Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV
Part 24
Mentre la Simona stava per replicare alle parole della badessa, entrarono Guglielmo e la Bice, già preparati per cavalcare; ed anch'essi mostravano apertamente nel loro aspetto il dolore della partenza. Suor Anna allora, voltasi alla fantesca:
— Va, buona Simona, va a sollecitare anche tu la cavalcatura, che già terza è sonata, ed i tuoi novelli signori non è dicevole che aspettino te.
E come prima la Simona fu uscita dalla stanza, tirati i due sposi nella sua cella, si volse a loro con occhi tutti lacrimosi:
— Figliuoli miei, questi due giorni che siete stati qui da me, la presenza vostra mi ha fatto rivivere nella mia gioventù, quando tutto mi arrideva, quando da tutti ero acclamata e desiderata. Ma questa è stata la luce vivissima che precede lo spegnersi d'una lucerna. Io non vi vedrò più: di accompagnarvi fino alla porta del monastero non mi regge il cuore, nè mi reggerebbero le gambe. Addio: siate felici per lunghi anni; e ricordatevi qualche volta della povera Gismonda di messer Ramondo.
La badessa disse queste parole con tale accento di sfinitezza, e così pallida nel volto, che que' poveri giovani ne rimasero accoratissimi. Guglielmo poi al dolore aggiunse gran meraviglia per le ultime parole di suor Anna, e accostandosele, disse sotto voce:
— Gismonda voi?
E la suora, prendendogli strettamente la mano, rispose tutta commossa:
— Sì.
E si gettò abbandonatamente sopra una sedia.
La Bice di queste ultime parole nulla comprese, perchè la storia della Gismonda non sapeva, e non sapeva che cosa pensare; nè di domandarne le parve opportuno; e però, vedendo il suo Guglielmo esserne restato muto e pensoso, ella si ingegnava di dire alla badessa quelle più amorevoli cose che sapeva, promettendole che a non lungo andare sarebbero tornati a rivederla, alle quali la povera suora non rispose se non queste parole:
— Allora io sarò morta....
E poi alzandosi, e facendo un grande sforzo:
— Andate, figliuoli, l'ora si fa tarda, ed il più stare è troppa commozione anche per me.... addio, mia diletta — disse baciando teneramente la Bice; e poi con atto risoluto, e quasi disperato, fattasi a Guglielmo:
— La madre, disse, può baciare il figliuolo — e datogli un ardentissimo bacio in bocca — addio, figliuolo mio dolce, ci rivedremo lassù.
E lasciatasi cader boccone attraverso al letto, non disse altre parole.
La Bice e Guglielmo rimasero stupefatti, e volevano pur dire; ma la suora accennava pur con la mano ch'e' si partissero; il perchè, tutti dolorosi, si mossero, e ben tosto furono a cavallo. Tutte le potenze dell'anima di suor Anna avevano concorso con isforzo mirabile a questa violenta dimostrazione di affetto; e la povera donna rimase così vinta e così sfinita, che a mala pena potè, dopo lungo spazio di tempo, levare il capo di sul letto; e allora, mal reggendosi sulla persona, cominciò a volgere attorno lo sguardo smarrito, e a tendere l'orecchio, se nulla per avventura udisse. Silenzio per tutto! Onde ella esclamò dolorosamente: — Nol rivedrò mai più!.... È tutto il mio Ramondo.... e mi ha dato pur egli un ardentissimo bacio! e quel bacio mi ha messo l'inferno nel cuore!...
E si coprì il volto colle palme delle mani, quasi vergognandosi di sè stessa; poi, gittatasi con grande sforzo in ginocchio:
— Signore Dio mio, perdonatemi. — E posato il capo sulla sponda del letto così ginocchione, appoggiandolo sulle mani incrocicchiate, stette alquanto tra piangendo e pregando. All'ultimo, come meglio potè, si alzò, e si pose seduta sopra la sua sedia, e prese un libro dei salmi per tentare se trovava pace e conforto nella preghiera; ma sentivasi tanto spossata che nè la mente nè gli occhi le consentivano il loro ufficio; ed ella, tutta sgomenta, non aveva bene di sè: — Che cosa è mai questo? Come potrò io sopportare tanta passione?
