Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 22

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— Mia dolcissima donna, gran mercè: le vostre parole sono savie; e mi danno certezza del vostro amore per me.

E senz'altro uscì della stanza. Come il duca fu un poco discosto, la donna, mandando un alto sospiro di compiuta satisfazione, esclamò con voce ed atto di gioja feroce:

— La vendetta è vicina.

E senza indugio, mandò dicendo al vescovo d'Aversa cancelliere del duca, che fosse da lei.

CAPITOLO XLV.

LA DENUNZIA.

Il cancelliere, nel tempo che maestro Cecco faceva la natività della piccola Giovanna, si struggeva come la cera di esservi anch'egli, per appostare se nulla uscisse malaccortamente di bocca all'astrologo, che potesse dar presa a querele o ad accuse formali contro di lui; e poter poi metter la duchessa sulla via di giungere speditamente là dove volevano. Ma, non avendo saputo trovar via da andarvi, se ne tribolava assai, dubitando di perdere la più propizia occasione che mai potesse capitare. Quando però il donzello della duchessa fu a dirgli, che fosse da lei senza perdere un punto di tempo, egli ne indovinò qualche cosa di propizio, e corse sollecitamente dalla sua signora, la quale vedendolo, nulla disse a parole, ma lo accolse con un ghigno di tal feroce satisfazione, che il frate comprese il tutto, e disse:

— Madonna, voi siete senza fallo più valente di me, e di messer lo Inquisitore.

— Ah, ah — rispose ridendo la duchessa, che pareva pazza dalla gioja — non lo sapete, messere, che noi donne, quando ci mettiamo di proposito a volere una cosa, avanziamo qualunque gran dottore e scienziato? Lo scellerato ascolano è rimasto nel laccio; e il duca è vinto. Ma non bisogna addormentarsi; chè Cecco è accortissimo, e il duca mutabilissimo. Fate che maestro Dino si metta tosto d'accordo con messer lo Inquisitore: faccia tosto la denunzia; e purghiamo una volta il mondo e la corte da tanto obbrobrio.

— Farò di essere senza indugio a maestro Dino, e ci studieremo di non mostrare meno zelo e meno accortezza che abbia fatto in questa bisogna la signoría vostra.

E veramente uscì immantinente di palagio, e corse da maestro Dino, che fu ragguagliato da lui di ogni cosa, e prese di ciò smisurata contentezza, esclamando come fuori di sè dalla gioja:

— Ah cane pateríno! finalmente vedrò la vendetta mia! Ora si parrà che cosa ti gioveranno le tue diaboliche arti: or si vedrà che cosa è questa tua gran sapienza astrologica — e dando in un infernale scroscio di risa, si volse al cancelliere — E' legge il futuro lassù nelle stelle, e non vi ha letto questo suo meritato fine! — E ridendo da capo, anche più sgangheratamente — Che bel falò, messer lo cancelliere! mi par già di vederlo dibattere tra le fiamme — e come era proprio ebbro dalla gioja, nè sapeva nemmeno quel che si dicesse, concluse: — Voglio essere io quello che appiccherà il fuoco al capannuccio, per più suo martorio, e perchè vegga che cosa gli sono costati all'ultimo gli scherni e le villaníe fatte a un mio pari. E' mi predisse ch'io morrei poco appresso di lui... Sciagurato! intanto falla tu la morte degli eretici, e de' negromanti. Al resto ci penserà la provvidenza; e ad ogni modo sarà quel che sarà: morirò contento dopo aver gustato la vendetta.

Al cancelliere stesso parvero troppo feroci tali parole, e messo amorevolmente una mano sulla spalla al maestro:

— No, bel maestro, non vi lasciate vincer troppo dall'ira, che potrebbe parere odio. Lodevole è lo zelo vostro; ma santo è quello zelo che avvampa i cuori misuratamente. Cecco d'Ascoli pagherà senza dubbio col fuoco le sue scelleraggini; e qualunque degno figliuolo di santa chiesa dee procacciare quanto è da lui che così sia, dove il peccatore rimanga nella sua perfidia; ma l'esultarne come voi fate passa i termini dello zelo, piglia faccia di odio e di bestiale vendetta; e forte mi dispiace il vedere così acceso da tali volgari passioni un uomo di tanta riverenza come voi siete.

