Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 23

Chapter 233,996 wordsPublic domain

E Guglielmo ridendo, spronava, e così la Bice; per modo che in un baleno furono al monastero. Il valletto smontò per andare a picchiare alla porta; ma la Bice lo fece accorto ch'e' non dicesse il nome nè di lei nè di Guglielmo alla portinaja. La portinaja per altro, che era sempre quella medesima di quando la Bice era colà, non penò molto a ravvisarla, e le fu attorno facendole un monte di riverenti carezze, e di timide domande, alle quali la Bice rispose con tutta benignità; ma, struggendosi di riveder la badessa, troncò ogni ragionamento, e disse alla suora:

— Che è della badessa?

— Ne è assai bene, madonna; se non quanto è stata sempre tristissima da quando voi ci lasciaste. Vi voleva tanto bene!

— Fa d'essere tosto da lei; non le dir così subito che siamo noi; ma solo che c'è un cavaliere ed una dama, che domandano di vederla; forse lo indovinerà....

E la portinaja corse tosto a far quello che la Bice dicevale. La badessa non era nella sua cella; ma, come soleva tutte le sere sul vespro, era scesa giù in chiesa a fare le sue usate preghiere, nelle quali mai non dimenticava la Bice e il suo cavaliere; ed appunto per loro pregava, e sentiva al cuore, pregando, una insolita consolazione, quando entrò a lei tutta affannata la portinaja:

— Madonna, è di là un cavaliere con una dama che domandano di poter vedervi e parlarvi.

A queste parole suor Anna balzò di sull'inginocchiatojo, esclamando:

— Son dessi; — e accennata a mala fatica una genuflessione all'altare, corse là con maggiore ansietà e con maggior fretta che la sua dignità non avrebbe comportato: e come vide proprio essere dessi, e come la Bice vide lei, l'una si avventò al collo dell'altra con baci e lacrime senza fine. Volta quindi la badessa a Guglielmo:

— Messere, gran mercè: ora muojo contenta.

— Madonna, soggiunse Guglielmo, non mescolate sì triste parola tra la celeste gioja presente. Il primo pensiero di me e della Bice, appena fummo sposati, fu quello di venir qua da voi; e il contento nostro del rivedervi, e dell'essere con voi, non è minore, credetelo, a quello dell'essere noi l'uno in possesso dell'altro.

— Vedi, mamma mia dolce — entrò qui la Bice — manca qui il nostro amoroso padre, che ardeva anch'egli del desiderio di esserci; ma, povero vecchio, e' non sarebbe potuto star tanto a cavallo!....

— E che n'è di messer Geri?

— N'è bene assai per quell'età; e poi la contentezza lo ha ringiovanito che pare un altro.

— Ma, Bice, disse Guglielmo, non ti diè egli una lettera per madonna la badessa?

— Oh! pazzarella! — disse la Bice, scotendo il capo — è vero, eccola qui — cavandola dalla scarsella e porgendola alla badessa. — Perdonami, mia cara mamma: che vuoi? la felicità di esserti vicina mi fa anche smemorata.

E suggellò queste parole con un saporitissimo bacio. La badessa lesse con palese soddisfazione la lettera di messer Geri, e lettala:

— Oh, che buono e santo uomo è questo nostro messer Geri! attribuisce in gran parte anche a me la presente contentezza sua, e di voi, ch'ei chiama suoi dolci figliuoli.

— E non l'attribuisce egli a gran ragione? Ed io e la Bice non pensiamo anche noi il medesimo? La vostra lettera fu quella che mutò affatto il cuore di messer Geri.

— E il veder voi, bel cavaliere, e l'udirvi parlare — disse qui la badessa guardandolo e mal frenando un sospiro — fu la cagione che indusse me a scrivere quella lettera. E poi molto giovarono appresso messer Geri le parole di frate Marco. Che è di lui? E quel maestro Cecco, che parvemi uomo di tanta sapienza e di tanto senno?

— Di frate Marco n'è bene; e fu egli medesimo colui che benedisse l'anello: e maestro Cecco, lietissimo anch'egli, è sempre tenuto in pregio maggiore alla corte, massimamente dopo le fresche vittorie di monsignore lo duca, da esso predette per virtù della sua scienza astrologica.

