Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 26
— E Francesco Stabili da Ascoli, che si fa chiamare maestro Cecco, nol conosci tu?
— Ah! si, messere, il conosco.
— E non sai tu che egli fu già condannato per eretico?
— Ma so che fece penitenza, che ricredè i suoi errori, e che fu perdonato.
— E non andavi tu a udirlo leggere là in Calimara?
— Sì padre: vi andava.
— E non vi leggeva egli quel suo comento alla Sfera, che fu condannato ed arso per libro ereticale? e cui egli con tutto ciò continua ad insegnare, spregiando il fatto giuramento che più non lo leggerebbe?
— Messere, il maestro insegnò sempre dottrina cattolica.
— Ti metti tu innanzi al tribunale della S. Inquisizione, che quel libro e il suo autore condannò? — rispose il vicario tutto acceso nel volto.
E il povero frate, che per lo spavento già cominciava a perdere il discorso:
— Cessilo Iddio! cessilo Iddio!
— Udisti tu mai ch'egli insegnasse, gli uomini nascere sotto necessità delle influenze del corso del cielo; e anche messer Jesu Cristo non essere da tale necessità ito esente; potersi per virtù di scienza astrologica indovinare le cose avvenire, e tutto il corso della vita umana, con altre ed altre proposizioni pazze ed ereticali?
— No, messere, no.
— Ricorditi tu che hai giurato sopra le Sante Dio Guagnele[35] di dire la verità?
— Lo giurai e la dico.
Allora il vicario, fatto cenno al tormentatore, frate Marco fu preso, legatogli ambedue le mani dietro, e messo alla còlla, fu tirato su e datogli un tratto. Quell'infelice mise uno strido acutissimo, e cominciò ad esclamare:
— Spiccatemi, spiccatemi, chè dirò la verità.
E spiccato che fu, lasciatogli per altro le mani sempre legate, tutto piangente disse:
— Messere, Cecco d'Ascoli insegnava tutto quello che dite voi: io credo tutto quello che mi dite ch'io debba credere: condanno tutto quello che mi dite essere da condannare.
— Udisti tu mai che Cecco impugnasse la libertà dell'umano arbitrio?
— Sì, udii.
— Che facesse incantesimi e natività?
— Sì, udii.
— Vedesti che per forza di magía si fe' cadere a' piedi la sua propria testa?
— Vidi.
— Che per forza di magía e con filtri ajutasse illeciti amori?
— Codesto, messere, no.
— Ricorditi tu, frate Marco, che giurasti di dire la verità.
— E la dico, messere.
E il vicario, fatto cenno da capo, il tormentatore prese il frate e accennava di far l'ufficio suo.
— No, messere, no: dirò tutto. Udii e vidi quello che voi dite.
— Udisti che egli si facesse beffe delle scomunicazioni papali, e ne impugnasse la efficacia?
— Udii.
— E perchè non denunziasti le predette cose alla santa Inquisizione?
— Per non ricordarmi di esserne tenuto, come ho avvertito adesso che me lo ricordate voi.
Le quali cose udite e registrate, gli fu letta e fatta firmare la sua deposizione; gli fu fatto giurare che terrebbe stretta credenza, e fu licenziato.
Ma non era finita lì. Quel povero diavolo, tutto rotto della persona, e con le braccia e quel mo' scarrucolate, uscito appena dalla sala del tribunale, gli si fe' incontro un famigliare della Inquisizione che il doveva menare alla presenza dell'inquisitore, dove giunto, quel terribile uomo gli disse con severo piglio:
— Sappine grado al priore del tuo monastero ed all'abito che tu vesti, se anche te non ho compreso nel processo di questo pateríno maledetto da Dio, di cui tu, a vituperio del tuo ordine, e a grave scandolo de' buoni cattolici, fosti uditore e seguace. Ma bada, un'altra fiata nè priore, nè abito, nè ordine, nè altra umana considerazione ti salveranno; e se ora hai trovato misericordia appresso questo sacro tribunale, allora pagheresti gravissimamente anche le pene presenti.
Frate Marco, che aveva assaggiato la tortura, e come dicevan gli antichi, non avea più osso che ben gli volesse, pensò che cosa dovesse essere l'ira e il furore del sacro tribunale, se quella usata con lui era misericordia; e tutto umile rispose:
— Reverendo in Cristo padre, della misericordia vostra ho avuta tal prova, che mai la dimenticherò. Gran mercè, messere.
