Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 20

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Mentre il vescovo di Aversa teneva questo colloquio con la duchessa, Guglielmo, accompagnatosi con Maestro Cecco, lo cominciò a domandare di ogni minimo che circa alla sua Bice ed a messer Geri, ed egli lo accertò così in generale che il vecchio era al tutto cambiato, e non vedeva l'ora di farlo suo genero; ma che per più minuti particolari era da far capo a frate Marco, il quale avrebbe senza dubbio trovato allora al convento, quando a lui piacesse l'andarvi. E come Guglielmo non desiderava altro, così egli vi fu in meno che non balena. Frate Marco, vedutolo e salutatolo, entrava in ragionamenti della guerra, delle lodi sue, del suo valore, delle sue glorie; ma il cavaliere:

— Deh! bel frate, lasciate stare adesso codeste cose. Voi meglio di me sapete per cui l'ho fatto, se ho fatto qualche cosa, che meriti lode. Parlatemi di essa, se Dio vi dia bene; ditemi di messer Geri.

— Le case de' Cavalcanti sono albergo della gioja e della contentezza, che solo è menomata dal desiderio di vedervi la persona vostra; e se il desiderio della Bice è grande, grandissimo è adesso il desiderio di messer Geri; a cui ho promesso pur dianzi che vi avrei condotto a lui come prima vi fosse dato l'andarvi.

— Così vi potessi esser tosto?

— E tosto vi saremo, soggiunse il frate.

E messisi senza mezzo in cammino, furono alle case de' Cavalcanti, dove messer Geri e la Bice stavano nella più grande ansietà, aspettando l'uno e l'altro di momento in momento che comparisse loro dinanzi il cavaliere. E l'ansietà di messer Geri era maggiore per avventura di quella della Bice, tanto era rimasto preso dalle prove fatte dal cavaliere, e tanto era rimasto abbagliato dagli onori, e dalle acclamazioni fattegli così dai signori come dal popolo. Egli non aveva terreno che lo reggesse: passeggiava su e giù per la stanza: mettevasi a sedere, e tosto rialzavasi, per farsi alla finestra, e vedere se spuntasse nessuno dal capo della via; ed appunto mentre era alla finestra, benchè la vista avesse mal ferma, gli parve aver veduto metter piede in casa sua un cavaliere con altra persona, che ben non potè discernere, ma gli parve frate Marco; e non avendo un dubbio al mondo che fossero dessi, fecesi egli medesimo all'uscio della stanza, nè prima furono in capo alla scala che Geri, scorto il cavaliere, gli si fece incontro, e stesagli la mano:

— Cavaliere, ora non siete più straniero, ma figliuolo dilettissimo di questa terra; e non può nè dee, chi questa terra ama, non amare e non riverir voi; ed io vi amo e vi riverisco quanto altro fiorentino.

— Messer Geri — riprese il cavaliere, baciando riverentemente la mano al vecchio — anche quando voi mi tenevate per istraniero io vi amava, e vi riveriva come padre carissimo; nè poteva non farlo, se a colei siete padre, la quale, dopo Dio, amo sopra ogni cosa quaggiù, e per cui sola mi è cara la vita e la gloria. Pensate dunque che debbo fare adesso, che più straniero non mi tenete, e per poco mi amate qual caro figliuolo.

— Più che caro figliuolo, dovete dire; chè per voi rifiorisce il giglio fiorentino, sfiorito da parecchi anni in qua tante e tante volte. Ma voi, disse sorridendo, voi cercate qualcosa con gli occhi; e senza fallo parvi che qui manchi qualcuno.

Guglielmo non rispose, se non quanto troppo bene significò il suo desiderio con un lieve assentire del capo, e con un sorriso tenerissima: frate Marco però, stato muto fino allora, per iscrutar bene l'animo dei due, ed accortosi che l'uno era tenerissimo dell'altro, non dubitò di dire:

— Messer Geri, se il cavaliere cerca con gli occhi quel che certo sapete, e lo desidera ardentemente, dovete desiderar voi di consolarlo, e di consolare la vostra dolce figliuola, e voi stesso.

