Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 5
Era una delle più quiete sere d'estate, e la luna era quasi in pieno, che ci si vedeva come di giorno; a Guglielmo era stata data la chiave di un usciolo segreto; e come le due donne sentirono che quell'uscio si apriva, si fecero in là, e si trovarono dinanzi a lui, il quale, riconosciuta tosto la sua Bice, bramosamente la corse ad abbracciare, e presole il capo tra le palme delle mani, e baciatole e ribaciatole i capelli e la fronte, che tutta bagnolle di lacrime dolcissime, non potè per qualche momento articolar parola. La Bice anch'essa piangeva lacrime di dolcissima gioja, e la piena dell'affetto rendea muta anche lei, che soavemente appoggiava il bel capo sul petto del suo cavaliere; e solo dopo qualche tempo riavutisi da quella tanta commozione, Guglielmo ruppe primo il silenzio:
— Bice mia, quanti sospiri! quanti pianti! e mi avevi dimenticato?
— Guglielmo, non dire: mai mai non ho fatto un pensiero che non fosse di te in questi lunghissimi quattro anni; non preghiera alla nostra Donna, se non per te... quasi dimentica del mio buon padre. Ed ogni giorno, ogni momento sperava udir tue novelle, e questa sola speranza mi teneva in vita. E mai più nulla... e dubitavo... e piangevo...
— Ed io ebbi novella come tu eri ita sposa ad un altro.
Qui la Bice diventò rossa come di fuoco, e con amaro sorriso, scioltasi da lui, esclamò:
— Povero mio cuore, come lo hai mal compreso!...
— Che vuoi? mia diletta: io non restava mai, o vicino o lontano, di pensare a te: in guerra, nelle ambascerie, alle corti dei grandi, tu sempre mi eri nel pensiero; nè vittoria, nè plausi mi piacevano senza di te, e lettere mandava ogni volta che se ne porgeva occasione; nè mai dopo il primo anno ebbi veruna risposta, se non la novella del tuo matrimonio!...
— Ma io sospettai spesso quel medesimo; e se volessi dirti lo strazio che provava il mio cuore, non troverei parole che potessero significarlo a mille miglia. Mio padre, che sai non può acconciarsi a vedermi amare un straniero, mio padre aveva appostato vedette per tutto; e così vegliava ogni mio atto ed ogni mia opera, che gli venne fatto di aver per le mani così i fogli che tu scrivevi a me, come quelli che io a te scriveva. E forse ti si mandò ad arte la novella del mio sposalizio. Questo si seppe pur ieri da quel frate, che fu alimento principale della gelosía di mio padre; e che non so come a un tratto si diede così efficacemente a secondare il nostro amore.
— Opera di maestro Cecco d'Ascoli, di cui frate Marco è discepolo.
— Oh Dio! Chi è questo maestro Cecco? Quello per avventura che il popolo nostro chiama Cecco Diascolo? Ah mio Guglielmo, perchè mescolare un negromante nelle cose nostre? Io ho paura.
— Negromante lo crede il volgo, perchè fa cose di gran prodigio; ma queste sono frutto del suo lungo studio, e della sua altissima scienza. Pon giù, Bice mia, ogni timore: pensiamo solo ad amarci: forse tuo padre rimetterà a poco per volta da quella sua troppa avversione; il cuore mi dice che saremo felici.
— Ah! e il mio cuore no...
— Che cosa sono codesti tristi presentimenti? Bice mia, non turbiamo con foschi pensieri la nostra presente gioja. Amiamoci; speriamo. Anche lassù non può dispiacere il nostro amore così grande, così puro: Dio stesso sarebbe crudele, se lasciasse che si turbi o si rompa.
— Guglielmo, tu bestemmi. Dio è buono, e vuole sempre il bene. Speriamo dunque, come tu dici, speriamo in lui: a lui ci raccomandiamo, e tutto avrà buon fine.
La Bice in questo momento prese un'aria più lieta, e tono più familiare; e non sarebbero più finite le domande che l'uno faceva all'altro delle più piccole cose dette, o fatte, o pensate da ciascuno in quei cinque anni; se la matrona non gli avesse interrotti, addimostrando il pericolo e la sconvenienza di più trattenersi insieme fuori di casa. E però, amorosamente preso e dato commiato, non senza promessa di spesso rivedersi, la Bice tornò in casa, e Guglielmo uscì per la medesima porticina ond'era entrato, rimanendo ambedue col cuore traboccante di consolazione e di gioja. Ma ritorniamo alle cose pubbliche.
