Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 3

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Il dì 26 di luglio del 1326[10] tutta Firenze era in festa: le torri e le logge de' grandi, le residenze delle arti maggiori e minori, i sestieri e i nobili palagj, sventolavano di pennoni, di gonfaloni e di bandiere; le vie erano gremíte di popolo, che si accalcava specialmente intorno al palagio del podestà; e molta gente avviavasi verso porta S. Gallo, la cui torre era stata edificata di fresco con disegno di Arnolfo di Cambio, ed era tutta adorna delle bandiere di parte guelfa, del popolo fiorentino, della repubblica, del papa e del re Roberto di Napoli. Doveva entrare solennemente in città Carlo duca di Calabria, figliuolo di esso re Roberto. A costui Firenze aveva data la signoría per dieci anni, con provvisione di 200,000 fiorini d'oro l'anno; ed egli già fino dal maggio precedente vi aveva mandato in suo nome, con 400 cavalli, quel Gualtieri di Brienne duca d'Atene, che in questo medesimo giorno 26 di luglio, diciassette anni dopo, fu cacciato a furia di popolo da Firenze, di cui si era fatto con male arti signore. Il gonfaloniere di giustizia, che era Geri Soderini, con tutti i priori; il vescovo, il podestà ed i capitani del popolo, erano iti ad aspettarlo fuori di porta, sotto un nobile padiglione di sciámito rosso seminato di gigli. Messi andavano e venivano, per vedere se nulla si scoprisse o si udisse: ogni picciol romore che veniva da quella parte, facea volgere in là tutti i volti, e tosto udivasi da mille bocche: _il duca, il duca_. Finalmente, in sul mezzogiorno, un lontano squillar di trombe annunziò che il duca arrivava davvero. Tre fumate di sulla torre della porta ne diedero avviso alla città, e tutte le campane cominciarono a sonare a distesa: il popolo si versava a torrenti per le vie dove il signore doveva passare, mal contenuto dai provvigionati del duca d'Atene, e dai fanti del podestà: ed era un continuo ondeggiare di turba affollatissima; l'uno con le mani sulle spalle all'altro, rizzarsi in punta di piedi ansiosi di vedere se spuntava nulla a capo delle vie; bambini levati in alto dai babbi e dalle mamme; spinte, gomitate, strida, motteggi e scroscj di risa da varie parti, che alquanto scemavano la noja dell'aspettare. Intanto, arrivato il duca alla porta, il vescovo prima di tutti fece riverenza a lui ed al legato del papa che cavalcavagli a destra: poi andarono il gonfaloniere e i priori, presentandogli le chiavi della città su un bacile d'argento, le quali furono da lui rifiutate con atto urbanissimo; ma non restò per questo che non entrasse in Firenze armato di tutte armi, e con la lancia in pugno, con quel piglio ed atti che sogliono i conquistatori e padroni.

Firenze non aveva mai veduto sì ricca, e sì nobile cavalcata. Dinanzi a tutti andavano il duca e il legato del papa: il duca aveva sopransegne reali, e rispondeva con lievi cenni del capo, e con sorriso lievissimo, agli evviva e alla letizia del popolo. Seguitava appresso al duca Maria di Valois, sua moglie, con sei damigelle, l'una più vaga dell'altra, ricchissimamente vestite; e poscia il gonfaloniere di giustizia con tutti i priori, i collegj, i capitani di parte guelfa; e dopo essi tutti i principi e baroni di sua compagnía, tra i quali eran principali M. Giovanni fratello del re Roberto, il Prenze della Morea, M. Guglielmo Lostendardo, monsig. Giuffrè di Gioinville, il Despoto di Romania, ed altri infiniti signori e cavalieri francesi, provenzali, catalani e napoletani, che furono da millecinquecento, cento dei quali erano cavalieri a spron d'oro: bella e fioritissima gente, le cui armi ed arnesi, racconta Giovanni Villani che furon ben millecinquecento some di muli a campanelli: cosa di gran maraviglia e stupore.