— E voi altresì, che tanto amore portate alla casa nostra, e tanto pregiate il cavaliere. Or'ora saremo lieti tutti quanti.

E sì dicendo uscì dalla stanza.

Il cavaliere e il frate rimasero con la certezza che il vecchio sarebbe tosto ritornato insiem con la Bice; e veramente egli fu di subito alla figliuola, alla quale detto con parole e con atti di vera contentezza che il cavaliere l'attendeva, la prese caramente per mano, e andarono colà dov'erano il frate e Guglielmo. Qual fosse, ne' pochi momenti che precederono il loro incontro, il cuore de' due amanti, quanto dolci i pensieri, quanto il desiderio, io nol significo qui, perchè le più efficaci parole ch'io potessi trovare, sarebber sempre minori del vero; e chi ha cuor gentile, ed ha amato davvero, può da sè stesso immaginarlo. Quando poi messer Geri comparve sulla soglia dell'uscio con la Bice per mano, e i due amanti si furono veduti, non poteron tenersi che l'uno non corresse desiosamente incontro all'altro e castamente si abbracciassero, dandole Guglielmo un amoroso bacio sulla fronte, non senza un sorriso del vecchio Geri, che palesava tutta la contentezza dell'animo suo; e:

— Figliuoli, esclamò tutto commosso, così Dio vi benedica di lassù, come qui vi benedico io; e vi conceda lunga e prospera vita, con adempimento d'ogni desiderio vostro.

— Primo e più vivo desiderio mio e del mio Guglielmo è il vedere contento te per lunghi anni, te, che della felicità nostra sei l'unico autore.

E volta a Guglielmo:

— Guglielmo mio, quanto sono felice!

— E perchè, se testè indovinasti così bene il mio cuore, rispetto al tuo buon padre, ed hai parlato per me, non lo hai indovinato anche adesso, e non hai detto: _Quanto siamo felici!_

La Bice si volse a lui con amoroso sorriso, quasi in atto di ringraziarlo del gentile pensiero, quando messer Geri tutto lieto:

— Frate Marco, ecco venuta anche la vicenda vostra: vi promisi che benedireste voi l'anello alla mia Bice: fate adunque di averne licenza da messer lo vescovo, chè in capo a otto giorni si hanno a fare le sponsalizie.

La Bice e Guglielmo si guardarono amorosamente; e quasi mossi da una forza medesima, abbracciarono ambedue il buon vecchio, a cui frate Marco rispose:

— Messere, sempre ho mirato a questo santo fine dell'amore della Bice vostra; e potete immaginare con che ambiziosa gioja io compirò il sacro ufficio. Ma più efficacemente di me ci ha avuto che fare un altro, a cui senza dubbio parrebbe troppo doloroso il non partecipare alla gioja comune; il non potere accertarvi della sua osservanza per voi, e per la casa dei Cavalcanti...

— Parlereste voi di Cecco d'Ascoli? — disse rivoltandosi come un aspide messer Geri.

— Sì messere, di maestro Cecco d'Ascoli.

— Ma dimenticate voi ch'egli è eretico, negromante e nemico del nome mio? Non voglio in modo veruno che le sponsalizie di questi figliuoli miei sieno contaminate così, nè abbiano così triste augurio.

— Padre mio e mio signore, disse Guglielmo, maestro Cecco è savia e discreta persona: credetelo a me, che più d'ogni altro lo conosco, e che meno d'ogni altro vorrei aver tristi augurj alle mie sponsalizie.

— Voi messer Geri, continuò il frate, voi avete sempre negli orecchi le dicerie di maestro Dino del Garbo contro il savio maestro; ma da che sieno mosse le sue ebbre parole voi pur il sapete; e avete pur toccato con mano quanto è forsennato il suo sdegno, e la sua invidia. Maestro Cecco, siatene certo, è, come dice messer Guglielmo, savia e discreta persona; filosofo e scienziato de' più solennissimi; e il nome dei Cavalcanti riverisce ed onora; e Firenze ama come sua seconda patria....

— Ed io stesso, ritoccò Guglielmo, io stesso l'ho udito, nella presenza di monsignor lo duca, celebrare questa nobile terra, e raccomandare ad esso la libertà e il buono stato di lei.

