Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 7

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Finita la festa, la duchessa riprese i suoi pensieri di vendetta contro Cecco e di gelosía contro la Bice; e il duca, che anche durante la festa era stato sopra pensiero, cercò di affrettare con ogni sua forza gli apparecchj di guerra, perchè Castruccio si faceva sempre più minaccioso, e teneva in gran pensiero così lui come tutta Firenze. Prima cosa si pensò di riedificare ed afforzare il castello di Signa, preso pochi mesi innanzi da Castruccio, il quale, in onta dei fiorentini, vi fece battere certe monete piccole, con l'impronta dell'imperatore, che volle si chiamassero Castruccini. Ma poi, non parendogli agevole nè troppo sicuro il tenere quel castello così vicino a Firenze, fu da esso abbandonato, dopo averlo fatto ardere e tagliare il ponte sull'Arno. Ed ora i fiorentini, a spese del comune, lo murarono di belle mura e alte, con belle torri e forti, e fu fatto certa immunità e grazia a qualunque terrazzano vi rifacesse delle case. Dalla sua parte il duca mandò significando alle amistà, che vuol dire ai comuni alleati con lui, che spedissero ciascuna il loro soccorso: e ben tosto i Senesi mandarono trecentocinquanta cavalieri, i Bolognesi dugento, gli Orbetani cento, i signori Manfredi di Faenza cento, e il conte Ugo ci venne in persona con trecento fanti; e si fè la cerna dei pedoni per il contado fiorentino. Trattò parimente con Spinetta marchese Malaspina che entrasse nelle sue terre di Lunigiana, per guerreggiare da quella parte Castruccio, e soldò per esso in Lombardía trecento cavalieri: e il legato gliene diè dugento di quelli della chiesa. Insomma fu grande apparecchiamento: e tanto il duca quanto i fiorentini ne stavano a buona speranza, che avrebbero vinto e disfatto Castruccio con tutta la sua gente.

La duchessa intanto, come ho accennato nel principio di questo capitolo, pensava il modo di colorire i suoi fieri disegni contro la Bice; e questi apparecchj gliene diedero propizia occasione. Guglielmo era prode cavaliere, e molto savio di guerra; è necessario allontanarlo da Firenze, e mandarlo a combattere per il suo signore: nè indugiò un momento a correre dal duca per ottenere da lui che a Guglielmo fosse data nobile parte nella prossima impresa di guerra; a che il duca consentì tosto, disegnando di farlo guidatore della schiera de' feditori, che si chiamavano così, perchè erano quelli che prima ingaggiavano la pugna.

Paga pertanto la duchessa, volle da se stessa annunziar la cosa a Guglielmo, per iscrutare anche qual effetto facesse tal cosa sull'animo di lui; e fattoselo venire alla presenza, gli disse:

— Lieta novella, bel cavaliere: il duca mio signore e vostro, conosciuta la lealtà e la prodezza vostra, vi dà la più onorevole prova di estimazione e d'affetto che cavaliere possa sperare. Aspetta grande ajuto da voi nella guerra che domani si intimerà; e vi fa guidatore della schiera de' feditori.

Guglielmo a queste parole rimase come percosso da fulmine; ma, celando quanto poteva il suo turbamento:

— Madonna, rispose, grande è l'onore che il mio signore vuol farmi; e mi studierò di non mostrarmene indegno. Ma quanti non ha egli tra' suoi cavalieri più savj e più prodi di me? Che diranno essi, vedendosi a me posposti? Fate madama...

— Cavaliere, tanto è riconosciuta appresso ciascuno la prodezza e la saviezza vostra, che invidia non può averci luogo. Ben mi pare essere soverchia la modestia vostra, e pajonmi strane certe vostre parole, che accennano come a mala contentezza di tale impresa. Viltà di cuore non può essere; chè ne' vostri pari, ed in voi specialmente, non cade: vuol essere dunque alcun'altra cagione; e forse la indovino. So dell'amor vostro.... Ma ricordatevi dei compagni di Ulisse.

— Madama, all'onore non ho fallito, nè fallirò mai per veruna cagione; ma per questa meno che per qual'altra si voglia. La mia donna stessa sarebbe la prima a garrirmene, e a disamarmi.