E quel luccicar d'armi e di gioje; quello splendore di vestimenti e di arredi; il grazioso salutare della duchessa e delle sue damigelle; quel vedere tanti segnalati signori e cavalieri raccolti insieme, avevano per modo inebbriato i Fiorentini, che in mille guise significavano la loro letizia, e non restavano di applaudire. Come il duca fu giunto sulla piazza di San Giovanni, entrò nel tempio, splendidamente addobbato, dove era a riceverlo la chericía della cattedrale in abiti solenni. Fatta breve preghiera ed assai ricca offerta, uscì di chiesa per la porta di mezzo, e volle fermarsi un poco ad ammirare la nuova fabbrica di Santa Reparata[11], che già era molto innanzi: guardò con molta compiacenza la graziosa loggia del Guardamorto[12]; e parve fargli mirabile effetto il corso degli Adimari[13] con tutti quei palagj, e torri, e logge, adorne di festoni, di ghirlande e di bandiere.

Doveva egli risedere nel palagio del Podestà da Badía: e quivi la gente era accalcata su per le logge, per le scalee, sui tetti, per tutto; e non si può dire a parole il clamore di voci e il batter palma a palma che fu fatto quando il signore sboccò sulla piazza.

— Viva il duca e la duchessa.

— Viva la chiesa e parte guelfa.

— Muoja Castruccio e i ghibellini.

— Viva il re Roberto.

— Viva il popolo, vivano i ghibellini, gridò una voce.

E più di mille voci: _No, viva il signore_; e furono addosso al mal capitato gridator ghibellino, che ne andò mezzo pesto ed infranto.

In sulla porta di Badía stavano a mirar lo spettacolo un frate Minore ed un vecchio di alta statura, che all'abito si conosceva per medico; niuno dei due pareva compreso da quella gioja di cui il popolo dava tanti segni; e udendo tante grida, e vedendo il caso del povero ghibellino, disse il vecchio con sorriso di scherno:

— Come ben disse il nostro Dante che il volgo grida spesso: _Viva la sua morte e muoja la sua vita!_ Avete sentito? _Viva il signore!_ E questa città si regge a popolo! _Viva il signore!_... Si vede che questi sciagurati non lo sanno che cosa sono i signori: eppure son sempre aperte le piaghe che lasciò sulla povera Firenze Carlo Senzaterra. Oh! benedetto il mio Dante, che sì potentemente lo folgorò.

— Eh, maestro, pur troppo dite vero; e Dio voglia che questo signore qui, non faccia anche peggio di quell'altro a Firenze, tanto sinistro aspetto mi par ch'egli abbia!

In questo mezzo il duca e la duchessa erano già montati in palagio, e già i cavalieri si avviavano verso le case loro assegnate, quando il frate Minore:

— Oimè! maestro, guardate, se Dio vi ajuti, quel vecchietto tutto vestito di nero su quel cavallo leardo. E' mi par tutto Cecco d'Ascoli, processato già per eretico e per negromante a Bologna.

— Come! Il detrattore del nostro divino Dante, e di messer Guido Cavalcanti? Colui che presume di esser fisico, filosofo, astrologo, poeta, ogni cosa? Ed ha fronte tanto sicura che osi di venire a Firenze? Non è possibile, frate Accorso: guardate meglio, accertatevene; io sono di vista troppo inferma.

Ma intanto i cavalieri si erano già allontanati: e però i due personaggi, affine di accertarsene, la diedero per un chiassuolo, e riuscirono appunto alle case dei Macci là da Orsammichele, dove tutti dovevano far capo; nè prima si furono un poco appressati, che il frate riconobbe Cecco, e non potè tenersi che non dicesse ad alta voce:

— Ah pateríno dannato! è lui daverro: è il negromante! E il duca viene accompagnato da certa gente? Maestro, lo dicevo che di questo duca ne speravo poco bene?

— Ed anche mi pare che sia un oltraggio a Firenze il venirci accompagnato da un eretico, che ha, per di più, vituperato i due più illustri figliuoli di questa patria.

— Maestro — disse un popolano accostandosi — che dite voi di scomunicato e di negromante?

— Nol vedi — soggiunse il frate — quel vecchietto nero che smonta or da cavallo? È un eretico, è un negromante.

E intanto la gente faceva capannello accosto ai due che parlavano.

— Sarebbe da cacciargli a furore di popolo.

— È Cecco Diascolo — (il popolo chiamava così Cecco) ripigliò il maestro; — il beffeggiatore di Firenze e di Dante; non si vorrebbe comportare che la nostra città fosse contaminata da gente sì obbrobriosa.