E come Geri scoteva il capo in segno di dubbio; ma agli atti del volto accennava di lasciarsi piegare; così anche la Bice volle dire una parola:

— Sì, babbo mio dolce, maestro Cecco è buono, e ama tanto il mio Guglielmo, e te onora....

— E tu, che sai tu di maestro Cecco? — rispose Geri, rompendole le parole in bocca — e quando lo hai tu veduto o uditolo, che sei stata fin qui sotto la custodia di suor Anna in Mugello?

La Bice si era dimenticata che del fatto di Mugello quando erano stati colà Guglielmo e maestro Cecco, suo padre non ne sapeva e non doveva saperne nulla, e tardi si accorse di essersi lasciata andare un po' troppo, nè trovava a un tratto che cosa rispondere; il perchè, accortosi frate Marco del costei titubare, la tolse egli d'impaccio:

— Messere, io sono stato per commissione vostra due volte in Mugello, e come ho parlato in bene a voi di maestro Cecco, così ne ho sempre parlato anche con la damigella. E qui vi ripeto che egli è savio e discreto; e vi riprego che vogliate dare ad esso la consolazione di esser presente anch'egli alle sponsalizie, e di partecipare alla contentezza comune, soddisfacendo al lungo suo desiderio di far riverenza a voi, e di profferirvisi.

E dacchè alle preghiere del frate unirono le loro messer Guglielmo e la Bice, messer Geri, che oramai aveva cominciato a dir sì, ed in sostanza era di ottima natura, si lasciò piegare anche a questo, con gran soddisfazione del frate e del cavaliere.

Non istarò qui a riferire i varj ragionamenti fatti tra tutti, e le dolci parole e i dolci atti de' due amanti: basta che Geri concedè al cavaliere che venisse ogni giorno alle case de' Cavalcanti, dicendogli che, dove a lui piacesse il giorno da esso stabilito per il matrimonio, si desse dal canto suo ogni pensiero di porsi in assetto, com'egli avrebbe fatto per sè e per la Bice: a frate Marco disse che fosse da messer lo vescovo di Firenze ad impetrargli licenza che le sposalizie si facessero in casa sua, e a chiedergli per sè facoltà di benedire l'anello. E restati in concordia che tutto sarebbe fatto, i due compagni, lasciando padre e figliuola consolatissimi, e pieni di consolazione essi stessi, si avviarono l'uno al convento e l'altro al palagio, dove l'attendevano ancora nuovi festeggiamenti, per lui senza veruna attrattiva, avvezzo da tanto tempo a dispregiare ciò che non fosse la sua Bice.

CAPITOLO XLII.

CONVITO ED ESEQUIE.

Il convito fu oltre ogni dire splendido e suntuoso, e i festeggiamenti d'ogni maniera, i suoni, i canti e le danze, e le prove di leggiadria e di cortesía vi furono infinite.

Basti il dire che vi furono cinquanta donne bene e riccamente vestite, e similmente trenta donzelli da far festa, anch'essi riccamente vestiti: e chi volesse raccontare il numero e la squisitezza delle vivande, e il vasellame d'argento lavorato, e i finissimi vini, e i confetti, recati, sempre rinnovellando, in nobili e pregiate confettiere d'argento; e i cantari de' giullari, e i giuochi e i sollazzi continuati fino a gran notte, avrebbe troppo lunga tela alle mani e sarebbe infinito, non senza noja per avventura di quei non pochi lettori, che scambio di dilettarcisi, aborrono le descrizioni minuziose. Questo per altro non è da tacere, che, in sul dar l'acque alle mani, la duchessa ebbe a sè maestro Cecco; e simulando l'antica benignità, il pregò cortesemente che la nobile compagnía dovesse far meravigliare con alcuno de' suoi prodigi; ma Cecco, al quale la benignità della duchessa parve insolita troppo, ne prese sospetto; ed allegando che Florone per quel giorno non concedevagli il suo ajuto, se ne scusò, non senza apparente rammarico, e con celata ira di lei.