— La vostra donna!.... Guglielmo, non so chi la vostra donna sia; so solo essere una di queste fiorentine, niuna delle quali certamente non è degna di voi. Voi prode in arme; voi della più gentile stirpe di Provenza; voi bello della persona, e di bellissima maniera; a voi si conviene donna che pareggi i vostri pregj infiniti. Anche una regina di corona si onorerebbe di essere la donna del vostro cuore.

E la duchessa diceva queste parole con tale accento, con occhi così scintillanti, che Guglielmo vide doversi spengere tosto il nascente fuoco, e disse risolutamente:

— Madama, la donna del mio cuore è a me più che regina di corona; a lei mi sono donato, e tutto, fuor che l'onore, terrò per da meno nel mondo.

La duchessa si morse le labbra dell'essersi troppo lasciata andare nel discorso, e rimase punta fieramente da queste parole; e secca secca accomiatò Guglielmo così:

— A Dio v'accomando, cavaliere: domani moverete con la vostra schiera. Ricordatevi che molto si spera dalla vostra prodezza e dalla vostra saviezza.

— Potrà fallirmi la fortuna; ma il buon volere e la lealtà non mai.

E fatta riverenza, uscì.

Maria, come prima fu uscito Guglielmo, diede sfogo alla sua gelosa rabbia:

— Ah, disleale e villan cavaliere! Ed io sono stata sul punto di palesargli il secreto del mio cuore!.... o forse egli lo ha già compreso, e me dispregia così.... Maria di Valois posposta a una vile mercantessa italiana!.... _La donna del mio cuore è a me più che regina!_ No, no, non godrai, villan cavaliere, del tuo malnato amore. Forse egli già s'incammina da questa _più che regina_ per darle l'addio....

Qui fece un atto di violenta impazienza, e chiamato a sè colui che avea deputato a spiare tutti gli andamenti di Guglielmo, gli disse:

— Siedi, e scrivi:

E sedutosi, la duchessa gli dettò:

«Messer Geri,

«In questo punto medesimo entra in casa vostra il cavaliere provenzale che donnea con la vostra figliuola. Provvedete all'onore dei Cavalcanti.

_«Un amico vostro»._

E piegatala, e fatto il recapito, aggiunse:

— Fa che tu non perda mai d'occhio Guglielmo; e se vedi che egli entri nelle case de' Cavalcanti; e tu trova tosto modo che questo foglio sia dato nelle proprie mani di messer Geri. Va.

E da capo ritornò nelle smanie.

— E questo pateríno scomunicato di maestro Cecco, che promise a me di attraversare tal pratica, egli invece è stato colui che ha trovato modo che si veggano e si parlino. E presume ancora di schernirmi, dandomi a vedere che il fece per secondare la mia volontà, giungendo per altra via al medesimo fine. Sciagurato! Ma poco ha andare che tu sarai pagato di ogni tua rea opera, tali parole disse ieri al duca il suo cancelliere rispetto a te. — E chiamato un valletto, gli comandò che fosse al cancelliere, pregandolo che gli piacesse di venire da lei. Era questo cancelliere del duca un frate minore, vescovo d'Aversa, che appunto il precedente giorno aveva dato a conoscere al duca quanto fosse disdicevole il tenere presso di sè maestro Cecco, condannato già per eretico, in voce di negromante, e mancatore al fatto giuramento di non insegnar più le sue pestilenti dottrine; ma il duca non aveva dato cenno di volersi risolvere a nulla contro di lui, cui egli riputava scienziato solennissimo, ed era anzi ambizioso di tenerselo appresso. Esso frate avea disegnato di tentare a questo proposito l'animo della duchessa, per modo che ricevè lietamente l'invito di recarsi da lei, parendogli che veramente dovesse venirgli la palla al balzo, e tosto le fu dinanzi. La duchessa accolselo dolcemente; e fattolo sedere appresso di sè, con accorto parlare gli disse:

— Messere, io sto in un forte dubbio circa la mia coscienza, e non trovo bene di me; consigliatemi voi.

— Madama, rispose il frate, gli anni migliori miei gli ho passati nello studio della loica e della teología, e tutto quel poco di frutto che posso aver fatto, mi recherei a gran merito il poterlo spendere per voi.

