Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 8

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Messer Geri, rimasto solo nel giardino, e punto acerbamente dalle ultime parole di Guglielmo, durò per qualche tempo a andare da sù e giù con passo concitato, sbuffando e sfogando in modi strani lo sdegno e il furore; e tornato che fu nelle sue stanze, si coricò, nè potè chiuder occhio in tutta la notte. La povera fanciulla non è da domandare se struggevasi in pianto, e se anch'ella passò notte travagliatissima col doppio coltello nel cuore del suo Guglielmo che doveva allontanarsi da lei, e dello sdegno e del furore di suo padre, ch'ella si aspettava terribile; nè s'ingannava.

Egli nella notte avea preso partito della infelice figliuola; e come fu giorno, senza fiatarne a persona, si fece sellare un cavallo, e preso seco un valletto, uscì dalla porta S. Gallo, nè si fermò sino a che fu in Mugello ad un monastero di donne, dove era badessa una de' Cavalcanti suoi consorti. Smontato quivi e conferito con lei, come prima si fu un poco ristorato ed ebbe riposato i cavalli, cavalcò di nuovo e la sera medesima fu tornato in Firenze.

La Bice era stata un'intera giornata senza vedere o sentir altro, nè sapeva che cosa pensare; ma non ne pigliava punto buon augurio: domandava la sua fida cameriera che cosa ella ne pensasse; si provava a mandarla domandando qualcosa ad alcun famigliare; ma nulla potè raccogliere, se non che messer Geri era fin dalla mattina montato a cavallo, nè più si era veduto; ed essa ingegnavasi d'indovinare, perchè dopo la tanto fiera battaglia della sera innanzi, suo padre, così turbato come dovea essere, cagionoso e vecchio a quel modo, fosse uscito di Firenze a cavallo con un solo valletto: e qualunque pensiero le venisse alla mente, non era se non triste e di sinistro presagio.

Che tra Guglielmo e lui non c'era stato nulla di grave da doversi allontanare dalla sua casa per paura del duca lo sapeva, perchè la sua cameriera era rimasta a spiare il tutto; Guglielmo dovea partire quel giorno stesso per il campo, e Geri sapevalo; nè la sua gita poteva riferirsi a cosa che toccasse Guglielmo; e ne inferiva che lei sola poteva riguardare, e ne stette in continuo tremore tutto quel giorno e la notte appresso, ed i più orribili sogni turbarono quel brevissimo sonno ch'ella potè pigliare.

Come prima fu fatto giorno, messer Geri mandò per la cameriera della Bice, garrendola con fiere parole dell'aver secondato l'amore di lei; e datale assai quantità di denaro, le comandò che, senza metter tempo in mezzo, dovesse uscirgli di casa, senza nemmeno rivedere la Bice; ed alla Bice mandò dicendo che mettessesi in assetto per uscir di Firenze il giorno di poi, deliberato di non più rivederla; o per vero sdegno, o forse per timore che le lacrime e le preghiere di quella angelica creatura potessero vincere il suo fiero proposito.

Pensi, chi ha cuor gentile, l'angoscia e la disperazione della sventurata! Intanto anche messer Geri metteva tutto all'ordine per la partenza della figliuola: le diede tosto una nuova cameriera; fece il suo testamento, nel quale la diseredava, se non quanto concedevale la legge, lasciando per rimedio dell'anima sua tutto ciò che eragli rimasto dal fallimento degli Scali: e la mattina di poi per tempissimo, la Bice, accompagnata da un vecchio famigliare, e dalla nuova cameriera, uscì di Firenze, avendo fatto pregare e ripregare invano quel fiero vecchio, che almeno le concedesse di rivederlo e di baciargli la mano.

