Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 4
Amore a cor gentil ratto si apprende;
e così dicendo la prese caramente per mano. La fanciulla fece il viso come di fuoco, e tutta vergognosa chinò gli occhi a terra. In questo eccoti entrare nella sala Guglielmo d'Artese, un leggiadro e nobile cavaliere, biondo, di gentile aspetto, e di maniere e portamento dignitoso, se altri ne fu, che recava alla duchessa un foglio da parte di suo marito. Come prima egli fu dinanzi alla duchessa, e in un bacile d'argento le presentava il foglio, gittò gli occhi sulla fanciulla, che tuttora era tenuta per mano da lei, e che, senza accorgersi, si voltò anch'essa verso di lui: e non prima i loro sguardi si furono incontrati, Guglielmo si senti il cuore come passar da una lancia, e non potè governare tanto sè stesso che non esclamasse: _Bice!_ La fanciulla si coperse di un pallore simile a quel della morte, e rimase immota come una statua, se non quanto si vedeva un moto convulso delle labbra, e pioverle dal volto abbondantissime lagrime.
Come rimanesse la duchessa è facile indovinarlo, nè qui lo dichiaro: con cenno severissimo intimò a Guglielmo di uscire; e lasciata la Bice a cura delle sue damigelle, si ritirò stizzosamente nelle sue stanze.
CAPITOLO IV.
IL DUCA E IL GONFALONIERE.
In un'altra sala del palagio seguiva intanto altra scena. Il gonfaloniere di Firenze era già a stretto ragionamento col duca, il quale stava seduto sopra sedia magnifica, accanto ad un tavolino, su cui era il suo elmo e la sua spada; e senza preambolo incominciò:
— Messer lo gonfaloniere, questa nobile terra è malata forte dentro di sè, e minacciata di peggio da' nemici di fuori. Bisogna provvedere.
— Valorosissimo signore, e per questo appunto il Comune di Firenze è ricorso alla vostra virtù e alla vostra potenza.
— Virtù e potenza! Ma queste sono poco efficaci là dove non sieno secondate, e non possano liberamente operare. La potenza di Castruccio è più grande che mai, dopo la dolorosa rotta dell'Altopascio; e la parte Ghibellina se ne è rialzata maravigliosamente; nè a combatterlo bastano le genti che abbiamo. Bisogna mandar tosto per le amistà, e raccogliere il meno 800 cavalli, e far senza indugio la cerna del contado.
— Monsignore, come può il Comune sopportare tanta spesa? Come si possono trapassare i patti...
— I patti? — esclamò il duca accerito, e stendendo la mano alla spada, che era sul tavolino, come per brandirla: — i patti sono che io provveda al buono stato di questa terra; ed io debbo volere, e voglio, tutte quelle cose che a ciò conducono più speditamente. Si ricordi la vostra magnificenza, che io son figliuolo di re, e signore di Firenze.
A queste superbe parole il gonfaloniere non ebbe cuor di rispondere. E il duca, più baldanzoso:
— Quando un Comune è ridotto a tali estremi, una volontà sola è necessario che governi il tutto; ed a voi Fiorentini, coi vostri modi di squittinj, con tanti ufficj così strani e diversi, in opera di guerra e di ricomporre lo stato, non è possibile far cosa che sia buona.
— Monsignore, disse timidamente il gonfaloniere, rompere gli ordini del Comune, questo non si può fare.
— Tutto si può fare, chi voglia. Ma io non vo' rompere ordini nè altro: bisogna solo che la somma del potere sia tutta in mia mano: bisogna che i priori si facciano a mia volontà; e simile ogni signoría, e ufficj, e guardia di castella, così in città, come in contado; che a mia volontà possa fare pace e guerra; rimettere sbanditi e ribelli, ed ogni altra cosa fare, che a me paja utile a quello perchè sono stato chiamato qua.
— Questo è molto, signore, e dubito forte se il Comune voglia farlo.
— _Voglia!_ C'è per avventura chi abbia balía di dir questo motto, dove io son signore? Messere, pensateci bene: adunate signoría, capitani del popolo, capitani di parte guelfa, collegj; adunate chi volete: a me basta che l'effetto sia quello da me voluto. Anzi darò la cura a monsignor Gualtieri di Brienne, di secondarvi quanto può in quest'opera che vi commetto, e che dee rassodare la libertà e il buono stato di questa nobile e a me cara terra, e ristorare in qualche modo la dolorosa rotta dell'Altopascio.