Che gran divario di ferocia vi sia tra il santo zelo allegato qui dal Frate, tra quel santo zelo che pur dee procacciare quanto è da lui di far che gli eretici sieno arsi, e la esultanza di maestro Dino, che pur voleva quel medesimo, io veramente nol so comprendere, e nol saprà comprendere per avventura nemmeno il lettore, che, al pari di me, sia ignorante delle sottigliezze della teología scolastica, nella quale era il cancelliere solenne maestro, ed al quale riverentemente mi levo il cappello. Noi volgari chiameremmo ipocrisía quella del vescovo d'Aversa, e odio infrenabile quello di Dino; il quale per altro pare che alle parole del vescovo desse quel valore che loro diamo noi, perchè risposegli senza tante cerimonie in questa forma:

— Messere, o zelo santo, o odio senza termine, tutti e due vogliamo veder Cecco arso per eretico. Non facciamo dispute teologiche; ma pensiamo piuttosto a far sì che il solenne astrologo, il medico, il filosofo d'Ascoli non ci esca dalle mani.

— Bisogna, rispose il vescovo, incominciare dalla formale denunzia al sacro tribunale dell'Inquisizione. Piacevi egli il farla tosto?

— Se a voi pare che sia da far tosto, si farà: sol che non vi gravi l'assistermi.

E come il cancelliere assentì, così maestro Dino si pose a scrivere, parlando quel ch'egli scriveva, per istarne alla correzione del cancelliere; e cominciò in questa forma:

«Reverendo padre in Cristo Signore Gesù. — Io, maestro Dino, di maestro Taddeo del Garbo, medico e cittadino fiorentino, indegno figliuolo della santa chiesa cattolica, come colui che più non posso sopportare i garriti della mia coscienza, nè voglio andare incontro alle pene che il santo tribunale della sacra Inquisizione minaccia a coloro che i rei di eretica pravità non denunziano ad esso, acciocchè si possano revocare a penitenza, e, perfidiando nel loro peccato, dargli nelle mani della giustizia secolare, che gli metta alla pena del fuoco, come ordinano le sue leggi; denunzio a voi con tutta verità, e con ogni solenne giuramento, il nomato Francesco Stabili da Ascoli, per negromante ed eretico pestilentissimo. Affermo e giuro come, essendo in Bologna, fece un trattato sopra la Sfera, ammettendo che nelle sfere di sopra sono generazioni di spiriti maligni, i quali si possono costringere per incantamenti sotto certe costellazioni a poter fare molte meravigliose cose, mettendo ancora in quel trattato necessità alle influenze del corso del cielo.

«Affermo e giuro ch'egli insegnava come Cristo venne in terra, accordandosi il volere di Dio colla necessità del corso di astrología; e che doveva, per la sua natività, essere e vivere co' suoi discepoli vile e dispetto, e morire della morte che egli morì; e come l'Anticristo doveva venire per corso di pianeti in abito ricco e potente.

«Affermo e giuro che quel suo libello fu riprovato in Bologna, ed egli si ebbe sentenza e penitenza d'eretico, promettendo e giurando che più non l'userebbe: e che nondimeno, dispregiando la benignità del sacro tribunale della Inquisizione, e il fatto giuramento, e' lo ha seguitato ad usare in Firenze; dove altresì ha pubblicamente dette parole di dispregio contro i frati minori; schernito e vilipeso la efficacia delle papali scomuniche; esercitato la negromanzía e le arti magiche; vituperate le case de' grandi cittadini di Firenze, ajutando per opera di magía illeciti amori; e bestemmiato e deriso sempre le cose più reverende e più sante. — Tutto questo affermo e giuro nel nome della santa e individua Trinità, a gloria maggiore della santa madre Chiesa, per satisfazione della mia propria coscienza, per il formale debito di ubbidiente e fedele cattolico».

Terminato che ebbe messer Dino di scrivere, si volse al cancelliere, domandandolo:

— Parvi egli, messere, che questo sia il debito modo?

— Se l'aveste pensata maturamente, e studiatala su' nostri libri, non avreste potuto dire più appunto. Solo nella conchiusione sarebbe da aggiungere che a questa denunzia fare, vi mosse il puro e santo zelo della religione, e non verun privato rancore, nè odio, nè spirito di vendetta.