Queste parole diceva Guglielmo alla badessa, alla quale erano giunte a fatica le novelle dell'ultima guerra; e dei particolari, nè delle prodezze di Guglielmo nulla sapeane; quando la Bice, quasi continuando il discorso di Guglielmo:

— E le vittorie furono gloriose, sai, mamma mia dolce: e tutto l'onore lo sai di chi fu? Eccolo qui — disse, abbracciando con amoroso sorriso Guglielmo, e dandogli un bacio.

E come la badessa sentì a quell'atto commuoversi tutta, e ne diede segno, la Bice, credendo di scorgere nel volto di lei aria di dolce rimprovero, disse ridendo:

— Ma ora si può anche dinanzi a te dar questi baci: l'amor nostro è ora santificato dal matrimonio.

E la badessa, tergendosi una lacrima:

— Sì, sì, figliuoli miei, questi baci ora sono santi, nè si disdicono anche in luogo santo. Se tu scorgesti qualcosa sul mio volto, non era altro che segno della gioja, che tutta mi commuove per la contentezza vostra.

E la Bice, continuando al primo discorso:

— Sì, tutto l'onore fu del nostro Guglielmo; egli vinse due castella fortissime, per la prodezza massimamente della sua propria persona: coi vinti fu umanissimo; per lui rifiorì il giglio fiorentino; e ne ebbe lodi ed onori; e nobili donativi da monsignor lo duca, dal comune di Firenze, e titolo di signoría là nel reame, e titolo di difensore della libertà fiorentina dal comune nostro, e fu fatto cavaliere; e ora è tutto mio, e per sempre.

La Bice diceva queste cose con una vivacità ed una allegría che pareva altra donna da quella che era, tanto era sopraffatta dalla contentezza. A Guglielmo parve insolita cosa questa sua vivacità, e cercò di temperarla:

— Bice mia, tempera codeste mie lodi; che nè a te mia sposa, nè dette in presenza mia, sono troppo dicevoli. Accerta solo madonna la badessa che quello che ho fatto, se qualcosa ho fatto, l'ho fatto inspirato dal tuo amore, e che ogni rimanente è per me vanità e nient'altro.

La badessa a queste amorose parole sentì tutta quanta intenerirsi, e disse con accento visibilmente commosso:

— Voi, bel cavaliere, con la prodezza vostra e con la vostra cortesía, e con la vostra umiltà, e con l'alto concetto che avete dell'amore, vi mostrate degno del nobile sangue degli Artese; e degno nipote di quel messere Ramondo, la cui pietosa storia mi narraste, e che fu cagione principale ch'io scrivessi quella lettera.

— E a me, disse Guglielmo, è rimasto sempre nel cuore un pietoso desiderio di sapere che cosa avvenne di quella madonna Gismonda....

— Ah! ma ora lasciamo pure ogni altra cosa che non sia lieta e piacevole — interruppe la badessa, a cui troppo non piaceva l'entrare in sì fatto ragionamento, che avrebbe potuto troppo commuoverla da palesarsi innanzi tempo.

E allora Guglielmo:

— A proposito di cose piacevoli, che è di sere Gianni da Settimello, che tanto fece anch'egli per noi, e che sì cortesemente ci albergò là in casa sua? Venendo in qua non ci siamo fermati da lui, perchè troppo eravamo infiammati dal desiderio di riveder voi, ma ci fermeremo tornando.

— Ah codesta non è cosa piacevole! Voi non troverete più a Settimello il povero sere: Dio lo chiamò a sè non molti giorni dopo che la Bice si fu partita di qua.

Così la Bice come Guglielmo si mostrarono dolentissimi della morte del buon prete, e ne dicevano parole di alto rammarico, alle quali teneva bordone la badessa, che, perdendo sere Gianni, aveva perduto un suo amorevole e caro familiare, ed anche un fedelissimo consigliere. Guglielmo poi si compiaceva nel ricordare i diversi tratti di bontà e di accortezza, onde era stato testimonio ne' pochi momenti che era stato con esso lui; e l'affetto che egli portava alla badessa, e le parole di riverenza con cui sempre l'aveva udito parlarne: e qui, tornatogli in mente la Simona, e quella sua schietta semplicità, domandò a suor Anna:

— E quella sua buona fantesca, così piacevole femmina, e così valente cuoca, che è essa divenuta appresso la morte del suo buon sere? Saprestelo voi per avventura?

