Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 27
«La detta sentenza fu data e pronunziata, e la promulgazione e la rilassazione fu fatta per il detto inquisitore, sedente pro tribunali, nel coro della chiesa de' frati minori di Firenze, presente il detto messer vicario e suoi assessori, soldati e famiglia, riceventi il detto maestro Cecco sotto gli anni dell'Incarnazione del Signore 1327, indizione decima, il dì 20 di settembre, presente il detto Cecco rilassato, e gli infrascritti testimonj:
«Bernardo de Ricci, compagno dell'inquisitore — Ser Antonio Graci — Ser Lore da S. Maria Novella — Borghino di maestro Chiarito da Prato — Dinco Ducci — Neri Giovannini — Manovello di Jacopo».
Maestro Cecco fu menato al detto messer Jacopo da Brescia, legato colle mani dietro; e con molta furia di parole ed atti irosissimi gli fe' mettere i ferri in gamba, e per quella notte rinchiudere in strettissima prigione. La mattina seguente fu menato dinanzi a messer Jacopo, il quale aveva avuto il processo, che gli fece leggere da capo, e il maestro raffermò quello che aveva detto dinanzi all'Inquisitore. Allora messer Jacopo disse:
— Vedi, maestro, o tu fai quello che io voglio, condannando i tuoi errori, e le tue eresíe, o io ti spaccerò.
E il maestro:
— Stolte sono le tue parole; la invidia e la ignoranza mi hanno condotto qui; ma la verità non si muta, e troppo è più forte di esse.
Intanto già era cominciato a sonare, come dicevano, a condannagione, e poste fuori le bandiere, e armavasi la famiglia, quando venne un messo dell'Inquisizione, dicendogli:
— Maestro Cecco, tu vedi che la famiglia si arma per menarti alla morte. Io non so che uomo tu sei: perchè non credi quello che credono gli altri? Il Vescovo e l'Inquisizione mi hanno mandato qui, che io ti venga a dire, se vuoi ritornare alla chiesa e rimanerti dei tuoi errori, acciò che vegga il popolo che la chiesa è misericordiosa fino all'ultimo.
E il maestro senza verun segno di apprensione:
— La morte mi veggo dinanzi agli occhi, e non temo. Credo quel che è vero, ed i miei nemici sanno che io nol discrederò mai; e simulano adesso misericordia e benignità per ingannare il popolo come sempre hanno fatto.
Allora la famiglia lo trasse con grande impeto fuori della porta, e rimaso tutto solo tra berrovieri e mascalzoni, scalzo, con una gonnelluccia in dosso, parte de' bottoni sfibbiati, senza nulla in capo; e andava con la testa alta, senza verun segno di paura o terrore. Vi era tanto popolo che appena si poteva vedere; e a molti increscendone, gli dicevano:
— Non voler morire: pentiti; rimanti dei tuoi errori.
Ed altri:
— Sciagurato! tu hai il diavolo addosso, che ti trascina alla morte.
E così in più punti del suo ultimo doloroso cammino chi gli diceva una cosa, e chi un'altra: esso rispondea sempre più costantemente che mai, e sempre mostravasi più impavido.
Quando fu in sulla piazza de' Priori (oggi della Signoría) quivi era andato a vederlo passare anche monna Simona, la quale, tra gente e gente, erasi ficcata molto innanzi; e sulla piazza medesima era appostato il valletto di messer Guglielmo coi suoi compagni, per tentar di levar rumore, e vedere se in quel subbuglio venisse lor fatto di liberar il maestro. La vecchia a cui maestro Cecco passò molto da vicino, vedendolo a quel modo lacero e malconcio, si sentì proprio serrare il cuore, ricordandosi in quanta stima l'avea veduto tenere dal suo sere, ed anche dal bel cavaliere; sicchè non si potè tenere che la non facesse un acuto strillo; e poi non dicesse ad alta voce:
— Oh Dio! come l'hanno condotto! che strazio hanno fatto di un tanto maestro!
E voltasi poscia a lui proprio:
— Maestro Cecco, riconoscetemi voi? Deh! maestro, non vogliate morire! fuggite dalle mani di cotesti cani.
Il maestro le si volse benignamente, dicendo:
— Buona Simona, il vederti mi è consolazione. Non piangere su me, piangi sopra i miei nemici.