— Ah! — disse qui sorridendo maestro Dino — quel santo zelo che dicevate dianzi.... Ma avete pur detto voi stesso che io sono mosso da odio e da spirito di vendetta; e qui a quattr'occhi non so negarvelo. Ora, debbo io mentire al cospetto del sacro inquisitore?

— Per la esaltazione di santa madre chiesa, che aborre dagli odj e dalle vendette, è necessario sieno poste quelle dichiarazioni.

— Ma la menzogna?

— Cerchisi prima di tutto che la divina giustizia abbia il luogo suo, e che i ministri di essa sieno altrui di edificazione; le altre imperfezioni, messer Domeneddio le perdonerà egli. Resta ora che voi siate a messere l'inquisitore.

E maestro Dino già si avviava, quando, stato un poco in atto pensoso, ritornò al cancelliere:

— Ma saronne io infamato ne' secoli avvenire?

— Che dite voi, maestro Dino? le cose fatte per zelo di Dio, giusto riguardatore degli altrui meriti, non solo hanno premio nel cielo, ma lode anche in terra da tutti i santi uomini e discreti. Ad ogni modo per altro non potrete aver biasimo da veruno, perchè niuno il saprà, essendo il segreto cosa formalissima nelle cause del sacro tribunale dell'Inquisizione. Andate senza verun sospetto, e con la benedizione del Signore.

E queste parole disse facendo l'atto che fanno i vescovi quando danno la benedizione.

Messer Dino baciògli la mano in atto di riverenza, e si avviò con ogni fretta a S. Croce, dove aveva sede ed ufficio l'inquisitore.

CAPITOLO XLVI.

L'AMICIZIA ALLA PROVA.

Nel tempo che i due feroci avversarj di maestro Cecco affrettavano con ogni lor possa la rovina di lui, egli si argomentava per parte sua alla propria salvezza.

Uscito di palagio, come già il vedemmo, tutto spaurito dall'ira del duca, e così confuso della mente che non sapeva qual partito pigliare lì su quel subito; o di ripresentarsi al duca domandandogli perdonanza, e temperando il presagio con artificiate spiegazioni; o di fuggir subito: nè l'uno nè l'altro partito gli piacque, perchè il primo lo vedeva forse più pericoloso che utile; e il secondo parevagli inefficace preso così tosto, dacchè, potendolo indovinare i suoi avversarj, gli avrebbero messo i loro scherani alla posta in più luoghi, e acciuffatolo; e bisognava farlo con molta arte, e senza che veruno il sospettasse. Nè l'infelice maestro dall'altra parte si pensava che la tempesta potesse coglierlo così tosto. Primo suo pensiero fu quello dunque di correre da frate Marco, per pigliarne consiglio con esso. Andò; e il frate appena lo vide così spaurito, e con gli occhi stralunati, gli domandò ansiosamente che ciò volesse dire; e il povero Cecco, con parole di grande sgomento gli raccontò ogni cosa dal principio alla fine.

A questa notizia il frate rimase colpito come da un fulmine, e vide ben tosto quanto grande era il pericolo di maestro Cecco; nè stette senza pensiero nemmeno per sè medesimo, che di lui era amico e discepolo; e sapeva che, ricadendo Cecco nelle mani dell'Inquisizione, avrebbe avuto anche egli qualche briga con quel tribunale, della qual cosa ne aveva più orrore che della morte. E come gli uomini pensano generalmente più a sè che agli altri; e molti, per non soffrire danno lievissimo, e anche per sospetto di poterlo soffrire, chiudono il cuore a' più dolci affetti e postergano dovere e lealtà, così frate Marco, non tristo in fondo del cuore, ma debolissimo e pauroso, non ch'e' volesse abbandonare Cecco del tutto, ma avrebbe voluto vederlo da qui innanzi lontano da sè e dal convento, per non entrare in brighe. Il perchè gli diceva, così tra il compassionevole e il pauroso:

— Maestro, il caso vostro mi empie il cuore di amarezza: ma forse non sarà così grave..... Io, d'altra parte, che volete ch'io possa appresso i duchi, e gente sì fatta?... E poi sono frate: questo mio priore è uomo di cuore durissimo; ed egli e molti frati qui mi hanno garrito più volte del venire ad ascoltare le letture vostre. Potrei rovinar me, senza salvar voi.