— Togli, soggiunse l'inquisitore senza neppure badargli, recherai al tuo priore questa carta. Va, e il signore ti illumini.
E frate Marco, presa la carta e baciata la mano all'inquisitore, si strascicò alla meglio al convento, e fu al priore. La carta scritta dall'inquisitore diceva che frate Marco, a sua intercessione escluso dal processo, era per altro degno di pene gravissime; e però rilasciava a lui, suo prelato, il dargli quelle che gli paressero più acconce, così per esempio agli altri, come per l'obbligo strettissimo che ciascun prelato ha di non lasciare impuniti peccati simili: il perchè, il priore comandò che frate Marco fosse messo tosto nella prigione loro, e quivi sostenuto fino a comando contrario.
CAPITOLO LIII.
IL PROCESSO.
Eran già passati otto giorni che maestro Cecco fu chiuso nella orribile sua prigione, e nè egli era stato mai chiamato a veruna disamina, nè niuno per la città avea potuto saper nulla di lui, con tutto che Guglielmo specialmente, confortatone anche dalla Bice, studiasse ogni modo da saperne qualcosa. Era stato a Santa Maria Novella per cercare frate Marco; ma solo potè raccogliere che frate Marco stesso era stato esaminato e posto alla còlla, e che ora era in prigione per comandamento del priore.
La Simona andava tutte le mattine a Santa Croce; e avvezza alle usanze della chiesa: e sapendo come bisogna bazzicare co' frati e coi preti, la s'era già addimesticata, ora domandandogli una cosa, ora un'altra, di messe, di congreghe, di laudesi ed altri simili, la s'era addimesticata, diceva, col sagrestano, un fratone lungo e secco che pareva la quaresima, il quale per altro era, per dir come allora si diceva piacevoleggiando, il miglior brigante di questo mondo: ed un giorno che le parve, lui essere di migliore umore del solito, la s'attentò a entrare così alla larga in materia:
— Fra Luca (il sagrestano si chiamava fra Luca) e' mi diceva il mio sere, buon'anima sua, che qui alla vostra Regola e' si ardono gli eretici. È egli vero poi?
— Eh, monna Simona, che dite voi? parvi egli luogo questo da ciò? Qui sta messere lo inquisitore.
— E chi è, se vi piace, messere lo inquisitore?
— Egli è colui che nelle cose de' pateríni ha tanta balía quanto il papa; e condanna tutti gli eretici.
— Oh, venerando e santo uomo! E dove gli ardete gli eretici? e quando ha che non ne avete arsi?
— Noi non ardiamo nulla: no, la santa Chiesa non ha così fiere pene temporali. Bene gli diamo ad ardere alla podestà secolare, che ha posto queste leggi. E di corto si farà una bella giustizia d'uno eretico.
— Oh! E si può egli esservi? E chi è, se Dio vi conceda l'essere prelato de' vostri frati, chi è colui che sarà arso? E quando sarà arso?
— Si può esservi; e chi ci va con spirito di umiltà, e per darne lode a messer Domeneddio, messere lo inquisitore concede indulgenza di colpa e di pena. La giustizia si farà da qui a pochi giorni; e si farà sopra un pestilentissimo eretico, che si faceva chiamare maestro Cecco di Ascoli, e che qui a Firenze lo chiamano Cecco Diascolo.
— Gran mercè, frate Luca, fate ch'io sappia il dì posto, chè non vo' perdere l'indulgenza. Ma l'eretico dov'è egli ora? e come sono gli eretici?
— Cecco Diascolo è nelle prigioni della Inquisizione là al vescovado, e oggi si dee fare la sua prima disamina.
La Simona, contenta di quanto avea raccolto da fra Luca, uscì tosto di chiesa per ragguagliare di ogni cosa Guglielmo e la Bice, che pur desideravano sapere che fosse stato di maestro Cecco.
Questi, come aveva detto il frate alla Simona, doveva quel giorno stesso avere la prima disamina, e veramente in sull'ora di vespro il vicario mandò per esso, incominciando così l'interrogatorio.
— Qual'uomo se' tu, e che dottrina è la tua?
E il maestro rispose benignamente la sua dottrina essere quella della verità.