— Sapete che il duca, mio e vostro signore, ha qui nella sua corte maestro Cecco d'Ascoli, cui egli in gran maniera riverisce per sommo scienziato e letterato. Non so se questa scienza di lui sia così grande; ma so, che egli fu condannato per eretico a Bologna: e benchè chiedesse perdonanza, e l'ottenesse mediante un giuramento di più non insegnare false dottrine, nondimeno si dice che al giuramento sia venuto meno, e che professi la eresía come prima. Se questo fosse vero, s'intende egli che sia come non fatta la perdonanza? può un buon figliuolo di santa chiesa tenerlo appresso di sè, e comunicare con lui? oppure si intende che partecipi alla scomunica chi nol fugge e caccia via?

Il frate, che vedeva essergli la palla venuta al balzo da sè inaspettatamente, non vi so dire se ne fosse lieto; ma, celando la letizia, e componendo il volto a solenne gravità:

— Madama, non ci ha dubbio che sia eretico relasso chi, condannato e perdonato, ritorni da capo al vomito; nè ci ha dubbio che partecipi alla scomunica chi, sapendolo, comunica con esso lui; nè può non tenerne gravata la coscienza chi nol caccia da sè, e nol denunzia alla santa inquisizione. Fino da ieri, sapendo di questo sciagurato ascolano, ne parlai con monsignore lo duca, pregandolo che cessasse da sè tanto scandalo, nè volesse incorrere nello sdegno e nelle censure di santa chiesa; ma egli non fece segno che gli piacessero le mie parole; e non posso dire quanto io ne sia addolorato per esso.

— Il duca ha troppo gran concetto della scienza di Cecco, e troppo gli sta a cuore di aver nella sua corte un astrologo così valente com'esso è: nè può, se non in casi estremi, risolversi a cacciarlo da sè.

— Non è scienza quella che contrasta alle sante dottrine della fede cattolica; ma è istigazione diabolica, che mette nella bocca del peccatore eretico parole e sentenze che a' volgari pajono scienza, e molti ne sono condotti a perdizione; e Dio voglia, che anche monsignor lo duca non sia sopraffatto da questo maledetto da Dio....

— Messere, voi mi spaventate....

— Ma lasciamo per ora star questo. Altro pericolo, e non lieve, porta con sè il favor dato a Cecco. Egli è ben noto a Firenze, perchè in quella sua sciagurata _Acerba_, fieramente si mostra avverso a Dante Alighieri, di cui questa terra tanto, e tanto degnamente, si onora; nè dubita di profferir parole di scherno contro di lui e della sua Commedia; e non dubitò parimente di scriver contro a messer Guido Cavalcanti, un altro illustre figliuolo di questa città. Il perchè pochi sono quei fiorentini che nol vedano di mal occhio, e che non si tengano come scherniti dal duca, accusato da parecchi di aver condotto seco, e di accordare il suo favore a Cecco per dispetto de' fiorentini e di Firenze. E il mal talento de' fiorentini si accresce alla giornata, perchè, non contento questo tristo di quello che contro al nome fiorentino ha scritto per addietro, studia ogni modo da accumular vituperj; ed è giunto a tale che, per via di amorazzi, cerca di svergognare le case de' grandi, come ha fatto di quella de' Cavalcanti.

— Ah! lo sapete anche voi?

— Sì, madama. Maestro Dino del Garbo mi ha informato di ogni cosa punto per punto.

— E come sta, se vi piace, questo fatto, del quale anche a me è giunto qualche odore?

— Messer Guglielmo d'Artese fu a Firenze per la signoría del potentissimo re Roberto, e pose amore a una dei Cavalcanti; tornato qua adesso, ha voluto riaccenderlo, e lo ha potuto fare per intermezzo di Cecco; di che messer Geri, padre della fanciulla, è grandemente sdegnato, per l'onta, che ne riceve la sua casa; e ne sono sdegnati molti amici di lui. Senza che, madama, questo Ascolano ha voce tra il popolo di esser negromante, e di avere continue pratiche col diavolo; e vedendolo caro al duca, pensano che anche il duca possa operare a suggestione diabolica: e hanno tanto orrore di ciò, che l'altrieri quando, dalle finestre del palagio, Cecco gettò alla gente quei fiori da lui maravigliosamente moltiplicati, cominciò a spargersi che erano fiori del diavolo, e tutti a furore corsero alla piazza di san Pulinari, e fattone un gran monte, gli arsero, maledicendo loro e Cecco, e non so se altri... Madama, il popolo fiorentino è buono: si guida, come dicesi, con un filo di seta; ma, provocato troppo, ferito nelle sue glorie e nella sua religione, potrebbe risentirsi; e l'ira del popolo è terribile.