Ma, accorgendosi che queste sue parole facevano troppo amara impressione sull'animo del maestro, prese tono un poco diverso:

— E poi, bel maestro, ma dove sono questi pericoli che andate dicendo? Badate che la paura non vi sopraffaccia. Monsignore lo duca non può così ad un tratto aver perduto l'affezione e la stima che ha sempre avuta per voi; e se gli avete parlato secondo che dettava la scienza, ed egli vi ha dato licenza di parlare, e sicurtà che qualunque cosa diceste non sarebbe per venirvene male, non so davvero su che si fondino i vostri timori di così presente pericolo.

— Frate Marco — disse Cecco tutto dolente — la paura ha sopraffatto voi, ed ha soffocato nel cuor vostro l'amicizia e la gratitudine.

— Ohimè! maestro: e potete voi credere tanto male di me?... E che ne può un povero frate nelle cose delle corti?...

— Ma io non voleva ajuto da voi, voleva solo consiglio....

— Eccomi qui tutto vostro — rispose il frate confuso e smarrito — dicevo solo che la sicurtà datavi dal duca....

— La fede dei signori tanto è ferma quanto ad essi profitta; e questo è dei signori buoni. Nei tristi essa è mantello delle loro prave voglie e ree intenzioni. O buono o tristo che sia il duca, voi vedete, bel frate, che della sua fede non è da far capitale.

— Ma voi non dubiterete però della lealtà e della amicizia di messer Guglielmo d'Artese....

— Oh no: egli è il più leal cavaliere che vesta arme.

— Ed è grandissimo appresso monsignor lo duca, e ben veduto in gran maniera dalla duchessa, che ad esso non saprebbero nulla negare. Siate a lui senza indugio, e come egli è leale e di voi amorevolissimo; e come egli vi promise ajuto e protezione in ogni bisogno vostro, così vi aiuterà efficacemente ora nella dura presente necessità.

Il frate ben sapeva che messer Guglielmo con la sua Bice la mattina medesima a buon'ora doveva essersi partito da Firenze; ma e' non aveva ben di sè, tanto l'avea vinto la paura, finchè Cecco non gli si fosse levato d'attorno, parendogli ad ogni momento vedersi apparire i messi dell'Inquisizione, i quali, trovandolo con esso, dovessero prendere ambedue, e condurgli legati là a S. Croce. Ed aveva già fatto proposito, come prima il maestro si fosse dilungato tanto o quanto dal convento, di uscirne egli tosto, chiedendo licenza al priore di andare non so a che chiesa, colà nel Casentino, per evitare così l'occasione di più vederselo attorno, e di entrare in brighe con la Inquisizione, il cui solo nome facevagli orrore. Il perchè badava a persuadere maestro Cecco ch'e' non dovesse indugiare ad essere da Guglielmo:

— E in questo mezzo, continuava, studierò anch'io, se può trovarsi modo acconcio a salvarvi dalla tempesta, se caso avvenisse, che la tempesta vi venga veramente sul capo, com'e' non pare tanto da sospettare, quanto ne sospettate voi.

E maestro Cecco, ben conoscendo la paura del frate, e come la sua amicizia era per venirgli meno nel maggior bisogno, addolorato fino alla morte, si partì dal convento senza profferir parola, mandando solo un alto sospiro e battendosi la fronte col palmo della mano.

Appena ebbe Cecco messo il piede fuori della soglia, frate Marco si vergogno seco medesimo, e sentì un certo rimorso di procedere con lui così poco amichevolmente, abbandonandolo in quella sua desolazione; e diceva tra sè:

— Egli mi ha pur dato amorevolmente il latte della scienza; mi ha sempre tenuto per il più diletto fra suoi discepoli; ed ora lo pago di questa bella moneta! Sarò agguagliato a Giuda, che tradì il suo divino maestro... — Io però nol tradisco.... nè piglio moneta... — Sì! e poi s'ha un bel dire! S'io potessi salvarlo, darei un bicchier del mio sangue; ma che ci posso io fare? L'amicizia e il grato animo son belli e buoni; ma la paura chi la vince? Io son fatto così.... — Già ci vorrei vedere anche questi uomini, che si chiamano di gran cuore ed animosi, nel caso mio. Io sono un povero frate che vivo dell'altare: il maestro, mi par di vederlo, sarà accusato di eretico e di negromante, tali parole udii dire anche ier sera da un frate minore, tutto cosa dell'inquisitore. Se me lo trovassero qui nel convento, o se sapessero che io studio comecchessía di sottrarlo alla giustizia umana?... Dio mio! non ho coraggio nemmeno di pensarci: tanto più ch'io sono andato quasi sempre a udirlo leggere. Oh meschino di me! E se per questo altresì il sacro tribunale facesse richiedermi?... — «Messere lo inquisitore, io non ne sapevo nulla: no, Cecco d'Ascoli parlò meco sempre da cattolico; ma io ad ogni modo me ne sto alla correzione vostra; condanno quello che voi condannate; credo quello che voi credete....». — Dio! mi pareva già di essere dinanzi all'inquisitore. — E vi potrei pur dover essere, se alcuno ricorda ch'io andavo a udirlo leggere. — E poi, o non è a tutti nota in Firenze la familiarità nostra, e più che a tutti a' nemici di maestro Cecco?... Eh, non si scansa: almeno per testimonio è certa ch'io sarò citato. E allora che ho a dire? Ho a accusare il maestro? e' mi daranno del Giuda.... E se mi mettono alla colla, come reggerò io al tormento? — Se messer Domineddío non mi ajuta, io sono un uomo morto. — Ma, o frate Marco — disse a un tratto come riscotendosi da un vaneggiamento — ma chi t'ha detto che maestro Cecco andrà certamente nelle mani dell'Inquisizione? Su, su, fatti coraggio; codeste le sono vane apprensioni.

Ma il coraggio non tornava al povero frate; e quegli occhi stralunati di Cecco; il racconto da lui fattogli dello sdegno della duchessa e del duca, e le parole dette da quel frate minore la sera innanzi, gli erano fitte nella mente per forma, che quanto più ci ripensava, tanto più presente e più certo vedeva il pericolo di maestro Cecco. E dacchè egli era ito alle case dei Cavalcanti, per gettarsi nelle braccia di messer Guglielmo; e il frate sapea troppo bene che messer Guglielmo non avrebbe trovato, perchè era ito in Mugello, la paura gli si rinfrescò tosto nel cuore:

— Ora il maestro è ito a casa di Guglielmo, dove gli diranno che il cavaliere è cavalcato con la sua donna in Mugello; e c'è da vederselo ritornare al convento. Qui non c'è tempo da perdere, bisogna ch'io pensi a' casi miei.

E senza dare indugio al fatto, la prima cosa andò dal portinajo e gli disse:

— Se mai tornasse qui or ora maestro Cecco d'Ascoli — lo conosci tu? quel vecchietto magro e canuto che è uscito di qui dianzi, e che ci avrai veduto venire spesso — — dira'gli che frate Marco, per comandamento del priore di questo luogo, è uscito fuori per cavalcare non sai dove.

E il portinajo, dettogli che maestro Cecco ben conosceva, e che, tornando lui, gli avrebbe risposto secondo il comandamento, frate Marco andò diviato al priore, chiedendogli licenza di andare nel Casentino da un prete suo conoscente, che il voleva a predicare; ed ottenutala senza contrasto veruno, erano appena passate due ore che cavalcava per la via di Arezzo.

Come bene aveva indovinato frate Marco, maestro Cecco, saputo là alle case dei Cavalcanti come Guglielmo con la Bice erano iti in Mugello, ritornò a S. Maria Novella per informarne il frate, e per conferire con esso il modo più certo da uscir salvo di Firenze, e senza dare sospetto a veruno. Come restasse però all'udire dal portinajo che anche frate Marco si era partito dalla città, sarebbe difficile significarlo a parole. Già aveva intraveduto che l'affetto e l'amicizia di lui sarebbegli venuta meno alla prova; ma quando ne ebbe certezza come ora l'aveva, e considerando il modo vilmente spietato che egli aveva tenuto, si vide proprio mancare il terreno sotto i piedi, nè sapeva più oggimai a che Santo votarsi; e lo sgomento suo era pietosamente amareggiato dalla vile sconoscenza del frate. Al portinajo egli rispose con amaro sorriso:

— Ah, frate Marco si è partito per comandamento del priore di questo luogo?

E scotendo il capo con atto tra di sgomento e di dispregio, esclamò:

— Maledetto quell'uomo, dice il Signore, che confida nell'uomo: — e voltò le spalle al convento, avviandosi verso il palagio, col proposito di partirsi il giorno appresso, o sotto un colore o sotto un altro.

