeva il vespero; ed una grande città sfumava enorme, rossiccia, turrita in fondo al piano: il diretto vi si approssimava rapidamente.
--Ci fermeremo qui--pensò il signor Aurelio dopo molte considerazioni.--Proseguire col treno della notte e col freddo che fa alla notte, non conviene.
Lungo la notte fredda vegliano le bronchiti, le polmoniti, ed altre cose feroci che la Natura sparge e contro cui la sua povera mimma aveva le più limitate difese.
Per tutte queste ragioni il signor Aurelio instituì questo bilancio, se era più dispendioso proseguire, mutando la terza in una seconda classe, o pernottare in un albergo molto pulito, quasi in un _hôtel_, non per sè--si intende--ma per la Pina; un _hôtel_ dove i microbi fossero meno visibili. Vinse la scelta dell'_hôtel_, anche perchè si correva il rischio di trovare una seconda classe piena zeppa di gente, e allora la Pina? Non dobbiamo meravigliarci di questi dubbi, considerando che il signor Aurelio aveva per le altre questioni un colpo d'occhio fulmineo, ma per le piccole operazioni quotidiane era spesso impicciato in una maniera troppo vergognosa per un uomo della sua barba, della sua età.
Scese, dunque, e si fece condurre in un albergo dove i camerieri hanno l'abitudine di portare la camicia bianca e si assicura che la biancheria del letto è di bucato. Il naso del signor Aurelio fece, tuttavia, parecchie esperienze.
Disse il babbo alla sua mimma:
--Una felice idea, adesso, Pina. Andiamo fuori di porta io e te. Troviamo un bel _restaurant_, e facciamo un bel pranzo.
E richiamò alla Pina tutte le cose che le piacevano: latte, _purée_, pappa, e le fragole rosse, queste soltanto da vedere e da ammirare.
--Ah! sì!--faceva la Pina con gran serietà e convinzione.
Ma poi, lavata che ebbe la sua mimma, un grave pensiero si affacciò alla mente del signor Aurelio: «Le metterò il berretto di lana o il cappellino di velo?» Il pomeriggio era tiepido, ma calato che fosse il sole, probabilmente l'aria si sarebbe fatta fredda. Dunque mise alla Pina il cappello di velo, e nella tasca si tenne la berretta di lana e sul braccio prese la mantellina di lei.
Uscì: il corso era tutto elegante, fastoso, signorile, nella rossa luce del tramonto, che stendeva come un pulviscolo di porpora fra la gente, ed anche di microbi.
«Oh, io prendo la mia Pina in braccio, e chi vuol guardare, guardi», così deliberò il signor Aurelio.
Pensare che vent'anni addietro, quando lui abitava in quella città, da studente, si sarebbe messo a ridere vedendo un uomo con la barba come lui ora aveva, andare, a modo di una balia, con una mimma in braccio!
Fece il corso. Giunse nella piazza dove erano i tram. Scelse un tram che conduceva verso la collina, fuori di porta. Si attraversò un altro gran corso, poi con diletto si vide che le case diradavano, ed i pioppi sorgevano verdi con un fremito già di frescura vespertina. Il tram correva oramai per la campagna, nella bianchezza della via, tagliata netta, ai margini, dal verde dei campi. Il tram cominciò a salire verso i primi colli, e quando fu giunto ad un piccolo alberghetto o ristorante, quivi le rotaie finivano ed il tram si fermò.
L'alberghetto era pulito, ed aveva una bella cucina. La padrona, in bel grembiale bianco vi troneggiava fra i fornelli e le casseruole, e due minuscoli garzoncelli, in berrettino bianco, la aiutavano a sbucciare pisellini e tagliare una gran spoglia gialla e grande come luna nascente.
--Buona sera, signore--e--oh, che bella mimma--disse la padrona venendo incontro agli ospiti.--Vuol restare servito qua? o vuole invece andar di sopra, che c'è una bella terrazza? C'è pronta una minestrina di pasta battuta coi piselli che è una bontà, e dei maccheroncini che aspettano che l'acqua bolla: poi ci sono bistecche, costolette. Oh, vuole un mezzo pollastrino alla diavola? E da bere desidera vino o birra?
Anche qui non era facile decidere: ma quanto alla terrazza, sì, fu deciso: per il resto avrebbe pensato poi, ma certamente, intanto, una minestrina minuta, e ben cotta per la mimma.
--E il brodo leggero, leggero, quasi acqua, mi raccomando!
--Per questo non dubiti, Signore--disse l'ostessa.
Salì dove c'era la bella terrazza.