In quella udì qualcuno che passeggiava nel corridore dinanzi alla sua cella, e il cuore le sobbalzò stranamente:
— Dio mio! sarebbe egli?.... e fissò avidamente gli sguardi alla porta, quando udì la voce della conversa che soleva farle i servigj della camera, la quale domandava se era lecito entrare. A questo la suora cercò di ricomporsi meglio che potè; e detto alla conversa che entrasse, ella rimase sbalordita vedendo la badessa così cambiata nel volto che pareva un corpo morto; ed amorosamente le disse:
— Ohimè! madonna, voi state male.
— Sì, buona Geltrude — rispose la meschina con un filo di voce.
E suor Geltrude, ponendole una mano sulla fronte, e poscia sul cuore:
— Madonna, voi abbisognate di riposo: lasciatevi assettare il letto, e coricatevi; e poi farò che vi si rechi tosto una bevanda cordiale.
E la buona suora, lasciandosi governare come una bambina, consentì ad ogni cosa; e solo dopo otto giorni, mercè le assidue cure della sua buona Geltrude, potè riaversi un poco.
Ma raggiungiamo adesso gli sposi che da qualche tempo cavalcano per ritornare a Firenze.
Guglielmo e la Bice sul principio ch'e' si mossero, andarono un buon tratto di via innanzi alla Simona ed al fante, parlando, com'è naturale, del fatto della badessa, che alla Bice pareva, come veramente doveva parerle, stranissimo.
— Povera mia suor Anna! vedi come l'abbiamo lasciata!.... Ma ecco, Guglielmo, che vollero dire quelle ultime parole di lei: «Ricordatevi della Gismonda di messer Ramondo?» E poi quel bacio che ti ha dato, e che le hai renduto.... Ho visto, sai? E' m'è sembrato più che da madre; e quasi quasi....
— Saresti gelosa di suor Anna? — disse con dolce sorriso Guglielmo.
E la Bice con pari sorriso:
— Oh, no, mio dolce signore.... — e poi, riprendendo il primo ragionamento: — Su, via, Guglielmo, dimmi chi è quella Gismonda.
Il cavaliere combattè un pezzo per non palesare alla Bice il segreto di suor Anna; ma poi, vedendo che ella se ne addolorava, e che avrebbe potuto pensare a chi sa che cosa; e persuaso che alla fine non c'era nulla di male; raccontolle tutto il pietoso fatto dell'amore della badessa con messer Ramondo suo zio; e come l'aver ella conosciutolo per nipote del suo antico cavaliere, era stata cagione principalissima della loro presente felicità. La Bice si commosse teneramente, e ne amò di più la badessa, e si fece promettere da Guglielmo che ogni tanto sarebbero iti a rivederla.
Intanto i cavalcatori si erano avvicinati a Settimello, e la povera Simona, che fin lì si era mostrata tutta lieta e festosa col fante di messer Guglielmo, come vide il campanile della chiesa di Settimello, diede in un grande scoppio di pianto, dicendo che volea scavalcare, e fermarsi qualche momento. Il fante la predicava come ciò non si potea fare: _Vuoi tu che messer Guglielmo sosti per te?_ e la Simona: _Sì che sosta._ E come questo sì e no era piuttosto animato, non potè fare che la Bice e Guglielmo, i quali avevano già rallentato il passo, non ne sentissero qualcosa; e però si soffermarono per sapere che fosse.
— Sire cavaliere — disse con le lacrime agli occhi la Simona — mirate là Settimello: vi è sepolto il buon sere: passar di qui senza visitarlo...
— Hai ragione, la interruppe Guglielmo; scavalcheremo tutti, e tutti pregheremo per l'anima di lui.