Povera innocente! qual cuore doveva essere il suo! Quante lacrime, quanti sospiri! Per tutta la strada stette col volto coperto di un velo nero, nè si saziava di piangere, ed era straziata da mille pensieri, uno più doloroso dell'altro. Quel vecchio che erale stato dato per guida sapeva essere tutto cosa di suo padre, e di animo come lui ritroso e acerbo, nè si attentava di domandargli nulla: la cameriera non sapeva chi fosse, nè mai le volse una parola. Ma all'ultimo, straziata dall'incertezza, domandò al famigliare dove mai l'avesse a condurre; e questi con parole benigne più che la sua natura non comportava rispose che dovevano andare in Mugello, non sapeva a che fare; e solo poteva dirle che avea in commissione di fermarsi al monastero di S. Piero in Luco per recapitare una lettera a quella badessa. La povera Bice comprese tutto; e dato un gran sospiro, volse gli occhi al cielo, rassegnandosi alla sua sventura, e rimettendosi nella misericordia di Dio; nè più fece una parola in tutto il non breve cammino, pensando solo alla spietata crudeltà di suo padre, e tribolandosi col pensiero che forse non avrebbe più mai potuto riveder il suo Guglielmo. Il monastero di S. Piero in Luco fu il primo monastero di donne dell'ordine di Camaldoli, fabbricato nel secolo undecimo dal beato Rodolfo Camaldolese in un luogo a piè dell'Apennino, dove per antico fu un oratorio dedicato a S. Pietro. Circondato da fitta selva di abeti, e chiuso per ogni parte da aspre montagne, era orrido mirabilmente, e faceva strano contrasto col ridente paese che si percorreva prima di giungervi. Appena i tre arrivarono in vista del monastero, il vecchio disse alla fanciulla: _Madonna, là dobbiamo andare_. Bice alzò il capo, e veduto quell'orrore, sentì stringersi il cuore, e fu quasi smarrita; e come scese da cavallo poteva appena reggersi in sulla persona, ed a stento fu condotta nel monastero. La badessa non si fece aspettare lungamente, e mosse incontro alla fanciulla con parole ed atti di somma benignità, che furono balsamo alle gravi ferite onde sanguinava il suo cuore: per che baciolle affettuosamente la mano, e lasciò cadersele sul seno, dando in un dirottissimo pianto. La badessa, come dissi, era della casa Cavalcanti, una donna sui quarantacinque anni, di aspetto nobilissimo, e di bella maniera: le si vedeva tuttora nel volto gran parte di quella bellezza, che doveva averla fatta ammirare tra le fanciulle del suo tempo; e benchè avesse voce di santità tra quelle suore, tuttavia si sapeva che un amore contrariato l'aveva condotta a seppellirsi in quel chiostro; e non era stata più lieta; ma nel suo volto era sempre dipinta la mestizia e il dolore. Vedendo pertanto la disperazione della Bice, e sapendone la cagione, perchè Geri le aveva detto minutamente ogni cosa, se non quanto avevalo foscamente dipinto, e taciuto il nome del cavaliero, ritornò col pensiero agli anni suoi giovanili: nella giovane de' Cavalcanti ritrovò se stessa al tempo della sua giovinezza, e se ne intenerì per modo che le lacrime le piovevano dagli occhi più abbondanti per avventura di quelle della Bice. Quando ambedue ebbero dato ampio sfogo a' diversi affetti che le combattevano, la badessa, presa per mano la Bice, la condusse nella cella, e quando furono sole le disse:

— Figliuola mia, fatti cuore, il Signore ti perdonerà.

— Madre mia dolce, ma perchè mi hanno condotta qui?

— Messer Geri tuo padre vi fu....

— Ah, il mio diletto padre: mi amava tanto....

— E ti ama tanto anche adesso; ma tu lo hai disubbidito: hai fatto onta alla casa di lui....

— Ah, madre mia; egli è il più leal cavaliere, il più gentile, il più bello, onde si onori tutta Provenza; il suo amore è puro come quello degli angioli: non vuol far onta, ma vuole onorare la casa dei Cavalcanti; e mio padre riverisce ed onora quanto è degno. Io non posso disamarlo.... Ah voi non conoscete le forze d'amore; e però condannate me come figliuola disubbidiente, nè sapete avermi compassione come amante.

A queste parole la badessa si commosse tutta quanta; e dimentica della sua età e della sua qualità, stava per dire alla Bice, come pur troppo ella avesse provato le forze d'amore, e come le avesse tenerissima compassione; ma seppe vincer sè stessa, e le disse:

— Figliuola, non dire che io non ho compassione di te: ma la disubbidienza al padre è troppo gran colpa.