— La povera Simona, è tornata qua in Mugello, ov'essa è nata; ed abita vicino di qui a poche balestrate. Essa è rimasta senza un bene al mondo, e vive dall'assiduo lavoro, e dell'altrui carità: spesso capita anche qui, dove io la adopero in qualche servizio del monastero, e l'ajuto come posso, affinchè governi meno miseramente la sua vecchiaja.

Guglielmo mostrò gran desiderio di rivedere la povera Simona, che tanto gli aveva ferito la fantasía quando fu là a Settimello; e suor Anna promisegli che la mattina appresso l'avrebbe fatta venir qua al monastero. Ma di un ragionamento in un altro il tempo passava, e già si faceva notte, quando la badessa, invitati gli sposi ad entrare nelle stanze che solevano riservarsi a' prelati e ad altre segnalate persone che venissero di fuori, vi andarono insieme con lei, che vi avea fatto apparecchiare quella cenetta che si potè più onorevole a tal ora e in tal luogo; e mangiato con essi, e trattenutasi fino a gran notte, gli lasciò; e tanto essa quanto gli sposi, andarono a letto col cuore pieno di consolazione.

CAPITOLO XLVIII.

LA SIMONA.

La mattina per tempissimo la badessa fu in piedi, e ordinato il tutto da sè medesima per l'asciolvere, mandò dicendo alla Simona che fosse tosto al convento, che c'era un nobil messere venuto da Firenze, e suo conoscente, il quale aveva mostrato desiderio di vederla: facesse pertanto di venirci il meglio assettata che poteva. Quella povera donna, avuta l'ambasciata, entrò tutta sottosopra: cercò nel soppidiano le migliori vesti ch'ella avesse tra le sue robicciuole: si ripicchiò tutta; si lisciò quanto più potè; e mentre andava di qua e di là per la povera sua stanzuccia, o cercando questa cosa, o appuntandosi quell'altra, diceva fra sè:

— Un nobile messere venuto di Firenze? Chi può egli essere costui? Eh, il mio sere, buona memoria, conosceva tanti nobili messeri di Firenze che spesso venivano da lui... E vuol veder me? E perchè vuol veder me? Si ricorderà di qualche manicaretto... Non sarebbe egli il negromante?.... Eh, da lui non ci vado io. E poi il negromante dalla badessa! una così santa donna!... Nè lei il chiamerebbe un nobil messere. Il bel cavaliere per avventura? Eh, andiamo, Simona, ti par egli che un sì nobile, sì ricco e sì segnalato uomo quanto il sere mi diceva essere quel cavaliere, volesse ricordarsi di te, e desiderar di vederti?

E pur ringalluzzandosi tutta, continuava:

— Sì! o non mi disse il bel cavaliere tante cose benigne? o non mostrò d'invidiare anche il sere, perchè avesse al suo governo una _valente femmina_ mia pari? — proprio disse così: _valente femmina_; me ne ricordo come se fosse ora, e ho tuttora nelle orecchie il dolce suono di quelle parole.

E tra questa e altre diverse congetture, che tutte però ritornavano in questa, compiutasi di mettere in punto, tutta bella che pareva una sposa, si avviò al monastero, dove arrivò appunto in quella che Guglielmo e la Bice avevan fatto l'asciolvere, e stavano nel cortile dinanzi alla porta, respirando quell'aria pura e balsamica. Guglielmo era vestito con l'abito civile alla fiorentina, e col capuccio in capo; e la Simona, che appunto in quell'ora infilava in un assai lungo viale di alberi che metteva nella corte, vide il cavaliere molto da lontano; ma quell'abito alla civile, quella donna che vedevale accanto, le cancellarono tutte le sue illusioni, e diceva tra sè e sè:

— È quello laggiù per avventura? Semplice ch'io fui! e io mi pensavo che fosse il bel cavaliere colui che ha mandato per me? — E tutta indispettita: — E mi son messa addosso quella po' di robicciuola dalle feste per comparirgli innanzi più appunto ch'io potevo? E poi chi sa chi è! Qualcuno forse di quei morti di fame di fiorentini che tanto spesso venivano dalla buona memoria del mio sere a levare il corpo di grinze.... E quella femminuccia che ha seco, che la par proprio una rocca sconocchiata?

