Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 6

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— Toglimiti dinanzi agli occhi, snaturata figliuola; e fa che più non ti vegga, se prima non sei pentita davvero...

E come la Bice faceva atto di voler dire:

— Va, sciagurata — le disse con cenno risoluto quel fiero vecchio — va, e vantati che farai morir di dolore tuo padre.

Quella povera fanciulla non ebbe cuor di rispondere, e uscì della stanza più morta che viva.

CAPITOLO X.

LA INVIDIA.

Messer Geri Cavalcanti era l'unico della sua casa rimasto a Firenze, essendosene usciti gli altri suoi consorti fino dal 1311: pendeva a ghibellino; ma era temperatissimo, ed avrebbe amato i guelfi, e avrebbe fatto parte con essi, se loro fosse venuto fatto di ritornare Firenze nel suo antico buono stato, lieta, ricca, e libera veramente.

Aveangli pertanto mosso sempre fierissimo sdegno tutti gli stranieri che ad ogni mutar di vento ci piovevano, o a nome dell'impero o a nome della chiesa, vedendo pur troppo chiaro che la libertà di un popolo non può mai avvantaggiarsi per opera di stranieri; i quali, anche quando vengono con essa sulle labbra, in cuore non hanno altro che la sete di predominio e di guadagno.

Più che con altri poi si era sdegnato con questo Duca e sua gente, come quegli che aveva turbato gli ordini della repubblica; vilificato il supremo ufficio del gonfaloniere; ridotti a nulla tutti gli altri ufficj; e che, avendo in dispetto e popolo e grandi, ogni potestà aveva recato a sè solo, e ridotto Firenze umile ancella, di matrona nobilissima che era stata per addietro. Non dee dunque far meraviglia la grande avversione che aveva all'amor della Bice con uno dei seguaci di Carlo; e che tale avversione fosse tanto potente da sopraffare il bene stragrande che voleva all'unica sua figliuola; e che fosse più potente ora che mai, inasprita com'era dal turbamento che aveva preso messer Geri dal caso della compagnía degli Scali, per cui riducevasi quasi a povertà. Combattuto questo povero vecchio da tanti diversi affetti, parvegli che anche la sanità gli si turbasse; e come fu uscita la Bice dalla sua stanza, lo prese un tremito così fiero, e fu oppresso da tal debolezza, che in fretta e in furia mandò per maestro Dino del Garbo, il quale non indugiò un momento a venire da lui.

— Maestro, disse Geri appena lo vide, sono un uomo morto.

Il maestro, che aveva buon occhio nell'arte sua, e che sapeva per avventura le cagioni dell'alterazione di Geri:

— State di buon animo, messere, subito gli rispose, chè ogni vostro malore passerà presto.

E veduto il segno[21], ripetè:

— State di buon animo: non è nulla. Forse il turbamento prodotto dalla disgrazia incòltavi degli Scali.... Ma tutto passerà di corto. Questo lattovaro ritorneravvi tosto in salute.

E intanto scriveva la ricetta. E datala ad un famiglio che andasse tosto per essa, continuò:

— Quel fallimento è stata gran rovina, non solo per voi, ma per la città tutta quanta, oppressa già da tante sventure.

— Maestro, ed io vi accerto che questo mi cuoce meno che altra sciagura a me dolorosissima.

— Della Bice, eh?

— Come! voi sapete?...

— E chi nol sa in Firenze? Guglielmo vide la Bice qui in casa vostra; e a quest'opera di vostra vergogna diede mano Cecco d'Ascoli.

— Quel negromante, di cui già suona tutta Firenze, venuto qua col duca di Calabria?

— Sì, quell'eretico e scomunicato, che, non contento di vituperare le onorate case de' grandi fiorentini, va poi spargendolo, e pavoneggiandosene per ogni dove.

Tanta era l'invidia di maestro Dino contro Cecco, che non pensò e non curò quanto siffatti discorsi potevano aggravare il leggero malore di Geri; e quanto poco dicevole fosse a gentiluomo e scienziato il dir quelle cose, men che onorevoli ad una gentile e dabbene fanciulla. E di fatto quel povero vecchio se ne alterò mirabilmente, e tutto acceso di sdegno esclamò:

— Ah! cane pateríno! Vedete a posta di chi è l'onore dei gentili e probi uomini! Vedete i bei presenti che fa ai cittadini di Firenze questo duca novello. Alla croce di Dio! non voglio avere più bene di me, se di tale onta non mi vendico.