Come di fatto, giunti alla chiesa, scavalcarono tutti quanti, e il nuovo prete, sentendo giù questo scalpiccío di cavalli, e veggendo poi sì nobile coppia e così bene accompagnata, non sapendo a che pensare, scese giù per domandare che cosa piacesse al cavaliere e alla dama. Guglielmo significogli il pietoso desiderio loro, al quale il prete si porse volonterosamente, e aperse loro la chiesa, dove la povera Simona si sentì tanto consolata e tanto addolorata ad un'ora per la ricordanza e del suo buon sere, e di quei luoghi dov'essa era stata quasi come padrona, che piangeva come una vite tagliata, e non sarebbe mai uscita di lì. Ma fattane accorta dal fante di messer Guglielmo, si levò di ginocchione, ed uscì con gli altri di chiesa, non senza voltarsi e rivoltarsi indietro a guardare il luogo dove sere Gianni era sepolto. Dopo questo pietoso atto, il cavaliere e la Bice, ringraziato il prete della sua cortesía, e lasciatogli buona limosina per l'anima di donno Gianni, seguitarono il loro cammino, e furono ben tosto a Firenze, dove messer Geri gli aspettava a braccia aperte, così per il desiderio di rivedergli, come per sapere novelle della badessa. Della storia di madonna Gismonda e del cavaliere Ramondo, Guglielmo aveva confortato la Bice che non ne parlasse a suo padre; il perchè, recatogli salute da parte della badessa, e dettogli come ne era assai bene, e come era stata lietissima del vedergli e del trattenergli, dopo altre poche parole si ritrassero nelle loro stanze a prender cibo e riposo. Ma qui mi bisogna tornare un passo addietro.
La Simona, che mai alla sua vita non era stata a Firenze, e che non si pensava poterci essere al mondo stanza più magnifica di Calenzano, e delle castella del suo Mugello, come prima scorse da lontano le torri, onde allora la città nostra era piena, rimase stupefatta, e domandò al fante:
— Che è quella cosa laggiù che pare come una selva di grossi cipressi?
— È Firenze — rispose il fante; e la Simona:
— Ohimè! e com'è ella Firenze? e che sono quelle cose tanto alte?
— Sono le torri dei palagj fiorentini.
— E anche il palagio di madonna Bice è come quelli? e noi dovremo star chiusi in quelle torri?
— Eh! monna Simona, troppo agiato abituro ti vorranno parer quelle torri! Aspetta di essere a Firenze, e vedrai.
E di fatto, come la buona Simona fu entrata in Firenze, non sapeva raccappezzarsi se sognava o se era desta, così nuovo miracolo gli pareva tutto ciò che vedea; e quella tanta frequenza di popolo, e logge e palagj, e piazze, ed allegre brigate qua e là, e botteghe ricchissime di panni e di seta, le avevano proprio fatto un capo come un cestone, chè, arrivata alle case dei Cavalcanti, non sapeva più in che mondo si fosse. E quivi forse la meraviglia si accrebbe al vedere la magnificenza di quella nobil magione; e riavuta che si fu un poco, le pareva d'essere da quanto una regina; e più che regina le parve di essere quando la Bice, chiamatala a sè e condottala essa medesima nella stanza ove si custodivano i panni lini, le disse con atto e voce benignissima:
— Ecco, monna Simona, ch'io ti mantengo la promessa: qui tu starai a custodia di tutta questa roba — e si mise ad aprire casse, cassapanche ed armadi, tutti pieni di panni lini — e qui — disse aprendo un assai recipiente stanzetta — qui tu starai a dormire, vicina, come vedi, alla camera mia. Ci starai tu volentieri?
La povera Simona, che mai non aveva veduto tanta grazia di Dio, e che, sebbene la sua camera fosse decente e nulla più, a lei pareva sontuosa e nobilissima, col cuore proprio nello zucchero rispose:
— Madonna, voi e il vostro bel cavaliere, troppo gran mercè fate ad una vil femminuccia mia pari. Ma sarò io sufficiente fantesca a una vostra pari? vecchia oggimai e dappoco....
— Il mio Guglielmo ti disse valente femmina, e non può fallire che tale tu non ti mostri sempre. Ma anche quando tu fossi da nulla, non che da poco, sta di buon animo: qui appresso di me avrai sempre buono ed onorato recapito, quando il mio dolce sposo ti ha reputata degna della sua casa.