Essa era rossa di gerani in gran fiore e punteggiata di campanelle che già chiudevano i loro petali iridescenti. La sera imminente alitava la sua pace e la sua frescura, oramai, nell'aria calda del giorno.
La Pina vide le belle tavole preparate, e fece un «oh» di felicità.
--Guarda, nei campi, mimma--disse il babbo sollevandola--, ecco il grano. Esso è biondo oramai. Guarda sopra la collina quei bei draghi e serpenti grandi d'oro che vi si posano: le nuvole. Vedi come si rompono, come si snodano; dileguano, impallidiscono! E vedi tutti quei cipressi neri come una processione? Oh, ma quelli non li guardare!
--Oh, la luna!--fece la mimma che aveva scoperto anche la luna, una falce pallida, pallida di luna nel cielo d'oriente.
--Già, anche la luna: tutto tuo, mimma!
--Oh sì, e la pappa...
* * * * *
Parlavano forte il babbo e la fanciullina perchè nella terrazza non c'era alcuno.
Ma no! Nella stanzetta che precedeva la terrazza, c'era un giovane: un elegante aitante giovane di primo pelo. Pareva solo: ma anche uno meno distratto del signor Aurelio, subito si sarebbe accorto che non era solo. Egli stava dritto e guardava i due nuovi venuti, mentre con una mano accarezzava una rotondità provocante che terminava in due scarpette alte e lucide. Era una _grisette_ graziosa, nascosta dalla figura del giovane ed appoggiata al davanzale. Si voltò: apparve un volto birichino di giovanetta, con un nasetto all'insù. Curva sul davanzale, la cara fanciulla si lasciava lisciare molto dilettosamente.
«Anch'io, se ben mi ricordo, vent'anni fa devo aver fatto qualcosa di simile--pensò senza rancore il barbuto signore--e certamente era una cosa molto piacevole. Anzi si può affermare che le osterie suburbane sono una succursale del paradiso; ed un'ostessa che tiene pronte le tagliatelle e delle uova e delle bistecche, l'estate specialmente che fa gonfiare i papaveri, ella è una benemerita del genere umano; e tutte quelle buone cose da mangiare in due, fra il verde, rappresentano come degli zeri aggiunti all'esponente ben miserabile della felicità.»
Queste cose pensò il signor Aurelio mentre la Pina contemplava nella sua innocenza un piccolo gnomo di terracotta, che la guardava dalla sua gran faccia di satiro ridente.
«--La presenza delle terze persone--continuò il signor Aurelio--non è piacevole, e noi certo non siamo piacevoli e bene accetti a quei due innamorati».
Per questa ragione, dopo aver disegnato sulle labbra un garbato sorriso, il signor Aurelio non esitò a parlare così:
--Proseguano pure le loro occupazioni, come se noi non ci fossimo: la piccina, come ben vedono, è ancora innocente; e, per conto mio, ciò che non fa male alla piccina, non mi disturba affatto.
Disse ciò da filosofo e insieme da persona educata: così come si suole dire per cortesia: «Seguiti, o signore, a fumare lo stesso! A me non disturba il fumo, anzi...»
Probabilmente i due innamorati avrebbero seguitato a fumare, anche senza permesso.
La ragazza sorrise, cioè distese in su le estremità delle rosse labbra e socchiuse i suoi grassi occhietti. Il giovane, invece, aggrottò le ciglia, e parve pensare se quelle parole contenevano l'offesa di una ironia. Ma no! Allora sorrise anche lui, e ringraziò.
Poi si stabilì un certo scambio di parole fra le due coppie di commensali.
Aspettando che il cameriere portasse in tavola, la ragazza fece conoscere meglio alla mimma quei gnomi di terracotta che ornavano la terrazza, in figura di vecchietti ridenti, barbuti ed incappucciati; e le spiegò che quei coboldi incappucciati non mangiano le bambine, nè buone nè cattive; ed infine le mostrò l'imagine sua di angeletta deformata nelle spere di vetro. Ciò fece molto ridere la mimma. E il signor Aurelio fu molto riconoscente alla graziosa _grisette_.
Poi vennero i maccheroncini fumanti nel pomidoro nuovo e nel burro: venne la minestrina leggera per la mimma, ed allora ognuno badò ai fatti suoi.
Ma poi accesa la sigaretta, lui e anche lei, lui, il bel giovane, disse al signor Aurelio:
--Eppure, veda, caro signore, vi sono dei brontoloni, specie certi vecchi barbogi e puritani, che in una sala di albergo si scandalizzano se trovano una coppia, così come noi, _tête-à-tête_, che fa all'amore. È invidia. Creda, tutto invidia.