La duchessa si mostrò molto impensierita di queste parole del frate, il quale, vedendo il momento propizio, tutto ardente di zelo:

— Madama, riprese, voi siete della cristianissima casa di Francia, e vostro avolo fu il santo re Luigi; monsignor lo duca è figliuolo di re cattolicissimo, e figliuolo prediletto della chiesa: fate di non oltraggiare la nostra santa fede. Per questa fede adunque, per l'onore, e anche per la sicurezza di voi e di monsignore, fate che cessi un tanto scandalo.

— Messere, voi avete udito come già mi garriva la coscienza per questa cosa di maestro Cecco, e i vostri savj ricordi mi hanno sempre più infiammata ad essere buona e divota figliuola di santa chiesa; e vi prometto che pregherò con quelle più efficaci parole che io posso il duca mio signore a fare altrettanto, e a togliersi da dosso questa vergogna. Solo mi parrebbe di dover procedere con qualche riguardo, amando egli troppo Cecco, ed aspettare il momento opportuno, che non può fallire, assicurandosi quel perduto sull'amore del duca, e pigliandone troppa baldanza. Pare a voi che si possa fare?

Il vescovo provò con sue ragioni teologiche potersi differire, quando si faceva perchè l'effetto fosse più certo; e rimasti d'accordo che ciascuno dalla sua parte si studierebbe per ogni via di affrettar la pena delle scelleraggini di Cecco: senza accorgersi il vescovo che ajutava un disegno della duchessa dove la religione non aveva nulla che fare, si separarono.

CAPITOLO XIV.

L'ADDIO.

La duchessa avea bene indovinato che Guglielmo non sarebbe mosso per il campo, se prima non diceva addio alla Bice; e di fatto non indugiò, uscito che fu dalla sua presenza, a correre da frate Marco, pregandolo con le man giunte, che trovasse modo di fargli vedere tosto la Bice. Il povero frate si porgeva di mala voglia a questo ufficio, che a lui non pareva dicevole alla sua qualità; ma, accettato per una parte da maestro Cecco che faceva opera, non solo onesta, ma buona e meritoria; e dall'altra non avendo cuor di disdire a sì prode e gentil cavaliere, si chiamò pronto al suo desiderio, e senza indugio mosse alle case de' Cavalcanti, e seppe sì ben fare che Guglielmo potè in breve tempo parlar con la cameriera, e aver poi la posta per la sera medesima.

La povera Bice, dopo quell'amaro rabuffo di suo padre, era stata parecchi giorni che non aveva potuto vederlo; e quando consentì che andasse a lui per pochi momenti ogni giorno, non cessava mai di rampognarla, inducendola sempre a levare il cuor da Guglielmo. Quel giorno la visita di essa a suo padre era stata più lunga del solito, e le parole di lui assai meno amare, lasciando da parte ogni acerbo motto contro Guglielmo, e solo cercando di toccare il cuor della figliuola col mostrar quasi gelosía per l'amore ch'ella portava al cavalier provenzale, come se quello fosse diminuzione del bene che essa dovea voler al suo babbo. La fanciulla dal canto suo, tutta riconfortata dal modo umano di Geri, ne disse al buon vecchio mille dolci parole; e tanto abbondantemente e tanto caramente gli parlò del bene che gli voleva, che egli ne lacrimò, e non potè tenersi di dare un affettuoso bacio alla figliuola quand'essa uscigli di camera, della qual cosa la Bice fu oltre modo lietissima, e ne prese buona speranza per l'avvenire: e tanto avea pieno il cuore di queste liete speranze, che, venuto a lei il suo Guglielmo, le prime sue parole furono queste:

— Guglielmo mio, buona novella: il mio buon babbo oggi mi ha parlato tutto amoroso, e mi ha detto addio con un bacio. Chi sa che Dio non gli abbia intenerito il cuore, e che presto...

— Mia diletta — interruppe Guglielmo tutto smarrito — ed io vengo per dire addio a te.

— Addio! esclamò atterrita la Bice: ma dove?

— Il duca mi ha onorato di farmi guidatore della schiera de' feditori; e tu sai che domani tutta la gente nostra e delle amistà debbono muovere chi verso Pistoja, chi verso la montagna.

— Oh, Guglielmo, questo è troppo fiero colpo. Alla guerra! Ed io rimarrò qui desolata, temendo sempre per la tua vita...

E come Guglielmo fece atto di voler parlare:

— Lo so, continuò quella dolente; tu sei prode, tu sei leale, sei amante della gloria, sei geloso dell'onore e del dovere, e a questo posponi ogni altro affetto; ed io te ne lodo, e più me ne piaci; ma t'amo troppo, Guglielmo mio.

— La mia lontananza sarà breve: nel campo e nella mischia il tuo adorato nome mi darà cuore a magnanime imprese; i fiorentini mi saluteranno loro campione; e forse lo stesso tuo padre si unirà con essi, e sarà ambizioso di dar la figliuola a chi combattè e vinse per l'onore e per il buono stato della sua terra.

— Oh dolcissime parole! Io ti veggo tornare tutto lieto della vittoria: vedo la gente che ti si accalca d'attorno; odo gli applausi, le voci di esultanza, i viva del popolo. Va, va, Guglielmo: sii prode come suoli: e se Firenze ti saluterà suo campione, non dubito che anche mio padre ammollirà la durezza sua. Ma alla guerra si muore, e se tu pure... — nè ebbe cuore di finire.

— Si muore, sì; e troppo me ne dorrebbe, solo per dovermi partire per sempre da te. Ma Dio non mi abbandonerà; combatto per la parte di santa Chiesa contro uno scomunicato; combatto per la franchezza di una nobile terra, figliuola di S. Chiesa; e si alzeranno al cielo per me i prieghi della più santa e angelica creatura che sia nel mondo.

E qui amorosamente guardò la Bice, e le pose timidamente le labbra sulla fronte.

— Mio dolce signore, così Dio secondi le tue speranze, come io non resterò di pregarnelo.

In questo punto i due amanti, che stavano abbracciati in dolce estasi d'amore, udirono il rumor di una porta che si apriva, e videro messer Geri con un torchio acceso in mano appressarsi verso di loro. La fanciulla volle fuggire; ma ritenuta da Guglielmo, chinò il capo a terra: Guglielmo aspettò a fronte alta il vecchio, che veniva diritto verso di lui, disposto già a sopportare senza risentimento ogni rampogna di esso, che bene si aspettava dovessero essere e molte e grandi; ma disposto del pari a frenare gli effetti dell'ira di lui, se mai accennassero di cadere sopra la povera Bice, alla quale non era rimasto sangue nelle vene.

Giunto il vecchio presso i due giovani, nulla disse alla Bice, e solo comandò alla cameriera, già avvicinatasi ad essa, che la conducesse nelle sue stanze; e singhiozzando ella pietosamente, e volendo cominciare a parlare, Geri gli gelò le parole sulle labbra con un terribile sguardo, e con un cenno risolutissimo le intimò di partire, al che non ebbe cuor di resistere, e si mosse tutta desolata, voltandosi solo indietro quando fu sulla soglia, per dare un ultimo sguardo al suo diletto. Partita la Bice, Geri, infilato il torchio nel suo bocciuolo, si voltò a Guglielmo che stava immoto, in atto più di rispetto che di minaccia, e gli disse con un sorriso di scherno:

— Ecco valenti cavalier provenzali! prodi solo a conquistare inesperte fanciulle, ed a svergognare le case dei gentili ed onorati cittadini.

— Messere, i cavalieri provenzali sono e prodi e leali quanto altro cavaliere o di Francia o d'Italia. Con me voi siete troppo crudo; io amo la vostra Bice, ma la venero come una delle santissime cose; e non che svergognare la casa vostra, io sono tale, e per legnaggio e per onorate imprese, che potrei e vorrei onorarla, diventando vostro parente.

— Mio parente! Chi? uno straniero? uno degli oppressori della mia terra? E tu non esiti di proporlo?

— Oppressori della vostra terra! Ma, e non siamo noi qui appunto per francare questa nobile terra dalle minaccie di Castruccio e della parte imperiale? E non mettiamo noi in servigio di essa le persone e gli averi?

— È ragione che all'onta si aggiunga lo scherno. Gli stranieri non combattono nè mai combatteranno per l'altrui franchezza e libertà; ma solo se l'acconciano sulle labbra per addormentare gli stolti che ad essi ricorrono, per poi tenere soggetti coloro cui vennero ad ajutare, ed avvantaggiarsene in qualunque tristo modo venga loro fatto. E tu, sleale cavaliere, tu mi parli di libertà e franchezza di questa terra, tu, che sei de' più accosti seguaci di questo duca, che la libertà fiorentina ha ucciso barbaramente, che ha turbato e disfatto i buoni ordini della repubblica, ha travolto nel fango la suprema dignità del gonfalonierato, manomessi i cittadini nell'onore e nella persona? E tu dici di amare la mia figliuola? Oh villan cavaliere! Ed ella ama te?.... Alla croce di Dio! prima vorrei vederla morta..... la ucciderei anche colle mie proprie mani, piuttosto che vederla nelle tue braccia. Va, non contaminar più lungamente con l'odiato tuo aspetto le case de' Calvacanti; e fa che più non ripassi queste soglie, chè vivo non usciresti; e sappi grado alla mia canizie, alla mia mal ferma sanità, se ti lascio ir salvo questa volta.

E con fiera guardatura gli additò la uscita del giardino.

Guglielmo sentiva montarsi le vampe al viso, udendo quelle furenti parole, e quelle fiere villaníe del vecchio Geri; e più volte si era sentito acceso a fargliele costar care; ma sempre se ne ritenne pensando alla Bice, e rimase sempre immobile e silenzioso. Solamente quando il vecchio ebbe finito quel suo violento sfogo, senza curarsi di nulla rispondergli, stiè contento ad esclamare:

— Bice mia, dono a te la vita di questo malnato vecchio — ed uscì dal giardino lasciandolo così vinto dal furore e dall'ira.

CAPITOLO XV.

LA PARTENZA PER IL CAMPO E IL MONASTERO.

La mattina appresso, Firenze risonava tutta d'armi e d'armati: le strade e le piazze erano ingombre di salmeríe: le masnade dei tedeschi, bella e fiorita gente che teneano a soldo i fiorentini, erano raccolti sulla piazza S. Croce, ai quali erano stati aggiunti altri cento cavalli con cinquecento pedoni tutti in assetto di combattere: ed a questi comandava M. Biagio de' Tornaquinci da Firenze. La schiera dei feditori, giovani tutti e di franco cuore, bene armati di schiette armature, erano sulla piazza di S. Giovanni lungo la nuova fabbrica di S. Reparata, ed erano guidati come sappiamo da Guglielmo d'Artese, il quale aveva una nobilissima armatura con fregi d'oro, e montava il più bel destriero che si potesse guardar con due occhi; e facevano così bel vedere, tutti raccolti insieme a quel modo, che la gente si accalcava dinanzi a loro, e tutti non facevano altro che dire, e ciascuno fondava sopra di essi il buon esito della guerra. Le amistà, le genti del duca, erano in altri luoghi della città, già in punto per muoversi; e non altro si aspettava che il comando di lui, il quale aspettava per darlo, che maestro Cecco d'Ascoli facesse le sue osservazioni astrologiche e desse egli il punto, col pronostico di questa impresa di guerra. Finalmente il punto fu dato da Cecco, e le trombe squillarono immantinente, e la gente si mosse.

Il pronostico di Cecco fu, che messer lo Duca avrebbe grande onore di questa guerra, e Firenze se ne rifarebbe. E tra questo e la baldanza che ciascuno prendeva di così nobile e potente esercito, i fiorentini stavano a buona speranza e viveansi lieti; e salutarono le schiere che partivano con ogni modo di applausi e di lieti augurj.

Ma lasciamoli andare, chè non ci mancherà tempo di raggiungerli; ed intanto vediamo che cosa in questo mezzo avvenisse in Firenze, rifacendoci dalla nostra buona Bice, per la quale, non senza ragione, i lettori staranno in gran pensiero, in tanto travagliata condizione la lasciammo.