CAPITOLO VIII.
LA QUARTA CERCHIA E I CONTORNI DI FIRENZE.
La quarta cerchia di Firenze (che è quella atterrata ora per far la quinta), già incominciata nel 1284, ed interrotta più volte, era quasi compiuta nel tempo che qui si descrive; e il duca, messosi a pensar di proposito alla guerra contro Castruccio, volle andare a visitarne le parti principali, a fine di appostare i luoghi e i modi più opportuni alla difesa della città in caso di bisogno: il perchè ordinò a questo effetto una nobile cavalcata col proposito di stendersi anche a diporto per le ridenti colline che circondano Firenze. Vi furono col duca e con la duchessa tutti i più segnalati cavalieri e savj di guerra della sua corte; e maestro Cecco d'Ascoli ancora, che di rado mancava colà dove il duca comparisse in pubblico.
Usciti la mattina a terza dalla porta Guelfa, la più vicina al Palagio, e passato l'Arno da S. Niccolò, e ripassatolo poi dalla porta a Verzaja, ora detta di S. Frediano, fecero la intera cerchia; e tutti non si saziavano di ammirare quella stupenda muraglia tutta di pietra, così grossa e così vaga a vedersi, con quei merli guelfi; e più che altra cosa maravigliarono i signori stranieri le grandi moli che si vedevano alle porte, ciascuna delle quali aveva un gran torrione larghissimo, e alto più di sessanta braccia, simili a quello che tuttora è in essere alla porta S. Niccolò; ciascuno dei quali era abile a contenere armi ed armati, da poter ribattere qualunque assalto nemico.
In ciascuno di questi torrioni, dalla parte della campagna, erano quattro scudi di pietra, in uno dei quali lo stemma del comune di Firenze, nell'altro quello della parte guelfa, donata alla repubblica da papa Clemente IV, e questo è un drago verde in campo bianco, a cui poi aggiunsero un giglietto rosso sul capo dell'Aquila[18]; sugli altri due vi era scolpita l'arme del popolo, una croce rossa in campo bianco; e nell'ultimo lo stemma del re Roberto. Nè questi soli torrioni si vedevano nella cerchia; ma altre torri vi erano di tratto in tratto; forti e merlate, tra le quali era maravigliosa una tra porta a Pinti e porta alla Croce, che era detta la Torre del Massajo, celebrata anche da Giovanni Villani. Compiuta che fu dalla nobile cavalcata tutta quanta la cerchia; volle il Duca salire un poco sopra le colline dalla parte di Fiesole; ma fu supplicato di accettare prima una colazione fattagli preparare da messer lo gonfaloniere e dai signori alla Badía fiesolana, a che il duca benignamente assentì. Il convito fu degno di chi lo dava e di chi l'accettava; e tutti quei signori francesi rimasero ben edificati non meno della cortesia fiorentina che delle maraviglie di quel monastero, il quale fu già l'antica cattedrale di Fiesole, e che è insigne per tanti santi da cui fu governata, e per tanti monumenti dell'arte.
Preso commiato da quei monaci, il Duca lasciò loro, partendo, un magnifico donativo; e poi con tutta la compagnia salirono su in alto del colle, da dove si scorge tutta quanta la città; nè può descriversi lo stupore di tutti al vedere quella selva sterminata di palagj e di torri; e mentre tutti erano silenziosi, Cecco fatidicamente esclamò:
« — Firenze, sei bella e grande; e bene, parlando di te, cantò maestro Dante là dove disse che il tuo Uccellatojo aveva vinto Montemario; e bene profetizzò, che, sì come è stato vinto nel montar su, così sarà vinto nel calo; dacchè per molto e molto tempo sarai lacerata dalle maledette parti; sarai poi soggiogata alla tirannía: sarai conculcata e vilipesa dagli stranieri, e ne perderai molto del tuo splendore; sarai invidiata e derisa da altri snaturati figliuoli d'Italia; e questo ti verrà in pena del tuo fallire, e dell'odio che hai già mostrato, e che mostrerai ancor più contro i propugnatori della scienza, e della verità, per saziare la feroce rabbia dei falsi sacerdoti.[19] Ma veggo nel corso dei secoli che tu ripiglierai la presente e molto maggiore grandezza, quando la scienza avrà vinto la superstizione, quando la verità avrà illuminato il mondo, e tu avrai fatto ammenda di ogni tuo fallo, accogliendo e propagando prima fra le città italiche queste due faci dell'umana perfezione.»