— Acquetatevi, messer Geri — disse qui il maestro, accorgendosi che il vecchio si accendeva troppo nel volto — la vendetta si farà, e pronta. Ad ognuno puzza già questo barbaro dominio; ed è ito tanto in là il costui cieco furore di signoría, che tratta i fiorentini come un branco di pecore, e Firenze dispregia come un vilissimo ovile. E sempre pone nuove taglie; e se alcuno contraddice ne' consigli, è ruinato, come intervenne l'altro ieri a Giovanni Alfani nobile cittadino, il quale, dolendosi di certe imposte, fu fatto ribello, e arsogli le case. Sì, messer Geri, la vendetta si farà, e pronta; chè Firenze si duol tutta, e quando si duol tutta si muove anche lei. Del negromante poi lasciatene a me il pensiero: egli va colla testa alta, e corre quasi Firenze per sua; ma non sa, lo sciagurato, che già si fa la ragna per carpirlo. Intanto voi attendete alla vostra sanità.

E come in questo tempo era tornato il famigliare col lattovaro, lo porse tosto a messer Geri, il quale in brevissimo spazio si sentì tutto riconfortato.

Allora maestro Dino, studiandosi di temperar sempre più l'effetto che potessero aver fatto sull'animo, e per conseguenza sulla sanità di Geri, le sue parole, lo esortò da capo a non alterarsi più in questo modo; gli diè a vedere come cosa certissima la prossima vendetta della sua onta, ed il ritorno di Firenze nella sua libertà; nè si partì da lui prima che lo vedesse più quieto e men tristo.

E la povera Bice? la povera Bice struggevasi in pianto; nè bastarono a consolarla le amorevoli cure e le dolci parole della sua buona cameriera. Il disubbidire al suo caro babbo, e il vedernelo sdegnato, era dolor sì cocente a quel cuore, che non potea comportarlo; e lasciar di amare il suo Guglielmo, questo, non che le fosse possibile, ma non poteva nemmeno pensarlo. Che fare? Vinta dall'angoscia, si coricò; nè potendo in modo veruno prender sonno, le passarono per la mente mille e mille partiti da rendersi benigno suo padre senza abbandonare Guglielmo; ma niuno ne vedea riuscire a cosa che buona fosse. All'ultimo la sua mente, stanca di passare per tante ore di pensiero in pensiero, cominciò ad essere vinta dalla fantasía, che le dipingeva un modo efficace al suo desiderio, ma vago e indeterminato; poi le si rappresentava il suo buon padre sorridere tutto benigno a lei ed a Guglielmo, e benedire la loro unione; e con questi dolci fantasmi, vinta dalla stanchezza, si addormentò in tale amoroso pensiero. Povera creatura! preghiamole lungo questo dolce sonno; ed intanto ritorniamo in palagio.

CAPITOLO XI.

LA GELOSIA.

La duchessa, da quel momento che scoprì l'amore di Guglielmo per la Bice, non cessava mai di spiare ogni andamento di lui, e per questo effetto misegli a' panni un suo fidato familiare, che nol perdeva mai d'occhio, e che riferivale punto per punto ogni atto e detto di lui; nè Guglielmo si accorse mai di avere questo osservatore de' suoi fatti, tanto accortamente faceva egli il suo ufficio. Solo quella sera che parlò con la Bice, all'uscire del giardino, gli parve di vedere uno rincantucciato là da un uscio, e ne prese qualche ombra; ma non ci si fermò tanto o quanto, nè più poi pensò a nulla. La duchessa sapeva per conseguenza, non solo il colloquio de' due amanti, ma sapeva altresì che Cecco ne aveva lastricata la via a Guglielmo; e però, quando sulla Piazza di S. Croce il duca volea rampognare l'Ascolano per le parole dette a conto della scomunica, ella s'interpose dicendo che lo avrebbe garrito lei, avendone altra cagione. E difatto il giorno di poi fe' significare a Cecco che tosto le comparisse davanti; il quale venuto, senza tanti preamboli, accigliatamente uscì in queste parole:

— Valente scienziato che tu se', quando la scienza ti condusse a fare il mezzano d'amori! Dimmi, non avevi promesso a me che ti ingegneresti di frastornare l'amor di Guglielmo con quella tale de' Cavalcanti?