E sempre andava innanzi ogni passo più di mala voglia. Quanto per altro più si appressava, e più le appariva gentile di aspetto e di persona il cavaliere, e più bella e più aggraziata la donna. Intanto Guglielmo avea ben riconosciuto la Simona, ed avviossole incontro insieme con la Bice; nè le si furono troppo avvicinati, che anche la Simona ravvisò il cavaliere, e ne rimase quasi interdetta diventando di mille colori. Guglielmo, accortosi della costei confusione, si studiò di farle quel più di coraggio che potè:

— Monna Simona, riconoscetemi voi? Non vi ricordate di quel cavaliere che fu a Settimello con frate Marco de' predicatori? Mi ricordo ben io di quella così garbata cena che voi ci faceste; nè, venendo in queste parti, e sapendo che voi ci eravate, ho voluto partirmene che prima non vi riveda. Che è dunque di voi? In quanto a sanità, vedo che n'è bene; che mi parete più giovane di quando vi vidi la prima volta...

— Sire cavaliere — rispose la Simona, cui le benigne parole di Guglielmo avevano tolta ogni peritanza: e fatto prima un riverente inchino alla Bice, — ora vi ravviso, e son tutta confusa che un gran messer vostro pari si sia ricordato di una povera fantesca... Ah! ma neanche fantesca son più! — disse riprendendosi, e asciugandosi una lacrima con la cocca del grembiale.

— Povera Simona! ho saputo la disgrazia del vostro buon sere, e quanto dolore ne avete preso.

— Oh sì, donno Gianni era un buon prete: aveva anch'egli i suoi difetti (il solo Dio senza difetti), mi faceva alle volte un poco disperare; ma in fondo era una pasta di miele: e poi vederselo portar via a quel modo?

— O di che morte morì donno Gianni, chè alla badessa non ne domandai?

— Sentite! era là sul finire del giugno; e c'era un ricco mortorio laggiù alla chiesa di Sesto: era un caldo che non si respirava; e lui, scambio di scegliere delle prime messe per andar così a bruzzico, e' scelse delle ultime, facendo ragione di tornare a otta di desinare, che appunto quella mattina mi aveva comandato uno de' suoi più cari manicaretti. Che volete dire? tornò trafelato e con la lingua fuori come i cani: — _Simona, un bicchier d'acqua_ — _Donno Gianni, vo' siete così accaldato, l'acqua vi ucciderebbe_ — _Un bicchier d'acqua fresca, ti dico_ — e io l'acqua fresca; che se la tirò giù con una brama che non vi so dire, e volle il secondo bicchiere — _Oh! ora mi sento riavere: il desinare è all'ordine?_ — ed io misi in tavola di lì a pochi momenti. Mangiò e bevve con un appetito che non l'avevo mai visto; ed un fiasco di quel buon vino che lodaste tanto anche voi, sire cavaliere, e' se lo mise all'anima tutto da sè; chè ne aveva sin perso la erre. Arrivati alla sera — _Simona, mi sento un certo non so che..._ — E poco appresso: — _mi viene un ribrezzo come di febbre: è in assetto la camera?_ — e si avviò in camera per andare a letto. Non aveva messo il piede sulla soglia dell'uscio che gli cascò la gocciola, e rimase sul tiro...

E qui diede in un pianto dirotto.

— Su, via, monna Simona, — disse la badessa, che era venuta fuori mentre la Simona raccontava la morte del prete — mostrati quella valente femmina che sei; il cavaliere ha voluto vederti, ricordando la piacevolezza tua, e la tua valentía nel cucinare: fa dunque di non lo rattristar troppo; e se non ti grava, fa che oggi tu cuocia tu il desinare a lui, e alla sua gentile sposa.

La Simona, lusingata da queste parole, e dall'assentire del cavaliere e della Bice, riprese ben tosto il suo lieto umore.

— Oh Dio, madonna la badessa, io, una povera villana cuocere per sì nobili e gentili persone? — e poi volta alla Bice con garbatissimo inchino... — Madonna, voi siete la donna del bel cavaliere? Siete la più bella dama e la più gentile che abbia veduto a' miei giorni: messere Domeneddío vi dee avere assortito egli proprio con le sue mani; ed egli senza fallo vi prospererà sempre per lunghi e lunghi anni.

— Gran mercè, buona Simona, del vostro lieto augurio: vedo proprio che il mio Guglielmo aveva ragione a parlar così bene di voi, ed ho caro molto ch'egli vi abbia qui fatto venire.