Di questa apostrofe improvvisa di Cecco rimasero tutti meravigliati, e molti gli furono attorno, domandando con molta instanza che gli chiarisse di alcune parti di questa sua predizione. Ma egli, che era stato fino allora come assorto in estasi, e che ai prieghi e alle istanze di quei signori erasi come desto dal sonno, mostravasi smemorato, e in tutto nuovo alle parole che gli dicevano, accertandogli che non sapeva di che profezia parlassero, e che non ricordava di avere detto nulla a proposito di Firenze. Essi un poco il credettero, e un poco pensarono che Cecco volesse farsi beffe di loro: e si diedero ad ammirare le circostanti colline, nè si saziavano di celebrarne l'amenità e la vaghezza; dopo di che la nobile comitiva s'avviò verso Firenze, tutti, e forse più di tutti il duca e la duchessa, satisfattissimi di questa lieta giornata. Non creda ora il lettore che quello che io ho detto di Firenze e dei suoi contorni sia un abbellimento oratorio, come la profezia di Cecco. Le memorie antiche ci rappresentano Firenze quale io la descrivo, e la stessa apostrofe di Dante:
Non era vinto ancor Montemalo Dal vostro Uccellatojo....
mostra aperto quale dovea esser Firenze in quanto a palagj e a monumenti, se, veduta dall'Uccellatojo, che è il punto dove prima scorge Firenze chi viene da Bologna, faceva più bella mostra che Roma veduta da Montemario. E che i contorni siano stati sempre amenissimi, e popolati di case e di nobili edifizj, ce lo attesta il Villani là dove dice: «Intorno alla città sei miglia avea più di abitúri ricchi e nobili, che riunendoli insieme, due Firenze avrien fatte»; ribadito dall'Ariosto due secoli dopo con questi versi:
Se dentro a un mur, sotto un medesmo nome Fosser raccolte tue bellezze sparte, Non ti sarian ad agguagliar due Rome.
Qual poi fosse la ricchezza e l'industria di Firenze circa que' tempi si raccoglie da un documento di pochi anni posteriore, registrato dal Pagnini nella _Decima_, dove si legge che vi erano 280 botteghe di arte di lana dentro la città, 83 botteghe d'arte di seta, magnifiche e di gran pregio, che facevano drappi di seta, e broccati d'oro e d'argento, e dammaschi e velluti e rasi; e queste botteghe aveano la seta dalle galeazze medesime fiorentine, senza aver bisogno di capitare alle mani de' veneziani e de' genovesi; aveva 33 banchi grossi che cambiavano e facevano mercanzia per levante, per ponente, per Bruggia, per Londra, per tutto il mondo.[20]
Ma io mi accorgo, e non vorrei che il lettore avesse a dire: _te ne sei accorto un po' tardi_, che l'affezione alla mia città mi porta un poco lontano dal proposito; e senza indugio ripiglio il filo del racconto.
CAPITOLO IX.
LA SCOMUNICA.
Castruccio dal canto suo non rimaneva punto d'infestare i fiorentini, anzi imbaldanziva sempre più, essendosi unito a lui contro Firenze il vescovo d'Arezzo; ambedue i quali, benchè avessero promesso al legato del papa di venire agli accordi, tenevanlo in parole. Laonde bisognò cominciare a pensare di opporsi loro con le armi; al quale effetto il Duca, affine di apparecchiarsi alla guerra, di sua propria autorità mise un'imposta di 60 mila fiorini d'oro a tutti i cittadini potenti, la quale bisognò pagare su due piedi. Il legato dall'altra parte cercava d'indebolire Castruccio e il vescovo Tarlati con le armi spirituali; e il dì 30 di agosto, con grande solennità, pubblicò aspri processi contro Castruccio e contro il vescovo, minacciando che fra due giorni avrebbe solennemente scomunicato ambidue nella piazza di Santa Croce, come fece veramente. A tal solenne cerimonia volle essere il duca con la duchessa e tutta sua gente; vi furono anche infiniti e fiorentini e forestieri.