Cecco si turbò forte in cuor suo di tali parole; ma, come colui a cui non mancavano mai ripieghi, senza mostrar nulla di fuori, rispose:

— Mia signora, lo promisi, è vero; ed è vero che io additai al cavaliere come potesse vedere la sua donna: ma l'una cosa non è all'altra contraria.

— Ti faresti tu scherno di me? disse con signorile atto la duchessa.

— No, madama: l'effetto sarà quale voi desiderate. Procedendo così, io attengo la promessa fatta alla vostra signorìa, e vendico me. Sappiate, madama, che maestro Dino del Garbo è mio fierissimo nemico, e mio nemico è parimenti il padre della donna amata da Guglielmo. Ora questo Dino si era proferto a Guglielmo di rendergli benigno il padre di essa, che è fieramente avverso a questo amore; ed io, trovando modo di fare che Guglielmo vegga la Bice nel suo giardino, ho in qualche maniera fatto onta al padre di lei, mio nemico; ed ho chiuso la via a Dino di poterlo abbonire. E la cosa è a termine, e la furia di messer Geri Cavalcanti contro la figliuola è così ardente, che io penso di non aver mai servito sì efficacemente verun signore, quanto ho servito voi, madama, in questa bisogna. Resta solo che per la parte vostra operiate sull'animo del vostro Guglielmo.

La duchessa mostrò di acquetarsi a questo mendicato ripiego di maestro Cecco; ma ben si accorse che il fatto dovea stare altrimenti. Come poi era rimasta punta da quel _vostro Guglielmo_, così disse a Cecco, con amaro ghigno:

— Maestro, ben dicevi, _vostro Guglielmo_. Quel cavaliere è a me troppo caro; di nobilissima prosapia, e leggiadro e prode quanto altro cavaliere che sia, quando venne alla mia corte fummi strettamente raccomandato dalla madre di lui, a cui promisi che gli avrei fatto io come da madre: ed ora mi sa male il vederlo mescolato in così bassi e volgari amori.

— Codesto avevo udito dire, e per codesto appunto ho detto _vostro Guglielmo_; il quale certo — aggiunse con tono di piacevole cortesía — ha molto e molto guadagnato nel cambiar madre; e di una madre così nobile, così gentile, così giovane, e maravigliosamente bella come la vostra signoría, ne sarà invidiato da ogni cavaliere di Provenza e di Francia.

La duchessa comprese la finissima ironía di quella apparente lode; ma la dissimulò, premendosela nel cuore. Anzi con modo umano e piacevole disse a Cecco:

— Ma ora, bel maestro, ti ho da fare acerba rampogna anche a nome del duca, perchè là in piazza S. Croce, mentre il legato del papa leggeva la scomunica, tu dicesti parole di dispregio alla chiesa, e ne avesti briga con un frate minore.

— Madonna, parole di dispregio alla chiesa? Così Dio mi ajuti, come io mai non le dissi. Dissi bene che le parole del legato non sarebbero sufficienti a disfare Castruccio, se non ci mette le mani il potentissimo e valorosissimo duca mio signore; nè questo parmi un dispregio alla chiesa. E che sia vero quel ch'io dico, monsignor lo duca e questi fiorentini si apparecchiano potentemente di armi e di gente per far guerra a Castruccio; a cui quelle parole del legato non hanno torto nemmeno un capello. Del rimanente, come io sento diritto nella fede cattolica ciascuno può vederlo nel mio poema dell'_Acerba_, più sacro senza fallo della _Commedia_ di questo Dante, massimamente nelle parole colle quali gli do fine.

— Basti ch'io te l'ho detto; poi acconciatevi come volete tra voialtri scenziati, e azzuffatevi quanto vi è in grado, chè io non vo' brigarmene. Oggi è giorno di festa e di letizia, e non vo' parlare di cosa che non sia tutta lieta; anzi tu devi, chè il puoi, rendere anche più bella la festa con uno de' prodigj dell'arte magica, per la quale vai così famoso appresso la gente.

— Madama, questa non è virtù mia. Florone è quello che opera in me: se ad esso piacerà ch'io vi serva, ed io il farò di gran cuore.[22] Vi piace altro, madama?

— A Dio ti accomando.

CAPITOLO XII.

IL CONVITO.

