Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV

Part 2

Chapter 23,103 wordsPublic domain

«Ma un nuovo scrittore di romanzi ha oggi fatto capolino in sulle scene letterarie d'Italia, e questi è il signor Pietro Fanfani, già noto alla repubblica delle lettere per i suoi lavori filologici. Esso col suo racconto intitolato _Cecco d'Ascoli_ ha fatto vedere d'intendere meglio di ogni altro, come voglia essere usato il romanzo in Italia, e a quale scopo rivolto. Esso ha conosciuto che il romanzo, com'è usato dagli stranieri, non può adattarsi ai popoli di stirpe latina, qual è l'italiano, stirpe esquisitamente sociale. Dietro l'esempio degli uomini dotti di tutte le età, egli usa la favola per propagare le utili cognizioni. Dipinge i costumi e le vicende dell'umana vita, dimostra gli errori in cui siamo tratti dalle nostre passioni, in fine rende amabile la virtù e odioso il vizio. La maniera sua è romantica, ma accomodata all'indole della letteratura d'Italia, conciosiachè si avvicini al fare della novella, componimento più nostrale e che deve all'Italia il suo vero splendore. Quello però che, a parer nostro, forma il più alto pregio del racconto del Fanfani, si è che ogni regola d'arte vi si trova scrupolosamente osservata. In vero se tu riguardi all'orditura del _Cecco d'Ascoli_ vi scorgi quell'unità d'azione che i nostri buoni vecchi ci predicarono tanto; poichè nel _Cecco_ il subbietto figura sempre principale, e tutte le cose che delle altre persone si vanno discorrendo si intrecciano ed annodano ad esso. Se poi osservi i costumi, li trovi dipinti co' loro colori naturali non solo, ma ancora con colori che non fanno l'un coll'altro alcun contrasto. Ivi non ti avvieni a quei costumi esageratissimi che o non s'incontrano in natura, o sono aberramenti non imitabili della natura. E quanto al dettato mal potresti desiderare cosa migliore: nel che vuol esser tanto più encomiato il chiarissimo Autore, quanto ha dovuto vincere difficoltà tragrandi; non si potendo dire a mezzo quanto arduo sia l'acconciare bene ad un lavoro più o meno di finzione il linguaggio della prosa, meglio fatto per l'espressione della realtà. Qui (o c'inganniamo), è dove il Fanfani toglie di leggieri la palma a tutti: perciocchè lo stile del Bresciani, per chi ha buon gusto, quantunque adorno sia d'ogni più vaga venere dell'idioma toscano, sente assai dello studiato e si dilunga da quella cara ingenuità che rende così amabili i nostri antichi. Per contrario nel Fanfani hai un dettato piano, semplice, vario, elegante, affettuoso, lucido, aggraziato, che ti porge diletto e scende al cuore. Trovi poi ritratte al vivo le usanze del tempo; e con esse le virtù, i vizi, le superstizioni ed ogni altra cosa che valga a dartene una piena cognizione. Insomma il lavoro del Fanfani è opera classica e degna de' maggiori encomi.»

In un lungo articolo stampato nella _Gazzetta di Pinerolo_ (Nº. 33. 14. Agosto 1870) il dottore _C. Giambelli_ fra altro così si esprime:

«Questo racconto (il _Cecco d'Ascoli_) è d'un'infinita bellezza riguardo alla lingua, e molte notizie di quei tempi, sebbene le conosciamo già per diverse fonti, pure qui raccolte in breve fanno maggior effetto e più ne piacciono.»

_F. Lanza_ chiudeva un suo ragguaglio sul _Cecco d'Ascoli_ pubblicato nella _Piccola stampa_ (Nº. 60. 29 Agosto 1870) colle seguenti parole:

«Mi resta ora a parlare della condotta del lavoro, dello stile, della lingua, ed in tutto ciò nulla ho a dire che non sia in lode dell'autore. Ben delineati i caratteri ideali, e specialmente quello della Bice, e del vecchio Geri, ben tratteggiati e conservati quelli storici. Benissimo immaginato l'intreccio della favola, e bene svolto, bello e naturale lo scioglimento. Dello stile e della lingua che dirò quando l'autore si chiama Pietro Fanfani? Stile elegante, terso, chiaro; lingua (cosa rara al giorno d'oggi) veramente Italiana e purissima. Questi e molti altri pregi che troppo lungo sarebbe enumerare, compensano sì largamente quelle piccole mende ch'io ho creduto scorgervi, che il signor Fanfani può andar superbo del suo lavoro, che avrà certo un posto eminente fra le opere letterarie italiane.»

Con questi critici son pure d'accordo molti altri, il cui giudizio non riferiremo qui per non istancare il lettore. Chiuderemo pertanto esclamando col _Fruscella_: «il _Cecco d'Ascoli_ è gloria novella delle lettere nostre.»

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Ci resta a dire due parole della presente _terza edizione_ del celebre romanzo. Allorquando si trattava di farla, l'egregio autore mi scriveva: «Correzioni non ce ne saranno, se non lievissime, avendovi posto molta cura nella seconda edizione.» Di fatti in ciò che concerne la materia ed i concetti la presente edizione è _invariata_, conforme alla seconda. Le correzioni ed i miglioramenti sono di lingua e di stile, e di questi ne ritroverai, quantunque per lo più lievi, in ogni pagina, essendosi l'insigne autore nuovamente affaticato a ripulire il suo esimio lavoro ed a condurlo per quanto possibile fosse alla perfezione. Questa è conseguentemente una edizione _riveduta e migliorata dall'autore_ quantunque nel frontespicio non lo abbiamo detto. Del mio non vi ho aggiunto nulla, tranne tre o quattro brevissime notarelle che come tali sono contrassegnate. Ho poi posto ogni cura perchè la stampa riuscisse corretta quanto possibile. Se tuttavia errori vi sono rimasti spero di trovar scusa appo chi consideri che il libro non solo si stampò in Germania e da Tedeschi, ma eziandio molto lontano del mio presente luogo di dimora, lo che doveva necessariamente rendere di molto più difficile a me il curarne la stampa.

G. A. SCARTAZZINI.

ORIGINE E PROPOSITO

DI QUESTO LIBRO.

Una mattina, là sullo spirare del 1868, venne da me un compitissimo giovine e di bella maniera, il quale, dopo le cerimonie di uso, garbatamente mi disse:

— Vorrei un favore da lei.

— Due, potendo.

— Io son uno dei Direttori del _Diritto_; e vorrei che la ci scrivesse un romanzo.

— Un romanzo io? ma le pare? Io che non leggo mai romanzi; che non ho mai tentato nulla di simil genere; come vuole che possa fare un romanzo? Mi rincresce; ma questo appunto è uno di quei favori che non posso farle.

— Badi: il compenso che il _Diritto_ le darebbe, non dovrebbe essere indegno nè di lei nè delle Lettere.

— Mio caro signor Mussi (era appunto il signor Mussi que' che parlava meco), la quistione non è codesta: è che io romanzi non ne so fare, e non ne vo' fare.

— Ma ci pensi..... provi..... O almeno ci illustri un periodo di storia a modo suo. Insomma, vogliamo qualche lavoro di lei per l'appendice del _Diritto_.

— Ci penserò; ma non le prometto.

— A rivederla.

— A rivederla.

Io non aveva voglia per niente di pensare a questa faccenda; ma, capitatomi a mano in questo mezzo tempo un codice, dove era la sentenza di Cecco d'Ascoli; mi balenò in mente che nel fatto di questo illustre sventurato ci fosse materia da farci qualcosa: ripensai tutto quel periodo di storia, che è bellissimo: almanaccai per immaginare accessorj; e passando di un pensiero in un altro, mi trovai scritto nella mente un disegno, che mi parve da potersi colorire con qualche buon effetto. Allora mi venne voglia di provarmi; e scrissi al signor Mussi, che passasse da me, come fece senza indugio.

— Ho pensato a quell'affare: il soggetto sarebbe _Cecco d'Ascoli_: le piace?

— Mi piace; e poi, basta che piaccia a Lei.

— Le condizioni?

— Le dissi che non sarebbero indegne nè di lei nè delle Lettere. Le scriveremo una lettera, ed ella spero risponderà che accetta.

— Badi: ella compra gatta in sacco: per me questi sono lavori nuovi; e potrei far cosa che non piacesse; tanto più che io non potrò mai indurmi a scrivere le esagerazioni di molti fra gli odierni romanzieri, perchè le credo artifizio e non arte, e poi perchè ciò ripugna alla mia natura.

— Faccia come le pare; chè noi saremo sempre contenti.

Il giorno appresso mi venne la promessa lettera dalla Direzione del _Diritto_: le condizioni erano quali il signor Mussi le aveva promesse: le accettai senza esitare: furono mantenute scrupolosamente da ambe le parti; e il racconto del _Cecco d'Ascoli_ si pubblicò tutto intero dal marzo al giugno dell'anno passato.

Così nacque il presente racconto. Adesso il lettore di questa ristampa è bene che sappia con qual proposito lo dettai; e glielo dirò, riportando la lettera che io, nella soggetta materia, scrissi già al signor Ugo Bassani di Venezia, e che in questi giorni si è veduta stampata in varj giornali.

«Firenze, 12 Giugno 1870.

«Mio caro Ugo,

«Quel mio racconto del _Cecco d'Ascoli_, di cui leggesti i primi capitoli, quando testè fui a Venezia, e del quale mi chiedi adesso ragguaglio, non è un romanzo nel proprio significato che ora suol darsi a tal voce. Io ho voluto solamente fare un racconto, che desse qualche diletto non senza istruzione. Narrando il compassionevole caso di Cecco d'Ascoli, ho avuto per proposito di render familiare tra il popolo quel periodo di storia fiorentina, di metter in veduta, come suol dirsi, la vita intima dei Fiorentini, le usanze e i costumi di quel tempo, ed anche di descrivere in parte com'era allora Firenze. Il racconto è molto variato di avventure, di guerre, di piacevolezze e di amori; ma ho fuggito a disegno ciò ch'è pascolo più ghiotto ai volgari lettori di romanzi, dico le esagerazioni di ogni maniera, passioni violente, lascivie ed oscenità, orribili colpe e delitti, tutto quell'apparecchio insomma dell'arsenale de' romanzieri, per mezzo del quale si turba e si sconvolge l'animo e la mente dei lettori; tenendomi invece alla temperanza in ogni cosa, e ingegnandomi di toccare il cuore per altra via, acciocchè il mio libro possa lasciarsi leggere, anche alle fanciulle più gelosamente guardate, senza un pericolo al mondo, ed il lettore se ne senta placidamente commosso, e provocato al bene, anzi che al mal fare. Mi sono studiato pure di scriverlo con quella maggior diligenza della quale son capace; e se, avendo alle mani personaggi del trecento, ho dovuto fargli parlare al modo del loro tempo, mi conforto che tutto insieme il dettato del mio libro debba sembrare anche ai più schizzinosi, sciolto e non punto affettato: e perchè nulla rimanga oscuro, anche ai lettori meno esperti, alcune voci e modi oramai fuor d'uso, o usati in altro significato, che necessariamente debbono usare i miei personaggi, si troveranno registrati e spiegati in fine del racconto. Insomma io mi sono ingegnato di fare quel meglio che ho potuto, acciocchè l'opera non riesca uggiosa, o dannosa; la qual sarà anche più accetta al pubblico, se il nostro valentissimo Tessarin metterà in musica, come mi fa sperare, le serventese che fo cantare ad un menestrello al convito del Duca di Calabria, e che farò stampare in fine volume.

«Ecco quel ch'io posso dirti sommariamente del mio _Cecco d'Ascoli_, il quale uscirà fuori nel prossimo mese di luglio, e per il quale non ti nego d'avere qualche affetto, e di starne colla tremarella per il dubbio che possa trovare poco amorevole accoglienza.

«Basta, speriamo. Intanto io lavoro di forza. Addio, e voglimi bene».

Al Lettore parrà strano questo star con la tremarella per la pubblicazione, dopo che il mio racconto ha già sperimentato il giudizio del pubblico, e dopo aver'io detto che spero non abbia in tutto a dispiacere. Ma pensi il Lettore che altra cosa è il pubblicare un lavoro spezzatamente per appendice a un giornale politico, dove i lettori leggono a intervalli[9] e non sempre attentamente; ed altro il veder raccolto ogni cosa in un libro, dove ad una occhiata si vede se tutto è al suo posto, se l'una cosa risponde all'altra, se il disegno è corretto, se il colorito è quale lo richiede il soggetto. Pensi che, se io spero di non dispiacere a que' pochi, i quali ne posson giudicare secondo i precetti dell'arte, manca a questo racconto tutto ciò che è più ghiottamente richiesto dai lettori volgari: amori lascivi, atroci delitti, maledizioni e improperj scandalosi di frati e di preti: furibonde declamazioni politiche; tutte quelle pazzie insomma, che piacciono al volgo cieco, il quale va in brodo di succiole leggendole, ed urla bravo e batte furiosamente le mani, se le vede rappresentate, o se le ode briacamente declamate da qualche Cetègo Prefetto o da qualche Bruto Commendatore. Ma del giudizio del volgo, mi dirà qualcuno, non è da curarsi. È vero; ed io non dicevo che me ne importasse nulla: solo volevo dire che temo di fallire al fine a cui miro, di avvezzare il popolo a letture, che lo educhino alla virtù piuttosto che al vizio.

Odo farmi un'altra domanda: _Il tuo libro potrà essere un libro popolare?_

Io non prenderò per denaro contante quello che del mio _Cecco d'Ascoli_ scrisse il signor Zaccaria nel suo opuscolo intitolato _De' Romanzieri e del signor Pietro Fanfani_; anzi quell'encomio, non mosso certo da affetto speciale, perchè il signor Zaccaria me non conosceva nè io lui, lo reputo effetto di particolari impressioni, e disposizione di animo: ricorderò solo quello che ne scrisse la _Rivista Bolognese_, la quale appunto toccò l'argomento della popolarità. A pag. 417 dell'anno 1.º si legge: «Il romanzo del Fanfani, per quanto deliziosamente scritto (grazie: è troppo), non otterrà vanto di popolare. Mettere dinanzi gli occhi del popolo costumanze e avvenimenti di secoli addietro, parmi non saggio consiglio. Il _vero_ popolo quello, che lavora, e suda, e patisce, ed è tutto immerso nelle dure realtà del presente, non li comprende e non li gusta; egli non trova là dentro la propria immagine, non si muovono là que' sentimenti, quelle passioni che riscaldano oggi il suo cuore». Mi perdoni il valente autore di quello scritto: a me sembra che la popolarità delle scritture si debba ripetere da altri principj; ma come questa sarebbe discussione lunghissima, nè qui può aver luogo, dirò solo che, se popolarità è quella che egli dice, io non ho certo avuto una intenzione al mondo di fare un libro popolare. Per altro gli domanderò: sono popolari in Inghilterra i Romanzi di Walter Scott? Bene: o non sono appunto di quelli che mettono dinanzi agli occhi costumanze e avvenimenti di secoli addietro? non hanno mirabilmente servito a render popolare in Inghilterra l'antica storia, e le antiche costumanze inglesi? E non è questo servizio utilissimo e popolarissimo? Mi dica piuttosto che il popolo inglese è troppo diverso dall'italiano, ed allor dirà bene. Poi aggiungo io, sorga fra noi un Walter Scott, e allora anche i romanzi che mettono dinanzi agli occhi avvenimenti, e costumanze de' secoli addietro, diventeran popolari, cioè efficacemente utili alla educazione del popolo. Ma già, che parlo io di Walter Scott? o i Promessi Sposi, o l'Assedio di Firenze, o la Battaglia di Benevento, Niccolò de' Lapi, la Margherita Pusterla ec. ec. non sono essi popolari, benchè la loro materia sia di secoli addietro? Quanto al presente libro ed a me, sarò contento che mi sia valutata la buona intenzione.

Ora due sole parole circa la tela del mio racconto. L'orditura è scrupulosamente storica, e storici sono i fatti principali: è storico tutto ciò che riguarda le azioni pubbliche del personaggio principale, e del duca di Calabria: la Bice, la Badessa, Guglielmo, frate Marco, il prete di Settimello con la Simona sua serva, gli amori, e ogni altro fatto privato di essi, ogni cosa è trovato della fantasía. Dino del Garbo è disegnato secondo gli accenni che ne lasciò il Villani, storico contemporaneo; e così il vescovo d'Aversa cancelliere del duca.

Le descrizioni di feste, di conviti, di cerimonie sacre; le ordinanze militari, la forma dei giudizj e delle sentenze, tutto è ritratto secondo le usanze di quel tempo, e quasi copiato da documenti autentici.

Della lingua che dirò? Dirò che ci ho speso attorno ogni più amorosa cura; studiandomi di essere italiano, senza abuso di toscanità. Dovendo far parlare personaggi del trecento, sono stato un pezzo infra due, se dovessi far loro usare voci e modi speciali del loro tempo, o farli parlar tutti al modo odierno. Pensando però essere una ridicolezza il sentir dire a un trecentista _colazione_ e non _asciolvere_; _far le barricate_ e non _asserragliare_; _capitolo_ di una chiesa, e non _chericía_; _projettili_ e non _saettamento_ e simili; ed essendo stretto mio dovere il nominare col loro nome proprio gli ufficii, e le dignità, e i titoli del cerimoniale, o come direbbero i nostri, della _etichetta_ di allora, presi partito, tanto più che la lingua italiana ha poco cambiato da sei secoli in qua, di far parlare i miei personaggi nella lingua del loro tempo; ma ingegnandomi di scegliere solo da essa quella maggior parte che è tuttora viva; salvochè, dovendo significare cose speciali, modi di salutare, titoli, nomi di uffici ec., ho usato i modi di allora, diversi dai presenti, dandone la dichiarazione in un glossarietto in fine del volume, per comodo di que' pochi lettori che non ne sapessero il vero significato. Mi sono ingegnato insomma di scrivere in modo che coloro i quali conoscono l'arte, veggano esser questa la lingua non _dell'avvenire_, ma la italiana secondo l'uso _buono_ degli scrittori e del popolo; e gl'indòtti non ci trovino nulla di affettato e d'insolito, fuor che quelle voci e modi detti di sopra, da me postici per necessità.

P. FANFANI.

INDICE.

Pag. Cenni sopra Pietro Fanfani V Origine e proposito di questo libro XXIII Cap. I. L'entrata del duca di Calabria in Firenze 1 » II. Un poco di storia. — Cecco d'Ascoli, maestro Dino del Garbo, e l'inquisitore 5 » III. L'omaggio e l'amore 10 » IV. Il duca e il gonfaloniere 13 » V. Guglielmo e Dino del Garbo 16 » VI. L'ajuto di Cecco 21 » VII. Il giardino di casa Cavalcanti 23 » VIII. La quarta cerchia e i contorni di Firenze 27 » IX. La scomunica 31 » X. La invidia 37 » XI. La gelosia 41 » XII. Il convito 43 » XIII. Accortezza femminile 50 » XIV. L'addio 56 » XV. La partenza per il campo e il monastero 60 » XVI. Le logge de' grandi, e specialmente quella de' Gherardini 65 » XVII. La guerra 72 » XVIII. Lo sgomento 81 » XIX. La cena di Settimello 84 » XX. Da Settimello a Prato 93 » XXI. In città, e in palagio 97 » XXII. Nelle case de' Cavalcanti 102 » XXIII. Da Firenze a Prato 109 » XXIV. Da Settimello in Mugello 111 » XXV. La Bice e il prete; la badessa e il cavaliere 116 » XXVI. La confidenza 121 » XXVII. Si vedono 125 » XXVIII. La lettera e il commiato 137 » XXIX. Il ritorno 140 » XXX. L'amor paterno 143 » XXXI. Maestro Cecco abbandona la corte 149 » XXXII. La Bice si parte dal monastero 154 » XXXIII. Torna a Firenze 158 » XXXIV. Gli apparecchi di guerra e la tassa della ricchezza mobile 162 » XXXV. Il parto 164 » XXXVI. La congiura di Lucca 168 » XXXVII. Le feste di s. Giovanni 170 » XXXVIII. La seconda guerra 177 » XXXIX. In Firenze, e nelle case de' Cavalcanti 183 » XL. La vendetta si matura 192 » XLI. Suocero e genero 196 » XLII. Convito ed esequie 201 » XLIII. La festa d'amore, e lo sposalizio 204 » XLIV. Cecco resta al laccio 209 » XLV. La denunzia 218 » XLVI. L'amicizia alla prova 223 » XLVII. Gli sposi in Mugello 228 » XLVIII. La Simona 234 » XLIX. La dipartenza 240 » L. La trama piglia corpo 247 » LI. Cecco è preso 253 » LII. L'esame di frate Marco 261 » LIII. Il processo 266 » LIV. La sentenza 270 Glossario 285

CAPITOLO I.

L'ENTRATA DEL DUCA DI CALABRIA IN FIRENZE.