--Certo è invidia, invidia dormente--rispose l'uomo filosofico.--Io però non la provo affatto. Io provo un altro ben diverso sentimento quando vedo due giovani, come voi due, avidi,... avidi di confondere il loro essere in un essere solo.
--Mi piace la frase--disse il giovane.--Ma tu, Argia, non ne hai capito niente, vero?
L'Argia sosteneva che aveva capito benissimo, e poi, disse:
--Il sentimento, mi dica il sentimento che lei, signore, prova quando vede due giovani che si vogliono bene.
L'uomo filosofico meditò e poi disse:
--Oh, una gran cosa, sublime e terribile! Veda, signorina, comunemente il pubblico, quando osserva due amanti camminare su e giù per i luoghi solitari; o, a tavola, negli alberghi, come può essere qui, li vede alternare un boccone e un sospiro; e lasciare in pace la bistecca per appiccicarsi per mano; e fare sbocciare piccoli baci dalle labbra socchiuse, ebbene allora il pubblico grossolano crede e giudica che ciò sia cosa immorale. Ma niente affatto...
--Ma sicuro...--disse l'Argia con molta approvazione.
--Adagio: la mi lasci finire, signorina. Per me i due innamorati non sono due che si divertono; ma due meschinelli, due inconsapevoli lavoratori e servi di quella grande autocrate che si chiama Natura, i quali, poveretti, ubbidiscono a certe leggi che impone questa fatal Natura. A me è accaduto lo stesso come accade a voi. Ho amato, ho baciato e poi..., e poi e poi è nata quella lì. Allora ho sentito la mia giovinezza morire, ed ho sentito che la mia vita non aveva più altro ufficio che quello di difendere questo piccolo debole fiore delle mie carni.
L'uomo filosofico prese la Pina sulle ginocchia e la guardò con grandi occhi, umidi e dolci; e domandò:
--Lei non ha mai pensato a queste cose, signorina?
La graziosa Argia questa volta non rise.
Ma il giovane, recingendo alla sua bella amica il fianco, disse:
--Lei deve essere filosofo, caro signore. Ma in verità ella è troppo filosofo, e perciò non è più filosofo. Anch'io sono filosofo e come studente di medicina, è quasi un dovere essere tale. Certamente io convengo che la natura imponga queste leggi. Ma il nostro dovere di uomini civili è di non pigliarlo sul serio il codice semi-barbaro della natura. Frodarle fin dove si può queste leggi! Questo sì è il segreto della vita!
--E se non si può?--richiese il signore.
--Se non si può--disse in tono di suprema rassegnazione il giovane,--si è dei deboli, cioè bisogna accettare di essere infelici. Ecco tutto. Ma bisogna potere! Pensi, caro signore: non abbiamo mica noi, nascendo, approvato, firmato e sottoscritto il contratto feroce che la Natura ci ha imposto! È lei che ce lo ha imposto. Chi non lo sa? È una delle prime nozioni di fisiologia: _alla natura brutale niente importa di noi, ma la conservazione di noi come specie_. Invece a me importa moltissimo di me e niente affatto della conservazione della specie. Io perciò come persona intelligente, mi ribello ai decreti imperiali della natura, o quanto meno cerco di raccogliere le rose e buttare via le spine. L'Argia, quest'amabile fanciulla, possiede anche lei un'intelligenza filosofica istintiva e condivide queste mie idee; e perciò tutti e due facciamo un amore facile, piacevole, direi così, sportivo; e molti giovani fanno come noi, e fanno saviamente. E lei che mi risponde ora, caro signore?
L'uomo chinò il capo.
--Lei è destinato ad essere più felice di me, e perciò a vivere di più--disse e guardò a lungo la sua piccola Pina.
Poi sospirando aggiunse:
--Tutto il mio mondo è qui, in questi quattordici chili di carne! Qui stanno tutte le leggi della vita, per me!
Era sera oramai.
Mise alla Pina la berretta di lana e la mantellina.
* * * * *
Altre coppie intanto dall'amore «sportivo» cominciavano ad occupare rumorosamente qua e là i tavoli. Col nascere delle tenebre cominciava la giornata gaia del piacere per gli amanti più saggi. Per lui si chiudeva.
* * * * *
Ricondusse la Pina all'albergo, voltò la chiave della luce elettrica, e la bella stanza si illuminò di bianchezza con gran piacere della Pina.
Il signor Aurelio le tolse poi le vestine, e la mise sotto le coltri; dicendole che stesse buona e dormisse.