Il popolo d'attorno alla Simona, udendo le sue parole, e vedendo i suoi atti così disperati, e la temperata e grave risposta del maestro, se ne commosse; e seguitando ella il maestro, o volendo pur dire, la famiglia del vicario del duca, volle metterle le mani addosso. Allora si levò un poco di rumore tra la gente d'attorno, e la Simona strillava orribilmente, che non voleva lasciarsi menar presa. A un tratto si ode dal lato opposto una voce:
— Muora la famiglia del vicario.
Ed in un altro punto:
— Viva maestro Cecco d'Ascoli: su, brigate, liberiamolo da costoro.
E molti del popolo già levavano il rumore. La famiglia del vicario, udendo tali grida, si mise in forte sospetto, e tutti si volsero verso là dove il rumore si faceva, e pensarono prima di tutto ad assicurarsi del reo, il quale non dava segno veruno nè di speranza, nè di paura: ed in questo fru fru della famiglia, potè la povera Simona, un poco da sè e un poco ajutata, svignare dalle unghie di uno de' famigliari dei vicario che già l'avea ghermita, e ritrarsi salva alle case de' Cavalcanti, di lì poco discoste. Il rumore intanto si faceva grande, benchè molto popolo per la paura fuggisse chi qua chi là; e la famiglia avea gran fatica a schermirsi dalla furia dei non pochi assalitori, i quali a lungo giuoco l'avrebbero sopraffatta, e toltogli Cecco dalle mani, se tosto non accorrevano parecchi fanti del podestà, all'apparir de' quali coloro che avevano levato il rumore, vedendo di non potere in modo veruno resistere, fuggirono chi per un verso e chi per un altro; ed il rumore fu tosto acquetato, e il maestro riprese il doloroso viaggio.
Venuto alla piazza del Grano[37], essendovi molte donne alla finestra, e tavolieri, e gente che giocava, gli dicevano:
— Pentiti, pentiti.
E Cecco senza ira e senza paura:
— Pentitevi voi de' peccati, delle usure e degli altri brutti vizj.
E uno fra gli altri gli andò dando molta briga per più d'una balestrata, dicendogli:
— Tu se' martire del diavolo: credi tu di saperne più che tanti maestri?
Con altre simili parole e vituperosi motti e scede, alle quali Cecco o non rispondeva, o rispondeva solo parole sentenziose o gravissime. Egli per altro era così vinto dalla fatica, così oppresso dal caldo, ed aveva tanta seccagione che spesso volle chiedere da bere, ed allora ripigliava forza, in modo che pareva un altro uomo, e poteva bene rispondere a coloro che continuamente gli volgevano parole o di compassione, o di preghiera o di scherno. Volto il canto da Santa Croce per andare alla porta della giustizia, gli dette molta briga un suo antico famigliare con molte parole:
— Maestro, non vogliate morire: pentitevi; sarete perdonato; non siete però tra' pagani.
— Peggio che pagani: io voglio morire per la verità.
— Poniamo che sia codesta la verità; non dovete morire per ciò.
— Per la verità morì S. Pietro; e a S. Paolo fu tagliato il capo.
— O, negò San Pietro.
— E se ne pentì.
— Or bene, tu lo potrai fare anche tu, però che, se S. Pietro fosse qui, e' negherebbe.
— No, nol farebbe; e se il facesse farebbe male.
Uscito dalla porta della giustizia[38] era serrata la chiesa di Santa Maria del Tempio, che lo avevano comandato i nemici di Cecco, acciocchè paresse che non credesse in Cristo. Quando finalmente fu sul luogo della giustizia, il banditore bandì, e fecero un cerchio di cavalli attorno al capannuccio, onde poca gente potè entrare nel cerchio; e molti saliron sul muro dell'Arno, che era lì presso, tanto che si potesse vedere molto bene.
Arrivato maestro Cecco dinanzi al capannuccio non mutò aspetto neppur là; ma arditamente vi entrò dentro: ed essendo già legato alla colonna, alcuni misero il capo dentro, pregandolo che si pentisse. Ed egli stava sempre forte; e ad uno che pur il pregava, spesso dicendogli:
— Perchè vuoi tu morire così?
Egli rispose:
— Questa è una verità che ho sempre albergato in me, della quale non si può rendere testimonio se non dopo morto.
Allora, per ispaurirlo, fecero molte volte fumo attorno il capannuccio, e molti altri spaurimenti; infine, dopo molte battaglie, dategli sempre invano, misero fuoco al capannuccio; e com'egli lo sentì appiccato, volgendosi col capo, che con la persona non potea, verso Firenze, disse con gran voce:
— Firenze, questo supplizio è tua grande vergogna; la tua obbrobriosa servitù a' signori stranieri, a' frati ed a' preti, ti farà per molti secoli cieca, e ferma incontro al tuo bene: il tribunale che mi ha condannato...., qui fece un atto come se starnutisse, nè disse se non l'ultima parola; che fu:
— Maledetta sie tu...