Ma prima di entrare nelle orribili carceri della Inquisizione, rallegriamoci un poco nella conversazione della buona nostra Bice, e del suo diletto Guglielmo, e ritorniamo in Mugello dalla badessa, la quale il lettore spero che rivedrà non senza qualche soddisfazione.

CAPITOLO XLVII.

GLI SPOSI IN MUGELLO.

Primo e più soave pensiero de' novelli sposi, dopo le gioje domestiche, era stato quello di mantener la promessa fatta a suor Anna, che sarebbero iti a rivederla appena fossero marito e moglie: e di fatta la seconda mattina dopo lo sposalizio montarono a cavallo di buon'ora, accompagnati da un loro fidato donzello, e dalla cameriera della Bice, per essere al monastero almeno due ore innanzi vespro. Sarebbe andato volentieri anche messer Geri; ma lo star molto a cavallo, dopo gli ultimi acciacchi, non sarebbe stato senza grave suo danno; e però, confortatone anche dalla Bice e da Guglielmo, rimase a Firenze, stando contento a scrivere alla badessa una amorevole lettera, dove la ragguagliava della presente sua contentezza, che in gran parte diceva riconoscer da lei, e mandavale salute con protestazioni di grato animo e di riverenza.

In tutto quanto il viaggio la Bice si mostrava di lietissimo umore; chè il ricordarsi quanto fu doloroso il viaggio fatto mesi addietro in Mugello, quasi maledetta da suo padre; col dubbio che più non avrebbe riveduto il suo Guglielmo; senza sapere per molto tratto di via dove la conducesse il suo fante; e poi colla disperazione nel cuore dell'andare ad essere sepolta in un eremo, lontana da ogni cosa e da ogni persona diletta: e l'andarvi ora col suo Guglielmo, a rivedere e riabbracciare colei che amava per madre carissima; le era cagione di tal contentezza, che proprio il cuore gliene traboccava, e non restava un momento di fare in confronti tra il viaggio passato ed il presente: di ricordare la badessa e il monastero; di significare il desiderio di arrivarvi presto; ed un monte di simili cose, alle quali Guglielmo non era sufficiente a rispondere, e ad alcune rispondeva accompagnando le sue parole con quel risettino che palesa ad un tempo stesso e l'affetto, ed una benigna censura a chi si risponde. Il proposito era quello di andare di buon trotto, per essere a buon'ora in Mugello; ma ad ogni nuovo pensiero che venivale in mente, la Bice rallentava, e mettendosi al passo, entrava in ragionamento con Guglielmo:

— Vedi, Guglielmo mio, queste nobili castella, che fanno sì pompose e superbe le nostre colline, e che ora tanto mi diletta il vederle, così contornate di giardini e di graziosi boschetti? L'altra volta mi parevano spelonche di fiere, in boschi aspri e selvaggi. Tu, mio dolce signore, e il tuo amore, fa ridere a me così allegramente queste colline; le quali per altro insieme con te, mi riderebbero così — disse rivolta a lui con amoroso sorriso — anche se fossero aspri boschi e selvaggi.

E Guglielmo, presale la mano, caramente gliela baciò, con uno sguardo amorosissimo, confortandola a studiare più il passo, per non arrivare troppo tardi: e la Bice spronava; ma fatta poca via:

— Qui al passo di questo ponticello il mio cavallo ombrò, e poco mancò non mi traboccasse nel torrente, che allora era gonfio e riottoso. Non impaurii; chè la morte non mi sarebbe dispiaciuta, credendo averti perduto per sempre. Ora al solo pensarci me ne spavento. Non avrei goduto la presente beatitudine!

E così, ora trottando ed ora ragionando, là poco innanzi vespro arrivarono in veduta del monastero.

— Ah, Guglielmo, ecco là il monastero! Mira sacro e venerabile orrore! Studiamo, studiamo più il passo, chè tosto vi possiamo essere. Credi, mio diletto, poco minore fu la gioja del rivedere le torri della mia Firenze, dopo essere stata quaggiù, che quella di rivedere adesso questo sacro recesso. La buona nostra suor Anna, come sarà adesso la sua sanità? Penserà ella che possiamo esserle così vicini? Oh che consolazione sarà per lei e per noi il rivederci! Sprona, sprona, Guglielmo.