— _Cecco diascolo? muora, muora,_ — cominciarono tutti a gridare: e gli avrebbero messo le mani addosso, se Cecco, veduta la mala parata, non si fosse rifugiato tosto in casa, la quale era guardata dai provvigionati del duca di Atene.

Smontati che furono tutti, la gente cominciò a dileguarsi; ed a poco a poco la città aveva ripreso il suo aspetto grave, e la sua quiete. — Ma perchè si faceva tanta festa da un popolo libero alla venuta di un novello signore? E chi erano quel frate e quel maestro, i quali aizzavano il popolo a levar rumore contro Cecco d'Ascoli? Il lettore mi segua, e lo saprà in quest'altro capitolo.

CAPITOLO II.

UN POCO DI STORIA. — CECCO D'ASCOLI, MAESTRO DINO DEL GARBO, E L'INQUISITORE.

La città di Firenze reggevasi a popolo, e godeva della sua libertà, dicono i vagheggiatori dei governi popolari, ricordando le cose fiorentine, specialmente del secolo XIV. Ma di che sapore era ella questa libertà, e quali erano i frutti che dava? Fino dal principio del secolo Firenze, come dice Dante, rinnovava genti e modi; e più che mai la straziavano le maledette parti de' Bianchi e de' Neri, trapiantatevi da Pistoja; e diventava un Marcello, per usare la mirabil frase di Dante medesimo, ogni villano che venía parteggiando. Tutta la gloria e tutto il desío di quegli sciagurati consisteva nel sopraffare, anzi nel disfare la parte contraria, ardendo case, dichiarando ribelli, e confiscando i beni dei vinti. Non si trattava più di Guelfi e di Ghibellini, perchè questi ultimi non si erano più rifatti dopo la rotta di Benevento e il crudele supplizio di Corradino, e solo i Guelfi signoreggiavano, come quegli che avevano il favore del papa e de' reali di Napoli, tenendo gli altri sotto gravi pesi, per modo che non ardivano di alzar la fronte; tanto più che i loro capi erano dichiarati ribelli. Ma i Guelfi stessi erano discordi tra loro, e si erano partiti, come diceva, in Bianchi e Neri, riscaldata l'una parte e l'altra dall'ambizione de' grandi e specialmente de' Cerchi e de' Donati; onde la città stessa era non di rado campo di battaglia; i palazzi si munivano e si assaltavano come fortezze; le vie si asserragliavano; esempj di crudeltà e di ferocia erano frequenti; un continuo mutar di leggi e di ufficj: e Firenze poteva bene agguagliarsi, come appunto l'agguagliò Dante, a un'inferma, che non trova riposo sopra un letto di piume, e fa schermo al dolore dando volta di continuo.

Quando le cose riducevansi agli estremi, che proprio non si poteva andar più avanti, allora si cercavano rimedj. Prima il papa mandò il cardinale di Acquasparta, che, giunto a Firenze, chiese balía di riformare la terra, di rappacificare le parti e accumunare gli uffizj: ma i Cerchi se ne risero, ed egli partì lasciando la città interdetta. Poi vi mandò Carlo di Valois, detto Senzaterra: fu gran disputa se dovesse riceversi; ricevuto, gli si diè balía di riformare la città con pace e senza disordine; ed egli, dopo averlo giurato, con la gente francese che aveva seco corse la terra per sua; e nacque uno dei più terribili tumulti che mai si udissero, per cui seguirono morti ed esilj, tra' quali quello di Dante.[14] Durissima prova di questa verità: che quando un popolo ha bisogno di ricorrere a protezione e ajuto di stranieri, questi gliela concedono solo per aver predominio e per avvantaggiarsene, a scapito della dignità e della libertà di chi li chiama o gli accetta: durissima prova, che Firenze fece tante e poi tante volte senza impararne mai nulla.

Dopo la partenza di Carlo Senzaterra si provò ad eleggere con piena balía un ufficiale forestiero col titolo di Bargello; e chiamato a ciò M. Fulcieri da Calvoli, uomo feroce e crudele, questi manomise spietatamente la vita e le facoltà dei più nobili cittadini, e disertò la città per modo che Dante, nel XIV del Purgatorio, là dove Guido del Duca profetizza a M. Ranieri da Calvoli, zio di questo Fulcieri, gli fa dire:

Io veggo tuo nipote, che diventa Cacciator di quei lupi in sulla riva Del fiero fiume, e tutti gli sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva; Poscia gli ancide come antica belva; Molti di vita, e sè di pregio priva.