Alla festa allegrissima del convito, doveva succedere la mattina appresso, come qua dietro accennai, la pietosa opera delle esequie di un cavaliere segnalatissimo, ucciso all'assalto di S. Maria a Monte, mentre accanto a Guglielmo era per metter piede sulle mura del primo cerchio.

Fu questi messer Guccio da Casale, guidatore della prima schiera della gente a cavallo, uno de' più pregiati cavalieri d'Italia. Il corpo, recato con quel maggiore onore che si potè da' suoi compagni fino ad una chiesetta vicino a Firenze, doveva essere andato a levar di colà, per accompagnarsi a S. Croce, da tutti i più pregiati cavalieri dell'oste, dalla signoría di Firenze, dalla chericía di S. Reparata, e da molte regole di frati; onorato quanto più si potesse a spese del comune. E l'ordine fu questo. Prima gli fu posto sulla bara un drappo d'oro, e sopra vi fu fatto appiccare tre scuddicciuoli ricamati, che furono il giglio, la croce del popolo, e l'arme della parte guelfa, con ventiquattro drappelloni, con varie altre armi del comune, del popolo, di parte guelfa, della chiesa e del re Roberto; più gli si donarono, per portare intorno alla bara, quaranta doppieri; e un gran pennone del popolo, con la targa, vestito di zendado l'uomo e covertato il cavallo: due altri erano dietro a questo, uno de' quali a cavallo, con un cimiero del Marzocco in capo, ed una spada in mano tenuta per la punta; e poi due uomini a cavallo, con due bandiere quadre dell'arme del comune, con due scudi alla catelana, tutti vestiti i fanti, e covertati i cavalli, di zendado.

Dopo di ciò donò il comune un pennone di parte guelfa, grandissimo e bello, che uscì dal palagio della parte guelfa, e la targa con esso: ed oltre a ciò un cimiero di parte guelfa, con una spada in mano dal cavaliere tenuta per la punta; e ciascuno di loro era vestito, ed i cavalli erano covertati, di zendado.

Tutti i detti sei cavalli ed uomini, erano vestiti e covertati, come dicemmo, e i 40 doppieri accesi erano tenuti in mano da quaranta fanti de' priori. Dietro la bara seguiva la schiera onde messer Guccio era stato guidatore, con il suo cavallo innanzi, covertato di gramaglia, e tenuto per il freno dal suo scudiero: quindi le regole dei frati, la chericía, e in ultimo tutti i più nobili cavalieri della corte, il gonfaloniere coi priori, ed in nome di monsignor lo duca, Gualtieri di Brienne, il vescovo di Aversa suo cancelliere, e maestro Cecco altresì, benchè con visibile cruccio del detto cancelliere.

Arrivata la processione a S. Croce, tutta la gente a cavallo si schierò sulla piazza, sonando continuamente le trombe in tuono lugubre, e gli altri tutti si avviarono in chiesa dietro la bara: e già erano sulla soglia il duca d'Atene, il cancelliere, messer Guglielmo e maestro Cecco, quando un frate minore con sacri paramenti (quel frate medesimo, che in sul principio di questo racconto si rammenterà il lettore aver avuto briga col maestro, per conto di certe parole dell'atto di scomunica di Castruccio), e quasi agitato da divino furore gli si parò dinanzi:

— In nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed in nome del reverendo padre inquisitore della eretica pravità, che qui ha sede e giurisdizione, comando a te Francesco Stabili, scomunicato, ed eretico relasso, che non sii presuntuoso di porre il profano tuo piede in questo tempio, sacro al Signore delle vendette.

Il cancelliere non si mostrò punto turbato nè meravigliato da sì strano atto del frate; ma, soffermatosi con gli altri, non mutò aspetto nè poco nè assai, come se fosse stato una statua di marmo, e stava col capo piegato sopra la spalla sinistra, senza articolar parola. Non così per altro messer Gualtieri e messer Guglielmo, i quali si mostrarono fortemente sdegnati di tanto fanatiche parole; e messer Gualtieri, temperandosi quanto più potè, non potè fare per altro che ei non dicesse:

— Bel frate, io non posso, nè voglio, entrare giudice degli atti della sacrosanta Inquisizione; ma, quanto posso conoscere io del benigno modo col quale essa suol procedere, innanzi di venire a quello che voi dite in nome di messer l'inquisitore, parmi che voi vi siate lasciato portare da eccesso di zelo, piuttostochè dalla cristiana carità; e dubito assai che messer l'inquisitore vi abbia dato veramente siffatto mandato. Io qui sono in persona di monsignore lo duca: e se prima non sono accertato che il sacro tribunale dell'inquisizione voglia veramente procedere in tal forma, non patirò che sia fatta questa ingiuria ad un così pregiato famigliare di monsignore lo duca, e per conseguente al duca medesimo.

E voltosi al vescovo d'Aversa:

— Voi messere, siete cancelliere di monsignor lo duca, e siete vescovo e frate minore; parvi egli che quel frate abbia operato saviamente, e che io debba comportare questa onta fatta al mio e vostro signore in persona di uno de' suoi familiari?

L'atto di quel fanatico frate era veramente fuori d'ogni diritto, e di ogni consuetudine della inquisizione; ma tutto per altro era ordinato tra esso e maestro Dino con tacita approvazione del cancelliere e dell'inquisitore, per vedere se da ciò nascesse occasione di qualche grave scandalo, dove maestro Cecco uscisse tanto dai termini della temperanza, da offrir materia di mettergli le mani addosso; e lo scandalo sarebbe nato senza dubbio, se messer Gualtieri di Brienne non avesse egli proprio così accortamente preso da quel lato la quistione, rompendo le parole in bocca a maestro Cecco, il quale, già acceso nel volto, stava per rispondere al frate; e accennando anche a messer Guglielmo che si temperasse, il quale voleva parimente rintuzzare la tracotanza di quell'invasato.

Ora il cancelliere, veggendo che il disegno di maestro Dino era fallito; ed accorgendosi che per lo migliore era da troncare ogni cosa; a messer Gualtieri rispose che savie erano le sue parole, e lodevole il suo zelo per l'onore di monsignore lo duca; e volto poscia al frate minore:

— E voi pure, bel frate, è lodevole lo zelo che vi accende per la santa religione nostra; ma ogni cosa vuole modo e tempo: vi piaccia dunque di aspettare tempo migliore ad esercitarlo, e non rompete l'ordine di questa pia cerimonia.

Con tali parole il cancelliere stornò ogni rampogna che potesse venir dal duca, senza condannare il frate; il quale, fingendo di rassegnarsi alle preghiere di lui, rientrò in chiesa, nè altro se ne seppe. La gente di piazza e quella di chiesa si accorse ben di questo tafferuglio, ma, essendo esso durato così poco, nè sapendosene quasi da veruno i particolari, la cerimonia continuò senz'altro inconveniente.

CAPITOLO XLIII.

LA FESTA D'AMORE, E LO SPOSALIZIO.

La mala riuscita di quell'alzata d'ingegno del frate Minore là sulla porta di Santa Croce, se per un lato frastornò momentaneamente i disegni di maestro Dino e del cancelliere e per conseguenza fu come un trionfo per Cecco d'Ascoli, dall'altro servì mirabilmente agli avversarj di lui, perchè egli ne prese maggior baldanza e maggior sicurtà, certo come gli pareva d'essere che il duca e messer Guglielmo lo avrebbero in ogni caso difeso; ed essi, lungi da perdersi d'animo, pensando appunto all'effetto che doveva aver fatto sopra di lui l'averla avuta vinta questa volta, posero il cuore a maturare la loro vendetta; ed erano continui i colloquj tra maestro Dino e l'inquisitore, tra l'inquisitore e il cancelliere del duca, e tra questo e la duchessa, ordinandosi poi di comune accordo, che alla prima opportunità maestro Dino avrebbe fatto la denunzia formale.

Di ciò per altro sospettava tanto poco il povero Cecco, che non dubitava nemmeno di continuare le sue letture sulla sfera del _Sacrobosco_: nè di darsi palesemente gran faccenda per il matrimonio di messer Guglielmo, vantandosi ancora che gran parte ci aveva avuto egli. Frate Marco e messer Guglielmo lo avevano introdotto appresso il vecchio Cavalcanti; e Cecco tanto accortamente seppe dire e seppe fare, che lo stesso messer Geri restò preso dalla costui sapienza e dalla sua squisita gentilezza, per modo che non dubitò più punto che tutto quel male sparso per Firenze sul conto di lui, non fosse tutto per opera di Dino del Garbo.

Ma già ogni cosa era ordinata per la celebrazione delle nozze, già la Bice era stata impalmata, e due giorni appresso doveva farsi lo sposalizio, quando Guglielmo volle fare, con licenza di messer Geri, una nobile festa alla Bice, la più ordinata e la più magnifica che mai si facesse in Firenze; il cui ordine era il seguente:

Messer Guglielmo ebbe in sua compagnía otto gentili giovani, quattro provenzali, e quattro fiorentini, ciascuno dei quali a un'ora di notte si partì dalle sue case, e andarono a casa di Guglielmo, a cavallo molto magnificamente, con tutti i fornimenti de' cavalli di seta, e tutti i giubboni di broccato d'argento e chermisi; e ciascuno aveva seco trenta giovani con calze alla divisa, e con gonnellini della divisa del giovane che accompagnava, e avevano un torchio acceso per uno. Arrivati alla casa di Guglielmo, diedergli il bastone come a signore e capitano di essa compagnía, il quale con gran trionfo diede loro da cena, com'era ordinato; e poi a tre ore di notte, si mossero tutti insieme, e andarono alla casa della sposa novella, e con loro avevano un trionfo d'amore, portato da più uomini, alto venti braccia, composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abbagliato, con molti spiritelli d'amore con archi in mano e con saette su' fianchi, e in ogni parte l'arme degli Artese, tramezzate dalle armi de' Cavalcanti, con campanelletti e sonagli d'argento.

Appresso a questo trionfo erano i pifferi ed altri suoni e canti, e due magnifici cavalli covertati di seta rossa, foderate le coperte dei cavalli, e i vestimenti de' paggi, di zibellini, e ricamati di argento. Veniva quindi Guglielmo, capitano e signore della compagnía, su un cavallo che la natura non lo potrebbe fare più bello, con fornimenti, sella e briglia tutta di chermisi, ricamata d'argento ricchissimamente quanto far si poteva; ed egli vestito delle sue armi, con sopravvesta ricamata di perle e di gioje.

Dintorno gli stavano quindici gentili giovani a piede, tutti con gonnellini di raso chermisi, foderati di ermellini, con calze paonazze; ed oltre a questi, aveva attorno molti altri giovani, vestiti tutti a sua divisa. E così tutti insieme si condussero alla casa della sposa novella, senz'altra gente a cavallo, avendo la signoría di Firenze fatto metter bando, sotto gravissima pena, che quella notte nessun altro potesse ire a cavallo, per non guastare tal festa. Giunti colà, fecero la mostra, e appresso ciascuno corse ritto sulla sella, secondo uso di armeggeríe; e di poi ciascuno corse una lancia vuota dorata, rompendola a piè della finestra, dov'era la Bice in mezzo di quattro torchj accesi, che si mostrava con tanta graziosa onestà, che innamorava tutti di sè.

Rotte le lancie, s'appiccò fuoco al trionfo, come era ordinato, ed arse con tante grida e suoni che il romore andava fino alle stelle; e i razzi erano artificiati in modo, che parve che quelli spiritelli d'amore, con l'arco che avevano in mano, gli saettassero, e così accesi per l'aria volavano appresso alla Bice. Fatto questo, Guglielmo partendosi con tutta la compagnía, per non volger le spalle alla donna sua, fece che sempre il cavallo andava indietro, finchè più non la potè vedere; e andati a rompere le lance, e armeggiare, in varj altri luoghi, tornarono all'ultimo alle case della sposa novella, a farle una mattinata con moltissimi suoni e grandi magnificenze; dopo di che si partirono e accompagnarono Guglielmo a casa, il quale convitò tutti quanti con grande splendidezza.

La festa durò dalle due ore di notte alle undici; e Guglielmo donò a tutti i ministri della signoría calze alla sua divisa, e ciascuno disse che giammai in Firenze non si era fatta la più magnifica nè la più ordinata festa[34].