E fatto venire a sè il duca d'Atene:
— Mio bel cugino, gli disse, strizzando un poco l'occhio e accennando lievemente col capo, farete che siano in arme i vostri cavalli, e seconderete con tutte le vostre forze il magnifico gonfaloniere in quello che vi richiederà.
Qui il gonfaloniere fece atto di voler parlare; ma Carlo gli tagliò le parole in bocca, dandogli cortese commiato in questa forma:
— A Dio v'accomando, messere: gravi cure mi vietano il poter più lungamente ascoltare i vostri savj ragionamenti. Spero farete in modo ch'io possa tenervi sempre per carissimo padre e per amico leale.
Quel venerando uomo fece profonda riverenza, e amaramente accorato, uscì dalla sala.
Gualtieri sapeva già il disegno del duca; e come prima furono rimasti soli, domandò:
— Signore, trovaste voi molto ritroso il gonfaloniere?
— Questi mercanti fiorentini, rispose il duca, restano facilmente abbagliati dalla maestà regale. Non trovò modo di rispondere. Ora bisogna senza indugio dar forma alla cosa, e a te ne commetto la cura; fa che la signoría mi sia confermata per 10 anni, e che i 200 mila fiorini si portino a 400,000.
— I grandi e i potenti sono per noi: ed io farò il rimanente.
— Parmi più savio consiglio tenere col popolo: esso mi diede la signoría, esso me la confermi; e tu lusingalo quanto più puoi. Tieni per altro bene edificati anche i grandi: insomma usa tutte le arti, purchè il voler mio si faccia; e dove queste non giovino, non rifuggir dalla forza, e corri la terra per mia.
— Riposate sulla mia fede. — E dette queste parole, Gualtieri, chiesto ed ottenuto commiato, partì.
Non era passato molto tempo che i Fiorentini avevano fatto in tutto e per tutto la volontà del duca, tanto erano oppressi i loro animi, un poco dalle patite sciagure, e un poco dalla paura delle forze del duca d'Atene. Anzi andossi anche più in là; i grandi e i potenti si erano radunati insieme per dare a Carlo la signoría libera e senza termine; non mica per amore o per fede che avessero a lui, nè che a loro piacesse tal signoría, ma solo per disfare il popolo e gli ordini di giustizia. E la cosa avrebbe avuto effetto, se al duca non fosse piaciuto di tenersi piuttosto col popolo che altrimenti.
CAPITOLO V.
GUGLIELMO E DINO DEL GARBO.
Ma per procedere con ordine nel mio racconto, sarà bene informare il lettore, chi fosse quel Guglielmo che si incontrò con la Bice Cavalcanti dinanzi alla duchessa, e perchè i due giovani, vedendosi a quel mo' all'improvviso, rimasero così sopraffatti. Guglielmo d'Artese, gentilissimo cavaliere provenzale, era stato a Firenze nel tempo della prima signoría di Roberto re di Napoli, la quale terminò nel 1322. Giovanissimo allora, ricco, e di alta progenie, bello e di bella maniera quanto altro giovane ci fosse al suo tempo, era cercato e accarezzato da tutti; e quella fanciulla che avesse potuto gloriarsi del suo amore, sarebbe stata dalle compagne reputata felicissima di tutto il mondo. Altero e disdegnoso per natura; e forse spregiatore in cuor suo di quei Fiorentini, buoni solo a mercanteggiare, e che la libertà loro appigionavano ora a questo ora a quell'altro signore, poco curavasi più d'una dimostrazione che di un'altra, ed agognava solo allo splendore ed agli onori della corte angioina; e forse aveva lasciato a quella corte la donna del cuor suo, ed a lei sola pensava.
Occorse caso per altro che egli una volta accettò di far parte di una splendida cavalcata che alcuni grandi avevano ordinato, per andare poi a sontuoso convito in una villa de' Cavalcanti a poche miglia dalla città: in questa occasione vide la Bice; e preso da subito amore a quella maravigliosa bellezza, ed avutane corrispondenza, pose ogni cura a piacerle, e ben tosto fu diventato un altro uomo, nè più qua o più là pensava di lei, che riamollo di puro, ma di ardentissimo amore. Se non che bisognava farlo celatamente, perchè il padre di lei era avversissimo a tale amore, e fremeva al solo pensiero che la sua Bice dovesse ire sposa ad un cavaliere straniero.