Sanguinoso esce della trista selva: Lasciala tal, che di qui a mill'anni, Nello stato primajo non si rinselva;

dove i lupi s'intende per i Fiorentini, e il fiero fiume per l'Arno.

E veramente Firenze non si riebbe per molto tempo, e sempre mutava ordini e modi; sempre travagliata di dentro dalle discordie, seguite da uccisioni e da arsioni; e di fuori da' fuorusciti e dai signori capi dei Ghibellini; prima da Uguccione della Faggiuola, e poi più terribilmente da Castruccio; talchè doveva sempre stare a discrezione del papa o dei reali di Napoli, che la dissanguavano per mezzo dei loro vicarj.

Solo nel 1322 poterono i Fiorentini liberarsi dalla signoría del re Roberto, durata molti anni; ma tanti furono i travagli che ebbe poscia la repubblica, massimamente per le armi di Castruccio, il quale corse e ricorse più volte il loro contado, ardendo castella, disfacendo ponti e strade, e devastando e mettendo a saccomanno ogni cosa, rafforzato ancora dalle armi del vescovo De' Tarlati di Arezzo; e a tale estremo venne per la rotta di Altopascio, la quale condusse Castruccio fin presso Firenze, attorno alle cui mura fece correre un palio a scherno dei Fiorentini; che questi non ebbero altro scampo da tanta furia, se non ricorrere da capo al re Roberto, il quale gli mandò per signore di Firenze Carlo duca di Calabria suo figliuolo, la cui entrata abbiamo veduto sul principio di questo racconto.

Resta ora che io faccia far conoscenza al lettore coi tre personaggi nominati in sul fine del precedente capitolo.

Il vecchietto vestito di nero, osservato da quei due che stavano a veder l'entrata del duca sulla porta di Badía, era di fatto Cecco d'Ascoli, famoso scienziato e astrologo, e in voce di mago e di negromante, come erano tenuti in simile concetto a quei tempi tutti coloro che coltivavano la filosofía e le scienze. Il suo vero nome fu Francesco, figliuolo di maestro Simone Stabili da Ascoli, nato nel 1257, o in quel torno: si diè nella primissima età a coltivare con ardore le lettere, le matematiche e tutte le arti, come allor si diceva, del trivio e del quadrivio, tantochè di bonissima ora acquistò fama di solenne scienziato, e fu chiamato a insegnare astrología nello studio di Bologna, dove stette molti anni, esercitando il suo nobile ufficio con gran lode e riputazione. Il gesuita Appiani d'Ascoli, apologista di questo sventurato, sparge sul conto di lui varie favole, come quella che si fosse profferto di condurre il mare Adriatico sotto le mura di Ascoli; che fosse medico di papa Giovanni XXII, e che perciò si trattenesse parecchio tempo alla corte d'Avignone; che avesse per suo nemico personale in Firenze Guido Cavalcanti; e che, tornato d'Avignone, facesse amicizia con Dante: cose tutte chiarite false dai fatti e dalla cronologia. Molti parlano di Cecco d'Ascoli come di uomo vano e presuntuoso, ma privo di vera scienza; altri invece lo rappresentano per uomo di gran sapere, e che a forza di studio e di osservazione, fosse giunto a scoprire de' nuovi fatti nella scienza astronomica e nella meteorología, i quali poi furono accettati dalla scienza per verità irrepugnabili; e tra questi il Libri nella sua _Storia delle Scienze matematiche_ conchiude parlando di lui: «sarebbe tempo che gli Italiani ristorassero la memoria d'un uomo, che ha ben altri pregj che quello d'essere una vittima illustre della Inquisizione.»