— Madonna, gran mercè — rispose la Simona baciandole la mano. — Io non ho le parole soavi e gentili come le vostre: vorrei potervi mostrare il cuore.... il vostro bel cavaliere, me ne innamorai.... voleva dire gli volli bene.... no, mi piacque come prima lo vidi.... E voi, madonna, siete la più gentile e bella donna che mai abbia veduta.... io, povera vecchiarella.... ma, non so.... direi....
La Bice, accortasi troppo bene dello smarrimento della Simona, la confortò e le fece animo con amorevolissime parole. Non andò molto però che la Simona, vinta la prima peritanza, riprese tutta la balía di se stessa, e tanto ben seppe fare, che diventò come la massaia di casa: nè la Bice moveva foglia, in opera di masserizia, se prima non ne aveva conferito con la Simona.
CAPITOLO L.
LA TRAMA PIGLIA CORPO.
Nel mezzo tempo che Guglielmo con la Bice erano stati in Mugello, le cose di maestro Cecco aveano mutato faccia del tutto; e già vedemmo come, di careggiato da tutti, di protetto dal duca, di amico a potenti signori, ed a persone di qualche conto, era precipitato nell'abisso della miseria, fallitagli alla prova quella amicizia che egli reputava la più fidata; e lo lasciammo che aveva fatto proposito di involarsi, o sotto un colore o sotto un altro, da Firenze il giorno di poi.
— Ma che colore si trova? — ruminò egli tutto quel giorno e la notte appresso — che non metta in sospetto il cancelliere e gli altri nemici miei?
Gli venne in mente sulle prime di andare alla presenza del duca con atto umilissimo, ricordandogli con bel garbo la data fede, e supplicandolo almeno a concedergli compagnía che lo scorgesse fino su quel di Genova, dov'egli aveva disegnato di andare a posarsi; ma non si attentò.
Finalmente gli tornò a memoria quell'atto del duca di Atene quando là sulla porta di S. Croce garrì quel fanatico frate; e si pensò che egli, mostratosi così aperto e spontaneo difensore suo in quella congiuntura, non isdegnerebbe di procacciargli modo di uscir salvo da Firenze. E di fatto, appostando l'ora che messer Gualtieri si levava, fu tosto a lui, e gittatoglisi ginocchioni dinanzi:
— Monsignore, salvatemi! i nemici miei sono congregati contro di me.
Messer Gualtieri di Brienne sapeva tutto, e sapeva molto più che non sapesse il povero Cecco; e come quegli che di frati e preti non era tenerissimo, e sapeva dall'altra parte le arti scelleratissime che si erano usate per tirar Cecco nell'ultima rovina, e torgli in tutto e per tutto l'affetto del duca; se avesse potuto trovar modo di salvarlo dal furore fratesco, senza per altro mancare un punto alla lealtà verso il duca suo signore, e far cosa che ad esso dovesse troppo dispiacere, lo avrebbe fatto di gran cuore; il perchè, voltosi a Cecco:
— Maestro, gli disse, che i vostri nemici vi cercano a morte lo so; e so, che monsignor lo duca non può, anche se volesse (chè di volere non accenna), non può apertamente difendervi. Ed il farlo io mi sarebbe attribuito a slealtà, nè passerebbe senza pericolo gravissimo. Nondimeno il fatto vostro mi dà grande passione: e voglio studiare come potervi salvare. Andate là nella mia camera, dove niuno oserà di entrare; intanto penserò al modo più acconcio, e sarò tra non molto da voi.
Cecco baciò la mano in atto di grato animo a messer Gualtieri, e questi si mise a investigare a che termine appunto fossero le cose, per vedere se trovasse modo di salvare quell'infelice dalle ugne dell'Inquisizione.