Allora il vicario, cominciò a domandargli, se fosse vero ch'egli professasse e avesse insegnato certe proposizioni ereticali, che ad una ad una esso gli significava; e maestro Cecco rispondeva sempre:
— Sì, le ho professate, le ho insegnate, e le credo: ma non sono ereticali.
Il vicario da queste sue confessioni ne tirava false conseguenze, e il maestro impavidamente le riprovava; e come il notajo scriveva tutta la sua confessione, il maestro protestò molte volte che esso non scrivesse altro che quello che gli diceva; e sulla fine della confessione protestò e disse:
— Se mai dicessi il contrario a questo, lo farei per paura della morte; ma non che questa non sia la verità.
Allora il vicario lo rimandò alla prigione. L'altro dì il vescovo fe' raunare il collegio dei maestri di teología; e mandato per Cecco, fu tratto fuori, e menato dinanzi a loro: e dopo molte ingiurie e scherni ricevuti da loro, fu letta la sua confessione del dì innanzi, alla quale erano aggiunte molte false conseguenze, alle quali rispondendo disse:
— Perchè avete scritto il falso, e quello che io non ho detto? chè n'avete a rendere ragione al dì del giudicio.
E quei farisei si facevano beffe delle sue parole: e fecero grandi disputazioni, alle quali esso rispondeva temperatamente, ma con grave sentimento. Ma essi ne peggioravano ogni volta più, e con gran furore fu fatto rimettere in prigione coi pie' nei ceppi; dove il maestro stava senza dolersi e dispostissimo a qualsivoglia tormento. Venuto il quarto giorno, raunossi il consiglio nella chiesa di S. Salvadore, che vi si tenevano i banchi del vescovado, ed ivi in presenza di molti secolari, e al banco fu letto il processo tutto quanto, e la sua confessione; ma corrotta ed alterata per aizzargli il popolo contro. Ed egli sempre andava ripetendo:
— Voi avete scritto quello che io non ho detto; e ponete le falsità per acciecare il popolo.
Dopo ciò fu recato dal notaio il calamajo e la penna e il foglio dov'era scritto quel loro processo, e disse ch'egli scrivesse ciò che volea dire, di sua propria mano, capitolo per capitolo infra tre dì; infra il qual termine, se volesse rendersi in colpa, sarebbegli perdonato, se no, ch'e' sarebbe dato alla signoría secolare, e sarebbe arso. Accettato il calamajo, il foglio e la penna, il maestro chiese i suoi libri per torne quello che volea dire contro al processo; ma non glieli vollero dare, dicendo che sapea tanto a mente che bastava; ed egli scrisse a mente. Fatta la scritta, il notajo la prese, e mai più non la vide il maestro: e nel processo che lessero quando lo diedero alla signoría secolare non la misero, e solo leggevano quello che erasi scritto innanzi. Venuto l'ultimo dì del termine, il vicario mandò per il reo, domandandogli se voleva ritrattare le dottrine professate ed insegnate per addietro; e Cecco, rispondendo alteramente di no, e che la verità mai non disdirebbe, fu rimandato alla prigione, e mentre ritornava indietro, essendo sul terrazzo del vescovado, l'inquisitore chiamollo dicendo:
— Io non voglio del fatto tuo essere accusato dinanzi a Dio; vuoi tu ancora pentirti dei tuoi errori?
E Cecco rispose:
— Errori non sono, ma certissime veritadi...
E l'inquisitore infocato di stizza:
— Non sono per disputare oltre; menatelo giù.
Mentre il maestro era per rientrare in prigione, si vide dinanzi maestro Dino del Garbo, senza fallo venutovi per gustare l'infernal piacere della vendetta; ma buon per lui se non vi fosse venuto!
Cecco si fermò; e ficcatogli con terribile sguardo gli occhi nel volto:
— Sciagurato! gli disse, non credere che la tua vendetta sia per essere allegra. Io, così legato in mezzo a questi berrovieri, mi sento più nobile e più degno di te. Io ti guardo in volto senza impallidire e senza arrossire; guarda tu me, se ti regge il cuore.