Cessata nel 22 la signoría del re Roberto, Guglielmo fu obbligato di ritornare alla corte; nè si può dire quanto fosse dolorosa a' due amanti questa separazione. Promise l'uno all'altro fede inviolabile ed amore costante: promise Guglielmo che le avrebbe fatto pervenire novelle di sè ogni volta che il destro se ne porgeva; ma, qual se ne fosse la cagione, dopo il primo anno la Bice non seppe più nulla di Guglielmo; della qual cosa la povera fanciulla se ne accorò tanto, che non fu più mai lieta. Sicchè può facilmente indovinare il lettore qual debba essere stato il cuore di ambedue, ritrovandosi inaspettatamente, dopo cinque anni, l'uno sì presso all'altro; e può con pari facilità immaginarsi qual tempesta di pensieri dovesse tormentare il cuore di essi, tornati che furono alla quiete delle loro case. La povera Bice ne rimase smemorata per parecchie ore, ed a fatica potè celare il suo turbamento a Geri suo padre, uomo assai risentito, e che sarebbe montato su tutte le furie, benchè alla figliuola volesse un bene dell'anima, se avesse saputo il fatto. Il trovarsi per altro così vicino il suo diletto, che erale paruto sempre più bello; quello sguardo suo così amoroso; il modo di quella sua esclamazione, gli rimisero la quiete e le speranza nel cuore; e dove fino allora aveva tenuto quel giovane per infedele e dimentico di lei, ora a tutt'altra cagione si studiava di recare il suo lungo silenzio, e solamente stava dubbiosa e timida del come poterlo vedere d'allora innanzi e parlargli.
Guglielmo dall'altra parte non istava punto meglio della Bice: l'aveva creduta infedele, perchè mai, se non una volta sola, avevagli scritto. Ito negli ultimi due anni a corte di papa in Avignone, ed in altre nobili ambasceríe, sempre portava seco il rammarico del perduto amore, nè poteva consolarsene; e come giunse in Firenze, tremavagli il cuore o di trovarla maritata, o forse anco morta, come qualche volta eragli balenato alla mente. Ed anch'egli, quando fu tornato in sè dallo smarrimento che lo colse a piè della duchessa, si riconfortò del vederla, non pur viva, ma tuttora fanciulla (sapendo che tutte fanciulle dovevano essere le presentatrici dei fiori); e gli parve altresì di poter indovinare che sempre l'amava, tanto teneri furono i pochi sguardi ch'ella potè dargli, e tanto abbondanti le lacrime che poi versava; le quali non potevano essere di chi avesselo tradito, perchè i traditori non piangono.
Ma perchè la duchessa andò stizzosamente nelle sue stanze? Ecco un'altra curiosità del lettore; ed eccomi a tosto levargliela. La duchessa si accorse subito che i due giovani dovevano amarsi fin da quando Guglielmo era stato l'ultima volta a Firenze: egli era bello, gentile e prode in arme: non lo avrebbe detto neanco a se stessa, nè gliene avrebbe fatto segno veruno, a costo della vita, perchè mai avrebbe mancato di fede al duca; ma essa lo amava in cuor suo; e in quel punto sentì fiera gelosía, e sdegno ad un tempo, che sì nobile e gentil cavaliere avesse posto il suo cuore in sì basso luogo, come, secondo lei, era la figliuola d'uno di questi mercanti fiorentini: e pensò fin d'allora di attraversare con tutte le sue forze tal cosa. Il giovane, da talune parole tronche, e da qualche atto involontario, non che avesse conosciuto, ma eragli parso d'intravedere come la duchessa nol vedea di mal'occhio; ma bene era lunge dal darsene per inteso, leale come egli era verso il suo signore: anzi, anche per ciò non gli rincrebbe che fosse avvenuto dinanzi a lei quanto avvenne con la Bice, sperando che il saperlo amante di un'altra le caverebbe dal cuore ogni pensiero di amore se pur ce l'avesse avuto; e non pensò ad altro, se non a trovar modo di poter vedere la sua donna.