E essendo arsi i legami che il tenevano legato alla colonna, cadde in terra ginocchione, con la faccia volta verso il cielo, e la bocca tonda già morto.
CONCLUSIONE.
Il fiero caso di Cecco d'Ascoli e la sua meravigliosa costanza sbalordì tutti; e molti se ne addolorarono in Firenze e fuori, che il tenevano solenne scienziato; e c'è chi racconta[39] come papa Giovanni XXII, saputa in Avignone la novella di questa morte, dicesse publicamente al cospetto di tutta la corte: _I frati minori hanno perseguitato ed ucciso il principe dei filosofi peripatetici_.
Il giudizio, che della scienza e dottrina di Cecco fu fatto nei secoli posteriori, è vario e diverso, chi dicendolo filosofo nobilissimo, come tra gli altri, ai dì nostri, Guglielmo Libri; altri un volgare astrologo, un ingegno balzano, e vanamente ambizioso.
Leggendo attentamente l'Acerba e il Commento alla Sfera del Sacrobosco per altro, si raccoglie che un carattere scientifico assai largo lo avesse, benchè il fondamento sia falso: rinnovare la vita umana nel suo triplice aspetto intellettuale, morale, religioso. Il suo nuovo scibile era la necessità universale, e l'antivedere: le intelligenze sono cagioni: le stelle organi loro proprj; sotto la luna ogni cosa effetti necessitati; dall'uomo alla pietra una sola catena obbediente alla forza. Ma l'uomo, mediante la scienza, costringe le intelligenze astrologiche e demoniache a palesargli il futuro; il qual potere della scienza lo vendica, se nol sottrae, dall'assoluta necessità, e quasi lo divinizza. La onnipotenza sola di Dio può sottrarre l'uomo alla legge della necessità; ma solo alterando l'ordine della natura. Questa dottrina non poteva naturalmente trovarsi d'accordo con la dottrina della chiesa cattolica; e come il papa e i preti e frati avevano in mano la forza, ed il tribunale dell'Inquisizione era allora accettato e favorito e temuto altresì generalmente da principi e da repubbliche, era necessario che maestro Cecco d'Ascoli pagasse col fuoco queste sue strane dottrine.
Non senza gran ragione gli uomini saggi e amanti del vivere civile hanno sempre mostrato orrore di questo barbaro ed inumano supplizio; meravigliando come una religione tutta amore e carità si porgesse in questi casi tanto spietata e crudele. La chiesa per altro era accorta: non erano leggi sue quelle che condannavano al fuoco gli eretici; erano leggi degli imperatori di Germania, e massimamente di Federigo II, nemico pur esso del papa, ed anche eretico nel concetto dei cattolici d'allora; e queste leggi furono accettate come diritto comune: per forma che la chiesa ne usciva a bene, e levava come suol dirsi, la carne dalla pentola bollente, con la zampa degli altri. I suoi tribunali non condannavano al fuoco; dichiaravano solamente il tale essere eretico; e lo consegnavano al braccio secolare, che gli eretici condannava al fuoco.
Del rimanente questa era colpa più dei tempi che d'altro: ed anche qualcuno di coloro, che si celebrano per vittime del furore papale, e per apostoli di libertà e di viver felice, vagheggiavano questo supplizio, tra' quali mi basterà il ricordare fra Girolamo Savonarola — il cui supplizio è anche dopo quattro secoli cagione di fremito a' suoi devoti — il quale nel suo opuscolo contro gli astrologhi esclama: «O stolti, empii ed insensati astrologhi! contro di voi non è da disputare altrimenti, che col fuoco». E ciascuno sa come Calvino stesso ricorse a questa sentenza contro chi non la pensava come lui in opera di religione. Intorno poi agli ultimi momenti della vita di Cecco vanno attorno delle tradizioni plebee, e senza verun fondamento storico; le quali tuttavía mi pajono qui da ricordare secondo che le racconta il Manni, nelle sue _Veglie piacevoli_. Si dice dunque, che un tale, chi che si fosse, aveva già avvertito Cecco d'Ascoli, che, se aveva cara la vita, stesse lontano dall'Affrico e dal Campo di Fiore; il perchè, mai non volle andare a Roma, dove è Campo di Fiore, nè mai alla sua vita uscì fuor di casa, allorchè spirava il vento Affrico. Ora, essendo egli condotto al supplizio, séguita la tradizione, e vedendo esser vana ogni speranza di campar la morte, domandò se forse quel luogo si chiamasse Affrico, a che fugli risposto, quel luogo chiamarsi Campo di Fiore, ed Affrico essere il nome di un piccolo fiumiciattolo che scorrea lì poco lungi. Udito ciò maestro Francesco, vide di esser morto, ed esclamò: _Actum jam de me est_ (sono spacciato). L'altra favola è questa: Che quando maestro Cecco era per essere abbruciato diventava un fastello, o un covone di paglia, e così usciva dalle mani dei ministri della giustizia; ma che, dopo essere succeduta questa beffa più volte, mentre era ricondotto alla morte, affacciossi ad una finestra della chiesa di Santa Maria Maggiore d'onde doveva passare[40], una persona, che sapeva il suo incantesimo e gridò: _Non gli date bere_; perchè, avendo egli formato tal patto col diavolo, per esser lui liberato in quel mo' dalla morte, bevendo, non si sarebbe potuto farlo morire. Ed aggiungesi che per tal fatto nel muro laterale della chiesa si pose l'effige in marmo di colui che così parlò.
Ora diasi fine al presente lavoro, raccogliendo in poche parole come cessò la signoría del duca di Calabria, e come capitarono le persone di nostra conoscenza.
Il tribunale dell'Inquisizione, dopo la sentenza e il supplizio, prese sempre maggior piede e maggior baldanza; ma per contrario ne scadè molto la signoría del duca Carlo, il quale ben tosto ebbe rimorso di aver lasciato far sì atroce giustizia di maestro Cecco, e perdendo lui, gli era parso di rimanere smarrito. Il Bavaro dall'altra parte avanzava sempre di più: e sentendo il duca, com'egli, partito da Pisa, era già entrato in Maremmo, il dì 24 di dicembre, cioè tre mesi dopo la morte di Cecco, fece un gran parlamento su in palagio, dove furono i priori, i capitani di parte guelfa, e tutti i collegj, e gran parte della miglior gente della città grandi e popolani; e quivi per suoi savj, solennemente e con belle diceríe, annunziò la sua partita, la quale diceva essergli di necessità per guardare il suo regno, e per contrastare alle forze del Bavaro; e confortando i Fiorentini che rimanessero fedeli a parte di santa chiesa: e che lasciava loro per loro capitano messer Filippo da Sanguineto, e per suo consiglio messer Giovanni di Giovannozzo e messer Giovanni da Cività di Rieti, e gente d'armi di mille cavalieri, pagandogli 200 mila fiorini d'oro, come se ci fosse, promettendo che verrebbe egli in persona, dove bisognasse, con tutte sue forze, in ajuto di Firenze; alle quali cose tutte acconsentirono i Fiorentini. Il duca il giorno dopo, che fu il dì di Natale «fece, come scrive Giovanni Villani, gran corredo (oggi si direbbe fece gran ricevimento), e diè mangiare a molti buoni cittadini, e gran corte di donne, con grande festa e allegrezza; e poi il dì 28 di dicembre si partì di Firenze con tutti i suoi baroni; e poi morì l'anno appresso per una febbre presa a caccia».
Maestro Dino del Garbo, dopo le ultime parole che dissegli maestro Cecco, e dopo il romore che per esso accennò di levarsi, non ebbe più bene di sè; e, o fosse lo strazio del rimorso, e forse anche la paura della predizione, si ammalò gravissimamente, e pochi giorni dopo la morte di Cecco, a dì 30 di settembre, morì anch'egli.
Frate Marco, dopo la tortura e dopo la prigionía, fu mandato a un monastero di strettissima osservanza, dove fece vita di continua penitenza.
La badessa visse poco più, consumata da una lenta febbre; nè più la poterono rivedere Guglielmo e la Bice, che vissero lunghi anni: e dopo la morte di messer Geri, tornato messer Guglielmo in Puglia, colà nella signoría datagli dal re Roberto, da loro ebbe principio una delle più nobili famiglie di quella regione. Della Simona non ho trovato che cosa ne fosse.
Qui finisce il racconto, e non ho cuore di domandare a' lettori ed alle lettrici se ne hanno preso tanto o quanto diletto, ovvero uggia e fastidio. La volontà mia era quella di evitare così le noje, e le minuziosità e le lungaggini degli uni, come le convulsioni epilettiche degli altri.