Quel giorno vi era proprio festa in palagio, e tale ne era la cagione. Le donne fiorentine usavano già, per dirlo con le parole del Villani «un loro speciale e disonesto ornamento di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso; il quale ornamento, che spiaceva a' fiorentini, perchè era disonesto e contrario a natura, avevano tolto alle donne, e fatti capitoli intorno a ciò, e altri disordinati ornamenti.» Ora esse donne fiorentine mossero preghiera alla duchessa, la quale faceva loro spesso conviti splendidi e gran feste in compagnía di quei signori francesi, che quell'ornamento delle trecce si rendesse loro, e il duca ai prieghi di lei lo concedè; il perchè la duchessa, per festeggiare quel giorno, volle far gran convito, dove tutte dovevano comparire con quelle trecce sopradette, ed ella altresì. Doveva esservi ancora il fiore de' cavalieri provenzali e francesi del regno, venuti qua col duca di Calabria, e sino dalla mattina ciascuno di essi era tutto occupato del come porgersi più leggiadro e più adorno, per avere il pregio della cortesía in quella giornata, che la regina della festa soleva dare, e consisteva in una sciarpia di seta coi colori angioíni, vagamente trapunta dalle mani stesse della duchessa.

Il convito fu veramente suntuoso; e porta il pregio che ne facciamo una minuta descrizione per saggio della magnificenza e delle usanze di quei tempi.

In capo della sala, e dai due lati, le mura furono coperte di finissimi drappi d'oro o di seta dal tetto infino al solajo; nel mezzo, di dietro alla sedia dove doveva stare il duca, fu una ricchissima pezza di sciámito vermiglio, che teneva dal solajo al colmo del tetto, e poi rivoltata sopra la sedia, più d'una canna; che fu nobilissima cosa e del più fine colore che mai si vide. Tutto il rimanente della sala era coperta di finissimi e grandi capoletti, o come or si direbbe arazzi, con nuove e diverse storie; e così pancali, e tappeti sotto i piedi. Le tavole furono coperte di finissime tovaglie, con ricchi vasellamenti d'oro e d'argento. Vi furono nove vivande triplicate, che furono ventisette, di tante diversità, che a descriverle sarebbe lunga opera; basta che vi fu ogni cosa che si può pensare fosse cara e preziosa: e servirono a tavola ventiquattro scudieri, ciascuno vestito della divisa angioína, di panno cupo partito vermiglio.

In sul dar l'acqua alle mani, eccoti entrar nella sala maestro Cecco, al qual fu fatta meravigliosa festa; e la duchessa, tutta lieta in volto, gli disse:

— Maestro, che novelle del tuo Florone?

— Buone, madama: egli è oggi tutto mio. Ma innanzi tratto vorrei che messer lo duca comandasse a qualcuno de' suoi prodi cavalieri che venga in mio soccorso contro i suoi e miei nemici.

E il duca, a' prieghi della duchessa, comandò a quattro nobili cavalieri che andassero con maestro Cecco, il quale gli condusse seco: e parve loro di andare sulla piazza di S. Croce; e il popolo fiorentino esservi tutto in arme gridando _muoja muoja_ contro Cecco, e contro la signoría del duca: fanti e cavalli venire sotto il comando dei quattro cavalieri, e la battaglia tosto cominciare e il popolo fiorentino dopo lunga tenzone essere sconfitto, ed i cavalieri correr la terra in nome del duca; e il giorno appresso pigliare essi la signoría, e crear nuovo gonfaloniere e nuovi priori, riformando la terra a loro senno. E quando la impresa fu compiuta, disse Cecco a' quattro cavalieri:

— Signori, fia buono tornare al palagio, dove il duca e la duchessa ci aspettano al convito delle donne fiorentine.

— Maestro, disse l'uno de' cavalieri, voi vi gabbate di noi. Il convito fu bene l'altrieri, e noi rimanemmo a denti asciutti, per obbedire al comando del duca, e venire a combattere. Ora resta solo che sia ragguagliato il duca della nostra impresa.