Dino stava veramente cogli occhi a terra, sopraffatto da questa inaspettata invettiva, e oppresso per avventura dal rimorso e dalla vergogna, nè gli bastò l'animo di alzarli in faccia al maestro; il quale con tono solenne e quasi di vaticinio:
— Domani sarò condotto all'orribile supplizio; ma nè tu, nè gli altri nemici miei che a questo mi avete condotto, non sarete lieti di un minimo lamento mio, nè di verun atto di fievolezza. La mia morte a me sarà gloria, a te vituperio nei secoli che verranno; e tu non penerai troppo a seguitarmi.
Maestro Dino era diventato bianco come un panno lavato, nè sentivasi più balía di rifiatare, non che di rispondere verbo, e non sapeva che cosa si fare o dove si andare. Molti di coloro che udirono le parole di Cecco, e sapevano veramente la invidia di maestro Dino essere stata principal cagione della presente sventura di lui, mossi da compassione per una parte e da sdegno per l'altra, dissero a Dino parole d'infamia e di villanía; e forse sarebbero iti anche più là, se i familiari dell'Inquisizione non lo avessero riparato nella chiesa di San Salvadore; e i berrovieri non avessero tosto rimesso in prigione il reo.
CAPITOLO LIV.
LA SENTENZA.
Guglielmo e la Bice erano informati dalla Simona, che gliel avea detto frate Lucca, di tutto quello che alla giornata accadeva; e già sapevano che due giorni appresso maestro Cecco sarebbe stato arso; nè, per quanto si fosse argomentato in più e più modi di trovar via da sottrarlo a tanto orribile giudizio, vedeva proprio non essercene veruna, se non la forza aperta, alla quale non era da pensarci nemmeno; e se ne accorava pietosissimamente.
All'ultimo pensò:
— E se si levasse rumore nel tempo che è condotto al supplizio, e in quel subbuglio si potesse trarlo dalle mani della famiglia?
Ed avuto a sè un suo valletto, fidato più che la morte, conferì il tutto con esso, che gli promise di essere senza indugio a certi suoi amici pronti ad ogni sbaraglio, e ordinerebbe le cose in modo che si dovesse chiamarsene per contento.
La mattina di poi si radunò da capo il collegio dei maestri, e mandato per Cecco, appena giunse fu domandato se si voleva pentire; ma esso rispondendo con altero atto che alla sua scienza non fallirebbe mai, nè mai disdirebbe alla verità, il vicario dell'Inquisizione, con tutti i maestri teologi d'attorno, il quale era parato solennemente, e con luminari da lato, comandò che si leggessero i processi, e se pur durasse nella perfidia sua, si leggesse anche la sentenza.
Nel tempo che si leggeva il processo maestro Cecco non cambiò aspetto, nè mostrò di fuori passione alcuna; solo, udendo che non avevano scritto quasi nulla, se non a lor modo, della confessione fatta; e udendo cominciare quella lettura _Francesco Stabili, uomo di mala condotta e fama_, egli disse quasi continuando, _appresso i tristi e gli invidiosi_; e spesso rimproverando il notajo perchè avesse scritto in modo diverso da quel che egli aveva detto. Finito che ebbe il notajo di leggere, fu invitato a porre il suo nome; e domandatogli per l'ultima volta se voleva pentirsi, rispose con ferma voce queste parole:
«Il pentirsi sta a te, vicario dello inquisitore, ed a voi falsi maestri; sta allo inquisitore, che, sotto mentito colore di zelo della santa religione, congiurati co' miei più fieri nemici, mandate me al più orribile di tutti i supplizj, me che di nulla son reo, se non d'aver combattuto gli errori vostri, e di vincervi tutti nello studio della verità e nell'esercizio della scienza. Il pentirsi sta allo sciagurato Dino del Garbo, che la sua molta sapienza ha vituperato, facendosi accusatore falso e carnefice di me, cui egli avrebbe dovuto onorare ed amare: sta a questo duca, che qui ora signoreggia, il quale non dubita di lasciare nelle unghie di queste belve feroci dell'Inquisizione, il più fido de' suoi familiari, che la sua corte onorava, nè si vergogna di lasciarsi sopraffare da preti e da frati. Ma io non ho di che mi abbia a pentire; nè disdico verbo di quello che ho detto, scritto, e insegnato. Alla morte andrò con faccia e cuore sicuro, perchè so che frutterà gloria a me, bene al mondo, infamia a voi tutti».