E come tanto se ne era parlato i giorni innanzi, così anche la Bice si raccomandò a suo padre che ve la conducesse, mostrandosi vaga di vedere il legato del papa e il duca con tutta la sua corte; ma in cuore pensando solo al suo Guglielmo, il quale aveala sollecitata celatamente che facesse di esservi, e che egli pur vi sarebbe così e così. Nè quel buon vecchio di Geri le volle questa volta disdire, avendo caro anch'egli di veder quella cerimonia, dove si fulminava il più acerbo nemico del nome fiorentino; e non pensando nemmen per sogno che col duca fosse venuto in Firenze Guglielmo: e di fatto ve la condusse. Geri con la figliuola erano in un punto della piazza non molto lontano da dove era il duca con la duchessa, e dove per conseguenza era anche Guglielmo.
Assettatosi il duca e la duchessa con tutta la corte nel luogo loro assegnato, cominciò senza indugio la cerimonia, che qui non è fuor di proposito il descrivere. Nel mezzo della piazza era stato rizzato un altare posticcio, dinanzi a cui sul faldistorio sedeva il legato del papa, parato di ammitto, stola, piviale violetto e mitra semplice, assistito da dodici preti con le pellicce, tutti, anche il legato, con candele accese in mano; e quivi pronunziò la scomunica contro Castruccio in questa forma:
«Perchè Castruccio degli Antelminelli, istigato dal diavolo, non dubita di perseguitare santa Chiesa e la parte guelfa, disertare i beni di lei, e violentemente opprimere i poverelli di Cristo; per questo, solleciti noi, che per la nostra pastoral negligenza non ruini quello, di che siamo tenuti a rendere stretto conto nel tremendo giudizio finale, secondo la terribile minaccia di Dio stesso, là dove dice: _Se non denunzierai all'empio la sua empietà, ricercherò da te il sangue di lui_; lo ammonimmo la prima, la seconda, la terza e la quarta fiata, per convincere la sua malizia, e richiamarlo all'emenda, alla satisfazione ed alla penitenza, con riprensioni paternamente amorevoli. Egli nondimeno, lo sciagurato!, dispregiando le salutari ammonizioni della chiesa di Dio, cui tanto offese, enfiato dallo spirito di superbia, è ritroso contro di lei. Ci informano pertanto i precetti divini e apostolici, come sono da trattare siffatti prevaricatori, posciachè il Signore dice: _Se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza; e tu lo taglia e lo getta via_. E l'Apostolo dice: _Cacciate il tristo di tra voi_. E Giovanni, il discepolo prediletto di Cristo, ci vieta fino di salutare tal uomo nefario, dicendo: _Nol ricevete in casa, nè gli dite buon giorno; perchè chi il saluta comunica con le sue triste opere_.
«Adempiendo per tanto i precetti divini ed apostolici, questo membro putrefatto ed insanabile, che più non patisce medicina, amputiamolo col ferro della scomunica dal corpo della Chiesa, acciocchè da tanto pestifero morbo non siano contaminate le altre membra di esso. Laonde, perchè dispregia le ammonizioni nostre, e le spesse esortazioni; perchè, invitato tre volte all'emenda e alla penitenza, non si diè cura di venire; perchè non riconobbe il peccato suo, nè lo confessò, nè mise innanzi veruna scusa per suoi messi, nè chiese perdonanza; ma, indurandogli il cuore il diavolo, sta pertinace nella malizia sua, per ciò, per giudizio di Dio onnipotente, del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, e del beato Pietro principe degli apostoli, e di tutti i santi; come altresì per l'autorità della mediocrità nostra, e della nostra podestà di legare e di sciogliere in cielo ed in terra, concedutaci da Dio stesso; Castruccio Antelminelli separiamo dalla percezione del sacro corpo e sangue di nostro Signore, e dalla compagnia di tutti i cristiani, e lo discacciamo dalle porte della santa madre Chiesa, così in cielo come in terra, e lui decretiamo essere scomunicato ed anatemizzato; lo priviamo di ogni sua dignità, e che ogni uomo lui e sua gente possa offendere in avere e in persona senza peccato; e lo condanniamo al fuoco eterno col diavolo e con gli angeli suoi, finchè ritorni al cuor suo, e si liberi di esso diavolo, facendo penitenza, e satisfacendo alla Chiesa di Dio, di cui tanto fece strazio, dandolo in podestà di Satana fino alla morte del corpo, acciocchè lo spirito di lui si salvi al dì del giudizio.»