Se la Simona si pavoneggiasse di queste dolci parole, e di tutte le altre dimostrazioni, non è da domandare; e fatti altri pochi ragionamenti di questa natura, la badessa, voltasi alla buona femmina:

— Su via, monna Simona, ora metti il cervello a partito per mostrarti anche a madonna Bice qui a S. Piero, quella valente cuoca che già ti mostrasti al suo messer Guglielmo laggiù a Settimello.

E la Simona, biasciate alla meglio poche parole di scuse smorfiose, si avviava in cucina, quando, come sovvenendosi di qualche cosa:

— Madonna la badessa, ma la suora che cuoce qui per il monastero mi guarderà ella a traverso?

— Va va! suor Taddea l'è bonaria femmina, ed anzi te ne vorrà bene. Pensa solo a far vedere chi è la Simona.

La buona femmina, tutta rassicurata, si mise all'opera col tal volontà e con tal gioja nel cuore, che non avrebbe cambiata la sua condizione con quella delle più nobili donne fiorentine. Entrò in cucina, dove tutto era ordinato per cuocere, e dove trovò suor Taddea che l'accolse con viso lietissimo; ed ella, trattasi di dosso, e il benduccio di bucato e la cioppa delle feste, e messasi un largo grembiale e uno sciugatojo sulle spalle, sceglieva questa pentola, quell'altra rifiutava; questo vaso reputava acconcio, quell'altro no; comandava che si facesse questa cosa, che si mettesse all'ordine quell'altra; vedeva tutto, pensava a tutto: faceva insomma rimanere a bocca aperta quelle converse, non avvezze a modi e preparativi sì fatti. Nel tempo che la Simona governava con tanta bravura la cucina, i due sposi con la badessa andavano attorno per i viali più ombrosi del bosco dietro al convento: nei quali, benchè fosse uno de' più cocenti giorni d'agosto, si sentivano ricreati da un fresco soavissimo, e tutti i loro ragionamenti erano di contentezza e di amore, non solo comportati, ma uditi volentieri per avventura da suor Anna, alla quale le pareva di rivivere nelle più dolci illusioni della sua gioventù, obliando, povera sventurata! che quella sua gioja doveva essere troppo breve; e non potendo indovinare che atroce ferita sarebbe al suo cuore il vedersi così tosto abbandonare, e forse per sempre, dal cavaliere e dalla Bice.

Arrivata l'ora del desinare, che si apparecchiò onorevolmente nella sala dei forestieri, vi furono soli gli sposi e la badessa, a cui sarebbe parsa minore, e meno schietta e men soave la gioja, dove qualcun altro fosse stato presente. La Simona si portò da sua pari; e benchè il convito non fosse soverchiamente abbondante, nè sontuoso troppo, tuttavía, seppe così ben fare quelle cose ch'ella fece, che e la badessa e Guglielmo non facevano altro che dire: all'ultimo comparve lei proprio in persona, pulita come un dado, portando in tavola una torta parmigiana, fatta apposta, disse ella, _per la bella donna del bel cavaliere_; e la presentò con tanto garbo, che la Bice stessa ne restò presa, e ne la ringraziò con queste parole amorevolissime:

— Gran mercè, buona Simona, della cortesía vostra — e dopo avere assaggiata la torta, e gustatala per due volte:

— Il vostro garbato presente è degno veramente di chi tante lodi ha meritato dal mio Guglielmo. Piacciavi, valente femmina, di accettare questo piccolo presente per memoria di me, e per segno di grato animo dell'affetto che mostrate al mio dolce sposo ed a me, ed a madonna la badessa, che noi amiamo e abbiamo in riverenza quanto carissima madre.

E toltasi un piccolo anelletto di dito, il porse alla Simona, la quale, stupefatta da tanta bontà, si smarriva, non sapeva che rispondere, e non si attentava di stender la mano per prender l'anello; ma, confortandola Guglielmo, ed ancor la badessa, il prese, e tutta confusa:

— Madonna, disse, quest'anello, avvezzo a codesta mano così gentile, come potrà adattarsi a stare su una mano così rustica e vile come quella di una povera fantesca? io lo serberò gelosamente nel soppidiano; ma in dito non avrò mai cuore di mettermelo. Gran mercè, madonna; io vorrei dirvi tante e tante cose: ma non so trovar parole degne delle pari vostre....

— Ed io ti dico, la interruppe Guglielmo, che le tue parole sono più gentili e più dolci di quelle di tante cittadine....

— Le vengono dal cuore — disse tosto la Simona — e Guglielmo continuando:

— E ti prometto che, se tu fossi a Firenze, così nella cucina come in ogni altra cosa, avanzeresti tutte le tue pari di lunghissima mano.

— Ed io, soggiunse la Bice, mi parrebbe gran mercè, se tra le mie fantesche, ne avessi una che ti somigliasse.

La povera Simona proprio non istava più nella pelle dalla consolazione; e quando Guglielmo le disse:

— Bene, Simona, verresti tu volentieri a Firenze con noi?

Le parve proprio di sognare: guardava ora la badessa, ora la Bice, ora il cavaliere:

— A Firenze? Io? Si gabberebbero di me quelle cittadine.... E poi son così vecchia.... Se potessi vedere spesso voi, madonna, e il bel cavaliere, mi parrebbe di essere in paradiso; ma sì!....

E la Bice, che la Simona avea proprio conosciuto esser valente femmina, e che pure avea compassione di lei, e le pareva di far peccato a lasciarla colà priva di ogni bene, e ridotta quasi a vivere di elemosina, la strinse quanto più potè ad accettare:

— Me vedrai spesso ed il cavaliere: ti metterò a governo de' panni lini, acciocchè tu stia vicina a me. Piaceti egli il farmi contenta di questo mio desiderio?

La Simona guardava fissa la badessa, quasi interrogandola che cosa avesse a rispondere; e la badessa che intese:

— Monna Simona, che pensi tu più? Messer Domeneddío ti mette dinanzi il maggior dono che mai tu potessi sperare, ed esiti ancora? Tu starai sempre vicina _alla bella donna del bel cavaliere_, come suoli dir tu, che io stessa te ne porto grande invidia: questo solo dovrebbe bastarti.

E la Simona, fattasi cuore, si volse alla Bice, e baciandole con atto di riverenza la mano, disse:

— Madonna, io son vostra; fate di me a vostro senno e del nobile vostro sposo.

Allora Guglielmo:

— Brava monna Simona: fa dunque di essere più tosto che puoi a casa, e di essere in assetto per partire domani dopo terza.

La Simona accennò che il farebbe, e partì; e la badessa con alto sospiro esclamò:

— Domani dopo terza? Così per tempo?

— Mia dolce mamma, rispose la Bice, io starei volentieri qui sempre teco, insieme con Guglielmo.....

— Ed io, continuò Guglielmo, lo farei pur di gran cuore; ma, non che starvi sempre, non mi è dato nemmeno allungare la mia stanza di un solo giorno; chè monsignor lo duca mi gravò strettamente che dovessi essere nel giorno di domani a Firenze.

La badessa non rispose, se non con alto sospiro, e da quel momento si spense in lei ogni letizia; ed alle amorose parole della Bice, che studiava ogni via da rallegrarla, rispondeva brevemente, e solo carrezzavale o le mani, o il volto, o i capelli, con quel lieve sorriso che tanto eloquentemente significa e il grave dolore dell'animo e l'ardentissimo affetto; e così passò tutta la giornata!

CAPITOLO XLIX.

LA DIPARTENZA.

La nottata poi fu travagliatissima per la povera badessa, e quanto si avvicinava il giorno tanto si faceva più grave la sua mestizia. La Simona, lieta quanto suor Anna era trista, picchiò alla porta del monastero che il sole non era per anco levato; e come la badessa era alzata anche essa, così vi andò tosto, mostrando la sua letizia con parole ed atti accesissimi, ringraziandola altresì dell'essere ella stata gran cagione di questa sua lieta ventura.

— Codesta è veramente grande ventura, buona Simona; ed io, credilo a me, te ne porto invidia.

— Madonna, scherzate voi forse? voi invidiare una misera fantesca?

— Ah, povera Simona! tu non comprendi i segreti del mio cuore.... — e accorgendosi che era per dir cosa, che alla Simona sarebbe parsa strana troppo in una donna della sua qualità, si riprese così: — tu non puoi comprendere quanto sia l'affetto che io posi alla Bice mentre fu qui al monastero: ancora tu non puoi conoscere che angelo essa è. Verrà giorno che forse tutto comprenderai: e non potrà fare che allora tu non dica: _Suor Anna aveva gran ragione d'invidiarmi_.