Compose nella sua gioventù[15] un poema in lingua italiana da esso intitolato _l'Acerba_, quasi che fosse come un acervo, e indigesta raccolta di cose scientifiche; o che volesse accennare con quel modesto titolo la imperfezione del suo lavoro, chiamando tal opera del suo ingegno, non matura e dolce, ma imperfetta ed acerba[16]; ed infatti quest'opera trovasi in alcuni testi a penna col titolo: _Liber acerbae aetatis_. L'_Acerba_ è divisa in cinque libri, che in alcune edizioni sono ridotti a quattro: è in terza rima, con le rime concatenate in modo diverso dalla terza rima di Dante; ed è assai rozza e strana nella forma, benchè qua e là bellezze vere rifulgano. Frequenti sono le riprensioni che Cecco ivi fa alle dottrine di Dante; e contro Dante inveisce fieramente verso il fine del suo lavoro; comecchè non paja improbabile che Cecco avesse commercio di lettere con lui, secondo che può argomentarsi da un luogo dell'_Acerba_ stessa, il quale dice: «Ma qui mi scrisse dubitando Dante ec.». Ad un altro celebre fiorentino si mostrò avverso fieramente Cecco d'Ascoli, dico a Guido Cavalcanti, amico di Dante, sommo filosofo allora, e nobile poeta, scrivendo un lungo commento alla canzone di lui:

Donna mi prega, perch'io voglia dire, D'un accidente, che sovente è fero,

e combattendo virilmente le sue dottrine filosofiche; contro al qual commento di Cecco, fece altro commento maestro Dino del Garbo, pigliando risolutamente a difendere quelle dottrine che Cecco aveva combattute.

Mentre questi era nello studio di Bologna, vi lesse negli ultimi anni la Sfera del Sacrobosco con un commento fattovi da lui, e fioritissima era la sua scuola: tal commento parve all'Inquisizione che peccasse contro la dottrina cattolica del libero arbitrio, e fu comandato a Cecco che cessasse di spiegarlo; ma, non rimanendosene, fu accusato, processato, e condannato a gravissima sentenza; e dovè giurare che mai più avrebbe insegnato tali dottrine. Ciò avvenne nel 1324;[17] e da quel tempo, non trovandosi più a suo agio in Bologna, vagò per diverse città, e all'ultimo se ne venne a Firenze, per astrologo forse, e forse anche per medico, alla corte del duca di Calabria.

I due personaggi di sulla porta di Badía, l'uno era frate Accorso da Firenze, inquisitore dell'eretica pravità nella provincia di Toscana; e l'altro era maestro Dino del Garbo. Questi fu medico eccellentissimo del suo tempo. Datosi a studiare in Bologna, valse tanto nelle arti liberali, nella filosofía e nella dottrina di medicina che, di volontà di tutto lo studio, fu promosso alla cattedra, dove insegnò molto tempo con fama grandissima. La invidia per altro fece ben presto sue arti verso di lui; nè poco gli si adoprò contro Cecco d'Ascoli, che leggeva allora appunto a Bologna; il perchè Dino fu costretto partirsene, e andò a leggere a Siena; nè a Bologna più volle tornare, con tutto che i Bolognesi solennemente lo richiamassero.

Fece parecchie opere di gran lode, che lo resero famoso in tutta l'Italia e fuori: tra le altre vuolsi notare più specialmente il commento latino sopra la famosa canzone di Guido Cavalcanti, la quale dei movimenti, cagioni, costumi e natura di amore, con ragioni, dice Filippo Villani, filosofiche e morali sì cautamente e mirabilmente dimostra; contro la qual canzone aveva, come dissi poco fa, scritto acerbamente Cecco d'Ascoli.

Dino, già vecchio, era tornato da qualche anno a Firenze, per finirvi quel tanto di vita che poteva tuttora restargli.

Adesso continuiamo il racconto: che oramai n'è il tempo.

CAPITOLO III.

L'OMAGGIO E L'AMORE.

Il palagio del Podestà, chiamato poi del Bargello, non era condotto per anco all'ultima sua perfezione, dacchè non era ancora merlato; non era ancora stato messo in volta il tetto di sopra; non era costruita la maravigliosa scala del cortile; ma, con tutto ciò, era il più magnifico palazzo di tutta Firenze; e tanti erano stati i restauri e gli addobbi fatti per ricevere degnamente il novello signore, che sarebbe potuto servire di reggia a qualunque gran re: e il duca e la duchessa si mostrarono contentissimi di sì nobile residenza, che fecero anche più splendida con arredi proprj.