— Speravo che il mio smisurato affetto di figliuola; che la riverenza in che lo ha Guglielmo; la sua prodezza, la sua cortesia, il suo profferire la vita per la libertà della nostra terra, dovessero ammollire il cuor di mio padre.

— Ma intanto lo accoglievi presso di te: e questo non è dicevole a gentil fanciulla.

— Madre mia, doveva partire per la guerra; come poteva non dirgli addio?

La badessa sempre più sentiva commuoversi, e volle troncare ogni ragionamento, non assicurandosi di poter conservare a lungo la sua gravità, e continuare le sue ammonizioni: il perchè, confortata come meglio seppe la Bice, la condusse nella cella assegnatale, chiedendole solo che pregasse il Signore di ricondurre a pensieri più miti suo padre.

CAPITOLO XVI.

LE LOGGE DE' GRANDI, E SPECIALMENTE QUELLA DE' GHERARDINI.

A Firenze frattanto la duchessa avea già saputo questo fatto della Bice, ed era tutta lieta che la sua arte fosse riuscita a fine così desiderato: già era ita la novella per tutta la città; e per le logge de' grandi non si faceva altro che dire, chi biasimando, e chi lodando la crudeltà di messer Geri. Ma siccome il lettore ha sentito spesso parlare di logge de' grandi, ed un fatto che si lega in gran parte al soggetto di questo racconto avvenne appunto in una di tali logge, così sarà buono il dare qualche breve notizia di esse, che sono cosa singolare nell'antico viver de' fiorentini, e che sarà cosa nuova per un gran numero di lettori. Le logge erano o accanto o vicino ai palagj, ed erano segno di nobiltà; e solo poteano aver loggia le famiglie de' grandi, che vi solevano stare, come si direbbe, a conversazione, parlandovi o di negozj, o di cose di stato, o trattenendovisi per puro diletto. Fu tempo che le logge si tenevano in tanto rispetto, che fin la giustizia era in qualche modo trattenuta da esse, dacchè servivano come di asilo a' rei; e si legge nell'Ammirato, che nella loggia degli Elisei, se gli fosse venuto fatto di rifugiarvisi uno condotto al supplizio, si intendeva esser subito salvo. Ma quando il popolo minuto venne al governo della repubblica, mal sofferse questi privilegj; e rinforzati gli statuti ordinati ad abbassare l'autorità de' grandi, si racconta che uno de' Buondelmonti fu condannato in trecento fiorini d'oro per aver fatto difesa in salvare un tale, che si era ricoverato nella loro loggia di Borgo Santi Apostoli, dicendogli l'esecutore che sotto il governo di popolo i privilegi de' magnati non avevano più luogo.

A mostrar poi che queste logge servissero all'uso detto qua dietro, ricorderò che in quella de' Rucellai fu conchiuso da Giovanni di Paolo Rucellai, che la fece fare, il matrimonio di tre sue figliuole ad un tempo; e ricorderò le parecchie disfide di giuoco a tavola reale ed a scacchi che vi si facevano; specialmente nel secolo XIII e XIV, fra le quali è famosa quella di quel Saracino, detto Buzzeca, il quale, venuto a Firenze circa al tempo che Carlo d'Angiò fu coronato re a Napoli, fece prova di giocar pubblicamente agli scacchi dinanzi al conte Guido Novello, vicario in Toscana per il re Manfredi, co' più valenti giocatori della città ed in un tempo medesimo su tre scacchiere diverse, su due a mente e sulla terza a veduta. Altra testimonianza di queste pubbliche giocate l'abbiamo ancora appresso il Sacchetti, là dove racconta che Guido Cavalcanti, giocando alli scacchi, diè uno scappellotto ad un ragazzo che gli mandava tra' piedi una sua trottola, e che il ragazzo se ne vendicò, inchiodandogli la guarnacca sulla panca.

Tornando alle logge, esse erano parecchie in Firenze, tra le quali principalissime la loggia degli Adimari, e anche de' Cavicciuli alla fine del Corso degli Adimari, oggi Via Calzaiuoli, dalla parte della piazza della Signoria; e questa dall'Ammirato si dice essere stata chiamata la _Neghittosa_: la loggia degli Agli, sulla loro Piazza: la loggia degli Alberti in capo di Borgo S. Croce, nel luogo detto le _Colonnine_, dove ora è un caffè: de' Buondelmonti in Borgo Ss. Apostoli: de' Bardi sulla via che prende nome da essi: de' Cavalcanti in Baccano: de' Cerchi in Via de' Cimatori: de' Canigiani in via de' Bardi: de' Frescobaldi a piè del ponte a S. Trinità, di là d'Arno: de' Gherardini in Por S. Maria, ora Mercato Nuovo: de' Guicciardini nella via che da loro si nomina: de' Peruzzi sulla piazza del loro nome: de' Rucellai nella Vigna, la qual loggia fu fatta con disegno di Leon Battista Alberti, e si vede tuttora, sol che ha gli archi murati: de' Tornaquinci sul canto loro: degli Albizzi nel borgo che ha il loro nome; e così degli Elisei, degli Agolanti, de' Medici, degli Uberti, dei Pulci, de' Giandonati, de' Pilli, de' Macci, de' Giugni; e de' Pazzi, Pitti, Tornabuoni, Gianfigliazzi, Spini, Soderini.

Altro segno di nobiltà nelle case de' grandi erano i fanali di ferro, o lumiere, come già si dicevano, che si scorgono tuttora alle cantonate di alcuni palagj; ed oltre all'essere segno di nobiltà, era pure di celebrità o nella toga o nelle armi o nelle lettere.

Fra tutte le lumiere che vedonsi ancora in Firenze son degne di essere osservate con attenzione quelle del palazzo Strozzi, lavorate con tanta industria e con tal magistero che non hanno pari; dacchè le belle parti che entrano in una nobile fabbrica sono state in esse divisate, veggendovisi le mensole, le colonne, le cornici, i capitelli fatti con meravigliosa diligenza, e messi insieme con tanta cura che pajono tutte d'un pezzo. Sono opera di Niccolò Grasso fiorentino, e si raccoglie dalle memorie di quel tempo che costarono cento fiorini d'oro l'una, che, ragguagliati alla nostra moneta, sarebbero circa a due mila lire.

In una delle nominate logge, ed appunto in quella de' Gherardini, là in Por S. Maria, sul canto di Borgo Ss. Apostoli dalla parte del Ponte Vecchio, stavano raccolti quel giorno parecchi cittadini di Firenze, parte sollazzando, e chi ragionando delle speranze quasi certe della vittoria. Fra questi era maestro Dino del Garbo, tutto attento ad un giuoco di scacchi; e mentre l'uno diceva una cosa e l'altro un'altra, eccoti passar di lì Cecco d'Ascoli con frate Marco, nel momento appunto che il discorso era caduto sul fatto della Bice de' Cavalcanti: e come si era sparso che a questo amore aveva prestato favore maestro Cecco, così un bell'umore fiorentino, assai conoscente di lui, lo ammiccò che andasse là, col proposito di ridere alle sue spalle.

Cecco tenne l'invito, ed andò nella loggia col frate, e tosto si cominciò a entrare nei ragionamenti della guerra.

— Ma dunque, maestro, la vittoria è sicura — disse il bell'umore; un giovanotto tutto azzimato e leggiadro, quasi sbarbato, se non quanto una lieve lanugine bionda gli fioriva le guance e il labbro di sopra.

— Quanto promettono le stelle, e il valor della gente di messer lo duca, è sicura.

— Ah le stelle.... E voi ragionate con le stelle come con le persone, è vero? Ed esse vi odono così in alto come sono? Ma non è sola la gente di messer lo duca che combatte, vi ha pure la gente de' fiorentini....

— Anche i fiorentini vi sono, e son valorosi; ma e' sono troppo pochi al bisogno, e a molti di essi suona un poco pauroso il nome di Castruccio, e hanno pensato meglio di restare a Firenze, comecchè giovani ed aitanti.

Il bell'umore intese la bottata, e la ingollò con un po' di stizza; ma altri giovani che erano nella loggia la intesero pur essi, e un di loro si volse come un aspide a Cecco.

— Eh, bel maestro, che dite voi di paura e di Castruccio? I fiorentini non hanno paura nè di Castruccio, nè di duchi, nè di imperatori; e voi fareste senno a non insultare di più questa città.

— Bel messere, lo so, che i fiorentini non hanno paura nemmeno degli imperatori; e mi ricordo bene di Enrico di Lussemburgo, che dovè levare l'assedio da questa nobile città. Io volli solo mordere dolcemente quel donzello che motteggiava con me: se ho detto qualcosa di men che onorevole ai fiorentini, me ne chiamo in colpa.

E quegli che dicea prima:

— Su, su, maestro Cecco non lo ha detto per male, e gli vuol bene a' fiorentini.

Intanto maestro Dino del Garbo si era accorto che Cecco era nella loggia; e udendo dire che esso voleva bene a' fiorentini, ruppe le parole in bocca a quell'altro, e continuò con voce non tanto bassa che Cecco nol sentisse:

— E alle fiorentine, se fa anche da mezzano ai loro amori.

Cecco dissimulò questa bottata, nè rispose verbo; ma disse così di traverso e a modo di sentenza questi due versi di Dante, torcendoli al suo proposito:

Superbia, invidia e avarizia sono Le faville che ti hanno il cuore acceso:

poi, come rispondendo al suo difensore:

— Non ci ha dubbio che loro vo' tutto il mio bene, che amo la loro gloria e il loro buon stato, e che vorrei pur vedere alcuno dei prodi e gentili cavalieri di messer lo duca onorare di loro parentado le case nobili fiorentine; e ciò sarebbe potuto cominciare ad essere per opera mia, se la invidia e il mal talento non avessero fatto ogni sforzo contro il proposito mio, conducendo un ottimo vecchio quasi alla disperazione e all'odio della propria figliuola; e la più bella e gentile fanciulla di questa terra ad essere sepolta viva in un orrendo chiostro.

Queste parole disse Cecco per temperare la mala impressione che sull'animo degli uditori potesse aver fatto maestro Dino, quando toccò del suo fare il mezzano; e le disse con tono alquanto concitato, acciochè Dino comprendesse che gli erano note tutte le arti da esso usate contro l'amore della Bice, per odio e per invidia che aveva a lui.

Maestro Dino comprese il veleno di quel discorso, e come colui che era di ardentissima natura e di primo impeto, e l'odio che aveva con Cecco era veramente mortale, sentì accendersi di subita ira, e rittosi dalla sua panca, andò contro di esso tutto infuriato; e se non fosse stato trattenuto, avrebbe certo fatto cosa disdicevole alla sua gravità ed alla sua dottrina. Le esortazioni degli amici lo calmarono un poco; ma non potè fare che, rivolto a Cecco, non gli dicesse con piglio di minaccia:

— Tu ami la gloria dei Fiorentini? ed hai faccia di dire tal cosa, quando da te sono stati beffati Dante e Guido Cavalcanti, che sono le glorie maggiori di questa terra? quando l'amore di una de' Cavalcanti con un cavaliere straniero tu secondi per questo solo, che alle beffe dette contro di Guido, vuoi aggiungere il vituperio di messer Geri suo congiunto? E osi parlare di invidia e di mal talento tu, che sei consumato da queste abominande passioni, che informano ogni atto, ogni parola tua? Firenze è ben generosa che comporta di vedersi in seno i tuoi pari.

E come Dino diceva tali cose con voce alta e molto concitata, così la gente cominciava a radunarsi attorno alla loggia. Cecco sapeva quanta autorità avesse egli in Firenze, e vedeva bene che questo non era nè il tempo, nè il luogo da rispondere per le rime a quel vecchio insensato; il perchè si frenava quanto più poteva, e da ultimo temperatamente rispose:

— Maestro Dino, io non ho mai beffato, ho solo combattute le dottrine teologiche e filosofiche di Dante e di Guido; questa è cosa comune fra gli scienziati, nè è mossa da verun maltalento; e dovete anche sapere che in più luoghi delle mie opere io riconosco e celebro il sommo ingegno di Dante; e dovete sapere che Dante stesso non isdegnava di aver meco commercio di lettere. Io non ho nè invidia, nè odio a veruno. Leggemmo pure ambedue insieme a Bologna pochi anni addietro; e ben vi dee ricordare come la mia scuola fosse gremita di uditori e la vostra quasi deserta. Se fossi stato invidioso di voi, me ne sarei rallegrato in cuor mio; ed invece vi giuro che me ne addolorava come di cosa che toccasse me proprio.