Avrebbe per avventura seguitato a dir cose anche più gravi, se non che la sua voce fu sopraffatta dalle villaníe e dagli scherni, così del vicario e dei maestri come dei loro mascalzoni: ed il vicario coi maestri si ritrassero in altra stanza per dare alla sentenza l'ultima forma; e stati un buon pezzo, tornarono poscia tutti quanti coll'inquisitore altresì; e il notajo lesse solennemente la sentenza, che fu in questa maniera:
«_Al nome di Dio, amen._
«Noi frate Accorso da Firenze, per autorità apostolica inquisitore dell'eretica malignità nella provincia di Toscana, a tutti i fedeli in Cristo vogliamo che sia noto, come per fama pubblica, anzi infamia, e per fede di probi e discreti uomini, maestro Cecco, figliuolo già di maestro Simone degli Stabili da Ascoli, spargeva diverse eresíe per la città di Firenze, e quello che è più detestabile, certo suo libello sopra la Sfera, profano ed eretico, il quale compose dettandogli il diavolo per sua dannazione, e contro la promessa o giuramento suo proprio, lo dettava come maestro per le scuole. Laonde, non volendo noi per debito di ufficio, e salva la coscienza, mancare di ritrovar la verità delle cose predette, e trovato che tutte le dette cose erano vere, facemmolo condurre alla nostra presenza, ed esaminatolo con giuramento corporale di dire la verità, da lui fatto senza veruna oppressione di forza, per sua libera e spontanea volontà disse e confessò ch'egli avea detto e dommatizzato, pubblicamente leggendo:
«Che un uomo poteva nascere sotto la costellazione di essere appiccato o decapitato, se Iddio non ritenesse l'ordine della natura, benchè per potenza di Dio assoluta potesse essere altrimenti.
«Ancora che avea detto che nella quarta ed ottava sfera erano uomini felici di divinità, i quali si chiamano Dii Naber, che mutano le leggi naturali più o meno, come fu Moisè, Ermete e Simon Mago.
«Ancora avea dommatizzato che Cristo avea avuto la libra per ascendente, e però per predestinazione dovea morire di quella morte che morì, la quale fu giusta; e perchè Cristo ebbe il Capricorno nell'angolo della terra, però nacque in una stalla; e perchè ebbe lo Scorpione, però dovea esser povero; e perchè ebbe Mercurio in Gemini nella nona parte del cielo, però doveva avere scienza profonda, sotto metafore. E più, che l'Anticristo verrebbe non in forma di poltrone, come Cristo, nè accompagnato, come lui da poltroni[36].
«Ancora confessò che dinanzi a fra Lamberto da Cingoli, da cui fu processato a Bologna, maledisse ogni eresía ed ogni credenza degli eretici astrologi; e giurò di essere cattolico, e fece penitenza degli errori dei quali fu allor condannato.
«Disse e confessò che dopo la predetta abjurazione aveva insegnato a Firenze tutti gli errori e le eresíe abjurate; e come per iscienza di astrología si poteva sapere il corso di tutta la vita degli uomini, e se un principe o capitano sarebbero felici o no nelle loro imprese.
«Disse e confessò che avea predetti molti eventi della guerra con Castruccio, e della passata del Bavaro, e tutto per iscienza astrologica e per osservazione del corso de' cieli.
«Disse e confessò aver usato prodigj per arte magica e negromantica a fini illeciti e perversi.
«Ancora disse e confessò, come, interrogato da un certo fiorentino, rispose esser vere le cose che si contengono nell'arte magica e negromantica; e replicando il fiorentino: _se fosse vero, i potenti uomini acquisterebbero tutto il mondo_; ed esso rispose: _perchè non sono nel mondo tre astrologhi che si sappiano servire di quell'arte_. E questo disse aver detto per sè, che fece più in arte di astrología che verun altro da Tolomeo in qua.
«Disse ancora e confessò che, secondo il corso delle stelle crede che nascano i costumi, le operazioni e fini degli uomini; e che, pregato da un certo Fiorentino che gli esponesse il libro che tratta dei segni e congiunzioni degli uomini, gli insegnò trovare un certo commento ch'egli avea fatto sopra esso libro.
«Confessò altresì di aver composto certo suo libello sopra la sfera del mondo, asserendo che detto libello era stato corretto dopo la sua abjurazione da frate Lamberto inquisitore predetto.