E qui tutti i preti risposero:
— Sì, sì, sì.
Dopo ciò il legato ed i preti gettarono a terra le candele accese che avevano in mano, e così finì il rito; che si ripetè con poco divario, per la qualità diversa della persona, contro il vescovo d'Arezzo, il qual fu privato dello spirituale e del temporale.
Il legato del papa, la solennità della cerimonia, il tono enfatico col quale fu letto l'atto di scomunica, il bisbigliare e l'applaudire della gente, nulla non fu udito dalla Bice, che gli occhi e il pensiero aveva sempre a Guglielmo; e poco più vide e udì Guglielmo per la cagione medesima.
La duchessa ben si accorse di tutto, e celando la gelosia, meditava vendetta.
Geri vedeva la Bice stare come smemorata, ed a tutt'altro badare che alla festa; e continuamente volger gli occhi verso la corte, nè sapea che pensare; se non quando gli balenò il dubbio di quel che era; e subito fatta alzare la Bice, la ricondusse a casa senza risponder verbo alle dolci parole che quella povera figliuola gli andava dicendo.
Mentre il legato leggeva enfaticamente il solenne atto di scomunica, accadde cosa che va qui ricordata, perchè si rannoda in gran maniera coll'ultimo sventurato fine di Cecco. Questi era nel mezzo alla piazza in un capannello di suoi discepoli, e quando il legato arrivò a quel punto dove si diceva che il papa privava Castruccio di ogni sua dignità, e dava balía a ogni uomo di offenderlo senza peccato, non potè fare ch'ei non mostrasse di ridersene, e non esclamasse con tanto o quanto scherno:
— Ben altro ci vuole a privar Castruccio che quattro parole d'un prete: sarebbe ben capace Castruccio di privare il papa di tutte le sue dignità.
E coloro che facevangli corona non poterono non ridere alle parole di lui. Vicino ad essi per altro stava un frate minore, che udì bene quelle parole; e come colui che ben conosceva Cecco, gli disse, acceso di santo zelo:
— Maestro, codeste sono parole da eretici; chè ponete in dubbio la efficacia delle scomunicazioni papali.
— Eh, messer lo frate, non pongo nulla in dubbio io; il fatto parla da sè. Credete voi che, pronunciate con tanta solennità quelle parole, Castruccio abbia perduta ogni sua dignità? Credete che sia cosa agevole a chicchessía il potere offenderlo in avere e in persona? Provatevi un po' voi, messere, ad andare ad offenderlo; e vedrete a che giovano le parole di quella scomunica.
Il frate, che non era gran loico, non seppe che rispondere agli argomenti di Cecco; e però si stizzì maggiormente contro di lui, e tutto iroso gli disse:
— Cane paterino! codeste parole sono degne del tuo impuro labbro. Tu, condannato per eretico: tu, che dopo aver giurato di non insegnar la tua falsa scienza, porti in trionfo lo spergiuro insegnandola qui pubblicamente, tu devi parlar del papa come ne parli. Ma la mano di Dio non è abbreviata su gli empj; e proverai alla fine che cosa vuol dire il provocar l'ira sua. Va, maledetto: e ricordati che il riso degli empj è di breve durata.
E con atto di disprezzo e di abominazione si allontanò.
Cecco avrebbe risposto come si meritava a quella bestia di frate; ma cane scottato dall'acqua calda ha paura della fredda; e però si ritenne, perchè, essendo stato una volta nelle ugne dell'Inquisizione, e scampatone come per miracolo, non voleva trovarcisi la seconda.
Quel tafferuglio per altro aveva fatto nascere un certo tal movimento fra la gente d'attorno, e aveva dato nell'occhio al duca ed alla duchessa, che tosto mandarono a sapere che cosa fosse; nè poterono fare che non biasimassero acerbamente Cecco, a cui il duca volea farne duro rimprovero: se non che la duchessa si interpose, dicendo che ella stessa nel voleva rampognare, avendone pure un'altra cagione.