Ella dormiva. E lui guardava con occhi di infinita domanda quella strana imagine che era sopra il letto: Maria Vergine, vestita di azzurro, con gli occhi in su, sopra un arco di stelle!
--Quella lì--mormorò il signor Aurelio--è destinata a correggere i tremendi decreti di Dio o della Natura. Ma che ne sai tu, povera imagine?
LE OLIMPIADI E LA SIGNORINA OLIMPIA.
--Lei faccia i suoi libri e vada via!--scoppiò a dire il signor professore contro di me.--E via subito, subito, subito. Fuori da quest'aula!
E la mia giovinezza fu tutt'ad un tratto investita, assalita da quell'uomo congestionato in faccia, che mi respingeva con parole di minaccia, coi gesti, con la persona, finchè l'uscio della scuola fu ribattuto contro di me.
E ancora sento e vedo lo stupore e il silenzio dei miei compagni. Ma che misfatto mai avevo commesso? Quale malefizio avevo mai perpetrato contro quell'uomo? Quale lebbra era apparsa in me, giovinetto, per essere espulso a quel modo?
Io mi trovai solo, nella strada, coi miei libri di greco: le tempie che mi martellavano, il pensiero che non si fissava più se non in un'unica idea: la licenza liceale perduta, il mio avvenire distrutto, il mio povero babbo... E allora cominciai a lagrimare.
E così lagrimando mi accorsi che non ero più tra le vie tumultuose della città; ma seduto su di una banchetta solitaria dei giardini pubblici, e sopra di me i tronchi protesi e neri di un'antica pianta si aprivano pudicamente, meravigliosamente con le loro infinite gemme di petali rosa, e più sopra ancora splendeva l'azzurro del cielo.
Era il dolce maggio.
Ma quale misfatto avevo io commesso?
Lo dirò candidamente ora che la tranquillità è ritornata nel mio spirito, e molto tempo è trascorso.
Io avevo allora diciotto anni ed ero un buon scolaro di greco e di latino. Ero ossequiente alla mitologia greca, credevo alle virtù dei Greci e dei Romani. Credevo, senza che il mio pensiero avesse sino allora sollevato alcun dubbio, in Giove Tonante, nei Titani, nelle Muse, nelle regole di grammatica e di retorica. Ero, insomma, un bravo figliuolo, un buon figliuolo, ed anche un gentile ingenuo figliuolo.
Ma il vero è che in quel giorno io avevo inconsapevolmente offeso il mio professore di greco in ciò che di più delicato e sensibile ha l'uomo, cioè nella sua vanità.
Ma quale colpa ne avevo io se ignoravo nella mia candida anima l'esistenza di questo punto vulnerabile nell'epidermide coriacea dell'uomo? Se lo studio delle virtù greche e romane mi avevano quasi instillato la convinzione che dire la verità fosse il miglior modo di mettere in pratica quelle illustri virtù?
Dunque in quel giorno si spiegava un passo di autore greco e vi si trattava delle Olimpiadi. Io sostenevo che le Olimpiadi erano uno spazio di quattro anni nel complicato Calendario dei Greci; il professore sosteneva che esso era di cinque anni. E certo io avevo più ragione di lui! Ma poi la disputa si inacerbì e, non so come, mi vennero fuori queste vere ma infelici parole, cioè che anche i professori di greco si preparano sulle versioni letterali dal greco.
Non l'avessi mai detto!
Quel maestro di umanità perdette d'un tratto ogni sua umanità, divenne furente e mi scacciò, come ho detto.
* * * * *
Dunque io lagrimavo silenziosamente sulla banchetta dei giardini pubblici, sotto quella dolce fiorita di rose, e un cantare lontano di uccelletti pareva come aiutasse le timide gemme a sbocciare.
Allora mi accorsi di non essere solo sulla banchetta.
Una giovane donna sedeva presso di me.
Io fino a quel giorno avevo conosciuto, anzi avevo combattuto con i tre generi, maschile, femminile e neutro; ma ignoravo che cosa fosse quell'essere delizioso e perfidamente saggio che è la femmina.
Era bella? era elegante colei che sedeva presso di me? Io ben sentivo il languore di due grandi pupille nere che sempre più si venivano scostando da un fine libro e si posavano, quasi avvolgendomi, sulla mia giovinezza lagrimante.
Alla fine udii una voce pietosa e quasi materna che mi rivolse queste parole:
--Perchè piange, se è lecito domandare?
Così cominciammo a parlare, ed io raccontai tutta la mia disavventura, dalla questione delle Olimpiadi a quell'espulsione feroce, la prima grande sventura della mia vita.