Se non mi è riuscito, i lettori e le lettrici me lo perdonino;
«Chè non può tutto la virtù che vuole».
GLOSSARIO.
=Altro ieri.= _Bene l'altrieri._ Più giorni addietro, o come ora si dice L'altro giorno.
=Asciolvere.= Il primo pasto della mattina, la colazione.
=Assisa.= _Ad una assisa._ Tutti ad un modo, co' medesimi colori, e colle medesime armi.
=Asserragliare.= È ciò che ora si dice, con modo francese, Far le barricate, o Barricare.
=Banderajo.= Ora si dice il Portabandiera.
=Battifolle.= Bastione forte, e ben munito.
=Bello.= _Mio bel cugino_, _Bel frate_, e simili. Erano modi amorevoli ed affettuosi. Ora si dice: _Mio caro cugino_, _Caro frate_.
=Benedetto Dio.= Modo di affermare risolutamente.
=Buonomini.= Erano un antico ufficio della repubblica; deputato al consigli della signoría.
=Caldo.= Istigazione, Favore dato segretamente.
=Calze.= Era tutto il vestimento della gamba fino alle anche; e si facevano di materia e colori diversi.
=Capannuccio.= Così chiamavasi la catasta dove si bruciavano i condannati al fuoco: i Latini la dissero Pira.
=Capitudini.= Così chiamavansi i collegj delle arti maggiori in Firenze; ed anche i Capi di tali collegj.
=Capoletto.= Panno di nobil materia, e lavoro, da adornarne le pareti della camera, specialmente a capo del letto. Si disse anche in generale per ciò che ora dicesi Arazzo.
=Caporale.= Comandante di una schiera militare, come or si direbbe Generale, o chiunque ha alto grado militare.
=Castellare.= Castello non forte nè munito.
=Cavalcare.= Far viaggio a cavallo. Andare in un luogo facendo il cammino a cavallo.
=Cella.= Cantina, stanza sotterranea dove si serba il vino.
=Cerna.= _Fare la cerna_ era il Raccogliere, lo scrivere milizie; o come or dicesi Chiamar sotto le armi coloro che per legge hanno tal debito.
=Cessi Dio. Cessilo Iddio.= Dio mi guardi, Dio me ne guardi. Dio non voglia, e simili.
=Chericía.= Tutti i cherici addetti a una chiesa o cattedrale, o collegiata; e si dice anche dei preti in generale; oggi Clero.
=Cioppa.= Era una specie di sopravveste che, stretta alla vita, scendeva in piccole falde.
=Còle.= Voce del verbo latino Colere, allora usitatissima; e vale Riverisce, Onora, e simili.
=Còlla.= La corda con la quale si tormentavano i testimoni e i rei per costringergli a dire il vero.
=Collegj.= Erano un magistrato da cui la signoría pigliava consiglio ne' casi gravi e dubbj.
=Compagnía.= Società di commercio, come dicesi ora, o Ditta commerciale, o Casa.
=Conforto.= Fu comunissimo il dire _a' conforti di alcuno_, per dire secondo i consigli e le suggestioni di esso, o incoraggiato da lui.
=Consorto.= Parente, che ha qualche grado di parentela con qualcuno.
=Cosa ch'io possa.= Modo comune ne' secoli passati per dimostrare la buona volontà di soddisfare a chi dice di voler un favore da noi.
=Correre.= _Correre un paese._ Lo scorrerlo con forza armata, o per pigliarne possesso, o per saccheggiarlo.
=Credenza.= Segreto, Cosa da tenersi segreta. § _Aver credenza_, vale Essersi stata confidata cosa da tenerla segreta.
=Cuocere.= Fu usato comunemente per Cucinare, Far da cucina.
=Cuore.= _Di gran cuore._ Volentierissimo, Di bonissima voglia.
=A Dio v'accomando.= Era modo comune per dare altrui commiato; e anche per prenderlo. Ora è rimasto solo un mozzicone; e dicesi _Addio_; che è pure una reticenza dell'antica formula.
=Divisa.= Arme o Scudo gentilizio; così detta da' varj colori onde è composta.
=Donneare.= Ora si direbbe Fare all'amore.
=Doppiere.= È ciò che ora si dice Torcia di Venezia.
=Ferire= _un torneamento_. Combattere in un torneo.
=Gabbarsi= _di alcuno_. Farsene beffe, Schernirlo.