La prima cosa aveva cercato d'informarsi che cosa fosse avvenuto di una fida cameriera, consapevole del loro amore mentre egli stette in Firenze; ma seppe esser morta: poche, anzi niuna conoscenza familiare aveva in città, nè sapeva qual via tenere per giungere agli intenti suoi; quando gli corse alla mente Dino del Garbo, che, per averlo curato anni addietro, avea con lui molta dimestichezza, ed era parimenti tutto di casa Cavalcanti. Non mise tempo in mezzo; ed in meno che non si dice fu a casa Dino, il quale, vedutolo, gli fece meravigliosa festa. Ma Guglielmo senza altre parole:
— Maestro, sono alla mercè vostra; mi salvaste altra volta, salvatemi adesso.
— Cosa ch'io possa, bel cavaliere; che vi piace?
— Non cerco ajuto dall'arte vostra; ma dal vostro affetto e dal vostro consiglio.
— E l'una cosa e l'altra son tutte vostre: parlate.
— Sono innamorato, e vengo da voi per soccorso.
— Qui, figliuolo, nè l'arte mia, nè l'affetto, nè il consiglio ci possono nulla; e dall'altra parte io spero che non vorrete farmi Prenze Galeotto, soggiunse ridendo maestro Dino.
— Oh, maestro, è troppa la riverenza in che vi tengo, e il grato animo che mi vi lega, da formare così vile pensiero di voi... Ma voi siete famigliare ed amico dei Cavalcanti...
— Intendo, cavaliere, dove volete riuscire. Fin da quando vi curai del vostro malore mi accorsi del vostro amore per la Bice de' Cavalcanti; e dopo che foste partito, ne presi certezza dal modo che essa teneva, dalla grave mestizia che la occupò, e da certe parole tronche di M. Geri, il quale per altro non me ne disse mai nulla direttamente.
— Come! la Bice si accorò del mio partire, e ne fu sempre dolente?
— Non ebbe mai più bene di sè; ed era la maraviglia e il rammarico di tutti il vedere colei che era stata il fiore e la letizia delle donzelle fiorentine, ridotta una cosa tanto scura e tanto mesta.
— Maestro, se Dio vi ajuti, non mi abbandonate. Io vivo solo per la Bice: l'amo, dopo Dio, sopra ogni cosa umana; fate che io le parli: sono cinque interi anni che mi consumo di lei: cinque interi anni che nulla ne ho più saputo: l'ho creduta infedele; l'ho creduta sposa di un altro: l'ho creduta perfin morta. E ora l'ho riveduta sempre più bella, sempre più angelica, sempre amante... Maestro, ajutatemi, consigliatemi.
E qui non potè fare che allo scongiuro non tenesse dietro uno scoppio di pianto.
— Figliuolo — disse maestro Dino — che io vi procuri il modo di parlare alla Bice non è onesto nè a me nè a lei. Posso bene parlarne con M. Geri suo padre, ed esortarlo efficacissimamente che secondi gli onesti vostri desiderj.
— Suo padre! è inutile, maestro: fu avverso al nostro amore fin da principio.
— Io non so altra via che sia buona.
— Oh Dio, voi mi uccidete: io son diserto... da chi troverò consiglio?... Ah!... maestro Cecco! esclamò Guglielmo, a modo di chi si mostra lieto di aver trovato un sicuro ripiego.
Al nome di maestro Cecco, Dino si fece in volto come di bragia, e con atto di strana maraviglia dimandò:
— Maestro Cecco! Intendereste forse di Cecco d'Ascoli?
— Sì, rispose Guglielmo, esso è uomo di tanta sapienza, che...
— Di tanta sapienza? — interruppe Dino, — esso è un eretico scomunicato; è nimico del nome fiorentino; e i due più illustri figliuoli di questa patria ha scherniti e vituperati, dico Dante e Guido Cavalcanti, zio appunto del padre di quella Bice che voi amate. E voi ora vorreste che, siccome egli vituperò il zio, ora vituperasse il nipote, facendo da mezzano agli amori della sua figliuola...
— Maestro Dino, io sono leale cavaliere...
— I Fiorentini, messere, si chiamano ciechi, ma non sono: e i grandi di questa terra sono e leali e generosi e valenti in arme quanto cavaliere o francese o provenzale; nè loro si fa vergogna che non si paghi col sangue, o con lacrime amare.