E tra questi ed altri ragionamenti erano già ritornati nella sala, dove trovarono tutti i cavalieri e tutte le dame, che si davano l'acqua alle mani, appunto come gli avevano lasciati. E tutto ciò era stato per arte magica.[23]

I quattro cavalieri trasognarono, nè potevan rinvenire dalla maraviglia: il duca e le dame gli fecero più volte raccontare la novella, e ne fu fatta maravigliosa allegrezza, e lietamente si assettarono a tavola. Dopo le tre vivande, delle nove sopraddette, venne per inframezzo un castello molto grande, dove furono selvaggine, solamente di bestie, un gran cervo che pareva vivo ed era cotto, un cinghiale, capriuoli, lepri, che tutti parean vivi, ed eran cotti. Fu recato e guidato dagli scudieri, ed accompagnato da cavalieri con istrumenti di diverse maniere, e il rumore degli strumenti, e il rallegrarsi della gente ne andavano al cielo. Alla quarta vivanda entrarono nella sala valletti del comune di Firenze, e l'uno dei cavalieri disse al duca: «Messere, egli è giù un destriere bianco, bellissimo e nobilissimo, ed ecco due anella e un nappo coperchiato col suo piede. Messer lo gonfaloniere di Firenze e i priori, vi supplicano che vi piaccia di prendere queste cose».

E il duca prese l'anello, che fu un grosso zaffiro e un grosso topazio, e miseselo in dito; e prese il nappo; e comandò che fosse preso il destriero. Venne appresso la quinta vivanda, e dopo questa fu recata da quattro uomini una fontana, che nel mezzo avea una torricella, sopra cui era una colonna che gettava da cinque parti vino, vernaccia, greco, vino renese[24], ed altri vini finissimi. Sulla sponda della fontana eranvi pavoni cotti che parevan vivi, con la coda a padiglione; fagiani, pernici, e altre selvaggine. E anche questo accompagnato da canti e da suoni. Dopo la sesta e settima vivanda vennero nella sala sei grandi destrieri, a uno a uno, montati da sei cavalieri armati; il primo, armato leggermente aveva in mano una bandiera con l'arme del popolo fiorentino, e come furono nella sala, tutti cominciarono a ferire un torneamento, ed ebbe il pregio un cavaliere che aveva un'insegna coll'aquila del re Roberto. Questi cavalli erano congegnati in questo modo: sei uomini portavano una macchina leggerissima con forma di cavallo, ed erano covertati fino a terra, che non si vedea che fossero uomini; e sopra a que' cavalli erano vere selle, e veri uomini armati di tutte armi. Compiuta l'ottava vivanda vennero sei schermidori, vestiti ad una assisa; e dinanzi al duca e alla duchessa cominciarono una fiera ed aspra zuffa, che a' suoni dei diversi e spessi colpi pareano più di trenta uomini che combattessero. Per inframezzo della nona vivanda fu udito un cantare di uomini e di donne, ma non veduti, con voci di soavissima dolcezza, che rendevano muta tutta quanta la sala, venuta quasi fuori di sè per la soave melodía.

Qui entrò nella sala un bellissimo giovane, biondo e di aspetto gentile, vestito alla foggia dei menestrelli, che, fatte alcune ricercate sopra il liuto, inchinatosi al duca ed alla duchessa, e salutate cortesemente le dame e i cavalieri, con lieta e chiara voce incominciò a cantare:

»Prodezza e cortesía »Non perdon mai balía,

Tu sei, mia dolce terra, Stretta da cruda guerra; Ma un prode cavaliero Cinge spada e brocchiero, E te, Fiorenza mia, Ritorna in signoría.

Il fiero capitano Ti corse il colle e il piano; Ma vinto fia da lui Egli e' seguaci sui. Prodezza e cortesía, Non perdon mai balía.

Di lui ne andranno alteri Le donne e i cavalieri: Per lui la Chiesa santa Fiorisce, e osanna canta; E tu, Fiorenza mia, Riprendi signoría.

Castruccio e i Ghibellini Dentro da' lor confini Con onta e con dispetto Cercheranno ricetto. Prodezza e cortesía Non perdon mai balía.

Carlo, glorioso sire, Darà lor gran martire, Finchè gli abbia distrutti, Ed al niente condutti, E te, Fiorenza mia, Rimessa in signoría,

Or voi, donne e signori, Ciascun l'ami e l'onori; Salute è di Fiorenza; Chè, certa è la sentenza: »Prodezza e cortesía »Non perdon mai balía.

Finito il canto, la sala risonò tutta di lieti evviva al signore ed alla duchessa, e di lodi al gentile cantore, a cui fu donata da Carlo ricchissima veste.