Ho detto qua dietro che il duca d'Atene sapeva molto più che non sapesse il povero Cecco, il quale, dappoi che ebbe scoperto il vile abbandono di frate Marco, si era rintanato in palagio, nè più era uscito dalla sua camera. Ma i suoi nemici non avevano dormito. Già vedemmo come, prima che Cecco sospettasse di nulla, il cancelliere avea fatto far la formale denunzia a Dino del Garbo. Ora esso cancelliere impose a maestro Dino, che fosse subito all'inquisitore, al quale esso lo accompagnò con una lettera del seguente tenore:
«Reverendo in Cristo fratello — Maestro Dino del Garbo, vinto da santo zelo, viene a voi per denunziare formalmente a cotesto tribunale il pestilente eretico Francesco Stabili. Se il processo si farà senza veruno indugio, ne loderà Dio anche madama la duchessa mia signora, ed io insieme con lei. A' vostri piaceri presto.
«_Il Vescovo d'Aversa_».
L'inquisitore sapeva troppo bene a che cosa veniva maestro Dino; e però, dopo il saluto, prese la sua denunzia, e lettala:
— Ottimamente, disse; resta ch'io ne conferisca con messer lo vescovo.
E maestro Dino:
— Messer lo cancelliere mi ha dato per voi questa lettera.
L'inquisitore la prese e lettala tosto, replicò:
— Dite a messer lo cancelliere, che la cosa di questo eretico maledetto tocca più me che lui, che la duchessa, e che voi stesso — soggiunse sorridendo.
— Messere, state avvertito: quell'eretico fa anche professione di magía, ed è per arte e per natura accortissimo. Vi fuggirà dalle mani.
— Qui, siatene certo, maestro Dino, l'arte e la magía non gli serviranno a nulla. Esso sta chiuso da tre giorni in palagio; ma non può uscirne che ei non sia appostato e codiato da' miei berrovieri e da fra Cherubino, il quale, come sapete, ben lo conosce, ed ebbe briga con lui là sulla piazza di Santa Croce, e l'altro dì sulla porta di Chiesa.
— Tuttavía, messere, nè madonna la duchessa, nè messere lo cancelliere, nè io, saremo lieti compiutamente, finchè quel maledetto da Dio non sia proprio giù di sotto nelle vostre fedeli carceri.
— Più tosto che non credete sarà sazio il desiderio vostro ed il mio. Io vo senza indugio dal vescovo; e voi, maestro, fate di spiare appresso la duchessa, ed appresso il cancelliere, che cosa mai può ruminare l'eretico.
E come disse così fece. In pochissimo d'ora il frate era stato dal vescovo: e dopo lunga discussione presero per miglior consiglio di significare al duca come quel maestro Cecco, suo familiare, fosse eretico relasso, denunziato già al sacro tribunale, e di chiedergli che egli stesso il dovesse far consegnare nelle mani de' suoi ministri, sotto quelle pene che le leggi di santa chiesa ha posto. E l'inquisitore, senza dar tempo al tempo, tornato che fu a Santa Croce, scrisse una lettera al duca, la quale cantava così:
«Noi frate Accorsio da Firenze, inquisitore della eretica pravità, significhiamo a voi, invittissimo e potentissimo signore, monsignore duca Carlo di Calabria, signore della città e comune di Firenze, come il nomato Francesco Stabili da Ascoli, il quale ripara alla corte della vostra invittissima signoría, già condannato per eretico a Bologna, è ora stato solennemente denunziato dinanzi al nostro tribunale per eretico relasso da persone probe e discrete, e come noi sappiamo altresì di nostra certa scienza. Ricordiamo pertanto alla vostra invittissima signoría l'obbligo strettissimo che ha ciascun figliuolo di santa chiesa di denunziare non solo i così fatti al tribunale nostro, ma anche di secondare l'opera nostra, acciocchè il reo sia dato nelle mani dei nostri ministri; e ricordiamo altresì le pene di gravissima scomunica che si minacciano a coloro che fanno il contrario. Laonde, non volendo noi mandare i ministri nostri in palagio a prendere il reo, per quel rispetto che ciascuno deve avere alla dignità e persona vostra, vi preghiamo che vi piaccia di essere voi quello che per vostri fanti il mandiate preso al nostro tribunale, acciocchè questo misero sia revocato a penitenza, se il Signore gli tocca il cuore; o punito con le pene temporali ed eterne, se perfidia nell'errore».