— Maestro Dino! — riprese da capo Guglielmo — se voi non foste quell'uomo che siete, e se non aveste codesti capelli bianchi, non so s'io comporterei sì fatte parole.
— Nè io, così canuto, ho paura di voi e de' pari vostri. Maestro Cecco!... E il Duca stesso, che sapeva l'avversione di lui a Firenze, e come egli abbia cercato di offuscare le glorie maggiori nostre, chi sa che non lo abbia condotto qua seco per ischerno e per oltraggio di noi e della nostra terra. Ma, se questa è ora oppressa dalla sventura, e i suoi cittadini ora dormono, potrebbero un giorno destarsi, e far pagar caro a' superbi stranieri, ed ai truci tiranni lo scherno e l'oltraggio.
Tali parole diceva Dino tutto infiammato nel volto, e vinto assolutamente dall'ira. Tanto era l'odio che aveva per Cecco, che il solo nominarlo, ed il sentire che godeva fama di sapienza, gli aveva tolto il lume degli occhi; e chi sa fino a qual punto sarebbe arrivata la cieca furia di lui, se Guglielmo, tra per la riverenza in che lo teneva, per il rispetto alla sua canizie, e per non sentirsi tirato pe' capelli ad oltraggiare quel vecchio in sua casa, pensò bene di partirsene, dicendogli sole queste parole: «Maestro, io non sono troppo letterato; ma ricordomi bene di aver letto che un antico savio latino disse questa sentenza: _Ira est initium insaniae_.»
CAPITOLO VI.
L'AJUTO DI CECCO.
Aveva Guglielmo fatto pochi passi fuori dell'uscio, che, sboccando da via del Garbo, dove erano le case dei Cavalcanti, nel Corso degli Adimari, si abbattè in Cecco d'Ascoli, a cui raccontò minutissimamente quel che gli era accaduto in casa maestro Dino; e fermandosi sul fatto della Bice, ed esortandolo a consigliarlo e ad ajutarlo, Cecco rispose, cercando di coprire il suo sdegno con una certa tinta di gravità.
— Messere, la ira e i vituperj di Dino contro di me non vi diano maraviglia: leggemmo insieme per molti anni nello studio di Bologna; e come egli si reputa il primo scienziato del mondo, e la mia scuola era più frequentata e più lodata che la sua, così ne prese fierissima invidia, e per me egli era sempre sparso di livore. Combattei gli errori di quel Dante Alighieri, di cui questi Fiorentini vanno tanto alteri, e massimamente questo maestro del Garbo, che, tra le altre cose, lo appella _Divino_. Scrissi contro alle false dottrine contenute in una certa canzone di altro loro poeta e filosofo, amico singolarissimo di questo Dante e di questo Dino; ed anche di ciò prese fiero sdegno, e riscrisse un commento a quella canzone, contrario tutto alla mia sentenza: cosa meschina e debole se altra ne fu... Ma tal sia di quel tristo vecchio. Voi, messere, mi chiedete ajuto e consiglio nel fatto vostro; e debito mio sarebbe invece il disajutarvi.
— Oimè, maestro, ch'è quello che mi dite?
— Dopo il vostro incontro con la Bice dinanzi alla duchessa, questa mi volle a sè, e la trovai accesa di tanto sdegno e di tant'ira, che quasi mi fece paura. Messere, mi parlò per forma che io vi intravidi la gelosía: mi sono io apposto?
Qui Guglielmo non rispose parola, e Cecco continuò:
— Ma sia l'una cosa o l'altra, poco rileva. Vero è che la duchessa vuole ad ogni modo sapere come sta la cosa di questo amor vostro; vuole che ad ogni modo si rompa; e vuole che io le dia ajuto e consiglio in questa opera, ricorrendo alla magía, se per altro modo non è possibile.
— E voi le avete promesso?
— Promesso formalmente no; ma negato nemmeno, chè mi sarebbe costato caro. Io per altro son ben lungi dal voler secondare le feroci voglie di lei; anzi vo' far ogni mia possa per ajutar voi. I Cavalcanti gli conosco da un pezzo; e troppo mi piace che voi amiate una fanciulla di quella casa. Eccomi qua tutto vostro: e il modo di contentarvi non è per avventura troppo difficile.