Ella ascoltava. Un grazioso sorriso di meraviglia e di pietà balenava sulle sue labbra. Il volto, un po' chinato, mi si faceva sempre più da presso: un volto pallido, ambrato, fine, strano, delimitato da un velo nero che si inarcava sulla fronte: perchè all'infuori di quel volto bianco, di due nude bianche mani, tutto era nero: tutta chiusa ella era in una veste nera. Ma non ne emanava alcun fantasma di morte o di lutto; ma come un profumo esotico e forte.
A quel profumo anzi io sentivo sobbalzare l'anima mia stranamente, e quasi sbocciare come sbocciavano le gemme della pianta che si allargava sopra il mio capo. E ciò mi dava un senso di nuovo piacere, che nasceva dal mio dolore.
Diceva ella ogni tanto:
--Oh, che roba! Che orrore! _Pauvre enfant!_
Poi con volubilità che quasi mi offese, mi pregò che le spiegassi quella storia delle Olimpiadi.
Che cosa le potevano interessare le Olimpiadi?
--Così--disse con un sorriso ambiguo--, è perchè anch'io mi chiamo Olimpia.
Allora io cominciai a raccontare.
--Ella deve sapere, signora--dissi--che nell'anno 776 avanti Cristo, cioè 23 anni prima del 753, anno della fondazione di Roma...
A queste mie parole la signora strabiliò, e inarcò le grandi ciglia.
--E lei, così giovane,--disse--deve ricordare tutte le cose dai secoli delle Olimpiadi sino ad oggi? Ma se io non ricordo più nemmeno quello che è avvenuto ieri! _Ah, pauvre enfant!_
E mi guardò con intensa pietà.
Io andai avanti e le spiegai tutta la storia dei giuochi Olimpici: cominciando da quel re briccone di Enomao, che sfidava alla corsa dei cocchi tutti i pretendenti alla mano della bella sua figlia Ippodamia,--ma siccome l'asse dei cocchi era di cera, veda, signora, così tutti cadevano vinti.
--Oh, che birbante!--disse la signora Olimpia.--Ma oggi sarebbe squalificato quel signore!
--Ma un bel giorno--proseguii--nella terra Apia arrivò Pelope, figlio di Tantalo.--La storia di Pelope e dei suoi cavalli fatati interessò moltissimo la signora, specialmente quando imparò la sua vittoria su Enomao, il suo sposalizio con Ippodamia.--E da queste nozze poi nacque Atreo, che fu padre di Agamennone e di Menelao.
--Oh, guarda--disse la signora Olimpia, e sorrise in modo che mi sconcertò.
--Ho detto qualche sciocchezza forse, signora?
--Ma niente del tutto--e rideva gaiamente.
Ma poi si fece seria e mi domandò:
--E lei deve sapere tutte queste cose?
--Ah sì, e altre ancora.
La signora si strinse le tempie con le mani, come fosse stata colta da un accesso improvviso di emicrania.
Domandò:
--E cosa prendono di paga i vostri professori, che insegnano tutte queste cose?
--Due o tremila lire, credo, signora.
--All'anno?
--Sì, signora, all'anno.
La signora parve sbalordire.
--E anche lei, se volesse fare il professore, prenderebbe lo stesso?
--Così credo--risposi.
I grandi occhi della signora Olimpia espressero una grande pietà.
Disse:
--Ma se io ne spendo quasi altrettanto per le calze...!
Allora stupii io:
--Per le calze, signora?
--Sì, calze e accessori--si affrettò correggendo. Ma poi parve pentita delle sue parole.
Domandò di vedere i miei libri greci: li girò in alto, in basso come una cosa nuova.
Dissi io allora:
--Anche lei leggeva, signora.
--Ah, il mio libro non si può vedere: e sigillò il libro, posando sulla busta di cuoio la mano.
Io non insistetti e tacqui.
Ma dopo un poco mutò pensiero.--Guardi--mi disse audacemente.
Guardai. Era un libro francese, un romanzo. Non lo avevo mai letto; ma il titolo non mi era nuovo. Poi ricordai. Ricordai che un giorno mio padre, parlando con un magistrato di quel libro, aveva detto: «Finchè non riuscirete a togliere dalla circolazione questo genere di libri, le vostre leggi non rappresenteranno che un'ipocrisia sociale di più».
--Non ha letto mai questo libro?
Io arrossii grandemente.
Per me? per lei arrossii che leggeva quel deplorevole libro? Non so: mi sentivo un gran calore nelle vene.