Piegata e suggellata la lettera, andò fra Cherubino dal cancelliere che tosto la recasse a monsignore lo duca; e non era passata mezz'ora che già il vescovo era alla presenza del duca. Il quale, letta la lettera dell'inquisitore, stette un poco sopra pensiero, e poi esclamò:
— No, farei troppa villanía della mia fede. Diedi balía a maestro Cecco che parlasse senza ritegno, e nulla temesse da me. E ora dovrò darlo io stesso in mano de' suoi nemici?
— Che nemici dite voi, monsignore? quel maestro Cecco è eretico, ed eretico relasso. Voi potete bene perdonargli gli scherni e le vituperose ingiurie fatte a voi, e a madonna la duchessa; ma, pensate, che messer lo inquisitore ha, in materia d'eresía, tutte quelle facoltà che ha il papa, e che il difendere un eretico, e sottrarlo al tribunale dell'Inquisizione, vi chiama addosso l'ira di messer Domeneddio, e la scommunica maggiore.
Il duca, a cui il sentirsi ricordare le villaníe e gli scherni di Cecco aveva fatto ribollire il sangue, e che la scomunica temeva, se non per altro, per i tristi effetti civili che allora portava con sè, disse al cancelliere:
— Difendere maestro Cecco, o sottrarlo alla giustizia, no: solo non voglio essere io quegli che il dà preso ai ministri della Inquisizione. Io gli comanderò che mi esca di palagio: faccia il rimanente l'inquisitore.
Il cancelliere, che sapeva le diligenze fatte dall'inquisitore, perchè Cecco non potesse uscirgli dalle ugne, non volendo tirar troppo, per paura che la corda non si strappasse, si mostrò contento, e disse di sperare che anche l'inquisitore vi si acquieterebbe. Il perchè il duca, avuto a sè tosto messer Gualtieri di Brienne:
— Bel cugino, gli disse, fa che tu comandi in mio nome a maestro Cecco d'Ascoli che si parta dal palagio e dalla città di Firenze di qui a domani; e tu dara'gli quella moneta che crederai sufficiente al suo viatico. Fa che il mio comandamento sia tosto eseguito.
E il duca d'Atene, detto che ogni cosa sarebbe fatto secondo la volontà di lui, fatta riverenza, uscì della stanza; e poco appresso anche il cancelliere tolse commiato; nè fu lento a correr prima dalla duchessa a ragguagliarla del tutto, e poi a Santa Croce dall'inquisitore per quel fine medesimo, e per ordinare le cose in modo che la preda fosse più che sicura.
All'inquisitore bastò che il duca non assumesse apertamente la difesa di Cecco, e fosse indotto a comandargli di abbandonare il palagio e Firenze; e parendogli cosa fatta, non pensò più ad altro che a raddoppiare le poste alla caccia di lui, ed a tenere ragguagliato e ben desto fra Cherubino, a cui era commessa l'impresa; ed a preparare il processo, ordinando insieme col cancelliere quali potrebbero essere i testimoni più acconci da potere interrogare in questa bisogna, incominciando da coloro che gli si erano mostrati più affezionati, ed erano stati seguaci suoi, per avere occasione di far loro pagar cara l'amicizia all'eretico ponendogli al tormento.
Il primo che venne alla mente di ambedue fu frate Marco de' predicatori; e se non fosse che al cancelliere parve inopportuno, l'inquisitore voleva involgerlo qual reo nel processo medesimo di Cecco, come colui che, a quel mo' sacerdote, e consapevole che Cecco era già stato condannato per eretico, tuttavía andò sempre a udirlo leggere, e le sue pestilenti dottrine tenea per autentiche: ma si contentò di udirlo per testimonio, a' conforti, come ho detto, del cancelliere, il quale temeva che ne nascesse troppo scandolo tra' frati predicatori.