=Giubbone.= Sopravvesta a vita, elegante e di lusso.
=Lattovaro.= Composto di varie materie medicinali ridotte a consistenza di manteca, e che ha per fondamento lo zucchero o il miele.
=Leggiadro.= Fu detto anche per Svenevole, Affettato, Lezioso, e simili.
=Libbra.= Fu detto anche per Imposizione, Gravezza, Imposta.
=Madama.= Fu titolo che si dette alle gran dame, ed anche alle Regine.
=Maestro.= Era il titolo che davasi comunemente a' medici; e dicendosi assolutamente _il Maestro_, si intendeva _il Medico_.
=Monachino.= Colore scuro tendente al rossiccio, come erano generalmente le cappe e le tonache de' frati.
=Monsignore.= Titolo d'onore che soleva darsi a' principi, specialmente della casa reale di Francia; ed anche a' grandi personaggi.
=Natività.= L'oroscopo, La predizione astrologica fatta alla nascita, per sapere qual sarà la vita di alcuno.
=Oste.= L'esercito in campagna; e il campo stesso ove è l'esercito pronto a combattere.
=Pancale.= Panno con fregi di nobile lavoro per distendere sopra le panche come ornamento.
=Partito.= T. arald. A strisce, come or si direbbe. _Panno cupo partito vermiglio._ Panno cupo a strisce vermiglie.
=Pateríno.= Si chiamarono con tal nome alcuni eretici del secolo XII; ma si durò ad usarlo per Eretico in generale.
=Peverado.= Brodo; così detto perchè vi si soleva mettere del pepe.
=Piacere.= _Che vi piace?_ Cortese modo di rispondere a chi ci si fa innanzi in atto di domandare qualcosa. Ora si dice: _Che vuoi?_ o _Che vuole?_ _In che posso servirti?_ _Che desideri?_ ec.
=Piacere.= _Se vi piace._ Formula di pregare altrui cortesemente che faccia una data cosa: simile al _s'il vous plaît_ francese. Allora fu usitatissima anche fra noi. Ora si dice: _Di grazia_, o _Per favore_.
=Poltrone.= Uomo vile e spregiato, di bassa condizione.
=Posta.= _A posta di._ In balía di, A discrezione di.
=Provvigionato.= Soldato, Persona che serve militarmente per una data quantità di tempo e di denari.
=Punto.= _Dare il punto._ Indicare, dopo osservazioni di astrología, qual è il punto più favorevole a cominciare un'impresa.
=Puzza.= Veramente significò Marcia, e quel che i medici chiaman tuttora _Pus_. Ma si usò anche per Obbrobrio, Vitupero o simili.
=Rimedio.= _Per rimedio dell'anima sua._ Era questa la formula dei lasciti che si facevano alle chiese.
=Rubello.= _Fare rubello._ Dichiarare che uno è ribelle, ed è incorso nelle pene contro i ribelli.
=Saettame=. Lo stesso che Saettamento.
=Saettamento=. Projettili, Frecce, Dardi, e tutto ciò che si scagliava da archi, balestre, e macchine da lanciare.
=Savio di guerra=. Uomo pratico e valente in cose di guerra; come or si direbbe _Strategico_.
=Scaggiale=. Cintura con fibbia; e si disse tanto di quelle di cuojo semplice, quanto di quelle di materia nobilissima, e preziosamente fregiate.
=Sciámito=. Drappo nobilissimo simile al velluto, che prende il nome dal fiore Sciámito, che è quello detto anche Fior velluto.
=Sciugatojo=. Si disse per ciò che ora chiamasi _fisciù_; che è quel panno con cui le donne si cuoprono il seno e le spalle, più o meno adorno e guarnito, secondo i gusti.
=Scuro=. Si disse per Oppresso dal dolore, Mal ridotto o simile. E così _Scurità_ per Stato dolorosissimo, e pericoloso, di oppressione.
=Se= di buon augurio.
=Se Dio vi ajuti=. È particella che si premetteva alle formule di augurar bene a qualcuno: simile al _Sic_ dei Latini.
=Segno=. Così chiamavasi la orina che si mostrava al medico: perchè dal guardarla attentamente se ne pigliava criterio a giudicar della malattía.
=Sere=. Si diede già questo titolo ai parochi, ed ai curati.
=Sestiere=. Firenze allora era divisa in sei parti, e si chiamavano Sestieri; e _Sestieri_ si chiamavano anche le case dove risedevano i capi di ciascun Sestiere.