Mentre che queste cose si facevano in piazza S. Croce, eccoti levarsi voce in Firenze, che fosse fallita la compagnía degli Scali e Filipetri; la voce si fece ben presto certezza; e corsane la novella fra il popolo adunato a vedere la cerimonia della scomunica, distrasse da ogni altra cosa le menti di tutti, e ciascuno se ne commosse come di pubblica calamità.
La detta compagnía era durata, secondochè dice il Villani, più di centoventi anni, e trovossi a dare fra cittadini e forestieri più di quattrocento migliaia di fiorini d'oro; e fu a' fiorentini maggiore sconfitta, senza danno di persone, di quella dell'Altopascio, perciocchè chi aveva denari in Firenze perdè con loro; e molte altre buone compagníe, per il fallimento di quella furono sospette, con gran danno della città, la quale se ne sgomentò non poco. Uno di coloro che rimasero più danneggiati da questo avvenimento fu Geri Cavalcanti padre della Bice, che molta parte del suo avere, anzi la parte maggiore, avea in quella ragione; per modo che in tal giorno, tra per il fondato sospetto che Guglielmo doveva essere tornato a Firenze, e per questa sventura, fu il più disperato e deserto uomo del mondo, e nessuno poteva accostarsegli. La povera Bice, addolorata già molto dell'essere stata così bruscamente condotta via di piazza S. Croce, è facile a pensare come il dolor l'opprimesse alla novella della così grande sciagura del fallimento. Sapeva che suo padre caramente l'amava, e che essa, unica figliuola, doveva essere anco l'unica consolazione in tanta angoscia di lui, ma, benchè non uscissegli mai d'attorno, non si attentava per altro a profferire parola, avendolo veduto già così sdegnato contro di sè nel venir via da S. Croce, prima ancora che sapesse la cosa degli Scali; e mostrandosi, ora che lo sapeva, così acerbo e salvatico con tutti coloro che gli venivano dinanzi. Pure alla fine si fece animo:
— Mio dolce padre, ma tu stai male... — e non ebbe cuor di dir altro.
Geri stava seduto dinanzi a una tavola, col capo appoggiato sul palmo della mano, e con gli occhi socchiusi; nè ripose nulla alle timide parole della figliuola.
— Dunque non mi vuoi più bene... — riprese la Bice dolorosissima, e inginocchiandosegli dinanzi.
A questo amoroso rimprovero Geri, che l'amava più de' suoi occhi, sentì vincer la sua durezza, e rispose:
— Ah! non ti voglio più bene! Tu mi vuoi bene tu, che mi lasceresti qui solo, senza chi mi chiuda gli occhi alla mia morte, per andar dietro ad uno straniero, ad uno degli oppressori della libertà fiorentina!
— Babbo mio.... Guglielmo è buono....
— Dunque ho ben indovinato — disse Geri, alzandosi tutto in furia — Egli è da capo in Firenze; e per lui tu eri così smemorata là in piazza S. Croce. Sciagurata! così ami tuo padre? Amareggiandogli gli ultimi giorni della vita, e mostrandoti disubbidiente e ritrosa alla sua volontà! Povero vecchio! eccomi qui, oppresso dalla sventura, ridotto ora quasi alla miseria, con questa figliuola, che dovrebbe essere la mia consolazione e conforto, e che invece la sventura mi accresce a mille e mille doppj...
E chiudendosi il volto tra le palme, e scotendo desolatamente le testa, fremeva e piangeva ad un tempo.
La povera Bice, atterrita dalle dure parole del padre, e pietosissima dell'angoscia di lui, piangeva anch'essa amaramente, e chiedeva perdono.
— Perdono! — riprese il vecchio con voce più umana: — dunque sei pentita; dunque mi prometti di levare il cuore dal cavaliere straniero...
— Babbo mio buono, io ti amo sopra ogni cosa creata; io voglio essere sempre la tua buona Bice: voglio esser io la tua consolazione e il conforto della tua canizie e de' tuoi dolori.
— Dunque a Guglielmo non penserai più?
— Ma egli ama anche te, ed ha per te tanta riverenza... Se egli promettesse di non partirsi più mai da Firenze?...
Qui Geri fece un moto di violenta ira, e diede alla Bice una guardata così terribile che l'atterrì, tanto che singhiozzando esclamò:
— Dio mio, abbiate pietà di me! — Ed aggiunse con accento di disperazione: — Non posso disamare Guglielmo...