— Dolce mio maestro, voi mi rendete la vita.
— Io ho promesso di leggere la Sfera del Sacrobosco ad alcuni studiosi che mi udirono a Bologna: tra questi ci ha un frate Marco de' predicatori, tutto cosa mia, e familiare de' Cavalcanti. Egli forse... Lasciatene il pensiero a me.
Gli occhi di Guglielmo sfavillarono di speranza e di gioja; e il suo grato animo a Cecco lo significò baciandogli affettuosamente la mano. E come già erano presso al luogo dove Cecco per la prima volta andava a fare le sue letture, ripetute a Guglielmo parole di conforto, gli diede commiato promettendogli che quella sera medesima avrebbe potuto dirgli qualche cosa.
CAPITOLO VII.
IL GIARDINO DI CASA CAVALCANTI.
La duchessa aveva di fatto chiamato a sè maestro Cecco, e questi avevale di fatto dovuto promettere che farebbe ogni opera per frastornare e per rompere tale amore di Guglielmo e di Bice; ma ora che da Guglielmo aveva udito il rifiuto fattogli da maestro Dino, e la fiera avversione che questi avea mostrato a sì fatta cosa; e come anche Geri Cavalcanti fosse contrario; vedendo di potere ad un colpo ferire il suo acerbo nemico, e Geri nipote di Guido Cavalcanti, statogli già avversissimo, mutò proposito, e si diede a secondare con ogni studio il desiderio di Guglielmo; nè prima ebbe finita la sua lettura che, avuto a sè frate Marco, ed accompagnatosi con esso, dopo ragionato di cose diverse:
— A proposito, Frate Marco, disse Cecco, voi potreste se vi piace, fare un'opera buona.
E frate Marco, domandatogli come; Cecco, fattosi da principio dell'amore di Guglielmo, gliene raccontò capo per capo ogni minimo che, e conchiuse così:
— Voi vedete che messer Guglielmo ha oneste intenzioni verso la Bice, e non potrete negare che i Cavalcanti dovrebbero tenersi assai da più, se potessero imparentarsi con sì nobile cavaliere come lui. Ambedue que' giovani ardono di rivedersi... la cosa è onesta, perchè conduce a buon fine... voi siete domestico di messer Geri...
— Maestro, che domandereste voi?
— No, frate Marco, nulla di men che onesto, vi dico. Guglielmo parli alla fanciulla, al cospetto della sua matrona. Voi, so che questa matrona ben conoscete...
— È mia devota...
— Sì, sì, vostra devota; ed appunto per ciò consigliatela a fare quest'opera pietosa e santa. Su, bel frate: e se altro non potete, fate che almeno la vostra devota si abbocchi essa col cavaliere, che da lei si lascierà in tutto e per tutto governare.
Il frate si lasciò vincere a questi e ad altri più calzanti argomenti di Cecco; e senza indugio andò a casa Cavalcanti. Vide la devota sua, la quale, sapendo tutte le smanie della Bice, aveva già studiato ogni via da consolarla, e non le parve vero che gli se ne porgesse ora occasione; il perchè si proferse quasi da sè di parlare con Guglielmo, e pregò il frate che a lui desse la posta per la mattina di poi nel chiostro nuovo di Santa Maria Novella. La cosa fu condotta con tanta cura, che, non solo la matrona parlò il giorno di poi col cavaliere, ma potè recare la Bice a riceverlo nel giardino la sera del giorno medesimo. Chi intende amore per prova può facilmente immaginare la smania che ebbero i due amanti nel rimanente di quella giornata; i momenti parevano loro secoli; ciascuno ripeteva mille volte a se stesso le parole che avrebbe detto all'altro; ogni opera loro era fatta sbadatamente; non trovavano luogo; non potevano attendere a nulla; chè su qualunque cosa fermassero il pensiero, sempre risdrucciolava nel beato momento che gli aspettava la sera: e quanto più questa si appressava tanto più frequenti battevano i loro cuori. La posta era data alle quattro ore di notte, e non si domanda se Guglielmo fu puntuale; la Bice, nello scendere in giardino con la matrona, tremava come una foglia, e sentivasi venir meno le forze, tanto era sopraffatta, un poco dalla gioja, un poco dal timore e dalla novità dell'uscir di casa a quell'ora.