Levata finalmente la nona vivanda, vennero frutte di diverse maniere; ed in sulla tavola del duca e della duchessa furono portati due alberi, l'uno che pareva tutto d'argento, con mele, pere, fichi, pesche, e uve d'oro; l'altro tutto verde a modo d'alloro con altri frutti d'ogni colore: e quei frutti erano tutti finissimi confetti. Stando le frutte ancor sulla tavola, venne il maestro cuoco del duca con una brigata di suoi compagni cogli strumenti innanzi, con moccoletti artificiali, e con sonagli, ed entrarono danzando allegrissimamente per la sala; e così, intorniate le tavole tre o quattro volte, si partirono; e ciascuno si levò da sedere.

Non vi fu dama o cavaliere che non rimanesse stupefatto da tanto splendida magnificenza; e tutti si apparecchiavano ad andarsene; quando maestro Cecco, fatti suoi incantamenti, la sala tramutò in vaghissimo giardino con fontane, pergolati, e fiori vivi di ogni maniera; e non solo ciascuno dei comitati presentò di un mazzo odorosissimo; ma, fattosi alla finestra, alla plebe affollata dinanzi al palagio gittò e fiori e confetti abbondantissimamente, per la qual cosa le risa, le grida e gli applausi empivano mezza Firenze. Il pregio della cortesía fu dato quel giorno a messer Guglielmo d'Artese, a cui la duchessa di propria mano volle cinger la ciarpa.

Ma i lettori penseranno dentro di sè: «O che questo scrittore ci ha preso per isbalorditi affatto, dandoci per vere sì strane cose, e vuol farsi beffe di noi; o che egli è un gran semplicione egli stesso.» Nè l'una cosa nè l'altra, o lettrici e lettori miei. Nella descrizione del convito non ci ha nulla di esagerato nè d'inventato: se ne trovano in quel secolo delle descrizioni anche più maravigliose di questa; e ciascuno le può vedere. Circa alle magíe di Cecco, io ne ho recata qualcuna, perchè, siano strane quanto si vogliono, mostrano intorno ad esso il tradizionale e comun concetto della magía.

È tradizione popolare che Cecco da giovane andasse in Calabria, e che in una ostería alcuni pastori lo invitassero a cercar di un tesoro; che, arrivati a una profonda cisterna e secca, ve lo calarono, ed egli vi trovò un bigonciuolo d'oro: i pastori, tirato su l'oro, vi lasciarono Cecco, il quale, rimasto solo, vedendo un libro ai suoi piedi, lo ricolse, l'aprì, e ad un tratto un diluvio di spiriti gli furono attorno con queste parole: COMANDA, COMANDA. Volle tornare all'ostería, e vi fu in un attimo; poi viaggiò mezzo mondo, e per tutto faceva meraviglie. Queste magíe recate da me, ed altre che ne recherò, mostrano solo che nella credenza del popolo era che Cecco fosse mago; anzi è tuttavía creduto appresso il volgo fiorentino; ed uno dei tanti codici laurenziani, assicurati nei banchi con catene, si dice che fosse incatenato così per essere appunto quel libro diabolico di Cecco Diascolo, che il popolo chiama _libro del comando_. E laggiù sui confini dell'Abruzzo da Teramo vi è un ponte, che si dice costruito da Cecco, e chiamasi il _ponte del Diavolo_, perchè si tenea fatto in una notte: il quale non molti anni addietro fu murato per impedire il passaggio dei viandanti, dacchè fra il volgo era comune credenza, che ogni anno il diavolo voleva per sè un'anima tra coloro che quel ponte valicavano. A mia scusa maggiore dirò altresì che molte cose veggiamo fare ai nostri giorni dai prestigiatori, anche di più meraviglia che alcune di quelle operate da Cecco, il quale, scienziato come era, poteva bene aver l'arte che questi hanno: la moltiplicazione dei fiori, per esempio, che già abbiamo veduto; e il mostrar la propria testa recisa dal busto, come vedremo più qua, son cose, le quali si veggono alla giornata, nè più ci fanno veruna maraviglia. Queste poche parole credo che bastino a mia giustificazione; e come la digressione è stata già assai lunga, così ritorno senz'altro al filo del racconto.

CAPITOLO XIII.

ACCORTEZZA FEMMINILE.