«Ma qual cosa più falsa che l'asserire non essere state cassate da quel libro, se l'inquisitore l'avesse corretto, tante cose infeste, orribili, sciocche e contrarie alla salute umana, eretiche e nemiche della cattolica verità? Qual cosa più inimica a Dio e agli uomini, che sottoporlo alla necessità delle stelle, il quale per noi ricomperare la morte, e lavare i nostri peccati, volle morir sulla Croce? Qual più pestilente dottrina che quella da lui insegnata, la quale nega la libertà dell'arbitrio? Nè si scusa col dire che il libello sulla sfera è stato corretto dall'inquisitore di Lombardía, il che non è vero, nè verosimile; anzi piuttosto si trova il contrario per lettere del medesimo inquisitore; ma, dato che fosse corretto, un altro non corretto ne tenne e lo usò, nella qual cosa è peccato maggiore. Nè lo difende quello che è scritto nella fine di detto libro; che, se vi fossero scritte alcune cose non bene dette, se ne rimette alla correzione della santa madre chiesa, perchè nel medesimo libro si sono trovate eresíe manifeste, insegnate anche dopo che abjurò l'eresía; e basta ch'egli abbia ingannato una volta la chiesa, per ritenere che essa protestazione è direttamente contraria al fatto, la quale non alleggerisce, ma piuttosto aggrava il protestante.
«Laonde noi inquisitore predetto, vista e considerata la sentenza data per il predetto frate Lamberto inquisitore di Lombardía, sedente a Bologna, con la dichiarazione che ricevette la penitenza; e viste le altre cose che abbiamo sapute dal medesimo inquisitore; visto ancora i testimoni e le testimonianze per noi ricevute e formate contro di lui, e le confessioni che ha fatto; e il termine assegnatogli, dopo che gli fu approvato il processo e datogli le difese; e benignamente aspettato tre giorni; e anzi dopo il tempo assegnatogli, dinanzi al venerabile padre e signore cardinale Giovanni legato della sede apostolica, di messere lo vescovo e altri insigni prelati, letti al medesimo maestro gli errori, la confessione ed abjurazioni predette, egli di sua spontanea volontà le confessò e riconfessò essere vere; visto ancora ogni e qualunque altro atto del processo, e i nomi dei detti testimoni pubblicati, secondo il modo debito, e per ordine dimostrati e dichiarati al nobile e religioso uomo messer Cante da Gubbio, vicario generale del venerabile messer Francesco vescovo fiorentino, e di molte altre persone probe e discrete, e dottori di leggi, chiamati per consultare se sia da procedere a sentenza contro il maestro degli errori, siccome contro a relasso in eresía abjurata: e tutti i nominati, ed altri assaissimi religiosi, lettori di sacra teología, dopo maturo consiglio, e avuta insieme con noi matura deliberazione;
«Invocata la grazia di Dio e dello Spirito Santo; sedendo pro tribunali, di consenso del venerabile padre, signore, vescovo fiorentino, pronunziamo in questi scritti, il predetto maestro Cecco, eretico costituito in nostra presenza, essere ricaduto nell'eresía abjurata, ed essere stato relasso; e per questo doversi rilasciare al giudizio secolare, e lo rilasciamo al nobile soldato e cavaliere messere Jacopo da Brescia, vicario di monsignore lo duca Carlo, presente e recipiente, che lo debba punire con debita considerazione; e sopra ciò, che il libello suo superstizioso, pazzo e negromantico, fatto dal detto Cecco sopra la sfera, pieno di eresía, falsità, inganno; e un certo altro libello volgaro, intitolato _Acerba_, il nome del quale esplica bene il fatto, avvenga che non contenga maturità o dolcezza cattolica, ma vi abbiamo trovate molte acerbità eretiche; e principalmente quando c'include molte cose che si appartengono alle virtù e costumi, che riduce ogni cosa alle stelle, come in causa; con ogni altra sua opera, scritto o dottrina, deliberiamo e comandiamo per sentenza doversi abbruciare; e all'eretico desiderando tagliare le vene della fonte pestifera, per qualunque meato derivino, vietiamo che si possano leggere e ritenere da veruno, sotto pena di scomunicazione e altre pene corporali, secondo le leggi canoniche.