Questo non potè tenersi di dire Cecco per mordere maestro Dino, e per vendicarsi in parte delle acerbe cose dette innanzi da lui. Come Dino ne montasse sulle furie è facile l'indovinarlo.

— Ben mi ricordo, o sciagurato, che leggemmo insieme a Bologna, dove co' tuoi aggiramenti ti venne fatto di essere tenuto e di farti chiamare maestro; ma ricordami ancora che ti ajutavi più che con altro con la negromanzia e con la magía; e che le pestilenti dottrine da te insegnate in opera di fede ti diedero in podestà dell'inquisizione, la quale solennemente ti condannò per eretico: mi ricordo che per esserne assoluto, facesti ipocritamente ogni penitenza; che solennemente giurasti di non più mai leggere quel tuo libro condannato; e so io, e sanno tutti, come hai attenuto il giuramento; chè qui nella propria Firenze, nella città più devota alla santa chiesa, quelle medesime dottrine eretiche insegni pubblicamente, e non cessi di usare le tue arti magiche e negromantiche, stando in continuo commercio col diavolo dell'inferno, dove non andrà molto che traboccherai in eterna dannazione.

Intanto la gente si accalcava sempre più, e udendo quelle fiere parole di un uomo a cui aveva tanta riverenza, cominciava a mormorare cupamente, e molti accennavano Cecco con atti non troppo benigni; il quale, vedendo il mare in burrasca, avrebbe voluto essere in tutt'altro luogo che in quello. Però alle invettive del maestro non rispose nulla, se non queste parole con tono temperatissimo:

— Maestro, non istà bene il desiderare altrui la morte temporale ed eterna; e a voi massimamente, perchè è scritto lassù che la vostra morte sarà pochi giorni dopo la mia.

E Dino con atto di spregio:

— Ah vil paltoniere! qui non hanno luogo i tuoi vani augurj: il diavolo, a cui ti sei dato in corpo ed anima, può ben fare in persona tua qualche prodigio; ma non può nulla sulla anima e sulla vita degli ubbidienti figliuoli di santa chiesa. Va, maledetto da Dio; ben mi maraviglio — disse accennando con atto di spregio la gente raccolta attorno alla loggia — ben mi maraviglio come questi ciechi di fiorentini comportino che la loro città sia contaminata da tanta puzza. E, voi, disse rivolto a coloro che erano nella loggia, cacciate di tra voi questo eretico scomunicato.

Il popolo, sempre più crescente, sempre più si accendeva per le furenti parole di maestro Dino; e levatosi una voce, non si sa di dove, _muoja il negromante, muoja l'eretico_, mille voci ad un tratto ripeterono quel medesimo; e alcuni della loggia, istigati da Dino, facevano forza di cacciar Cecco fuori di essa, combattendosi egli potentemente per non vi andare. E già si vedeva al perso, quando ricorse all'arte per liberarsi da tal frangente. Contraffece orribilmente il volto, prendendo aria da invasato; gridò terribilmente: _Io morrò, e morrete tutti con me_; snudò la spada che aveva allato, fece atto di tagliarsi la testa, e questa fu veduta da tutti a' suoi piedi[25]; poi la loggia, e tutto Por Santa Maria, si empì di orribile e puzzolente fumo. Tutto il popolo e la gente della loggia, compreso maestro Dino, furono vinti dallo spavento, e cacciando urli orribili, e facendosi segni di croce e invocando il nome di Dio, fuggirono tutti quanto ne avevano nelle gambe, lasciando solo maestro Cecco, il quale, vedutosi fuor del pericolo, guardossi bene d'attorno, e senza dir che ci è dato, tra pauroso e ridente, andò difilato a palagio.

CAPITOLO XVII.

LA GUERRA.

Torniamo ora alle cose della guerra.