Il giorno seguente alla venuta de' principi, il gonfaloniere con tutti i priori, i capitani del popolo e i collegj, andarono a fare l'omaggio solenne al novello signore ed alla sua donna. La gran sala del palagio era mirabilmente ornata di pitture a fresco, e molta parte delle pareti coperta di nobilissimo corame messo a oro con bullettoni dorati: erano appiccati su in alto, e disposti in ben intesi gruppi, i gonfaloni del re Roberto, di parte guelfa, della repubblica fiorentina, della chiesa, dei sestieri e delle arti: panche, sedie ed altri mobili, il tutto di noce finissimamente intagliati, e ricoperti, quelli che il comportavano, di corame messo a oro, con bullettoni dorati: una edícola di gentil disegno e lavoro, con un'immagine della Vergine, opera di Giotto, era collocata nella parete di tramontana; nella parete di levante erano due nobili sedie sotto un baldacchino ricchissimo di sciámito rosso, seminato di gigli d'oro, e sormontato dalle armi della Chiesa e del re Roberto.

Introdotti il gonfaloniere, i priori e tutti gli altri, il duca e la duchessa, che erano seduti sotto a quello che potea dirsi trono reale, si alzarono, e si mostrarono benigni in atti e in parole: ambedue per altro avevano sulla faccia un certo non so che di altero e di soverchiante, che forte dispiacque ai Fiorentini; e quella stessa mostra di magnificenza, quell'essere attorniati com'erano di armati, e di tanti nobili cavalieri, teneva sospesi gli animi di molti, che si misero in apprensione per la libertà del comune. Il duca era assai giovane: scarso piuttosto della persona, sparuto nel volto e con rada barba; ma con due occhi così mobili, di così acuto sguardo e terribile, che davano segno, non solo della mobilità, ma anche di altra peggior qualità dell'animo suo. La duchessa al contrario era di persona ben formata, di gentile aspetto, se non quanto aveva del virile: vicina ai trent'anni, ma pur sempre bellissima, la sua beltà era rifiorita in modo maraviglioso dalle ricche ed elegantissime vesti.

La magnificenza di quell'addobbo, lo sfoggio di armi, di gioje, di vestimenti, così dei principi come de' tanti cavalieri che loro stavan d'attorno, faceva strano contrasto colle semplici vesti de' cittadini fiorentini, i quali rimasero sopraffatti da tanto splendore e da tanta magnificenza; per modo che il gonfaloniere durò fatica a spiccicare poche parole del complimento d'uso, alle quali il duca rispose quello che sogliono rispondere tutti i novelli signori, fermandosi sulle bellezze della città, sulla virtù dei cittadini, sulla buona volontà con cui vengono di rispettare usi e consuetudini, e di spendere vita ed averi per l'utilità del popolo e per il buono stato e per la libertà del comune, e ben presto diede loro commiato. Come il gonfaloniere fu vicino alla porta, gli si fe' presso Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, e sotto voce gli disse:

— Il signore vuol conferire con voi per cose che importano al buono stato della terra; piacciavi di trattenervi un poco qui in palagio.

A che il gonfaloniere rispose che il farebbe, non senza essere contristato da funesto presentimento.

Dopo tal cerimonia, altra se ne preparava non tanto solenne, ma gentilissima se mai ne fu: sei fanciulle fiorentine, tutte de' grandi, venivano a presentar la duchessa di un canestro di fiori, ed a farle omaggio in nome delle matrone e donne fiorentine. Prima tra queste era la Bice dei Cavalcanti, una fanciulla di meravigliosa bellezza, oramai su' 24 anni, il cui volto era sempre dipinto di una certa mestizia, che non poteva esserci cuore umano il quale non si sentisse tratto ad amarla. A lei toccò di offrire a nome di tutte quel grazioso presente alla duchessa, e disse parole così gentili, così semplicemente garbate, e con voce così angelica, che Maria di Valois, risposto cortesi parole di ringraziamento, non potè fare che, voltasi a lei specialmente, non le dicesse:

— Gentile damigella, se Dio vi conceda ogni vostro piacere, che è quell'aria di mestizia che portate sul vostro bel volto? essa mal si conviene con la vostra bellezza, e con la letizia di questo giorno.

— Madama, le sventure della mia terra... La fresca perdite della mia diletta madre... — rispose Bice tutta smarrita; e non trovando altre parole da aggiungere.

— Ah, voi celate qualche cosa: siete bella, e non può fallire che abbiate gentil cuore; e sapete che il vostro Dante scrisse: